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La montagna incantata

 

La montagna è uno dei grandi protagonisti del nostro ambiente naturale, maestosa, sovrastante, potente, affascinante, a volte matrigna, imperscrutabile, incantata.
Da sempre è il simbolo dell’unione tra terra e cielo, luogo di ascesi e sede delle divinità.
Rappresenta la sfida, la volontà di conquista dell’essere umano nello sforzo della scalata, superando l’impervietà, il pericolo, il vuoto, l’imprevisto.

Ma la montagna non si lascia piegare, non accetta compromessi e chiede un tributo enorme in termini di coraggio, forza, preparazione, conoscenza e umiltà nel riconoscere quanto siamo piccoli davanti all’immensa forza della natura. Sulle cime, negli anfratti, dentro le cavità ben mimetizzate, sugli speroni più estremi, negli avvallamenti inaspettati, sui nevai e ghiacciai, in riva alle sorgenti di alta quota, nella fantasia popolare vivono le figure leggendarie e mitologiche che accompagnano l’umanità dagli albori, quando si cominciò a identificare i luoghi montani con la sede del sacro e, per contro, del demoniaco. I monti diventano habitat di animali fantastici benevoli o maligni, di personaggi strani orripilanti o magnifici, di piante dai magici poteri inspiegabili e dalle proprietà sbalorditive. Complice la montagna, la vita delle popolazioni di quei luoghi è stata condizionsta indissolubilmente da queste presenze, e scandita secondo rituali, paure, credenze e pratiche secolari.

Gigiat

Sulle montagne della Val Masino, provincia di Sondrio, ci imbattiamo idealmente nel “Gigiàt”, gigantesco essere mostruoso dal pelo foltissimo, metà camoscio e metà caprone, provvisto sia di zoccoli che di unghioni, con una testa enorme, sproporzionata. Nonostante le apparenze è una figura benevola, accorsa in più occasioni a soccorrere scalatori in difficoltà, persone in bilico sui precipizi, guide alpine e ‘rifugisti’ in condizione di bisogno.

 

Krampus

In Trentino Alto Adige incontriamo i Krampus” che scendono nei villaggi per spaventare gli abitanti con urla spaventose, rumorosi suoni di campanacci e il sibilo delle sferzate poderose di fruste improvvisate. Il volto è terrificante, bocche spalancate, occhi iniettati di sangue, lunghe e affilate corna che completano l’aspetto luciferino,  espressioni che incutono inquietudine e desiderio di fuga. Figure leggendarie che sopravvivono ancor oggi nelle feste tradizionali di questa regione.

 

 

La maga Sibilla appenninica

Sulle montagne appenniniche la maga Sibilla è la regina incontrastata di un mondo sotterraneo di grotte, stretti e ripidi cunicoli, passaggi sospesi nel vuoto, dove un vento stizzoso ricaccia indietro anche i più audaci. E coloro che riescono a raggiungere, attraverso un abisso, le porte metalliche  del regno della megera decidendo di rimanere, impareranno a comprendere tutte le lingue in 9 giorni e dopo 300 giorni a parlarle tutte. Nel regno non esiste vecchiaia o dolore, sofferenza o disagio e gli abitanti vivono di innumerevoli agi e ricchezze. Ma alla mezzanotte di ogni venerdì essi si trasformano in serpenti schifosi e rimangono tali fino allo scoccare della mezzanotte del sabato, in quel paradiso demoniaco. In Abruzzo arriva da lontano una figura mitologica conosciutissima: la ninfa Maja. Era arrivata dall’Anatolia, in fuga per mettere in salvo il figlio Hermes ferito in battaglia, avuto da Zeus. Temendo di essere inseguita dai nemici, si rifugiò in una grotta del Gran Sasso per curarlo e trascorse molto tempo alla ricerca di un’erba medica che potesse ridargli la salute. La neve però nascondeva tutto e nonostante l’affannosa ricerca e gli sforzi della ninfa, il giovane morì. La madre lo seppellì e la salma si trasformò in una maestosa montagna, chiamata ancor oggi “Il gigante che dorme”. Maja seguì a breve la sorte del figlio e venne seppellita avvolta in ricche vesti, gioielli e manufatti preziosi, di fronte al Gran Sasso, su una cima chiamata da quel giorno “Majella”. Ricorda una donna in preda a un dolore profondo, riversa a terra con lo sguardo verso il mare. I pastori sentono il suo pianto nelle giornate di vento.

Montagne popolate da dei, semidei, troll, elfi, maghe, esseri mirabolanti di ogni genere. Montagne che vivono, partecipano al destino degli umani, dettano le loro regole, premiano e puniscono. Montagne ingovernabili che si rifiutano di essere ingabbiate, violate, distrutte, contaminate. Montagne che chiedono all’uomo onestà e rispetto in un rapporto simbiotico di reciproco riconoscimento. Montagne che offrono gustosi spunti mitologici e leggendari ma anche montagne che nella crudezza della realtà gridano, lanciano segnali e rivendicano quell’ancestrale legame di equilibrio che forse sta venendo a mancare. E, come diceva Walter Bonatti, alpinista, esploratore e scrittore “E’ per conoscermi meglio e per trovare una mia dimensione che ho scalato montagne impossibili. L’ho fatto spinto dalla bellezza delle montagne alpine, dalla sfida e dal piacere di sapere.”

Cover: I Krampus sono uomini-caproni scatenati e molto inquietanti che si aggirano per le strade alla ricerca dei bambini “cattivi”. Le loro facce sono coperte da maschere diaboliche e paurose; i loro abiti sono laceri, sporchi e consunti. I Krampus quando vagano per le vie dei paesi provocano rumori ottenuti da campanacci o corni, che li accompagnano nel tragitto che li porta in giro. L’origine di questa usanza, mantenuta con fiero orgoglio in molti comuni dell’Alto Adige, si perde nella notte dei tempi.  In Alto Adige sfilano solitamente il 5 dicembre al seguito di San Nicolò.(foto e nota di Michele Bighignoli – su licenza Wikimedia Commons)

PRESTO DI MATTINA
Il segreto del tempo

Il segreto del tempo l’ho imparato in montagna, soprattutto al Passo della Passo della Mendola dove ci recavamo quand’ero in seminario. Ogni giovedì c’era l’appuntamento con la gita lunga; si dormiva anche in rifugio. Civetta, Catinaccio, Brenta, il Sentiero Orsi e la Ferrata Tridentina e le sue sorelle sul Sella, la Grande Fermeda nel gruppo delle Odle. Ma un’analoga esperienza l’ho sperimentata anche con i campi estivi della parrocchia; percorsi meno impegnativi, ma pur sempre su sentieri impervi, ripidissimi, a Dobbiaco e nella zona del Ortles.

Salire per incontri, mi dicevo ogni volta alla partenza. Si va a scuola dalle montagne a imparare il segreto del tempo. Un momento ti libera, e poco dopo ti imprigiona, ti rallegra e ti impaura, t’avvicina e t’allontana; sei legato e sciolto, sotto sopra, come in una lotta. Come Giacobbe ferito, rimani nello scontro e impari così la pazienza, il segreto del tempo: una ferita d’anca, ma più ancora il dono di una presenza, uno scambio: nel volto dell’altro il tuo, dalla sua libertà la tua.

Salire per incontri che non si dànno mai che per un istante lunghissimo. Che fanno la coscienza profonda di una profondità finissima, sigillo messo sul cuore, sigillo di un abbraccio (Ct 8, 6).

Salire per incontri, e subito non sai che entrando in ogni passo crei la distanza, misura del tempo con l’altro. Come attraversando il Polo, l’ago nella bussola si volge indietro e tu invece di seguirlo ti allontani. Eppure, salendo più in alto, il vento tra le rocce ti sussurra piano: è il tempo del disgelo degli affetti, del dono di un incontro che trasforma. E una volta giunto, è il tempo di sottomettergli il cuore, perché il tempo, non diversamente dall’amore, dischiude in modo promettente le potenzialità della libertà. «Dammi il tuo cuore e i tuoi occhi prendano piacere nelle mie vie» (Pr 23,26); si dice ancora nel Cantico: «Un ricordo è l’inverno e, caduti i piovaschi, torna la terra coi fiori a sorridere. Alzati, amica mia, mia bella, e vieni. O mia colomba, che stai nelle fenditure delle rocce, nei nascondigli dei dirupi, fammi vedere il tuo viso, fammi udire la tua voce, perché la tua voce è piacevole, e il tuo viso è leggiadro» (2, 11; 14).

Ecco: il segreto del tempo va riconosciuto come il ‘poter essere dello scambio’, come poter essere ‘della relazione e della stessa libertà’. Lo coglie con icastica efficacia il monaco Ghislain Lafont secondo cui «Il tempo fa emergere la simbolica dello scambio e quella dell’altro». In ogni tempo infatti ci è data la possibilità di far nascere e avviare relazioni in cui la libertà si rischia nell’incontro, come dono di sé, come amore appunto. È il darsi del tempo ‘qualificato’, ‘di qualità’, che riscatta il ‘tempo qualunque’. Kronos è salvato dalle acque dell’oblio, dell’inutile e dell’evanescente, da Kairos, il tempo opportuno, propizio per un evento: «sorpresa dopo tanto di un amore»; incontro che trasforma; passaggio di soglia, dimora provvisoria, ma necessaria per realizzare passi di comunione.

Questa economia del tempo, dell’avanzare e del ritrarsi, segnata dalla discontinuità e dalla ripresa, ci rassicura che anche nei momenti di rottura, nelle fasi di perdita, che rendono la vita stanca, insignificante e vuota si nasconde novità, l’apparire di qualcosa simile ad un nuovo inizio, una «rottura instauratrice» ‒ direbbe Michel de Certeau ‒ che mette di nuovo tutto in movimento.

E come non pensare, parlando di “rotture instauratrici”, al Concilio Vaticano II: una “discontinuità nella continuità” per l’officina bolognese della Storia del concilio in cinque volumi; per Benedetto XVI una continuità nella riforma. Che Papa Francesco ha voluto riprendere con l’Evangelii gaudium, esortando le comunità cristiane ad essere chiese in uscita, con stile sinodale per una riforma missionaria. Egli ci invita a «prendere l’iniziativa, coinvolgersi, accompagnare, fruttificare e festeggiare….Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di “uscita” e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia» (n. 27).

Per realizzare questa conversione Francesco indica quattro principi generativi di prassi pastorali, in contesti di tensioni bipolari proprie di ogni realtà ecclesiale e sociale (EG 221). Tra di essi, vi è l’affermazione, sulle prime oscura ma in realtà pregna di implicazioni, secondo cui il tempo è superiore allo spazio. «Vi è una tensione bipolare tra la pienezza e il limite. La pienezza provoca la volontà di possedere tutto e il limite è la parete che ci si pone davanti. Il ‘tempo’, considerato in senso ampio, fa riferimento alla pienezza come espressione dell’orizzonte che ci si apre dinanzi e il momento è espressione del limite che si vive in uno spazio circoscritto. … Questo principio permette di lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati. Aiuta a sopportare con pazienza situazioni difficili e avverse, o i cambiamenti dei piani che il dinamismo della realtà impone. È un invito ad assumere la tensione tra pienezza e limite, assegnando priorità al tempo».

Se anche nella Chiesa si privilegiano gli spazi di potere, invece che la pazienza dei tempi necessari al divenire dei processi, si cade nella corsa all’autoaffermazione, si dimentica il bene comune in favore di quello individuale. Quando è lo spazio a prevalere sul tempo, si finisce per arraffare il più possibile, rincorrendo l’attimo fuggente per escludere ogni concorrenza. In questo modo, tutto si congela, dalle riforme ai processi di trasformazione, scadendo nel tradizionalismo del ‘si è sempre fatto così’, che mortifica sul nascere ogni spinta innovatrice. Così ci si ripiega sull’assistenzialismo che genera dipendenza spirituale, liturgica, sacramentale, invece di attivare processi di lungo periodo, di favorire una conversione dello sguardo: dalle strutture alle relazioni e ai volti delle persone e alle loro storie. «Dare priorità al tempo – dice Francesco ‒ significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi. Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce. Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci».

C’è un passaggio nel documento della Congregazione del Clero uscito un mese fa sulla “conversione pastorale della comunità parrocchiale”, che si riferisce a un territorio esistenziale in cui devono ripensarsi e ricollocarsi le parrocchie, anche quelle riunite in “unità pastorale”. Ciò mi ha richiamato alla mente il pensiero di Padre Yves Congar, uno dei padri dell’ecclesiologia conciliare, il quale parlava, oltre che del vangelo della gioia, di una “Chiesa della soglia“, dai confini più fluidi, abitata anche da persone con una fede in ricerca di speranza.

Un’immagine, quella di una Chiesa in uscita e in ascolto, che ben ritrovo in due haiku giapponesi, che suscitarono il benevolo sorriso dei miei confratelli quando glieli riportai durante un incontro: «La campana del tempio tace,/ ma il suono continua/ad uscire dai fiori». Matsuo Basho (1644 – 1694); «Spuntano i germogli/ al tronco di un grande albero/ Poggio l’orecchio». Ozaki Hosai (1885-1926). Con queste immagini, allora come adesso, vorrei sottolineare l’importanza di ripartire dalle relazioni, sia a breve come ad ampio raggio, e la necessità dello stare insieme, di perdere tempo con le persone, creando narrazioni vitali e reti di comunicazione sensibili ad un territorio divenuto prevalentemente esistenziale.

«Nelle trasformazioni in atto ‒ così l’istruzione della Congregazione ‒ nonostante il generoso impegno, la parrocchia talora non riesce a corrispondere adeguatamente alle tante aspettative dei fedeli, specialmente considerando le molteplici tipologie di comunità. È vero che una caratteristica della parrocchia è il suo radicarsi là dove ognuno vive quotidianamente. Però, specialmente oggi, il territorio non è più solo uno spazio geografico delimitato, ma il contesto dove ognuno esprime la propria vita fatta di relazioni, di servizio reciproco e di tradizioni antiche. È in questo “territorio esistenziale” che si gioca tutta la sfida della Chiesa in mezzo alla comunità. Sembra superata quindi una pastorale che mantiene il campo d’azione esclusivamente all’interno dei limiti territoriali della parrocchia, [pastorale] che appare segnata dalla nostalgia del passato, più che ispirata dall’audacia per il futuro».

DI MERCOLEDI’
Senza mai arrivare in cima

Eccolo un altro scrittore di qualità, anche lui come Marco Balzano nato a Milano nel 1978. Si tratta di Paolo Cognetti, giovane e dalla scrittura intensa, che ora vive per lo più in montagna in una baita a 2000 metri di quota. L’amore per la montagna lo ha portato a compiere una scelta di vita; lo ha portato a vincere il premio Strega nel 2017 con il romanzo Le otto montagne e poco dopo lo ha spinto ad andare in Himalaya, in un lungo e faticoso viaggio di 300 chilometri nel Dolpo, un distretto del Nepal al confine con il Tibet. Il reportage di quest’ultima impresa ha dato origine a un bel libro uscito nel 2018, dal titolo Senza mai arrivare in cima.

L’ho scelto tra le novità esposte nella biblioteca comunale di Poggio Renatico, quando sono andata su appuntamento lo scorso mercoledì. E l’ho già letto. Perché è un libro piccolo di appena 100 pagine, ma soprattutto perché mi ha appassionata e condotta nelle atmosfere della montagna. Quest’anno non vado come al mio solito in Alta Badia e allora ci pensano le parole di Cognetti a portarmici.

Precisiamo, io sono un’escursionista come tanti, che amano i sentieri tra i boschi e si arrampicano raramente tra le rocce oltre i duemila. Tuttavia certe solitudini in mezzo alla natura le cerco da almeno trent’anni, ogni anno riducendo i percorsi, ma volendo mantenere la fatica delle salite e col senso di rigenerarmi, avendo negli occhi le cime e le valli delle Dolomiti. Il punto di vista di Cognetti mi offre uno sguardo inusitato sulle mie montagne: Senza mai arrivare in cima è stato scritto da chi conosce meglio di me le Alpi e ormai le considera “abbandonate e urbanizzate”. Per questo è andato alla ricerca di un ambiente incontaminato: “Volevo vedere se da qualche parte nel mondo esiste ancora una montagna integra, vederla coi miei occhi, prima che scompaia”. L’antica cultura tibetana sopravvive solo in una piccola area del Nepal; il viaggio per raggiungerla è arduo, ma il premio che si consegue è straordinario ed è la purezza di pensiero.

Sui sentieri senza fine, che si abbassano dentro le vallate e poi risalgono su altopiani deserti e privi di nuvole, il pensiero si fa essenziale, si nutre dei ritmi della natura e della loro circolarità atavica, si libera del peso della cultura occidentale, incontrando la preghiera e la spiritualità semplice di monaci, uomini e donne e bambini del luogo. Credo di poter dire che per Cognetti essa costituisca uno stato di grazia, incontaminato ma fragile. Basta poco per smarrirlo, basta avvicinarsi ai confini con la Cina scendendo a 3.900 metri per trovare Saldang, una cittadina adagiata nel fondovalle tra campi coltivati e pascoli, dove già si riconoscono i segni della aggressione del progresso: “le parabole e i pannelli solari, i rifiuti di plastica gettati ovunque, la bandiera nazionale su un tetto”. La purezza è perduta, quella adesione totale agli elementi che il viaggiatore ha provato lassù, oltre i 5.000 metri.
Se questo è il tenore delle riflessioni del nostro viaggiatore-scrittore, risulta chiaro come il lettore possa esserne affascinato. In certe pagine ho potuto quasi sentire la forza del vento e il rumore che fa il ghiaccio nello screpolarsi all’arrivo del sole.

Ma non è solo questo ad avermi trascinato mentre procedevo nella lettura. E’ stato il rapporto tra il viaggiatore e il suo libro-guida, il doppio binario su cui è dipanato il suo viaggio, tra cammino e rilettura di un testo magnetico di Peter Matthiessen, Il leopardo delle nevi, uscito nel 1978 che è anche l’anno di nascita di Cognetti. Da questa rilettura dei pensieri di Peter, dall’incanto delle sue pagine il nuovo viaggiatore riceve conferme e suggestioni che danno spessore alle sue faticose giornate sui sentieri del Dolpo. Egli vede per la prima volta gli scenari delle montagne che si aprono davanti a lui, in realtà ri-vede gli spazi dove Peter è passato quarant’anni prima e non può fare a meno di consultare le pagine del suo libro, di sentire la sintonia profonda con l’ansia di autenticità che si sprigiona da frasi come: “Il segreto delle montagne è che esistono, semplicemente, ed esistono con semplicità, non come me. Le montagne non hanno significato, esse sono significato; le montagne sono. Io risuono di vita e così le montagne e quando riesco a sentirlo c’è un suono che condividiamo”.

A Peter non è toccato in sorte di incontrare il leopardo delle nevi, “senza dubbio il più misterioso delle grandi fiere”, che pochi hanno avvistato sui versanti di queste valli. Ma poco importa. Alcune orme, che potrebbero essere le sue, vengono avvistate dalle guide che accompagnano Cognetti, ma niente di più. Questo viaggio continua a insegnare quanto sia più importante il cammino che si fa, passo dopo passo, rispetto alla conquista del traguardo. La visione del Dhaulagiri con i suoi ghiacciai e le sue creste, il calore del fuoco e i compagni di viaggio con le loro voci e la loro tenacia, i saluti a impresa finita sono il valore che appaga. Insieme al fumo odoroso del ginepro del Dolpo.

Della lettura come viatico, dei pensieri di Remigio che è l’amico di Cognetti venuto con lui dalle Alpi a conoscere queste montagne. Della polifonia delle voci di chi è vivo e condivide lo stesso tempo e di quella di Peter che non c’è più, ma vive nelle parole che ha scritto. Della forza della letteratura, che scavalca il tempo e il significato biologico della morte per riunire tutti intorno allo stesso fuoco. Di tutto questo può nutrirsi il lettore, se il libro è di questo tenore.

Nella lettera scritta all’amico Francesco Vettori* per descrivergli le giornate dell’esilio da Firenze nel suo poderetto di campagna, Niccolò Machiavelli dice che il momento più bello è indubbiamente la sera, quando può lasciare le incombenze pratiche della giornata. Dopo che ha cenato ed è tornato  all’osteria per giocare “a triche-tach” con l’oste, il macellaio, il mugnaio e due fornai, finalmente si rifugia nel suo “scrittoio”. Stavolta da solo? Nient’affatto, la compagnia è delle migliori. Sono i libri “degli antiqui uomini” per i quali si è spogliato della “veste cotidiana, piena di fango et di loto” e dai quali riceve il cibo della lettura “che solum è mio, et che io nacqui per lui”: poco prima nella lettera ha nominato Dante e Petrarca, Tibullo e Ovidio come se fossero vivi.

Nella tenda di Cognetti, cinquecento anni dopo, quando il sonno tarda a venire il libro di Peter è “un vecchio amico” che tiene compagnia, il viatico custodito nel tepore del sacco a pelo, perché le pagine non si sciupino. Così pone fine alla sua giornata il nostro giovane viaggiatore: “Riuscivo a sentire le voci dei portatori nella tenda cucina. Chissà cosa si dicono, pensai… Con queste voci che non capivo, il mio amico a un palmo di distanza, le poche cose a cui tenevo strette a me dentro il sacco a pelo, sapevo già come sarebbe stata la nostalgia del Dolpo. Ultimi cinquemila, pensai. Poi mi dissi di smetterla con tutti quei pensieri, altrimenti non sarei più riuscito a dormire”.

*Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori. Firenze, 10 dicembre 1513

Scene di vita quotidiana
in una ‘tranquillissima’ località di montagna

Non sono le scene metropolitane alle quali siamo abituati, per averle esperite personalmente o seguite abbondantemente, troppo, sui social. Scene di “assalti al forno delle grucce”, come direbbe il Manzoni, o di sospetto estremo, aggressività intollerabile, sconforto visibile e tangibile, anche disorientamento e disperazione. Sono, invece, piccoli spaccati mattinieri di una località di montagna, dove non mancherà qualche sospetto o un’aggressività non ancora, e speriamo mai, manifesta, e dove i ritmi del quotidiano, pur non essendo frenetici prima, ora hanno rallentato drasticamente.
La gente ha capito, non si muove di casa se non per necessità, ma permangono i segnali della voglia di vivere ed affermare la propria presenza in questo mondo provato, attraverso piccole azioni di sempre, sottoscrivendo un compromesso con quello che la società del momento chiede. E chi dalla finestra e dal poggiolo si guarda attorno ne resta confortato. I camini fumano, perché le temperature si sono abbassate negli ultimi due giorni; un trattore passa rumoroso, fiero di rappresentare una delle attività ancora permesse a sostegno della filiera alimentare e dell’allevamento; passa un uomo con il sacchetto del pane fresco, un passo quasi furtivo e spaesato perché si sente fuori posto, l’impresa edile ha chiuso, non è a casa sua e al suo Paese non ci potrà neanche tornare perché dall’Italia non si esce.
Passano i proprietari di cani con le loro creature al guinzaglio o nei ‘trasportini’, sfizio che nemmeno il coronavirus ha indotto ad abbandonare, in una passeggiata simbiotica e ristoratrice per ambedue le categorie a cui è concessa l’uscita nelle immediate vicinanze di casa. La consegna delle immondizie differenziate nell’area ecologica diventa un rito con una propria solennità, perché rappresenta l’occasione sporadica autorizzata di uscita. Passa anche il mezzo dei Vigili del fuoco con un amplificatore sulla capote, dal quale esce il mantra che tutti conosciamo a memoria, che invita a rimanere in casa.  Se prima questo passaggio appariva quasi lugubre, spettrale, ora sta assumendo un tono quasi familiare, rassicurante e lo si aspetta quelle due-tre volte al giorno come si potrebbe attendere un amico.
Qualcuno fischietta forte Io che amo solo te di Sergio Endrigo, indaffarato in qualche legnaia o in qualche cantina, preso dall’attività e dall’estro canoro. E la primavera appena iniziata fa la sua parte con le primule che prendono il posto dei bucaneve, come dev’essere. Basta gettare lo sguardo aldilà dei vetri per accorgersi che la vita continua prepotentemente, anche se sta chiedendo un tributo tremendo, un prezzo che mai avremmo immaginato. Si è trasformata totalmente avvolgendosi su se stessa, interiorizzandosi e non è detto che questo sia la catastrofe.
E’ arrivato il  momento, per chi lo vuole vedere e afferrare, di guardarci dentro, ristabilire priorità e scoprire o riscoprire i valori veri, mentre stiamo assistendo alla crisi del sistema economico, sanitario e sociale che ci presenterà il conto pesante quando l’emergenza sarà passata. Saranno molti gli interrogativi che chiederanno risposte e sconforto e paura attuali lasceranno il posto ad un’energica voglia di riscatto, al bisogno di girare la pagina della storia.
Sarà allora che dovremo guardare il mondo con occhi nuovi, idee chiare e molto realismo. Per ora, possiamo solo esercitarci ad ascoltare quei suoni e rumori che avevamo scordato, vedere colori e particolari che non notavamo più, stringere ancora di più i nostri legami affettivi che avevamo allentato nell’abitudine, riconsiderare su parametri diversi e migliorativi la società in cui siamo vissuti finora, assaporare con gratitudine, pazientemente chiusi nelle nostre case, il profumo della vita.

Donne e montagna

“Le montagne sono le grandi cattedrali della terra, con i loro portali di roccia, i mosaici di nubi, i cori dei torrenti, gli altari di neve, le volte di porpora scintillanti di stelle” sosteneva lo scrittore, pittore e critico d’arte John Ruskin e non si può che essere d’accordo. Un tacito riconoscimento a quella parte del nostro Paese che vive tra le montagne e da esse tra linfa vitale. E in questo contesto il rapporto tra le donne e la montagna ha sempre avuto connotazioni speciali, un legame fortissimo intessuto di fatica, dedizione, coraggio, grande spirito di adattamento, rispetto e quella profonda conoscenza del territorio dettata dalla necessità di trarne benefici e sussistenza. Le donne sono sempre state le depositarie di quel sapere specifico che consentiva di interpretare e tradurre i segnali della natura, sfruttarne le risorse, mantenerne attentamente l’equilibrio e le caratteristiche, grate di tutto ciò che si poteva ricevere da un ambiente a volte magnificente, altre impervio e ostile.

Le icone della donna di montagna sono presenti in numerosi dipinti di Giovanni Segantini (Arco 1858, Svizzera 1899) che ci avvicinano a figure femminili che compaiono nell’habitat montano in tutto il loro impatto emotivo. Donne che trascinano faticosamente nella neve una slitta carica di legna, che lavorano serenamente a maglia mentre badano al pascolo del bestiame, si dissetano avidamente a una fontana di paese o reggono sulle spalle pesanti recipienti d’acqua, oppure ancora conducono una coppia di cavalli reggendoli energicamente per il morso. Altre immagini si soffermano su donne intente a raccogliere il fieno, scrutare l’orizzonte da un’altura con la voglia negli occhi di raggiungere casa, dopo una giornata di fatica massacrante. Ma la scena che dà il senso più completo e profondo dell’essere donna di montagna è quel capolavoro che rappresenta le due madri: una donna che alla luce fioca di una lanterna, nel tepore della stalla, tiene tra le braccia il proprio figlio, accanto alla mucca che veglia sul suo vitello, in un muto, complice legame tra mondo umano e mondo animale privo di mediazioni e considerazioni superflue.
La montagna ha sempre accolto una strana società e cultura al femminile in maniera più significativa che altrove per ragioni ben precise, le cui fondamenta storiche trovano giustificazione nell’emigrazione degli uomini in molte epoche e nelle guerre che allontanavano mariti, figli, fratelli, fidanzati; in molti casi anche le donne lasciavano le valli e paesi per lavorare lontano, ma dove sono rimaste, la montagna è uscita dalla marginalità, potenziando la propria cultura, conservata gelosamente, senza rinunciare all’innovazione e alla modernità che i tempi hanno via via richiesto. Le donne sono state da sempre le custodi della memoria, facendosi carico dei vivi e dei morti mantenendo attivi i legami col passato e col presente, imparando ad andare avanti da sole dove ce ne fossero state le condizioni. La presenza femminile è essenziale e preziosa per l’esistenza, la vita e la crescita culturale in tutti i suoi aspetti delle comunità alpine, anche se per molto tempo questa consapevolezza è stata soffocata dalla chiusura dell’ambiente che impediva un giusto riconoscimento: un clima sociale che imponeva ruoli rigidi e controllati, un senso del dovere intransigente che non lasciava spazio a legittime aspirazioni, paura della critica e della stigmatizzazione, conseguenti disagi nella salute fisica e nello spirito che derivavano dalla solitudine come persona ancor prima che come donna.
Oggi, la cultura di montagna ha lo stesso bisogno della componente sociale femminile e ne riconosce il valore. La donna è all’avanguardia nelle attività innovative di un’economia identitaria legata alle risorse del territorio: produzioni di qualità, turismo sostenibile, capacità comunicativa con l’esterno, visione e anticipazione. Molte donne hanno trovato spazi e collocazione con creatività ed energico entusiasmo in quegli esempi vincenti di microeconomia che a volte diventano anche eccellenza, dando un valore aggiunto a scenari naturali che sono già di per se stessi un miracolo di bellezza e fascino. La comunità ha imparato, nel tempo, a restituire alle donne quello spazio che nei vecchi stereotipi educativi era stato negato o sottratto, accordando loro più rispetto e fiducia. Sicuramente non siamo ancora arrivati ad un equilibrio ideale e i fatti di cronaca ci riferiscono ancora e purtroppo di drammi consumati spesso in famiglia ai danni delle donne a cui qualcuno si ostina a negare dignità. Il percorso è ancora da completare ma le donne di montagna non si fermano perché, come qualcuno ha fatto notare sorridendo un po’, “le donne non hanno vita facile; le donne di montagna ancora meno perché devono camminare in salita”.

IL CACCIATORE DI LEGGENDE
Sotto la montagna

CAPITOLO PRECEDENTE

CAPITOLO VI – Sotto la montagna

Procedettero spediti nel largo cunicolo avvolto dalle tenebre che avevano già esplorato e superarono il punto in cui si erano imbattuti nella colonia di pipistrelli, anche se degli animali non c’era più traccia a parte il guano che ricopriva il terreno. Giunsero così al crocicchio in cui il giorno prima avevano deciso di fermarsi e di tornare indietro.
Davanti a loro si apriva uno slargo in cui si distingueva, nella luce tenue e tremolante delle lanterne, una serie di tre gallerie disposte a raggiera.
Greenstone si fermò, posò a terra la lanterna e indicò un punto imprecisato oltre il suo sguardo. «Ora dobbiamo decidere da che parte andare…» disse. Poi tirò fuori la bussola d’ottone dal taschino del giubbetto che portava sotto il pastrano, e fece la sua proposta: «Io direi di procedere nella direzione iniziale, e cioè verso est. L’ingresso della galleria a est mi sembra abbastanza ampio, se la sorte ci assiste è probabile che sia la via principale che porta sotto la montagna… Il regno di Alatapec!» Fece un accenno di sorriso e rivolse lo sguardo al francese, «Voi che ne pensate Jacques?»
«Penso che sia la scelta più sensata, non c’è motivo di cambiare direzione… Continuiamo a est e speriamo che questo dio della montagna oggi sia di buon umore!»
Decisa la direzione da prendere, Sewell estrasse la piccozza dallo zaino e fece un solco ben visibile sulla parete della galleria da cui erano provenuti perché servisse come segnale di riferimento per guidarli al ritorno, dopo di che i tre s’incamminarono nella nuova galleria.
Il terreno era molto accidentato e declinava verso il basso con una pendenza ancora più accentuata. La volta della galleria era fitta di stalattiti appuntite che lambivano le teste degli esploratori. Sewell, il primo della fila e il più alto dei tre, aveva non poche difficoltà a evitare di sbattere la fronte contro quei cunei di roccia che nella semioscurità apparivano all’improvviso. Fu forse  proprio per questo che, tutto intento a controllare la parte alta del tunnel e ignorando completamente il vuoto che si apriva sotto di lui, cadde in una voragine!
Ruzzolò lungo una discesa ripida e ricoperta di pietrisco. I sassi lo accompagnarono nella caduta e ne attutirono i colpi ricevuti mentre impattava sul terreno. Ciò gli permise di raggiungere il fondo in una nuvola di polvere ma praticamente illeso.
Tentò subito di rialzarsi ma non vedeva nulla, solo il buio più totale. Quasi immediatamente giunse il suono delle voci dei compagni che, da qualche parte sopra di lui, gridavano il suo nome.
«Joseph! Joseph, mi sentite?… Rispondete, Joseph!»
«Sono quaggiù Jacques! Quaggiù… ma non so, non vedo nulla… Ho perduto la lanterna nella caduta!»
«Joseph, state bene?»
«Sono tutto intero… credo… a parte qualche graffio, direi che poteva andarmi peggio!»
«Va bene, ora veniamo a prendervi!»
Juan fece passare una corda attorno a una stalagmite posta a ridosso del buco dov’era precipitato Greenstone, la fissò con un nodo semplice, poi imbracò la fune alla vita del francese aiutandolo a calarsi giù. Jacques scese lentamente puntellando i piedi al ripido terreno franoso. Mentre con una mano si teneva assicurato alla fune, con l’altra impugnava la lanterna cercando di intravedere il fondo della discesa.
Quando fu giunto in basso trovò subito Sewell a riceverlo. In una manciata di secondi i due furono raggiunti dall’indio che nel frattempo aveva recuperato la lanterna dello scozzese che non si era danneggiata, la riaccese e gliela porse.
Greenstone si sistemò alla meglio, raccolse lo zaino e controllò che gli strumenti di lavoro al suo interno non si fossero rotti per la caduta. Fortunatamente era tutto a posto.
«Quando vi ho visto cadere ho pensato al peggio…» disse Jaques.
«Come vi ho detto, amico mio, quest’avventura mette tutte quante le nostre vite sullo stesso piano… ed è un piano assai traballante!» replicò lo scozzese che aveva ripreso il pieno controllo di sé. Probabilmente la caduta gli era servita per recuperare lo spirito e la consapevolezza che credeva d’aver smarrito. «Ho la sensazione che finché ci troveremo qua sotto non avrete tempo di preoccuparvi della vostra salute, preoccupatevi piuttosto di dove mettete i piedi… Avete visto cos’è successo a me, giusto?» aggiunse ironico.
«Concordo in pieno Joseph! Credo che almeno quaggiù la malattia mi darà tregua… Magari lascerà che sia un burrone o una belva affamata oppure una freccia avvelenata a finire il lavoro che ha iniziato… vedremo!» si schernì il francese.
«Bene Jacques! E’ così che vi voglio… Un inguaribile ottimista!» concluse Sewell con un mezzo sorriso velato d’amarezza.
A quel punto i tre uomini dovettero decidere se risalire e tornare indietro oppure proseguire l’esplorazione nonostante l’imprevisto della buca. Sewell sollevò la lanterna cercando d’illuminare più che poteva lo spazio attorno a sé. Ben presto si rese conto che erano scesi in un enorme antro di cui non era possibile calcolare l’ampiezza.
L’aria era ancora più fredda e umida, l’eco delle loro voci pareva confermare un grande spazio vuoto tutt’intorno, ma uno spazio reso invisibile da un implacabile muro di tenebre che solo in minima parte la luce delle lanterne riusciva a perforare.
«Ok, a questo punto, se siete d’accordo, direi di cercare di capire bene dove ci troviamo ora…» propose Sewell dando un’occhiata alla bussola, «la cosa più prudente è proseguire il cammino verso est, mantenendo l’ovest come riferimento per il ritorno. Ci faremo guidare dalla bussola e ogni dieci passi lasceremo un segno sul terreno per più sicurezza!»
Lasciarono la fune legata alla roccia in cima alla salita e ripresero il cammino verso l’ignoto.

la Stanley di Greenstone

Percorsero un centinaio di iarde senza incontrare alcun ostacolo, camminavano su una vasta distesa di roccia piana in gran parte ricoperta di pietre rotondeggianti di varie dimensioni.
I tre procedevano con cautela. Greenstone guidava il gruppo mantenendo alta l’attenzione davanti a sé per evitare altre sgradite sorprese. Juan lo seguiva agitando la sua lanterna per illuminare il più possibile lo spazio tutt’attorno. Infine Jacques Verdoux camminava dietro ai compagni e osservava con interesse i propri passi.
All’improvviso il francese s’arrestò.
Si chinò poggiando a terra la lanterna e iniziò a rovistare il terreno, afferrata una conchiglia andò a mostrarla a Greenstone. «Joseph, guardate che ho trovato!»
Greenstone guardò distrattamente l’oggetto nelle mani del francese e disse: «Jacques, la caverna è piena di fossili… È da quando siamo entrati che vedo trilobiti e ammoniti da ogni parte! Questa è materia vostra… pensavo che li aveste notati pure voi!»
L’orgoglio dell’esperto paleontologo non fu affatto scalfito dalle parole un po’ affrettate di Sewell. Il francese porse la conchiglia nelle mani dell’amico e chiarì: «È vero Joseph, la caverna è piena di fossili… Il fatto è che questa conchiglia non lo è!»
Il biologo osservò meglio il reperto, poi esclamò: «Diavolo, è vero! Questo non è un fossile…»
«Esatto!» l’interruppe il francese, «Questa conchiglia sembra sia stata appena raccolta dalla sabbia di qualche arenile, e ce ne sono altre come questa tutt’intorno!»
«Significa che qua sotto vivono o vivevano fino a poco tempo fa dei molluschi, ma soprattutto che fino a poco tempo fa in questo posto c’era l’acqua!» concluse Sewell.
«Direi proprio di sì, e lo conferma anche la morfologia del terreno. Avrete notato Joseph che le pietre sul terreno sembrano levigate e non abbiamo ancora visto l’ombra di una stalagmite da quando ci siamo calati quaggiù! Ho il sospetto che ci troviamo nel letto prosciugato di un lago sotterraneo!»
La voce di Juan irruppe tra i due scienziati, «Sir Joseph, Monsieur Verdoux, prego signori venite da questa parte… Il lago c’è ancora!»
All’appello dell’indio i due accorsero immediatamente.
Il giovane si trovava a una quindicina di iarde dai due e poco prima, mentre gli altri parlavano, s’era messo a perlustrare la zona scrutando nell’oscurità con la sua lanterna, almeno finché non intravide una vasta distesa liscia come uno specchio e ancor più nera del nero delle tenebre che ammantavano tutto il resto. Era la superficie assolutamente immobile di un lago la cui ampiezza, in quel momento, nessuno era in grado di determinare.
Tutti e tre rimasero in silenzio a osservare quelle acque immote e buie per diversi minuti.
Lo stupore e un vago sentimento mistico accomunò tutti: era forse proprio questo il regno di Alatapec? Il fantomatico e leggendario dio della montagna tanto caro agli incas?
Greenstone si stava convincendo che il mondo sotterraneo in cui si trovava fosse in realtà l’enorme guscio vuoto di una montagna cava. Un mondo in cui un’immensa distesa pianeggiante circondava un lago altrettanto immenso. Un mondo magari popolato da creature evolutesi nell’oscurità e quindi in grado di sopravvivere e riprodursi nella più totale assenza di luce. Era incredibile ma possibile, del resto gli indizi erano lì a dimostrarlo.

Juan si chinò immergendo le mani nell’acqua del lago, le unì catturando una manciata di liquido che portò alla bocca e bevve.
«Quest’acqua è gelata… ma è buona!» sentenziò un attimo dopo.
«Riempiamo le borracce… L’acqua del villaggio che ci ha passato Pedro l’altro giorno ha un saporaccio! Jacques, sono sicuro che almeno di sete non moriremo!» dichiarò euforico lo scozzese.
«Magari avvelenati!» insinuò Jacques, «Ho notato che qua attorno ci sono parecchie rocce di pirite e accanto ho visto dei cristalli di zolfo allo stato puro… C’è una discreta possibilità che queste acque siano contaminate!»
«Alludete all’acido solforico? Ma non si avverte nessun odore…»
Greenstone era pensieroso, in effetti i dubbi di Jacques erano più che giustificati. «Juan, come ti senti?» domandò preoccupato.
L’indio guardò l’acqua ai suoi piedi e si passò una mano sulla pancia, «Io sto bene, per me l’acqua è buona!»
«Se Juan sta bene e dice che l’acqua è buona, significa che probabilmente sono acque sulfuree con una bassa concentrazione di solfuri…» si affrettò a dire il francese, «non sono un chimico, però mi sembrava opportuno stare in guardia… Comunque non credo che possano esserci forme di vita in questo lago!»
«E le conchiglie?» obiettò Sewell.
«Non lo so, può darsi siano arrivate quaggiù dall’esterno.» rispose Jacques.
«Ma in che modo?» insistette lo scozzese.
«Professori, forse io lo so!» s’inserì ancora una volta Juan, «Tempo fa ho sentito uno al villaggio che raccontava che la gola di Valverde raccoglieva le acque di piena del Rio Angraves che scorre a nordovest, dalla parte opposta della vallata. Trent’anni fa poi, il governo ha deviato il corso del fiume per irrigare la piana di Oroya, può darsi che questo lago sia ciò che rimane dell’ultima piena dell’Angraves.»
«Giusto Juan! Ora sappiamo com’è finita l’acqua in questo posto! Resta il fatto che non abbiamo visto nessuna conchiglia percorrendo la gola fino alla grotta!» osservò il francese.
Sewell riguardò con attenzione la conchiglia che aveva ancora in mano: era il guscio vuoto di una chiocciola. Era in parte scolorito ma restavano le tracce del suo colore originario, un giallo intenso ornato da striature longitudinali di color marrone. «Conosco solo due tipi di molluschi capaci di galleggiare e di farsi trascinare dalla corrente, uno lo escluderei perché vive nell’oceano, l’altro invece credo proprio sia il proprietario di questo guscio!» spiegò, «Si tratta sicuramente di un’ampullaria! In queste zone i fiumi e i laghi ne sono pieni… La forza della corrente deve averle portate sin qua e qua sono rimaste. Ecco tutto!»
Greenstone osservava il fragile guscio che aveva in mano e pensò che quella doveva essere la spiegazione più logica, anche Jacques ne sembrò convinto.

ampullaria

Rimaneva il fatto che a quel punto bisognava decidere quale direzione prendere, dato che il lago sbarrava loro la strada obbliganodoli a scegliere se andare a sinistra o a destra.
Dopo una breve consultazione, i due scienziati concordarono di proseguire il cammino scegliendo la destra, cioè percorrendo il bordo del lago che, secondo la bussola, si estendeva verso sud.

Il silenzio era totale, l’aria era fredda e pesante. Si sentiva una strana brezza, appena percepibile e a sprazzi, come se da qualche parte in quel luogo di tenebre qualcosa smuovesse l’aria creando dei minuscoli vortici che per brevi tratti investivano i tre esploratori.
Forse quell’ambiente sotterraneo in cui si stavano aggirando era assai più vasto di quanto potessero immaginare, tant’è che la sensazione generale non era affatto claustrofobica, semmai l’esatto contrario.
Per un breve momento Greenstone credette che, alzando lo sguardo sopra la sua testa, avrebbe visto apparire dal buio più totale il bagliore di qualche stella. Prova indiscutibile di non trovarsi più rinchiusi nelle viscere profonde di una montagna, ma in una landa a cielo aperto oscurata da una notte senza luna.
Ma non era affatto così, e Sewell lo sapeva bene. Entro breve avrebbe dovuto decidere di tornare indietro e uscire da lì. La situazione ambientale e soprattutto le loro condizioni fisiche non consentivano ai tre uomini di poter resistere in quel luogo ancora per molto.

Camminavano con passo regolare sul bordo di quell’immenso bacino sotterraneo permeato di mistero. Lo specchio d’acqua alla loro sinistra era assolutamente immobile e silenzioso, tanto che pareva fosse una superficie solida e compatta, un’enorme lastra nera translucida che inghiottiva la debole luce delle lanterne celando tutto ciò che giaceva nelle sue profondità.
Greenstone procedeva in testa al gruppo, gli altri lo seguivano in fila indiana distanziati di due passi l’uno dall’altro. Mentre lo scozzese guardava avanti, Verdoux, che lo seguiva immediatamente dietro, continuava a indugiare lo sguardo in basso cercando di cogliere qualche altro particolare del terreno. Il giovane indio chiudeva la fila e camminava fissando con ostinazione la superficie del lago che, dal primo momento in cui l’aveva scoperto, esercitava su di lui una profonda attrazione.
D’un tratto lo scozzese si fermò, posò la lanterna ai suoi piedi e imbracciò il fucile come aveva già fatto il giorno prima.
Indicò in avanti, puntando il fucile come per prender la mira, e disse: «Credo che davanti a noi ci sia qualcosa di strano, guardate anche voi!»
Gli altri due si portarono al fianco dello scozzese e si misero a scrutare lo spazio di fronte a loro, la luce delle lanterne a malapena rivelò delle sagome insolite poste a una trentina di passi sulla loro direzione di marcia. Sebbene a quella distanza fossero poco più che delle ombre avvolte nel buio, s’intuiva dai loro contorni una forma tutt’altro che naturale.
Dopo poco il mistero fu risolto: i tre uomini percorsero con estrema cautela la poca distanza che li separava da quelle ombre e, quando finalmente le loro lanterne svelarono con chiarezza ciò che li attendeva, rimasero sbalorditi!

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“La via del sole”, l’ultimo inno alla natura di Mauro Corona… per ridere della stupidità umana

3-mauro-corona-la-via-del-soleNessuno è tanto annoiato quanto un ricco. E se questo ricco è giovane, fortunato, bello, elegante e con la passione ossessiva per il sole, tanto da potersi permettere di spostare le montagne, allora questa noia che non perdona può essere la condanna della ragione e della Natura. Una ragione che si fatica a ritrovare se si perde il senso di ogni misura. Si tratta di una storia incredibile, quella raccontata da Mauro Corona nel suo ultimo coinvolgente “La via del sole”: quella di un giovane ingegnere che decide di ritirarsi, in montagna in una baita dorata, avvolgentemente calda e all’avanguardia tecnologica, per stare più vicino al sole. Peccato che ogni giorno qualcuno o qualcosa si diverte a mettere i bastoni fra le ruote alla felicità di qualcun altro. E questa volta non si tratta di un semplice nemico o noioso rompiscatole spuntato dal nulla ma di una montagna, della montagna, quell’immenso, imponente e torvo monolite che si permette di afferrare il sole per la giacca e di farlo tramontare prima del previsto, di toglierlo allo sguardo di quel giovane mai sazio di quella sua luce calda, calorosa e avvolgente. Senza quel monte sbarazzino e impertinente che disturba, lui potrebbe avere un’ora di sole al giorno di più. Quanta luce viene tolta ai suoi ricchi e delicati occhi. Come osa, come si permette di poterlo scontentare, di rattristarlo, lui che tutto può, lui che tutto ha, lui che tutto ottiene quando vuole. Quella luce inciampa in una guglia e sparisce prima del dovuto. Non ci siamo, non va bene per nulla. Allora quel monte malandrino va spostato. Quell’ostacolo va rimosso. Per sempre. Non importa se a qualcuno piace il tramonto. Lui, il giovane ricco, vuole luce. Ecco allora che una squadra di disperati, assoldata da chi crede di poter davvero tutto, si mette all’opera per far sparire quel maledetto picco. Ma un picco lascia spazio ad un altro e mentre il ricco giovane osserva quella brutale demolizione, all’urlo “la montagna mi toglie il sole, io tolgo lei”, ecco che un’altra roccia spunta, e poi un’altra e ancora un’altra, man mano che quei pezzi di natura cadono sotto le picconate altre ne spuntano, si guadagna un po’ di sole ma i monti sono sempre là. Sole-rocce-sole-rocce. Fino alla follia. Mentre Francisco, uno scrittore cileno, osserva l’uomo che ha deciso di spianare la via del sole, per redigere una storia, quasi una coscienza viva che osserva una vicenda che sa di allucinazione e che non perdona. Non basta pagare per averla vinta sulla Natura. Si affonda. Alla fine vincerà lei. Comunque.

Mauro Corona, La via del sole, Mondadori, 2016, 160 p.

 

La letteratura in vetta.
Dalla Bibbia a Stern passando per Goethe, Mann e Buzzati:
in montagna si forgia l’immaginario umano

In letteratura, la montagna è da sempre un tema eterno, teatro di narrazioni fantastiche ed esperienze narrative autobiografiche contornate da memorabili scene descrittive ed analisi introspettive. Nella Bibbia si innalzano emblematici il Monte Sinai che evoca Mosè e le tavole dei Dieci Comandamenti, il Monte Ararat e l’approdo dell’Arca di Noe, l’altura più modesta del Golgota, il luogo della crocifissione di Cristo. Nella mitologia greca il Monte Olimpo è la sede degli Dei e nel Monte Parnaso, dedicato al dio Apollo, viene identificata la sede delle Muse. Nella Divina Commedia, la montagna del Purgatorio raffigura il tramite tra l’abisso infernale e la sfera celeste. Ma solo in pieno Romanticismo, la montagna diventa elemento culturale diffuso ed esperienza pragmatica elitaria nell’arco alpino, con i primi turisti-scalatori tedeschi e inglesi tra cui ricordiamo Whymper e Mummery: diari, appunti e narrazioni più ampie ci consegnano pagine di grande interesse sulla percezione e il vissuto nell’ambiente montano, passando attraverso lo studio dei luoghi, degli abitanti, le loro tradizioni e il patrimonio di usi e costumi. E’ il primo approccio letterario ampio con una cultura rimasta in disparte, destinata fino allora ad essere cultura minore, in attesa di essere scoperta e valorizzata. E’ l’epoca dei grandi viaggiatori che affrontano la catena alpina che li separa dal nostro Paese con spirito pionieristico, grande curiosità, desiderio di conquista fisica e ideale ma anche timore reverenziale e diffidenza. Nel suo memorabile “Viaggio in Italia”, pubblicato tra il 1813 e il 1817, Johann Wolfgang Goethe registra minuziosamente le sue impressioni di viaggiatore attraverso paesaggi alpini ora cupi, ora gioiosi e si affida estatico, come sensibile e critico uomo di cultura, all’effetto dell’orrido, affascinante e sublime senza rimanerne completamente soggiogato. Nel “Faust” scrive: “Da lungo tempo è preparato un accordo tra le forze primitive dell’uomo e quelle delle montagne; felice chi seppe congiungerle.” Le sensazioni intense che Lord Byron trae dai suoi soggiorni montani rasentano il mistico: “Quassù non vivo in me, ma divento una parte di ciò che mi attornia. Le alte montagne sono per me un sentimento.” Friedrich Nietzsche sentiva ancora più forti i contrasti e la durezza della montagna e in “Così parlò Zarathustra” scrive: “ Non l’altitudine, è il pendio che è terribile! Il pendio lungo il quale lo sguardo precipita in basso, mentre la mano brancica verso l’alto. E intanto il cuore, preso da questo doppio impulso, ha la vertigine. Ha coraggio chi sa la paura ma la raffrena; chi guarda l’abisso, ma superbamente; chi guarda l’abisso ma con gli occhi delle aquile, e vi si aggrappa cogli artigli dell’aquila: questi ha coraggio.”
Arriva la Grande Guerra e la montagna diventa improvvisamente muta e impotente testimone delle carneficine dei combattenti al fronte. La letteratura è scritta col sangue che trasuda dalle pagine degli epistolari, delle poesie, dei romanzi di Giuseppe Ungaretti, Emilio Lussu e molti altri autori, compresi tutti quei soldati che scrivevano a madri, sorelle e fidanzate di trincee e camminamenti su costoni e avvallamenti, cime innevate, sentieri scoscesi e corridoi di fango, in perenne contatto con la morte. Finisce l’immagine romantica della montagna e le catene montuose diventano terra di difesa e conquista a prezzo della vita.
Thomas Mann sceglie la montagna come ambientazione del suo capolavoro “La montagna incantata” e vi colloca il sanatorio, un microcosmo in cui convergono personaggi e storie. La montagna diventa grigia, un luogo in cui il tempo si dissolve e diventa oblio ma anche dove Hans Castorp, riesce, alla fine, a trovare il suo equilibrio. Così viene descritta la prima panoramica che il giovane scorge dal finestrino del treno: “Acque rumoreggiavano in basso a destra; a sinistra c’erano abeti scuri che tra massi e rocce si levavano verso un cielo grigio come la pietra. S’incontravano gallerie tutte buie, e appena si rifaceva giorno, ampi abissi si spalancavano, con villaggi sul fondo. Poi si chiudevano, nuove gole seguivano con tracce di neve nelle fenditure e nei solchi.”
La montagna ha una valenza evocativa e simbolica possente: può rappresentare un luogo enigmatico e labirintico da affrontare, una conquista spirituale che richiede fatica, fiducia, rispetto, pazienza, lentezza e capacità di solitudine anche se può incutere paura o senso di impotenza. Gli scalatori lo sanno bene e lo riferiscono in tutta la bibliografia di montagna a nostra disposizione. Nei lavori di Dino Buzzati, “Barnabo delle montagne” e “Il segreto del bosco”, sono contenuti tutto l’amore e l’ammirazione dello scrittore per la montagna, gli stessi sentimenti di profondo attaccamento che troviamo anche in Mario Rigoni Stern in “I racconti dell’altipiano” e “Il bosco degli urogalli”.
Mauro Corona non ha mai smesso di fare della montagna e di tutto ciò che essa rappresenta, la vera assoluta protagonista delle sue fortunate opere tra cui “L’ombra del bastone”, “Il volo della martora” e tutte le altre, ricordandoci ogni volta, come siano potenti i segni e i significati contenuti in questo straordinario ambiente naturale.
Ma alla fine, metaforizzando con il grande indimenticabile alpinista Walter Bonatti, la grande verità è che “La montagna più alta rimane sempre quella dentro di noi.”

LA NOTA
“Fra i crinali e non fra le cime”.
Lezioni di vita in Val di Ledro

Ho sempre cercato nella mia vita la libertà che dà la montagna, non quella dei turisti e del turismo, ma quella vera. Credo di montagna di averne percorsa tanta, non certo tutta, ci mancherebbe, dalle altezze della Val d’Aosta al Bernina, fino allo stupore incantato della Val Venosta, dell’Ortles e del Cevedale. La montagna non perdona e so per esperienza, per compagni di cordata che ora non ci sono più, di aver portato a casa la pellaccia, per la sua benevolenza o per mia fortuna.
Arriva un momento che il tuo rapporto con le montagne si fa memoria, si fa ricordo, è il momento della distanza, per non farti logorare dalla passione. Ma la montagna non la puoi tradire, anche se devi imparare a prenderne le distanze. Per questo ho trovato nella Val di Ledro il luogo ideale. Il luogo per far pace tra me e la montagna, per porre termine alla sfida e lasciarmi accarezzare dalla natura che qui è soprattutto verde di boschi inesauribili che mirano la loro immagine nello specchio del lago.
Dove inizia e dove finisce la montagna? Con gli occhi sempre rivolti in alto alle cime dolomitiche accade poi che solo ciò che ti sfida all’arrampicata, alla cordata, ai ramponi e alla piccozza sia degno di chiamarsi montagna. Eppure imparare la bellezza della montagna è un’altra cosa. È camminarla, esplorarla, ascoltarla, riconoscerla, apprezzarne le appartenenze più umili delle cime blasonate.
Io l’ho appreso qui in val di Ledro, arrampicata tra il Garda e le pendici delle Dolomiti, dall’Adamello al Brenta. La prima volta che ci sono venuto, da Riva, per raggiungerla, c’era solo l’antica Gardesana Ponale con le sue curve a picco sul lago e la valle, che in due auto non ci si stava, ora la strada è solo per mountain bike che della val di Ledro hanno fatto una meta ideale.
Ma la Gardesana Ponale era un anticipo dei crinali, dei fianchi delle Alpi di Ledro. Perché qui ho imparato ad andare per crinali anziché per cime, che è una lezione di vita. Ad apprezzare gli scenari di verde e di rocce che scendono dalle altezze alla distesa mediterranea del lago.
Di imparentare il Mediterraneo alle Dolomiti m’era mai capitato, non m’era mai capitato di unire distanze così distanti, lo devo alla val di Ledro che mi ha insegnato una cultura, una filosofia.
La cultura dei passaggi dai limoni del Garda alla flora montana, al cinghiale e all’orso. Di qui è passato il Garibaldi di Bezzecca, la linea di trincee austroungariche della prima guerra mondiale, le popolazioni di qui sono state condannate all’esodo in Boemia. Luogo di valichi già ai tempi dei romani per eserciti, viaggiatori e contadini. Non la barriera invalicabile dei massicci dolomitici, le montagne di Ledro sono tramite, sono passaggio, sono ponte. Qui ancora c’è in alto Malga Trat, dal latino traho, passo, valico, transito. È l’antica storia della valle tra Trentino e Lombardia, tra Italia e Austria.
La lezione di passaggio che dà questa valle di silenzi con una bocca a Riva e l’altra a Storo è che migranti o no il nostro esodo è continuo e la sosta solo apparente. È che gli esodi non sono tutti uguali, ma questo non è sufficiente da renderli un’altra cosa.
La Valle di Ledro è come la musica che ti porta a conoscere dimensioni prima inesplorate, forse è per questo che dai musicisti è sempre stata amata. Pare che nel suo silenzio la musica ci abiti da sempre, portata dai profumi, dai colori dei biotopi unici, dal vento che si incontra con il sole sulla marea dei laghi, quello del Garda e quello delle palafitte di Molina, quello che muove i drappeggi degli altipiani, dei pascoli dalla flora rara. Da Arrigo Boito che qui compose il libretto del suo Nerone, fino al ferrarese Luciano Chailly, ledrense d’adozione, tra l’altro armonizzatore di canzoni alpine, che il coro di qui, il Cima d’Oro, ha nel suo repertorio. E ancora Angelo Foletto storico e critico musicale d’eccezione che ogni estate qui confeziona i prestigiosi concerti Kawai.
Potrei dire che la Valle di Ledro è come lo gnocco boemo che nel suo cuore conserva il segreto del suo sapore. È l’animo dei ledrensi che, dalla tragedia dell’esodo in Boemia durante la Grande Guerra, al loro rientro hanno portato con sé il segreto di questa delizia, povera, perché di pane, prugna, burro fuso, zucchero e cannella, ma dal sapore sorprendente come la loro valle.

INTORNO A NOI
Infradito da montagna

Passeggiata lungo il lago di Braies, omonima valle laterale alla Val Pusteria, il luogo incantato dove è girata gran parte della fiction Un passo al cielo per intenderci. Metà luglio, 1496 metri, un paradiso che giace ai piedi della parete rocciosa della Croda del Becco, all’interno del parco naturale Fanes-Sennes e Braies. Tanti turisti, tantissimi, molti attirati dalla casetta di Terence Hill, pochi altri guidati dall’amore per i colori di quelle acque cristalline, gli habitués che però poco alla volta scompaiono, perché travolti da masse zoccolanti e vocianti.

Lago di Braies
Il Lago di Braies

Nulla contro il turismo per tutti, per carità, ma si resta allibiti, se non basiti, di fronte a orde di turisti in infradito che percorrono i circa due chilometri di lunghezza del lago con borracce, cappellini e passeggini. Nella parte più ripida, con scalini irti degni di un colorato racconto himalayano, giovani aitanti imbracciano passeggini piegati su se stessi come poveri ombrellini stanchi e accaldati, mentre le mogli sudate (sempre in infradito dorate) portano i bambini sulle spalle. C’è anche chi carica passeggino e bambino di colpo, senza minimamente preoccuparsi dei rischi per lo stesso e per gli altri. Potete immaginare la tragedia di una caduta da un simile pendio? La mia sorpresa è grande, ma parlando con amici comprendo che i soccorsi della Val Pusteria, in particolare di San Candido, sono sempre più impegnati nel recuperare turisti avventati che affrontano impegnative ferrate con le infradito.

È apparsa su “La Repubblica” qualche giorno fa la notizia di alpinisti, avventori e famiglie che, lasciata la macchina al Pontal d’Entréves, salgono in quindici minuti di funivia sul tetto d’Europa, il Rifugio Torino sul Monte Bianco, 3466 metri. Fin qui nulla di strano, se non fosse che gli avventurieri vi arrivano senza alcuna misura di sicurezza, senza attrezzatura adeguata, ma solo con pantaloncini, scarpe da tennis e spesso sandali o infradito. Non si resiste ai selfie sul ghiacciaio, pronti a postarli su facebook agli amici che si sciolgono al caldo delle città, avvolti da umido, afa e zanzare. Ma se salire sembra facile, quasi un gioco, con il ghiaccio non si scherza e le guide alpine lanciano l’allarme: c’è chi arriva a torso nudo, armato di macchina fotografica, bibita e panino imbottito; chi vorrebbe addirittura levarsi le ciabatte, per sentire sulle piante dei piedi il freddo della neve.

“È assurdo. Noi andiamo imbragati, legati e siamo esperti, e qui la gente viene con lo stesso atteggiamento con cui andrebbe al parco giochi. Ma la montagna chiede rispetto e prudenza”, dicono alcuni esperti. Ci sono i cartelli, le avvertenze, le note informative, in molte lingue, ma a nulla servono. Ci si domanda allora, vale la pena rendere accessibile un luogo così bello ma ostile? Sì, perché tutti hanno diritto alla bellezza. Ma se volete vederlo, fatelo bene, per favore, in sicurezza, per voi e per gli altri. Non ci vuole poi tanto.

DIARIO IN PUBBLICO
Cronache montane e un poco mondane

Abbandonate le pianure infuocate dei Lidi ormai non più Laidi dopo che Caron Dimonio ne ha dimostrato necessità e sollievo, mi reco in un luogo montano a me carissimo, in Alto Adige. Allo Zum Engel di Vipiteno. La perfetta corrispondenza tra un Angelo e Caronte produce irrefrenabili citazioni dantesche, antichi ricordi di licei ben frequentati da parte dei più colti ospiti; altri invece si limitano a parlare di Dante meteorologo.
La stanza che occupo è una perfetta riproduzione del sentimento che ispirò un bellissimo film tratto da un ancor più suggestivo racconto: “Camera con vista”. Ma qui, invece di far spaziare lo sguardo sull’assoluto che solo Firenze può dare, il mio poggiolo dà sul cimitero. Ma non un cimitero qualsiasi, bensì quello che l’amatissimo Niccolò Ugo (anche Foscolo, se volete) sognava, simile a quello in cui le britanne vergini avrebbero dovuto pregare per la salvezza dell’eroe che contrastava la brutalità del tiranno Napoleone.

ugo foscolo
Ugo Foscolo

Le fontane versando acque lustrali
amaranti educavano e vïole
su la funebre zolla; e chi sedea
a libar latte o a raccontar sue pene
ai cari estinti, una fragranza intorno
sentía qual d’aura de’ beati Elisi.
Pietosa insania che fa cari gli orti
de’ suburbani avelli alle britanne
vergini, dove le conduce amore
della perduta madre, ove clementi
pregaro i Geni del ritorno al prode
che tronca fe’ la trïonfata nave
del maggior pino, e si scavò la bara.

Ecco. Dopo aver per anni studiato la funzione e l’estetica dei cosiddetti “giardini inglesi” me ne trovo uno davanti costellato di lucine rosse e di fiori ordinatissimi, circondato da montagne imponenti coperte di boschi e di campi che la pioggia serotina rinverdisce e fa brillare. E spiare il gioco della luce che s’insinua tra i gerani del balcone ha un che d’antico e di rassicurante.
Il rito della SPA è perfetto. Dotati di accappatoi ricamati, ciabatte di spugna, telo a righe, con ormai serena perizia si apre la porta della sauna. Tavoli di tisane, thè, mele di campo, acque zuccherate attendono i penitenti pronti a entrare nell’inferno dei vari tipi di essudazione. La differenza è nettissima. Mentre, come sarebbe obbligo, gli ospiti nordici si spogliano di ogni vestimento, gli italiani pudicamente si stringono al petto il telo da cui spuntano costumi e mutande. Ma noi sappiam bene come siamo sensibili al pudore! Scoprire le pudenda? Giammai! Insultare migranti e zingari, defecare in luoghi riparati, ma centrali, vomitare il surplus di alcool, beh quello non è impudico. Ma mostrare come siamo fatti: quello proprio no!
Poi te li ritrovi agghindati al sommo e più importante rituale della giornata: la cena.
Già dal mattino la discussione tra i tavoli risulta animata. Cosa scegliere tra le cinque portate che compongono la cena? Problemi che non si pongono tra i colossali ciclisti che scalano montagne e che al fine non disdegnerebbero replicare il tutto. Ma per i delicati/delicate? Cosa non gradire? Quale sarà l’opinione dell’elegante signora al tavolo accanto che se pur non possiede una Birkin d’Hermès, segno assoluto del potere e dell’eleganza, sfoggia con nonchlance tutto un pullulare di marche e di marchi (nel significato precedente agli euri). Perciò tra sguardi un po’ malinconici di non più giovani signori dal colletto della t-shirt rigorosamente alzato si opta tra antipasto e primo, tra dolce e secondo, lodando la cucina e la bontà dei piatti.
Talvolta arrivano folate di discorsi lasciate a mezz’aria. “Certo, l’Italia si dovrebbe fermare al di sopra di Firenze”. “Lasciamo stare i sindacati”. “Ma è giusto che ce li dobbiamo trovare in casa?”
Saresti pronto a ribattere. Poi pensi all’invito del nostro capo del governo “stai sereno” e allora ti rifugi in terrazzo a guardare le lucine rosse, i fiori, la perfetta bellezza di una natura che ci dà tanto di più di quello che noi, gente avara, non sappiamo ricambiare e, mormorando i versi di Niccolò, ci addormentiamo sapendo che la bellezza è verità:
[…] A noi/morte apparecchi riposato albergo,/ove una volta la fortuna cessi/dalle vendette, e l’amistà raccolga/non di tesori eredità, ma caldi sensi e di liberal carme l’esempio.”

PAGINE DI GIORNALISMO
Pensieri sul corpo morto di una terrorista

Dal basso vedevo quell’albero gonfio di foglie e di frutti, “sopra, vede? Cinquanta metri sopra l’albero, ecco quella cascina è Cascina Spiotta, è là che c’è stata la sparatoria”, mi disse un contadino. Risalii il campo un po’ faticosamente, erano due giorni che giravo come un matto per il Piemonte, da Casale Monferrato, ora ad Acqui Terme, posti stupendi che giustamente i romani frequentavano nelle loro vacanze. Erano, quelli, i dolci luoghi delle villeggiature, del benessere, erano le spa di allora: ruscelli zampillanti, acque sulfuree, acque tiepide, gran vino, tortelli (già allora?), gente burbera che parla poco, a volte scontrosa. La sparatoria si era svolta lassù, “dicono che ci sono dei morti”, aveva concluso la sua informazione il contadino, rimettendo poi in moto con due pedalate il ciclomotore e per scomparire dietro la curva cinquanta metri più avanti. Potevo fare la stessa strada, troppo lunga, preferii risalire la collina sotto un sole montagnardo di mezza mattina, sole pesante sulle spalle. Il borsello, come usava allora, era un orpello greve, antipatico, per fortuna ero allenato alla montagna: la mia piccola casa sopra San Pellegrino in Val Brembana era un rifugio sicuro, tranquillo, si udivano soltanto i gridi gioiosi di mio figlio, che giocava con l’amico Tullio, rampollo di montanari. Andava a scuola ma, soprattutto, lavorava sui campi ripidi dov’era nato, tagliava l’erba, la portava alla stalla dove io, la sera, andavo col pentolino a prendere il latte appena munto. Era un bimbetto Tullio, ma già sconciato dal lavoro; quando vedeva una nuvola in cielo si fermava e cominciava a pregare: “goccina santa, goccina santa, vieni goccina santa” ché, se pioveva, era la benedizione di Dio e della Madonna e Tullio smetteva di lavorare. Quella era montagna dura, i campi venivano tosati per dare cibo da ruminare alle bestie, ma anche per impedire che d’inverno persone e case venissero investite e travolte dalle slavine. Venivano giù a velocità incredibile, le slavine, sporche di terra, di rami, di tutto quello che trovavano sulla loro rapida discesa.

La montagna una volta era un luogo di tragedia greca; di fianco a casa mia c’era stato un grande ciliegio al quale i genitori del vecchio Giuseppe, parente di Tullio, attaccavano la corda doppia per portare su e giù dall’alto della collina il fieno, gli strumenti e perfino anche il fratellino di Giuseppe nella sua culla, un bimbo appena nato che la madre si portava al lavoro e, di tanto in tanto, gli dava la tetta. Ma quel giorno maledetto improvvisamente nella rudimentale teleferica si ruppe la corda e il cassonetto della funivia, a velocità vertiginosa, piombò a valle fracassandosi contro il ciliegio. Il fratellino di Giuseppe morì sul colpo: il padre prese la mannaia, tagliò il ciliegio, ne fece assi, con cui costruì una piccola cassapanca per Giuseppe che andava soldato: Giuseppe mi regalò quella bara, dipinta di rosso sangue, e ora il bauletto è a Roma in casa di mio figlio. Strani viaggi fanno le cose.

Salivo, dunque, la collina sempre in direzione dell’albero ricco che vedevo ormai poco più in alto. Intorno non c’era anima viva. Modi di dire, non c’era anima viva, ma quel giorno di caldo precoce e soffocante, era realtà. Quando fui sotto l’ombra protettrice delle fronde coperte di marasche, mi accorsi che ai miei piedi giaceva nell’erba un fagottone, che non era un fagottone, era una giovane donna. Guardai meglio: morta. Una delle tre vittime di quella assurda, feroce battaglia tra carabinieri e fuorilegge (5 giugno 1975). Avevano sequestrato l’industriale Vallarino Gancia e l’avevano portato lassù a Cascina Spiotta. Lo sapevano tutti, ma quegli improvvisati e sciocchi banditi no, non avevano capito che in quei meravigliosi luoghi, dove il lavoro è il lavoro, è fatica, è rinuncia, ma anche possesso e proprietà, tutti sanno tutto di tutti e le voci giravano: “le Br hanno portato a Cascina Spiotta il Gancia e lo tengono prigioniero”. Le voci erano salite fino alle orecchie degli inquirenti: “Si – mi disse il giorno dopo la sparatoria il procuratore capo di Acqui – sapevamo ed è per questo che ho chiesto al generale Dalla Chiesa di mandare su a circondare la casa un piccolo esercito. Ha invece inviato tre uomini…le pare possibile?” chiese a me. Forse lo scontro a fuoco doveva esserci, azzardai. Il suo silenzio fu una risposta eloquente.

E ora questa ragazza con la quale cominciai a dialogare, poverina, mi addolorava vederla lì perduta per sempre alla vita in un silenzio che soltanto di tanto in tanto il vento riusciva a rompere facendo frusciare le foglie e l’erba alta del prato e portando alle mie orecchie voci sconosciute provenienti dalla cascina; poi così com’erano arrivati i rumori cessavano e rimaneva quell’assurdo silenzio dell’estate. Guardavo di tanto in tanto quella ragazza così immobile, soltanto una ciocca di capelli, neri mi pare, si alzava sul capo, mossa da un refolo di vento, pareva voler sottrarsi alla morte. Non farai più l’amore, pensai a voce alta, come se lei potesse sentirmi e quelle parole mi pesarono sul cuore: com’è possibile, chiesi sempre a voce alta morire ammazzati così giovani? Poi, quasi per provocare quel povero essere domandai: si fa così la rivoluzione? Ammazzare e farsi ammazzare una mattina calda e assolata di giugno? La terrorista non si mosse. Ma la sua presenza, sia pure immota, mi spingeva a imbastire un dialogo assurdo: immaginavo la sua inutile fuga dalla cascina, a balzi giù per la collina, gli altri suoi compagni già sparsi sul prato, salvi per il momento, li sentiva sparare mentre scappavano e poi, improvvisamente più nulla, la terra l’attirò per sempre fino a che le radici del ciliegio non fermarono il suo ruzzolare e lei rimase lì a braccia aperte come a chiamare il cielo su di sé. No, le dissi ancora, questa non è rivoluzione. Ai tuoi nemici, quelli che tu avevi indicato come tuoi nemici, a loro tu servivi morta. Strappai dall’albero un mazzetto di ciliegie: ho sete, mi scusai con la morta. Intanto guardavo questo pacifico panorama, la pena che mi aveva riempito il cervello non accennava a diminuire e stavo lì imbambolato quando mi raggiunse un collega trafelato: “l’hanno identificata, è Mara Cagol, la moglie di Curcio”. Mara, le ripetei ora che conoscevo il nome, non si fa così la rivoluzione, tu sei morta per che cosa?

Per quel senso di giustizia sociale che il potere calpesta, al giorno d’oggi – vorrei dirle adesso – il terrorismo giunge da lontano, colpisce dove gli pare, taglia le teste innocenti, indifese e indifendibili. Mara, pensai, sei morta quando ancora la ribellione alle ingiustizie, alle torture dei poteri forti, alle prevaricazioni delle multinazionali aveva contorni romantici, ora viviamo dentro un film dell’orrore. Pensavi di fare la rivoluzione mentre un tuo compagno ti tradiva? A Milano, il giorno dopo, sui muri della città comparve una scritta: “Mara è viva e lotta insieme a noi”. Mara era morta.

ACCORDI
Forever young.
Il brano di oggi…

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta selezionato e commentato dalla redazione di Radio Strike.

[per ascoltarlo cliccare sul titolo]

Forever Young (Fast Version) – Bob Dylan

La scelta di “Forever young” (fast version) di Bob Dylan perché è una canzone diretta, inno alla
vita. Il rimanere giovani nonostante si vada avanti negli anni, guardare al mondo con occhi nuovi,
cercare di realizzare i propri desideri, un inno alla speranza. La foto abbinata è un
escursionista che, nonostante la fatica, percorre il suo sentiero per salire ad ammirare le proprie
montagne ed è così che interpretiamo le parole di Bob Dylan…
“May you build a ladder to the stars
and climb on every rung,
may you stay forever young”.

foto di Chiara Colasante

Selezione, commento e foto a cura di Alberto Rupi e Chiara Colasante (alias Donna Winston, dj selecta dal 2010), autori di “Winston’s road” un road radio show nato su Radio Strike ora in onda su Jamrock Radio – L’Aquila (ogni due settimane di domenica alle ore 15 suwww.jamrockrecords.com/) e INeedRadio – Berlino (ogni due settimane di lunedì alle ore 11 suwww.ineedradio.org).
Il programma radio nasce dalla passione per il viaggio e l’ambiente ed è così che, dal 2013 ad
oggi, Alberto e Chiara, due giovani ragazzi abruzzesi, che hanno intrapreso due viaggi intorno
all’Italia tra Marche, Molise, Campania, Basilicata e Puglia, km di strada per conoscere iniziative,
progetti, problematiche, tutte quelle realtà che contribuiscono ad arricchire il territorio.
L’ingrediente che arricchisce il programma radio è l’ ecosostenibilità: notizie dall’Italia e dal mondo, interviste ad artisti, associazioni ecc e condito a base rock, alternative, indie, punk, ska, reggae, dub, funky, hip hop e tanto altro. Winston’s road è radici e tradizione: la chiave di connessione tra persone, ambiente e musica.
www.facebook.com/winstonsroad

Radio Strike è un progetto per una radio web libera, aperta ed autogestita che dia voce a chi ne ha meno. La web radio, nel nostro mondo sempre più mediatizzato, diventa uno strumento di grande potenza espressiva, raggiungendo immediatamente chiunque abbia una connessione internet.
Un ulteriore punto di forza, forse meno evidente ma non meno importante, è la capacità di far convergere e partecipare ad un progetto le eterogenee singolarità che compongono il tessuto cittadino di Ferrara: lavoratori e precari, studenti universitari e medi, migranti, potranno trovare nella radio uno spazio vivo dove portare le proprie istanze e farsi contaminare da quelle degli altri. Non un contenitore da riempire, ma uno spazio sociale che prende vita a partire dalle energie che si autorganizzano attorno ad esso.

radio@radiostrike.info
www.radiostrike.org

Jamrock Radio
Nasce a L’Aquila, all’interno di Jamrock Records grazie all’associazione 360°.
“Tanta buona musica, le ultime news e tutti gli appuntamenti, tanti amici, storie ed approfondimenti
riguardo ciò che più amiamo: la musica. Ogni settimana trasmettiamo sulle frequenze web di
Jamrock Radio una serie di radio shows condotti dalla grande famiglia Jamrock”
Jamrock Records è nato come tentativo di aggregazione di ogni forma di espressione musicale ed
artistica, un vero laboratorio creativo, un luogo di incontro e scambio culturale aperto a tutte le
soggettività artistiche presenti sul territorio. www.jamrockrecords.com

INeed Radio Funkhaus
Nasce tra Bruxelles e Berlino anni fa, ora la sua sede operativa è nella grande città underground
Berlino. E’ uno spazio aperto alla libertà e alla creatività, una radio ricca di programmi che arrivano
da paesi differenti ed è per questo una miscela musicale e culturale, dove si parla italiano, inglese,
tedesco, spagnolo, ma legati dall’amore per la musica e la radio. INeed Radio è nato con l’intento
di essere un mezzo libero e non convenzionale, dove ognuno collabora e scambia idee.
www.ineedradio.org

I sentieri irti della crescita

Ognuno di noi sa che deve percorrere duri sentieri per arrivare in vetta, e se fa anche della montagna non può che essere d’accordo.
Quando si partecipa a un master sull’Europa, sugli effetti che ha procurato la moneta unica da una decina d’anni e più, sente che il relatore utilizza la metafora della montagna, di una catena di montagne e di tante persone che, con lo zaino sulle spalle, si incamminano su per i sentieri, sapendo che, primo a poi, arriveranno in cima.
In quei corsi si diceva che il cammino poteva essere irto, con molti tornanti, alcuni rivoli d’acqua e belle cascate, un laghetto, un piccolo altopiano, un pendio ripido, tanto verde, alcune panchine, un contesto anche bello da vedere con il sole, un po’ meno con la pioggia, se poi c’è la neve il tutto si complica.
Bel discorso, anche interessante, ma non siamo al Cai, si replicava! Chi stava al gioco aggiungeva: “Ci sarà almeno una baita, uno strudel, una piccola sosta anche per ripararci”; da dietro al tavolo un sorriso e la lavagna luminosa proiettavano le Dolomiti.
Ma dopo le Dolomiti le slide illustravano un uomo, di mezza età, vestito in tricolore, con uno zaino consistente e abbastanza rumoroso al suo interno, dal quale ad un certo punto è uscito il nostro Paese con tutti i suoi problemi: la busta paga, la fattura, la catena di montaggio, una vanga, un libro, una giovane disoccupata, una bolletta, un paio di calze, una mela, un biglietto del bus e… tanto altro.
La vera difficoltà era rimettere il tutto in ordine, il vento non ci aiutava nella raccolta, dopo un po’ tutto rientrò nello zaino ma non mancarono alcuni rumori, uno sciopero, una dogana che ti controllava la commessa, il preziario contestato, una pratica edilizia ancora ferma, la pagella del figlio, il dépliant delle vacanze e altro.
Ma cosa centra tutto questo con l’Europa delle nazioni, con l’euro, con Bruxelles, con la Pac, con la fiscalità, con il debito ed il deficit?
Una parabola, una raffigurazione dinamica, non certo la montagna delle Scritture, sicuramente un approccio anche didattico e, soprattutto, indicazioni per come percorrere i sentieri, come l’Italia dovrà attrezzarsi per percorrere un cammino lieve, sereno, attento, interessato, fino ad arrivare lassù e vedere l’orizzonte sopra le nuvole. Poi, girandosi attorno, incontrare con la vista, le altre cime, la Francia, la Germania, il Portogallo, la Gran Bretagna.
E se mentre arrivi sopra, trovi che altri sono arrivati prima di te, altri stanno ancora salendo e li vedi affrontare il penultimo tornante, altri ancora riposarsi sull’altopiano sottostante, e gli ultimi a bere alla baita? Forse vuol dire che potevi fare meglio e che le turbolenze nello zaino (una certa contestazione, alcune ingiustizie, i diritti e le libertà, i privilegi e le burocrazie, il lavoro, ecc.) sono sempre ed ancora in atto.
La saletta del master, circa 26 corsisti, molti di qualità e con una buona formazione, sembrava fiduciosa e tutti avevano capito quale doveva essere la direzione di marcia.
Molto dipende da noi, si dicevano, dai nostri comportamenti, dalle nostre solidarietà, da come saremo governance dello zaino, dall’essere Paese e comunità più vasta.

Poi arrivavano le 10.30, l’ora del coffee break e, tra un sorso e l’altro, si commentava: “Questa è l’Europa che vogliamo, almeno in molti.”

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

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