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G.B. CREMA … poesia e drammi della vita in punta di pennello
Mostra al Castello Estense fino al 26 dicembre

È impressionante vedere luoghi conosciuti del nostro territorio dipinti un secolo fa, ma con dentro la stessa emozione che li ha avvolti in certi minuti magici di questi giorni. La restituzione di visioni che abbiamo condiviso anche di recente, dove l’incanto è unito a una forza visiva di estrema attualità, è una delle cose che colpiscono visitando la mostra “Giovanni Battista Crema – Oltre il divisionismo”, curata da Lucio Scardino insieme a Manuel Carrera e allestita fino a domenica 26 dicembre 2021 all’interno del Castello Estense.

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Gaetano Previati e le sue emozioni: luce e ombra in mostra al Castello Estense

Dal buio alla luce, è un viaggio di emozioni quello che offre la mostra dedicata a “Gaetano Previati. Tra simbolismo e futurismo”, in corso nel Castello estense di Ferrara fino al 7 giugno 2020. L’esposizione di un un’ottantina di opere del pittore ferrarese (1852-1920), schizzi e documenti consente di partire dalle atmosfere fumose, scure e allucinate che rievocano il clima della poesia maledettista per arrivare fino alle visioni ampie e solari, dove la luce spazza via il decadentismo romantico e apre i quadri a un’atmosfera piena d’aria e chiarore.
Sala dopo sala, si percorre il cammino di un grande interprete dell’evoluzione artistica che contraddistingue la fine del 1800 e l’inizio del ‘900, attento a rendere stati d’animo e atmosfere in uno stile tutto personale. Grazie all’uso sapiente della tecnica del divisionismo, traghettata in Italia dall’avvento dell’Impressionismo, Previati assorbe le nuove tendenze artistiche che contraddistinguono il periodo storico in cui vive e le fa sue riuscendo anche ad anticipare quella ricerca di dinamismo, movimento e voglia di uscire dal limite imposto dal quadro che porterà poi alla nascita del Futurismo. Non è un caso, infatti, che la sua arte venga tanto apprezzata dal giovane Umberto Boccioni (1882-1916), esponente di spicco del movimento futurista.

“La ferrovia del Pacifico” di Gaetano Previati, 1914-16

Nato Ferrara il 31 agosto 1852 e morto in Liguria (a Lavagna) il 21 giugno 1920, Previati ventenne si trasferisce a Milano per studiare all’Accademia di belle arti di Brera e qui conosce e frequenta gli ambienti della Scapigliatura, che imprimono nel suo stile un carattere di anticonformismo e ribellione, non estraneo inizialmente anche all’attrazione per la trasgressione e al fascino per l’irregolarità e la perdizione. Il colore nero e le terre scure dominano la tavolozza giovanile di Previati, che realizza opere già molto caratterizzate da un segno originale e dalla capacità di avvolgere lo scenario in un involucro suggestivo e, in questa fase, più fosco. Ecco allora le tele con le trasgressive “Fumatrici di oppio” dipinte dall’artista trentenne (1887), ma anche una “Prima comunione” (1884) assolutamente fuori dai canoni, dove la partecipazione delle ragazzine che si accostano per la prima volta al sacramento eucaristico prende toni esoterici di iniziazione.

“Fumatrice di oppio” di Gaetano Previati, bozzetto, 1887
“Hashish o Fumatrici di oppio”, olio su tela, Galleria di arte moderna di Piacenza, 1887

Il cambiamento di rotta e di toni avviene nella piena maturità, a 37 anni, quando Previati dipinge il quadro “Nel prato” (1889-90), non a caso inizialmente intitolato “Pace”. In una lettera, spedita al fratello proprio durante l’esecuzione di questo olio su tela, è lui stesso a dichiarare: “È il mio primo tentativo della tecnica nuova della spezzatura del colore, una tecnica che dà l’impressione di una maggiore intensità di luce”. In scena – come lui stesso spiega in quella lettera – ci sono “una mamma con due bambini su un praticello smaltato di fresca verzura. Nella composizione c’è qualche tendenza al giapponesismo e un sentimento di quiete e di semplicità che mi pare giustifichi il titolo: Pace”.

“Nel Prato (o Pace)” di Gaetano Previati, 1889-90

L’opera ha molte affinità con la “Promenade” che Claude Monet ha dipinto (1875) e con le successive versioni di “Donna con parasole” che l’artista impressionista francese dipinge oltralpe quasi negli stessi anni (1886). Scena analoga si ritrova anche nell’olio su tavola “Tra le spighe di grano” (1873) di Giuseppe De Nittis che addirittura precede Monet, e che si può vedere nella mostra dedicata a De Nittis [clicca sul link per leggere la recensione della mostra ai Diamanti] in questo stesso periodo a Ferrara fino al 13 aprile 2020 a Palazzo dei Diamanti.

“Tra le spighe di grano” di Giuseppe De Nittis, 1873, in mostra a Palazzo dei Diamanti di Ferrara fino al 13 aprile 2020

“Il colore sulla tela dipinta da Previati – fa notare la curatrice della mostra ferrarese Chiara Vorrasi – è disposto a trattini in modo che produca maggiore luminosità e anche il riferimento al Giapponismo, che è elemento fondamentale per l’Impressionismo, dimostra la consapevolezza del nuovo clima artistico in cui si cala. Attraverso il divisionismo e l’intensificazione luminosa, l’artista individua la possibilità di interagire con l’emotività dello spettatore”. Il traguardo a cui Previati arriva è quello di “acquisire e fare sua la cifra distintiva di una pennellata capace di evocare un sentimento, uno stato d’animo o delle visioni trascendenti”.

La tela “Nel prato” esposta nella mostra ferrarese dedicata a Gaetano Previati (foto GioM)

Significativa in questo senso l’opera “L’assunzione” (1903), esposta nella stessa sala del castello riservata al tema della ‘Suggestione luminosa’: qui la luminescenza sulla tela è ottenuta grazie a una pittura divisionista che riesce a trasmettere una sensazione illuminante con una valenza di forte spiritualità.

“L’assunzione” di Gaetano Previati, 1903, Museo dell Ottocento – Ferrara

Tanta luce ancora in una tela di grandissime dimensioni come “Armonia” (1908) nella sala delle opere dedicate a ‘L’ispirazione musicale’: un olio su tela di oltre 1 metro e mezzo di altezza per più di 4 metri e mezzo di lunghezza, dove la luce imprime un ritmo circolare che si diffonde per tutta l’opera, assimilandola all’onda sonora.

La tela “Armonia” nell’esposizione ferrarese dedicata a Gaetano Previati (foto GioM)

“Luce e musica – spiega la curatrice – sono per l’artista forme vitali che permeano il creato; il colore viene usato come accordo e la linea come melodia. La sua idea è quella di trasmettere una sintesi di tutte le arti con le quali avvolgere lo spettatore”. Vicina a quest’opera è esposta la tela dedicata a “Paolo e Francesca” (1909): oltre due metri e mezzo di altezza per quasi altrettanti di larghezza con una forma d’onda che attraversa tutto il quadro avvolgendo i personaggi in un movimento vorticoso che può far pensare a una danza. “La passione – spiega la Vorrasi – produce un dinamismo potente e dinamico e la stortura verticale fa procedere il vortice all’infinito. Previati qui lavora a fluidificare le forme e a dare densità allo sfondo. Annulla la separazione tra soggetto e sfondo come accademia  in certe opere di Munch e in ‘Acqua mossa’ di Klimt”.

“Paolo e Francesca” di Gaetano Previati, 1909

Un altro elemento che Previati fa suo e che è da ricondurre all’arte giapponese è quello della composizione asimmetrica, innovativa rispetto ai canoni della tradizione accademica, e legato proprio all’arte orientale. Significativo in questo senso un disegno come “Discesa nel Maelström” (1888-90) che illustra l’omonimo racconto di Edgar Allan Poe.

“Discesa nel Maelström” di Gaetano Previati, carboncino su carta, 1888-90

Il taglio inusuale rievoca il motivo dinamico e spiraloide della “Grande onda” di Hokusai e restituisce la sensazione di terrore che coinvolge il protagonista risucchiato verso il basso.

“Ugo dona una rosa a Parisina”, 1901, matita su cartoncino (Bper)
“Il ritorno dalla caccia”, 1901, matita su cartoncino (Bper)
“Morte di Parisina”, 1901, matita su cartoncino (Bper)

Molto interessanti anche i disegni dedicati alla straziante vicenda di Ugo e Parisina, realizzati a matita nera su cartoncino (1901). “Non sono illustrazioni – fa notare la Vorrasi – ma scene concepite per essere proiettate a corredo dell’ascolto della musica e dei testi di un melologo dedicato a questo celebre e tragico amore con testi di Domenico Tumiati e musiche di Vittore Veneziani. Proprio alle musiche di Veneziani sarà dedicato un concerto in programma venerdì 27 marzo 2020 dalle 18 alle 20 in Castello a cura del Conservatorio”.

“Tra simbolismo e futurismo . Gaetano Previati”, Castello Estense, largo Castello 1, Ferrara – dal 9 febbraio al 7 giugno 2020, ore 9.30-17.30 con ultimo ingresso alle 16.45, chiuso il lunedì

De Nittis ai Diamanti, precursore dell’immagine in movimento e della street

Un tovagliolo stropicciato sul bordo della tavola, un boccone di pane spezzato, il succo rosso di una bevanda rimasto nel fondo di un bicchiere. La tavola imbandita della “Colazione in giardino” di Giuseppe De Nittis ha dentro qualcosa che incrina l’equilibrio ordinato ottocentesco e fa vacillare con garbo il canone della descrizione celebrativa. Il quadro, che fa da copertina alla mostra “De Nittis e la rivoluzione dello sguardo” appena inaugurata a Palazzo dei Diamanti di Ferrara, contiene infatti quella dose di scompiglio esemplificativa della carica di rinnovamento portata in Francia dal pittore italiano.

“Colazione in giardino” di Giuseppe De Nittis – olio su tela, 1883

Ai dettagli di piccolo caos quotidiano che esce dai canoni tradizionali si aggiunge la posa del ragazzino che piega la testa verso terra, alla sua destra, contrastando con l’atteggiamento composto ma comunque disinvolto della giovane donna: anche la mossa imprevista va a interrompere la staticità studiata che di norma sarebbe richiesta per la posa davanti al ritrattista di famiglia. Il movimento fa pensare che uno dei personaggi ritratti abbia trasgredito alla necessaria immobilità nell’attimo in cui il fotografo premeva sul pulsante dello scatto. La tela, però, è quella di un quadro dipinto, non una stampa fotografica. Ed è in questi particolari che sta la “rivoluzione dello sguardo” del titolo dell’esposizione, allestita ancora una volta con una capacità sottile di studio e accuratezza non convenzionale dalle curatrici di FerraraArte, che aprono al grande pubblico nuovi scorci della storia dell’arte, mostrando artisti e opere in un contesto che dà informazioni inedite.

“Tra le spighe di grano” di Giuseppe De Nittis, 1873
“Donna col parasole” di Claude Monet, 1886

[cliccare sulle immagini per ingrandirle e guardarle per intero]

In questo caso il visitatore che esce da Palazzo dei Diamanti si arricchisce con la conoscenza di un pittore che – spiega la curatrice Barbara Guidi – “alla sua epoca era ricco e famoso e poi in qualche modo è stato accantonato e dimenticato, perché nel frattempo è arrivata la carica dirompente dell’Impressionismo, che non ha spezzato solo i canoni di quanto viene rappresentato, ma anche il modo e la tecnica di rappresentazione”, smembrando bordi e confini per affidare ad aloni luminosi e sfuocati l’impressione di un insieme che perde la definizione dei tratti. Ecco: una rivoluzione più grande e che, in quel momento, fa piuttosto scandalo finendo per far cadere nel dimenticatoio uno dei protagonisti della storia dell’arte di quell’epoca. Innovatore più moderato è De Nittis, che ora viene riportato sotto i riflettori per raccontarci cosa è successo alla pittura, per mostrare il contributo innovativo di un artista finito all’ombra dei suoi coetanei più estremi, che forse – però – qualche debito con lui ce l’hanno. L’arte comincia ad affacciarsi alla modernità grazie anche al pittore originario di Barletta. Perché De Nittis scardina per primo le regole accademiche della pittura che dominavano fino all’Ottocento. “Non dimentichiamoci – fa notare ancora Barbara Guidi – che la Francia è sempre stato un Paese aperto sì, ma molto nazionalista; e per un italiano diventa più difficile competere con la memoria dei colleghi francesi che sono venuti dopo di lui. Ma tra De Nittis e gli impressionisti ci sono molto analogie, il clima che respirano è lo stesso, con diversi di loro diventa amico e i temi in molti quadri sono identici, solo che lui mantiene una maggiore leggibilità nei tratti, un dettaglio quasi fotografico che loro invece dissolvono”.

“Cantiere” di Giuseppe De Nittis, pastello su tela 1880-83

La fotografia è uno dei riferimenti imprescindibili come chiave di lettura della mostra. Il pittore stesso usa la macchina fotografica (anche se il materiale è stato disperso) e soprattutto è influenzato da questa nuova tecnica e dalla modalità di percepire la realtà che questa gli fornisce.
A dimostrare questo, in una sala è esposto un piccolo paesaggio parigino in bianco e nero che ritrae il quadro di De Nittis intitolato “Place de la Concorde” e che è importante perché la stessa inquadratura denittisiana viene poi ripresa dentro a uno dei bei filmati storici dei fratelli Lumière, proiettati all’interno della mostra ferrarese.

Riproduzione in fotoincisione dell’opera di De Nittis “Place de la Concorde”, 1883

“Quella fotoincisione in bianco e nero – dice la Guidi – è la riproduzione di un quadro di De Nittis del 1883, di cui si sono perse le tracce. De Nittis era così famoso che i Lumière sono voluti ripartire proprio dai suoi quadri, quando una quindicina di anni dopo decidono di fare riprese cinematografiche della città. Così filmano la vita che scorre in place de la Concorde dalla sua stessa angolazione. De Nittis è uno dei punti di riferimento per i Lumière, uno dei fratelli è pittore lui stesso e, comunque, la loro è una cultura è prettamente pittorica”.

Riprese realizzate dai fratelli Lumière prendendo spunto dalle inquadrature dei quadri di De Nittis (foto Giorgia Mazzotti)

“De Nittis – prosegue la Guidi – ha uno stile pre-cinematografico, ha quella capacità propria del fotogramma di fermare la vita e la realtà che passano davanti ai suoi occhi”.

Ritratto di donne dal finestrino di una carrozza di De Nittis

Non a caso in una delle sale della mostra viene dato spazio proprio alle opere dove lui applica la tecnica di ripresa dal vivo del mondo esterno, attraverso l’apertura del finestrino della sua carrozza, quasi uno street-fotografo ante litteram, in un’epoca dove la fotografia si affacciava ancora alla sua fase pionieristica. In questa direzione vanno le tele che rappresentano scorci di città che sono anti-cartoline e che anticipano un’idea documentaria, se non addirittura di avanguardia contemporanea. È il caso delle opere dedicate a siti industriali, con i fumi che escono da una centrale e i capannoni, a partire dal pastello su tela intitolato “Cantiere” (1880-83) che ritrae i fumi di una centrale elettrica, ma anche all’olio coi “Capannoni di una stazione ferroviaria” (1877). Senza dimenticare il quadro che riprende il palazzo avvolto dalle impalcature con i manifesti pubblicitari attaccati alla base: “La place des Pyramides” del 1875. Dire che anticipa l’arte contemporanea di Christo è forse un po’ ardito, anche se quel palazzo imballato fa ricordare i monumenti, i ponti e gli edifici fatti impacchettare dalla coppia di artisti della ‘land art’ contemporanea.

“La place desPyramides” di Giuseppe De Nittis, olio su tela, 1875
“Reichstag impacchettato” di Christo e Jeanne Claude, Berlino 1995

In quest’ottica è perfetto il rimando contenuto nella mostra di sculture in ceramica, esposte alla home gallery di Maria Livia Brunelli, che fa rimbalzare ad oggi gli oggetti al centro delle opere d’arte ottocentesche. Alla Mlb gallery – sulla stessa strada di corso Ercole d’Este, ma al civico 3 anziché al 21 dove è Palazzo dei Diamanti – è allestita l’esposizione “Bertozzi & Casoni. Frammenti di quotidianità” con quelle tazze da tè in porcellana e quelle posate d’argento che sembrano uscite dalla tavola della colazione di De Nittis con un’estremizzazione tutta contemporanea del concetto di disordine e caos.

Tavola con i “Frammenti di quotidianità” di Bertozzi & Casoni alla Mlb gallery di Ferrara (foto GioM)

Ecco allora le tazzine che si accatastano una sull’altra colme di resti di cioccolato e caffè, dentro ai quali galleggiano pillole con intorno bucce di mandarini, banconote accartocciate, cicche di sigarette e ogni genere di residuo dei nostri invadenti consumi. Nature morte che si trasformano in composizioni impudiche ma attraenti, con quel gusto per la decadenza e per gli accumuli che rimanda a certe nature morte seicentesche dove la presenza del teschio ricordava la vanità della vita materiale, ma che rimanda anche agli accumuli trasformati in scultura che tornano nelle opere d’arte contemporanea.

Particolare di “Colazione” di De Nittis, 1883
Compressione di lattine di César, 1991
“Frammento con yogurt” di Bertozzi&Casoni, 2019

[cliccare sulle immagini per ingrandirle e guardarle una per una]

“De Nittis e la rivoluzione dello sguardo”, Palazzo dei Diamanti, corso Ercole I d’Este 21, Ferrara – Aperta dal 1 dicembre 2019 al 13 aprile 2020, tutti i giorni ore 9-19, sito web www.palazzodiamanti.it. Ingresso a pagamento.

“Bertozzi & Casoni. Frammenti di quotidianità”, Mlb Home gallery, corso Ercole I d’Este 3, Ferrara – Aperta dal 30 novembre 2019 al 13 aprile 2020, sabato ore 15-19 e in altri giorni su appuntamento al cell. 346 795 3757 o email mlb@mlbgallery.com, sito web www.mlbgallery.com. Ingresso libero.

Per il calendario delle conferenze e appuntamenti di visita alla mostra in corso a Palazzo dei Diamanti si può consultare anche la pagina del quotidiano online Cronacacomune del Comune di Ferrara al link www.cronacacomune.it/notizie/37834/mostra-de-nittis.html

STORIE DELL’ARTE
In mostra il sipario firmato da Pablo Picasso per ‘Parade’, lo show delle avanguardie

Pablo Picasso è uno dei più coraggiosi ‘partigiani’ della ribellione artistica contro l’impressionismo, a favore della conoscenza dei volumi. Osservando un oggetto non possiamo vederne se non i lati e i piani esposti prospettivamente al nostro occhio; ma perché non vedere anche i lati di quell’oggetto, nascosto alla nostra vista? Sarà proprio muovendo da questa considerazione che Picasso escogita una nuova maniera pittorica, capace di tradurre gli esseri e gli spettacoli naturali nella loro totalità.

‘Parade’ è la più grande opera realizzata da Picasso, un sipario di 17 x 10 metri. La mostra a Capodimonte in occasione del centenario del suo viaggio in Italia nel 1917, sarà un appuntamento unico per scoprire la storia di questa stupenda opera: un balletto, uno spettacolo, una musica, una visione, un’opera d’arte.

Dal Centro Nazionale d’ Arte e di cultura Georges Pompidou di Parigi, giungerà nel museo napoletano ‘Il sipario per Parade’, quadro dipinto da Picasso nel 1917 durante un periodo in cui si trasferì a Roma, che rappresenta un circo con pagliacci, ballerine ed animali. Picasso, per rappresentare ‘Il sipario’ fu ispirato proprio da un viaggio a Napoli fatto assieme a Stravinsky, in cui visitò anche Pompei. Saranno ospitate altre 68 opere, tra disegni, pittura e scultura.

Il lavoro è una perfetta fusione di pittura, danza, drammaturgia e musica. Il balletto risente fortemente di un nutrito gruppo di proposte avanguardistiche-musicali, pittoriche e letterarie, che spaziano dal cubismo al futurismo al surrealismo. La scena e i costumi per i due manager rimangono il più importante esempio di arte cubista mai visto in teatro.
‘Parade’, nacque a Roma: questa immensa tela dipinta con colori a tempera, con la collaborazione del pittore italiano Carlo Socrate, è un’opera straordinaria, lirica e malinconica assieme, di grande intensità emotiva.
Nel ‘sipario’ vi sono due manager cubisti, un prestigiatore cinese, una ragazzina americana, una coppia di acrobati che eseguono salti mortali e un buffo cavallo. Anche i costumi, sempre firmati da Picasso, vengono realizzati con materiali vari quali latta,stoffa e legno. Gli studi a tempera per le scene e i costumi, rivelano la magia che Napoli suscitò in lui e di quanto rimase colpito dal teatro popolare italiano.
Ritornando indietro nel tempo, dal 1901 fino agli anni’ 30, Picasso ha dipinto dozzine di Arlecchini: azzurri, rosa, cubisti, neoclassici, simbolisti, incompiuti. Ha dipinto come Arlecchino anche se stesso e suo figlio, i suoi amici e i suoi nemici.
La prima di ‘Parade’ fu il 18 maggio 1917 in un teatro parigino dove riuscì ad entrare nella storia dell’avanguardia, sconvolgendo l’estetica del balletto.

Alcune note curiose sul carattere di questo artista: Picasso dipingeva in piedi, con pochi colori sopra una vecchia tavolozza, con pennelli qualunque e un diluente purchessia. D’estate se ne stava nel suo studio, completamente nudo, dove riceveva gli amici più intimi.
A chi gli faceva notare che il nome Picasso fosse italiano, probabilmente genovese in origine, egli rispondeva che il suo nome, originariamente “Picazo”, fu poi italianizzato da un suo antenato spagnolo che viveva in Italia.
Vi sono moltissimi dipinti picassiani, tutti di diverso genere, tutti pieni di pregi, tutti simpatici, interessanti, ma” l’opera di Picasso non esiste”, affermava Soffici, o per meglio dire: in tante opere diverse e contraddittorie non si riesce a scoprire la vera profonda personalità di quest’artista: i prodotti di un periodo negano e annullano quelli di un altro, di tutti i periodi precedenti.

“Picasso sembra un padre che, a ogni nuova nascita ripudia i figli già nati e cresciuti”.

L’impressione del ballo

di Lorenzo Bissi

E voi non la sentite la musica che pervade l’aria del Moulin de la Galette? Io non solo sento la musica, ma anche le chiacchiere dei giovani; intercetto gli sguardi spensierati e divertiti dei ragazzi e delle ragazze che, accarezzati dalla calda luce di una qualunque domenica pomeriggio, si godono la giornata, incuranti del tempo a venire.
È il 1876 e Parigi è la capitale mondiale di un nuovo stile di vita: la tecnologia muove i suoi primi sorprendenti passi, irradiando di ottimismo tutte le genti. Le primissime macchine si distinguono tre le carrozze e fanno le loro fugaci apparizioni sulle strade, i locali si affollano, l’eccesso e la sregolatezza sono all’ordine del giorno. Ci si perde in un bicchiere di troppo, senza rendersi conto di essere immersi non nel vino o nell’ebbrezza, ma nella modernità.
E cos’è questa?
Alcuni pittori, che esposero per la prima volta nel 1874, nello studio del fotografo Nadar, forse non avrebbero saputo dare un significato definito a quella parola. Decisero però che il soggetto dei loro dipinti sarebbe stata proprio la Modernità, questa maestosa signora conosciuta da tutti e da nessuno.
Vennero chiamati Impressionisti, vennero prima disprezzati e poi amati. Il loro modo immediato di dipingere en plein air, la loro approfondita conoscenza dei colori e delle percezioni ottiche, la loro capacità di cogliere la luce nelle sue mille sfumature li ha resi capaci di rappresentare non delle figure, ma delle emozioni, e di trasmetterle limpide, come le avevano percepite sulla loro pelle, sulla tela.
Pierre-Auguste Renoir, pittore di un “impressionismo piacevole”, ha saputo cogliere nelle figure del quadro, che sopra citavo, tutti gli elementi caratteristici dello stile pittorico impressionista.
Con danzanti pennellate scandisce il ritmo del ballo, evocando un’allegra musicalità attraverso il richiamo di determinati colori come il blu e il rosa. Davanti all’osservatore una tavolata di giovani scherza e ride, mentre sullo sfondo, che va via via sfumando in profondità, i maschi stringono avidamente e voluttuosamente le loro donne, allegri e sorridenti.
Quando osservo questo quadro ho sempre la sensazione che nel momento in cui distolgo lo sguardo esso si animi, e inizi a muoversi. Così mi trovo con gli occhi incollati alla tela e in ogni momento scopro qualche sorprendente dettaglio che mi rende sempre più partecipe del ballo al Moulin de la Galette.

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