Tag: adolescenza

Sabbia nelle scarpe
…un racconto

Sabbia nelle scarpe
Un racconto di Carlo Tassi

Nel mio cammino quotidiano, imprigionato nel suo tracciato, mi distraggo e libero il pensiero.
Mi fermo e riparto di nuovo. Sono in ritardo ma non m’importa.
Prendo tempo, mi nascondo e guardo fuori: il mondo corre all’indietro mentre resto immobile e osservo.
Illusione, distrazione, evasione. Giocare a mosca cieca, poi capire dove andare.

Martina dove sei? Ti ho lasciata in giardino che giocavi al malato e l’infermiera. Genitori distratti e la voglia di vedere ciò che ancora non riuscivi a capire.
Adele dove sei? Sei passata come un treno. Solo uno sguardo è bastato per cuocermi a puntino. Un’estate a fuoco lento, a ribollire nel vederti ballare.
Roberta dove sei? Il mio premio: baciarti una sola volta alla festa del tuo compleanno e soltanto questo. Eppure quanto tempo i miei pensieri ti hanno scrutata.
Bella dove sei? Piccola regina di cuori. Viso di perla e chioma corvina. Sfuggente e misteriosa sempre, tranne una vigilia di ferragosto regalata per scommessa.
Claudia dove sei? Cinque anni tra inferno e paradiso. Sublime coi tuoi vent’anni la prima volta a far l’amore. Selvaggia, romantica, lunatica. Dannatamente esperta… forse troppo.

Voci, colori, odori, sapori. Idee, impressioni, le passate stagioni…

Come sabbia nelle scarpe.
Restano briciole, rimasugli di vita sbiadita.
Brillano dentro gli occhi e pungono i miei passi. Vivono ancora, nonostante tutto.
Schegge di felicità, amori acerbi, istanti perfetti, restituiti a pezzetti al mio girovagare.
Sabbia nelle scarpe, soltanto sabbia e niente più.

Sand In My Shoes (Dido, 2003)

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Il cuore dov’è
…un racconto

Il cuore dov’è
Un racconto di Carlo Tassi

Primavera dell’ottantadue.
Festa a casa di Marianna. Serata senza genitori e batticuore a mille.
Manca poco.
L’incognita dei baci. Baci immaginati, sognati, temuti, vietati.
Io sono pronto: polo bianca, jeans, scarpe da tennis e cinquemila lire in tasca.
Adrenalina, mal di pancia e un goccio di rhum di nascosto per carburare.

Esco.
Vado da Andrea. Alla fine della mia via giro l’angolo e sono sotto casa dei suoi. Saluto sua madre e salgo le scale. Lui mi accoglie in camera sua, si veste per la festa e mi parla di Beatrice. Mi racconta della sera prima, della sua prima volta. Mi mostra un succhiotto, mi dice tutto.
È il mio migliore amico, è giusto così.
Io l’invidio, non l’ho ancora fatto. Lui mi dice: “Senti, se non ti togli Roberta dalla testa, arriverai a vent’anni ancora vergine!”, poi scoppia a ridere.

Ho con me i dischi che mi ha passato Marco. Sarà lui a stare in consolle, io gli darò una mano. A mixare e fare scalette è il più bravo di tutti, la banda si fida.
La banda siamo sempre noi: io, Marco, Andrea, Gepry, Sandro, Carion e tutti gli altri… I soliti insomma.
Poi ci sono le tipe della festa, ovvio.
A me piace Roberta… Sì, lo so che è cotta di Marco, il fatto è che non riesco a non pensarla. E poi chissà, magari le è passata. Magari alla festa succederà qualcosa.
Nella testa solo fantasie e desideri. Agitazione, eccitazione, voglia d’esserci, di sognare ad occhi aperti.
Tra poco saremo al centro del mondo. Gira il mondo e gira la testa.

Penso a Roberta di continuo, è inevitabile. Forse stavolta s’accorgerà di me.
Occhi scuri come notte di tempesta, capelli lucenti come ossidiana, pallore lunare. Il viso, un ovale perfetto con una piccola cicatrice sulla fronte che fa impazzire. Il sorriso, un faro che illumina il mio mare di sogni.
Ma alla fine di tutto, il pensiero indugia sui seni che bloccano il respiro, e scivola nel mistero celato sotto la gonna. Ultimo, sublime peccato mortale. Splendido arcano che mai riuscirò a scoprire… O forse sì.

Comincia la festa.
I genitori di Marianna sono fuori Ferrara. La taverna è diventata una discoteca affollata.
Questo sabato notte sarà completamente nostro. Siamo gli attori del nostro film preferito, siamo le star del tutto esaurito. La storia si ricorderà di noi, ne sono sicuro.

Sono arrivato.
Andrea e Beatrice si appartano in un angolo. Ruggy arriva con Elisa, stanno insieme da due mesi.
Carion mi saluta, è già mezzo ubriaco. Paola e Claudia ballano in coppia, come sempre.
Mi viene incontro Gepry. “Senti, Marco non s’è ancora visto. Ci pensi tu a mixare?” mi dice.
“Ok” gli dico.
Vado alla consolle, un tavolino per picnic apparecchiato hi-tech. Accendo le luci strobo e inizio a metter su dischi: The Police, Simple Minds, The Cure, The Clash…
Mi guardo attorno, Roberta non è ancora arrivata.
Queen, Dire Straits, Duran Duran, The Stranglers, Culture Club…
Do you really want to hurt me… Marianna mi porta da bere. “Ciao Mary, hai visto Roberta?” chiedo.
“No, non l’ho vista” dice. Poi si mette a ballare reggae con Paola e Claudia.
Madness, The Specials, Devo, Talking Heads, The Jam, Soft Cell…
Where the heart is… Gepry mi passa accanto, occhi luccicanti e birra in mano. Lo blocco, “È arrivato Marco? Non voglio restare tutta la sera a metter dischi da solo!” gli dico.
“Dev’essere fuori in cortile… Dai, vallo a chiamare che qui ci penso io!”
“Ok grazie, vado e te lo porto!”

Esco fuori.
È buio e fa fresco. Vedo due ombre dietro una siepe, mi avvicino.
Riconosco Marco, è di spalle e sta baciando una tipa. Tossisco di circostanza, non voglio rovinare il momento. Marco si gira, mi vede e sorride imbarazzato. Dietro di lui c’è Roberta, si sistema la camicetta e abbassa lo sguardo. “Ciao Carlo. Gepry m’ha detto che sei tu alla consolle, stai andando alla grande!” dice lui.
“Grazie Marco, ma vado a casa. Non mi sento un granché bene, devo aver mescolato troppa roba da bere”, mi trema la voce, “Gepry m’ha sostituito, se vuoi dargli il cambio… ti saluto, ciao!”
Affretto il passo, vorrei dare un ultimo sguardo a Roberta ma non ce la faccio.
M’allontano quasi di corsa, con la testa nel pallone.

Torno a casa.
Mi passo una mano sul petto.
Immobile, svuotato.
Il cuore dov’è…
È caduto nell’erba… Tramortito, disseccato.

Che resti lì per un po’, per questa notte almeno, a bagnarsi di rugiada.

Where The Heart Is (Soft Cell, 1982)

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CONTRO VERSO
Il ragazzo senza un contorno

 

Il ragazzo viene segnalato perché non sta a nessuna regola. Richiamato dal tribunale per i minorenni si sente in dovere di dire la cosa giusta ma chissà quanto ci crede.
Gli parli e vedi i sogni interrotti – quelli dei genitori, i suoi – vedi i tentativi non capiti, la gara a ostacoli della vita in Italia, le scorciatoie tentate e rinunciate. E ti sembra di intravedere qualcosa, per esempio che aprire gli occhi alle cose come sono e sciogliere la lingua all’italiano sarebbe un viatico di miglior futuro. Ma serve a poco, e poi come puoi prescriverla una cosa così?

Il ragazzo senza un contorno

Tutti mi dicono
un perdigiorno.
È che io sono
senza contorno.
So quel che dico.
Sulle colline
ho qualche amico,
non un confine.

Mio padre è fuori
lavora duro.
Saran dolori
questo è sicuro
se verso sera,
a casa, sfiancato,
scopre che sono
stato cacciato

da quella scuola
che non mi piace.
Lui a squarciagola
urla, lei tace.
È lui il padrone
ma non punisce.
Mi ha dato il nome,
prega, intuisce

che nelle vene
ho sangue impuro.
Niente mi tiene
e io spergiuro
se per buon vivere
vengo a firmare
che voglio smettere
di bambanare.

Sì, adolescenza,
sì, immigrazione,
sì, la mancanza
di direzione.
Disintegrato,
forse ho tradito,
forse ho sbagliato
e ora ho capito.

Perciò divago.
Non voglio imparare
quello che pago
per ritornare.

Senza un contorno sono quei ragazzi in transito tra identità diverse, che nel transito commettono errori, troppo grosso il carico di integrare parti diverse di sé.
Spesso sono italiani di seconda generazione ma non loro soltanto. Anche autoctoni spaccati tra le aspettative degli altri – ma non le stesse aspettative per tutti gli altri: gruppo, genitori, insegnanti, ecc. – e il proprio sogno su di sé. È pur fatta anche di questo l’adolescenza. L’ansia per un adulto che li osserva è sempre quella che non si facciano troppo male.

CONTRO VERSO, la rubrica di Elena Buccoliero con le filastrocche all’incontrario, le rime bambine destinate agli adulti, torna su Ferraraitalia  il venerdì. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

DIARIO D’ESAME

Oggi inizia quella che chiamiamo “la maturità” o, più correttamente, l’Esame di Stato che conclude il ciclo di studio delle scuole superiori.

Anche come docente sono sempre un po’ emozionato quando arriva questo momento.
Ricordo la mia di “maturità”.
Si finiva tardi allora, anche agli ultimi di luglio.
Caldo assurdo.
Mai studiato tanto in vita mia!
Per stare più tranquillo mi ero trasferito nella casa dei nonni.
Loro erano andati al mare, a Bellaria, e i miei mi avevano proposto di andare nel loro appartamento per preparare l’esame senza essere così disturbato da nessuno.
Ricordo come se fosse ieri la mia espressione di contrita rassegnazione, come se avessi dovuto adempiere ad un ordine superiore e necessario. Acconsentii facendo una smorfia di assenso con un viso ipocritamente triste
Appena fuori di casa diedi sfogo con canti e alte grida di gioia alla mia totale felicità per quell’occasione che mi si presentava nell’aver a disposizione una casa tutta per me, senza genitori intorno, dove potevo chiamare chi volevo io, ragazza compresa !
In verità non ebbi molto tempo da dedicare alle “relazioni sociali”.
Tra filosofia, greco, lettere e latino mi immersi ben presto in un mondo irreale popolato da personaggi che adesso vedevo con occhi diversi rispetto al racconto subito negli anni passati dai miei insegnanti.
In un qualche modo la poetica di Leopardi, il pensiero di Schopenhauer, le ragioni della crisi del ‘900…mi parlavano veramente!
In loro compagnia dalla mattina alla sera, non obbligato da nessuno, in una casa tutta a mia disposizione, piano piano cominciavo sempre più a sentire quei contenuti riferiti a me, mi interrogavano…stavano entrando nella mia storia.
Ricordo che di sera andavo a parlarne con Rita Montanari, una prof. straordinaria mia amica, e stavo là molto tempo a cercare di capire…di comprendere…
I miei amici venivano a suonare il campanello nel pomeriggio sul tardi.
Andavamo o dalla Gigina a farci un panino e una birra o a prendere un “cucciolone”(un gelato dell ‘Algida) ai giardini del Parco Massari…
Non era iniziata ancora l’era dell’aperitivo, (casomai c’erano altre esperienze attorno a noi segnate dalla droga ma questa è un’altra storia), ma anche li alla fine si arrivava a parlare dei temi degli autori da studiare.
Il sabato poi si correva tutti da chi aveva la casa al mare per un bagno liberatorio lungo fino alla domenica
Quel giorno alla fine arrivò.
Il pomeriggio precedente una drammatica telefonata mi raggiunse contribuendo a calare tutto quel periodo in una dimensione ancora più irreale.
Il nostro compagno di classe Nicola Bonetti era stato assassinato al lido di Spina da uno sconosciuto mentre si era appartato con la sua ragazza!
Ricordo che non riuscii a dire nulla all’amico chi mi aveva telefonato per darmi quella notizia tanto assurda.
Tornai in cucina a ripassare…con la mente che però lì non ci voleva più stare.
Era come se la realtà, che per più di un mese avevo lasciato fuori dalla porta, adesso, proprio nella notte prima degli esami, reclamasse drammaticamente il posto che le spettava.
Erano oramai le due.
Stanchissimo presi in mano il canto trentatreesimo del Paradiso per un ultimo ripasso.
Il mattino alle 8,30 entrai nell’aula 19 del liceo Ariosto per sostenere il colloquio finale dell’esame.
Dopo le formalità di rito il commissario di Italiano mi disse:
“Bene Paltrinieri possiamo iniziare . Cominciamo da Dante.
Prenda il Paradiso , il canto trentatre e commenti l ‘ultimo verso : l’amore che muove il sole e le altre stelle….”.

Ferrara 16 giugno 2021

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DI MERCOLEDI’
Sullo scrivere di sé: Teresa Ciabatti “Sembrava bellezza”

 

Ho letto anche Sembrava bellezza. Nello scorso numero dicevo di avere scoperto Teresa Ciabatti, autrice di una autobiografia che ho trovato coinvolgente, La più amata, uscita nel 2017.

Svelo subito perché anche questo secondo libro mi ha attratta: perché “è scritto meravigliosamente”. Tra virgolette metto le parole che ha scelto Michela Murgia per presentarlo insieme a Chiara Valerio in un incontro a cui ha partecipato l’autrice. Tutto si può rivedere su Youtube digitando ‘Teresa Ciabatti’, peggiorata in Ciaby dal diminutivo usato durante l’intervista: l’unica nota stonata di una conversazione a tre per me divorante. Sulla femminilità e sull’essere donna, sulla adolescenza come tempo supremo della inadeguatezza, sul valore del corpo, sul rapporto tra bellezza e percezione della bellezza (la propria, soprattutto).

Tre figure di donna occupano anche il centro del romanzo: la narratrice e la sua amica storica Federica si ritrovano quando hanno quasi cinquant’anni, si aggiunge a loro la sorella di Federica, Livia, che è stata la più bella ragazza del liceo quando erano adolescenti, ma a diciassette anni ha subito un grave incidente che le ha procurato un ritardo mentale. Le altre due nell’adolescenza non sapevano riconoscersi belle e ora che sono cresciute e sono diventate madri, una di loro anche  famosa come scrittrice, rinsaldano la loro amicizia con una solidarietà tutta nuova.

È la narratrice a scavare nel passato suo e delle altre e a dare di sé un’immagine di acuto spaesamento: “Metto in scena la proiezione più bassa di me e scrivendo dipingo la mia adolescenza come l’età della sofferta percezione di me; ero la brutta e inadeguata ragazzina venuta a Roma dalla provincia che nessuno dei compagni di scuola ha mai voluto degnare di considerazione”. Le parole sono più o meno queste, ho messo io “dipingo” per riprendere un’altra osservazione di Murgia: se questo libro fosse un quadro sarebbe un quadro dell’impressionismo, tutto pennellate pesanti che ritraggono con frasi fulminee la percezione che della realtà ha la narratrice.

E io che percezione ho avuto del valore di un romanzo come questo? Un romanzo che si pone in continuità con La più amata e torna insistentemente su come si è da adolescenti, sulla insoddisfazione verso il nostro corpo. Sulla figura dei genitori che ci hanno fatto violenza in qualche modo mentre ci facevano crescere; sulle ferite che ci hanno inferto i compagni di scuola con la loro indifferenza spietata. Su quest’ultimo aspetto merita di essere letto il bel romanzo autobiografico di Diego Marani, Il compagno di scuola, ambientato negli anni Settanta tra la campagna di Tresigallo e il Liceo Classico di Ferrara.

Ci penso da parecchi giorni e di proposito ho centellinato la lettura delle ultime pagine di Sembrava bellezza per lasciar sedimentare la mia reazione di lettrice. Poi stando al mercato del mio paese lo scorso mercoledì ho fatto chiarezza: c’era una bella luce nella piazza e le bancarelle di ogni tipo tornavano a occupare le consuete postazioni. Soprattutto i capi primaverili messi in mostra sprigionavano colori nuovi, tinte pastello per lo più. Ho incontrato amici e conoscenti e ho scambiato più chiacchiere del solito, in cerca di un piccolo risarcimento emotivo dopo le restrizioni dovute al Covid, che ci hanno tenuti in casa per alcune settimane. Nel resto della giornata ho ripensato a come è stato piacevole ritrovare la socialità paesana.

Ho fatto l’appello delle persone incontrate con la loro sana psicologia e ho preso via via le distanze dalla personalità di Ciabatti, o dalla narratrice che senza avere nome è il suo alter ego dentro al romanzo. Quella che dice solo e sempre ‘io’, si guarda nel presente e poi si volta indietro a recuperare l’adolescenza e ne riassapora il tormento, senza superarla mai. Senza fare sintesi tra le fasi della propria vita: ora che è una scrittrice e una giornalista di fama non si sente risarcita e non sa guardare avanti; ora che la figlia è adulta non si perdona di essere stata una cattiva madre e torna ciclicamente ad accusarsi. Non mi trova d’accordo ciò che ha detto Chiara Valerio, che la conoscenza è una forma di perdono; almeno non mi pare che questo accada nel libro.

Dopo averla vista su Youtube conosco il volto dell’autrice e allora mi domando come possano i suoi lineamenti tanto regolari e una gestualità così gradevole racchiudere il tarlo della incompiutezza come persona, come donna. Ha detto alle sue interlocutrici di essere più avanti rispetto ai personaggi che mette nei romanzi e di voler scrivere sulla mancanza di reciprocità tra sé e gli altri, sulla esclusione che l’ha ferita negli anni del liceo. Per me lettrice una ragione di più per tenere separate autrice da una parte e narratrice-protagonista dall’altro. Eppure ci sono cascata e confesso che anche ora se ripenso al libro tendo a sovrapporle. Anche perché a una certo punto dell’intervista lei dice: “La adolescenza la odio e meno male che ora è lontana”.

Per ristabilire un patto chiaro con entrambe mi serve che Ciabatti scriva altri romanzi. Storie che vadano oltre l’autobiografia. Occorre che lei rinunci a provocare i lettori con questa ambiguità di ruoli e si travesta magari da narratore di genere maschile, di un’età diversa, che ambienti la nuova storia in un’epoca lontana. Mi occorre che si stacchi da sé stessa e dalla narratrice che è stata.

Intanto tutte le persone incontrate stamattina mi riportano a queste giornate che viviamo. C’è una ferita collettiva che taglia la carne del mondo, ci attraversa una paura ancestrale per la nostra salute e per quella dei nostri cari. La nota stonata in questa scrittura insistita sul sé, in questo scavo alla ricerca dei traumi subiti nella adolescenza è che rasenta il solipsismo. La trovo fuori tempo come proposta culturale. Però mi convince e mi avvince in quanto scrittura sincopata e sincera fino alle estreme conseguenze espressive; mi piacciono le frasi brevi che denudano persone e cose, mentre le inondano di una luce bianca come sotto interrogatorio.

Alla fine torno a ciò che ho detto nel mio incipit, a ciò che ha detto Michela Murgia: “Questa scrittura vale tutto il libro”.

Nell’articolo faccio riferimento ai seguenti romanzi:
– Diego Marani, Il compagno di scuola, Bompiani, 2005
– Teresa Ciabatti, Sembrava bellezza, Mondadori, 2021 (finalista al Premio Strega 2021)

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari della rubrica di Roberta Barbieri clicca [Qui]

CONTRO VERSO
Conta di Mamma Mammina

 

Bisogna dirlo, che non è amore imprigionare l’infanzia.
Considero questa conta tra i versi più inquietanti che mi sono ritrovata a scrivere.
Si canticchia in cerchio sulle note di “Stella stellina”. Chi la intona, sillaba per sillaba e a turno tocca il petto dei vicini. Segue, in poche righe, la storia.

Conta di Mamma Mammina

Mamma Mammina
la bimba non cammina.
È grande e non va a scuola
la mamma la consola.

Bimba non cresce
vorrebbe e non riesce.
Mamma non vuole,
fa finta che sia amore.

Amore non ce n’è.
A star so-tto to-cca pro-prio a TE!

Eh sì, è proprio uno stare sotto quello che toccava a questa bambina. Una bimba perfettamente sana che a 3 o 4 anni non sa camminare è impressionante. Ma perché stupirsi? Le bambole non si muovono da sole, e la mamma – unico genitore presente in quella famiglia – pettinava la sua bambola in carne e ossa e la lasciava adagiata nel lettino.

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CONTRO VERSO
L’uomo polipo

La segnalazione della ragazzina era arrivata dal padre ai servizi sociali e da questi alla procura e poi al tribunale per i minorenni. Il padre, unico genitore presente, ha chiesto aiuto preoccupato. 13 anni, incinta nella relazione con un maggiorenne che l’assorbiva completamente, la ragazzina aveva rinunciato gradualmente a tutta la sua vita – dalla scuola agli svaghi – per aderire al suo “amore”.

L’uomo polipo

Con tante braccia
mi fa felice.
Vuole che taccia
quando mi dice
che la sua vita
senza di me
è ormai finita.
Ecco chi è:

È l’uomo polipo
sempre romantico
nato a Posillipo.
È telepatico.
Svelto mi anticipa
nei desideri
e mi addomestica
anche i pensieri.

Lui mi guarisce
dal raffreddore.
Non mi ferisce.
È il mio signore.
Sa soddisfare
i miei bisogni
sa interpretare
tutti i miei sogni.

Non ho più sete
fame o fatica.
Nella sua rete
in men che si dica
sono caduta,
caduta in pieno.
Sono perduta
ma soffro meno.

Lui mi aderisce,
sì, come un guanto
e m’impedisce
di chiedermi tanto.

Ho 13 anni
lui più di venti
non faccio danni
e odio i commenti.

Niente più amici
niente lavoro
siamo felici
senza denaro.
Tanto alla spesa
pensa papà
che ormai alla resa
mi lascia qua

Non vado a scuola
ma faccio finta.
Il tempo vola.
Io resto incinta.

È l’uomo polipo
mi si aggroviglia.
Vivo a sproposito.
Nasce una figlia

Ho 13 anni
già tanti affanni
di questa figlia
cosa sarà?
E questo amore
non se ne va.
Ci penso ancora
in comunità.
È l’uomo polipo.
Soffoco già.

La paura del vuoto può ben essere attutita da una relazione d’amore. A un qualche livello probabilmente tutti lo sappiamo. Se questo accade nella forma appena vista, però, si capisce che l’amore è piuttosto dipendenza, rinuncia, blocco nella crescita personale anziché stimolo a diventare se stessi. Non era facile, per la ragazzina, riconoscere la trappola nella quale gongolava contenta.

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CONTRO VERSO
Filastrocca delle occasioni perdute

I bambini hanno pazienza con i loro genitori. Tanta, tantissima. Ma non infinita. E le chance che gli adulti lasciano cadere finché i figli sono bambini, non è detto restino aperte per sempre.

Occasioni perdute

Papà, papà, dove è andato il mio papà?
Gli voglio bene anche se non è qua.
Lui fa barchette con gli stuzzicadenti,
fende i marosi, affronta i delinquenti,
esploratore per mare o nel deserto.
Chiamo il suo nome, lo cerco a cuore aperto.

Il mio papà, l’aspetto tutto il giorno.
È super forte, attendo il suo ritorno.
Quando verrà ve la farà vedere,
voi siete scemi e non potete capire.
Lui mi ha promesso un pc, la bicicletta
e io gli credo, il mio cuore l’aspetta.

Mio padre, mah… Qualcuno l’ha veduto?
L’ho visto un giorno e non l’ho riconosciuto.
È ancora lì, in cima ai desideri
e l’ho aspettato, giudice, anche ieri.
C’era la recita, quella di Natale.
Io l’ho invitato ma… Forse stava male.

Quel signore, quello a cui assomiglio?
Sì e no che sappia d’avermi come figlio.
Lui non mi cerca, dice che ha paura,
“sono i servizi”, “è tutta una congiura…”.
Passano gli anni i mesi e anche i minuti,
passano i giorni e noi figli siam cresciuti.
Passano gli anni e il conflitto si è risolto:
per me mio padre è come fosse morto.

Ci sono tante unità di misura del tempo. Quella della crescita di un bambino è particolare, ha il passo svelto, più di quanto occorre ai genitori per assestarsi, vincere una dipendenza, riscoprire le proprie priorità.
Ho incontrato in anni diversi bambini che alla prima udienza venivano pieni di desiderio, speranza, mancanza per i genitori lontani ad affrontare i loro problemi, e in seguito imparavano a convivere con quel vuoto, o lo riempivano altrimenti, e si disinteressavano di quel padre o di quella madre che erano tali solo per un legame di sangue.

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CONTRO VERSO
Sì va beh…

Si potrebbe cantare come uno stornello o una canzone popolare, l’incontro con questa ragazzina che snocciolava candidamente le sue scelte irresponsabili senza rendersene minimamente conto.

Sì va beh…

Sì va beh era l’oro della mamma…
Sì va beh il denaro si guadagna…
Eh lo so, il babbo ha perso il posto…

Sì lo so ci sfrattano in agosto…
Dici, tu, che potrei cercar lavoro…
Sì, va beh, ma tanto non lo trovo…
Con quell’oro? C’ho preso l’eroina…
Sì, va beh, anche trucchi e cocaina…
Ho già smesso, la droga non mi chiama…
Sì ma adesso ho uno che mi ama…
Eh, in effetti sto sempre fuori casa…
Sì va beh, ma l’atmosfera è pesa…
Mamma piange e babbo si dispera…
Il mio boy non si è mai fatto una pera…
Mamma è depressa e ti giuro che stavolta
non è mia, non è tutta mia la colpa…
Ti hanno detto che lui è disoccupato?
Sì va beh, ma mica è un disgraziato…
Io la scuola ormai l’ho abbandonata…
Sì va beh, ma mi sono innamorata…
Ho interrotto anche la borsa lavoro?
Sì va beh, ero dal mio tesoro…
Sì lo so, da lui ci dormo spesso…
Faccio sesso ma incinta non ci resto…
Sì va beh, forse incinta son rimasta…
Sedici anni ma a posto con la testa…
Eddài giudice, tu che mi hai ascoltata
l’hai capito che ormai sono cambiata!?

Ci sono adolescenti che vengono segnalati alla giustizia minorile per i loro comportamenti a rischio e questa ragazza era tra quelli. Nel suo caso si parlava appunto di furti ingenti ai genitori, uso di sostanze, abbandono scolastico, fughe da casa, compagnie improbabili.
Con lei ricordo un incontro sfilacciato. Per ogni eccezione “da grande” minimizzava, ribatteva, non si rendeva conto di rischiare. Chissà cosa le ha portato la vita.

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CONTRO VERSO
Filastrocca della coscienza sporca

Sì questa volta ero proprio arrabbiata. Una bimba prostituita riempe di sdegno e di pena, e se il datore di lavoro, diciamo così, sono papà e mamma viene spontaneo scoccare maledizioni.

Filastrocca della coscienza sporca

Immersa nel Dixan
la mamma maman
e il marito pappone
dentro al Last al limone.
Il cliente porcino
in un litro di Coccolino.
Sua moglie, senza sospetto,
nella bottiglia di Svelto.

Adulti indecenti?
Tonnellate di ammorbidenti!
Adulti trafficanti?
Quintali di sbiancanti!

Per chi vende ragazzine
in strada o in appartamento
proprio non abbia fine
l’orrore e il tormento
d’usar olio di gomito e
vedere quanto è dura
ripulirsi la coscienza
dalla propria lordura.

Vorremmo tutti credere il contrario ma i perversi esistono. Questa filastrocca nasce dall’incontro con una ragazzina che era stata costretta alla prostituzione dai propri genitori, prevalentemente dalla madre, abile a formare la propria bambina, a metterla sul mercato e a riscuotere i compensi. La signora è stata poi condannata a parecchi anni di carcere. La ragazzina si è ricostruita poco a poco. 

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CONTRO VERSO
La doppia appartenenza

L’adozione è un percorso mai concluso. Quando un bambino adottato diventa adolescente rivive tutta la sua storia, e a volte più che rifletterci sopra comincia a dibattersi.

La doppia appartenenza

Trenta chili ed un sorriso
m’han comprato dal Perù.
Dopo anni di buon viso
io non ce la faccio più.
Non lo so che mi succede
non so più cos’ho nel cuore
e se mamma me lo chiede
perdo tutto il buonumore.
So però che c’è qualcosa,
una smania ormai costante,
che m’insegue e non si posa
e per me è più importante
stare tutto il giorno in piazza
con gli amici, mia famiglia,
che fermarmi alla tivù
col pensiero del Perù.
Sarà forse la mia razza
che è ribelle ad ogni briglia?
Sarà forse che a accettare
di adeguarmi a tutto quanto
mi parrebbe di barare?
Per i miei sarebbe un vanto
però io sono diverso
gliel’ho detto e non c’è verso.
M’han comprato a caro prezzo,
anche questo l’ho capito.
Se mi piego o se mi spezzo
sento sempre che ho tradito
e sia chi mi ha generato
ma non mi ha mai dato niente
sia chi invece m’ha comprato
sotto gli occhi della gente.
Vorrei essere me stesso
non è tutta presunzione
e ricevere lo stesso
tanto amore e una ragione
per alzarmi domattina
dare retta, andare a scuola
zaino, libri, caffeina
tanto sai che il tempo vola.
Vola il tempo e posso dire
che domani è lunedì.
Sarà il giorno per capire
se i miei sogni sono qui?

 

All’origine di ogni adozione c’è un abbandono, un morso che non finisce di dolere. Perché non sono stato amato? Forse non lo merito. E perché questi che chiamo genitori dicono di volermi bene? Forse gli faccio comodo.
In adolescenza tutto questo può esplodere in modo veramente deflagrante e terribilmente faticoso per il ragazzo, o la ragazza, e per chi ha intorno a cominciare dai genitori. Vivere in una doppia appartenenza senza averla scelta è faticoso, c’è il rischio di non riconoscersi da nessuna parte, tanto più nell’adozione internazionale.

 

CONTRO VERSO, la rubrica di Elena Buccoliero con le filastrocche all’incontrario, le rime bambine destinate agli adulti, torna su Ferraraitalia tutti i venerdì.
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Il cuore dov’è

Where The Heart Is (Soft Cell, 1982)

Primavera dell’ottantadue.
Festa a casa di Marianna. Serata senza genitori e batticuore a mille.
Manca poco.
L’incognita dei baci. Baci immaginati, sognati, temuti, vietati.
Io sono pronto: polo bianca, jeans, scarpe da tennis e cinquemila lire in tasca.
Adrenalina, mal di pancia e un goccio di rhum di nascosto per carburare.

Esco.
Vado da Andrea. Alla fine della mia via giro l’angolo e sono sotto casa dei suoi. Saluto sua madre e salgo le scale. Lui mi accoglie in camera sua, si veste per la festa e mi parla di Beatrice. Mi racconta della sera prima, della sua prima volta. Mi mostra un succhiotto, mi dice tutto.
È il mio migliore amico, è giusto così.
Io l’invidio, non l’ho ancora fatto. Lui mi dice: “Senti, se non ti togli Roberta dalla testa, arriverai a vent’anni ancora vergine!”, poi scoppia a ridere.

Ho con me i dischi che mi ha passato Marco. Sarà lui a stare in consolle, io gli darò una mano. A mixare e fare scalette è il più bravo di tutti, la banda si fida.
La banda siamo sempre noi: io, Marco, Andrea, Gepry, Sandro, Carion e tutti gli altri… I soliti insomma.
Poi ci sono le tipe della festa, ovvio.
A me piace Roberta… Sì, lo so che è cotta di Marco, il fatto è che non riesco a non pensarla. E poi chissà, magari le è passata. Magari alla festa succederà qualcosa.
Nella testa solo fantasie e desideri. Agitazione, eccitazione, voglia d’esserci, di sognare ad occhi aperti.
Tra poco saremo al centro del mondo. Gira il mondo e gira la testa.

Penso a Roberta di continuo, è inevitabile. Forse stavolta s’accorgerà di me.
Occhi scuri come notte di tempesta, capelli lucenti come ossidiana, pallore lunare. Il viso, un ovale perfetto con una piccola cicatrice sulla fronte che fa impazzire. Il sorriso, un faro che illumina il mio mare di sogni.
Ma alla fine di tutto, il pensiero indugia sui seni che bloccano il respiro, e scivola nel mistero celato sotto la gonna. Ultimo, sublime peccato mortale. Splendido arcano che mai riuscirò a scoprire… O forse sì.

Comincia la festa.
I genitori di Marianna sono fuori Ferrara. La taverna è diventata una discoteca affollata.
Questo sabato notte sarà completamente nostro. Siamo gli attori del nostro film preferito, siamo le star del tutto esaurito. La storia si ricorderà di noi, ne sono sicuro.

Sono arrivato.
Andrea e Beatrice si appartano in un angolo. Ruggy arriva con Elisa, stanno insieme da due mesi.
Carion mi saluta, è già mezzo ubriaco. Paola e Claudia ballano in coppia, come sempre.
Mi viene incontro Gepry. “Senti, Marco non s’è ancora visto. Ci pensi tu a mixare?” mi dice.
“Ok” gli dico.
Vado alla consolle, un tavolino per picnic apparecchiato hi-tech. Accendo le luci strobo e inizio a metter su dischi: The Police, Simple Minds, The Cure, The Clash…
Mi guardo attorno, Roberta non è ancora arrivata.
Queen, Dire Straits, Duran Duran, The Stranglers, Culture Club…
Do you really want to hurt me… Marianna mi porta da bere. “Ciao Mary, hai visto Roberta?” chiedo.
“No, non l’ho vista” dice. Poi si mette a ballare reggae con Paola e Claudia.
Madness, The Specials, Devo, Talking Heads, The Jam, Soft Cell…
Where the heart is… Gepry mi passa accanto, occhi luccicanti e birra in mano. Lo blocco, “È arrivato Marco? Non voglio restare tutta la sera a metter dischi da solo!” gli dico.
“Dev’essere fuori in cortile… Dai, vallo a chiamare che qui ci penso io!”
“Ok grazie, vado e te lo porto!”

Esco fuori.
È buio e fa fresco. Vedo due ombre dietro una siepe, mi avvicino.
Riconosco Marco, è di spalle e sta baciando una tipa. Tossisco di circostanza, non voglio rovinare il momento. Marco si gira, mi vede e sorride imbarazzato. Dietro di lui c’è Roberta, si sistema la camicetta e abbassa lo sguardo. “Ciao Carlo. Gepry m’ha detto che sei tu alla consolle, stai andando alla grande!” dice lui.
“Grazie Marco, ma vado a casa. Non mi sento un granché bene, devo aver mescolato troppa roba da bere”, mi trema la voce, “Gepry m’ha sostituito, se vuoi dargli il cambio… ti saluto, ciao!”
Affretto il passo, vorrei dare un ultimo sguardo a Roberta ma non ce la faccio.
M’allontano quasi di corsa, con la testa nel pallone.

Torno a casa.
Mi passo una mano sul petto.
Immobile, svuotato.
Il cuore dov’è…
È caduto nell’erba… Tramortito, disseccato.

Che resti lì per un po’, per questa notte almeno, a bagnarsi di rugiada.

Sabbia nelle scarpe

Sand In My Shoes (Dido, 2003)

Nel mio cammino quotidiano, imprigionato nel suo tracciato, mi distraggo e libero il pensiero.
Mi fermo e riparto di nuovo. Sono in ritardo ma non m’importa.
Prendo tempo, mi nascondo e guardo fuori: il mondo corre all’indietro mentre resto immobile e osservo.
Illusione, distrazione, evasione. Giocare a mosca cieca, poi capire dove andare.

Martina dove sei? Ti ho lasciata in giardino che giocavi al malato e l’infermiera. Genitori distratti e la voglia di vedere ciò che ancora non riuscivi a capire.
Adele dove sei? Sei passata come un treno. Solo uno sguardo è bastato per cuocermi a puntino. Un’estate a fuoco lento, a ribollire nel vederti ballare.
Roberta dove sei? Il mio premio: baciarti una sola volta alla festa del tuo compleanno e soltanto questo. Eppure quanto tempo i miei pensieri ti hanno scrutata.
Bella dove sei? Piccola regina di cuori. Viso di perla e chioma corvina. Sfuggente e misteriosa sempre, tranne una vigilia di ferragosto regalata per scommessa.
Claudia dove sei? Cinque anni tra inferno e paradiso. Sublime coi tuoi vent’anni la prima volta a far l’amore. Selvaggia, romantica, lunatica. Dannatamente esperta… forse troppo.

Voci, colori, odori, sapori. Idee, impressioni, le passate stagioni…

Come sabbia nelle scarpe.
Restano briciole, rimasugli di vita sbiadita.
Brillano dentro gli occhi e pungono i miei passi. Vivono ancora, nonostante tutto.
Schegge di felicità, amori acerbi, istanti perfetti, restituiti a pezzetti al mio girovagare.
Sabbia nelle scarpe, soltanto sabbia e niente più.

Intervista a Giacomo Marighelli, giovane artista e scrittore ferrarese emergente

Ferrara ha fortunatamente dei giovani talentuosi e fra questi spicca anche Giacomo Marighelli, poeta, musicista, compositore ed ora anche narratore, alle prese con il suo primo romanzo ‘Il Fuoco del Cuore’. Il romanzo del “Cuore” è ambientato a Ferrara, città dello stesso giovane autore, e racconta la storia di Piero, un adolescente anarchico e anticonformista che riversa tutta la sua rabbia nei confronti del mondo fino a quando non incontra l’Amore con la A maiuscola, “un Amore incondizionato, un Amore che ama per il semplice gusto di Amare”.

Che cos’è l’amore? Pensi che dovrebbe essere un dono che non chiede nulla in cambio?
L’Amore è permettere all’altro di essere se stesso. Parlo dell’amore con la A maiuscola, quello incondizionato, non quello malato e nevrotico di coppia che spesso si vive tra le persone. Spesso lo si fraintende pensando che sia un’emozione, un battito al cuore, un colpo di fulmine, o addirittura qualche cosa di collegato al denaro…Invece noi siamo Amore, semplicemente nei secoli lo abbiamo dimenticato; ma stiamo anche ricominciando a ricordarcelo, sempre più.

Quanto c’è di te nel personaggio Piero?
Di me nel protagonista Piero, c’è poco. E’ un personaggio burbero, rude, cinico. Lontanamente posso aver provato qualche suo ideale, qualche suo pensiero,qualche sua emozione; trattandosi della fase adolescenziale, colui che esce dal clan famigliare per andare ad aggregarsi ad un altro clan, in questo caso gli anarchici, posso dire che tutti, ognuno a modo suo, hanno attraversato questa fase. E’ semplicemente una fase di vita tra il livello di Coscienza infantile e il livello di Coscienza adulto. All’epoca in cui iniziai a scrivere il libro, mi sarebbe piaciuto vivere quella parte romantica, quell’amore idilliaco che leggevo nei libri di Hemingway, ma c’è anche la violenza giovanile dei libri di Pasolini, altro scrittore che nel 2010 approfondivo.

Ti senti anarchico,politicamente scorretto e anticonformista come il tuo personaggio?
Magari all’epoca in cui iniziai il romanzo, nel 2010, in parte sì. Ora no: posso dire di seguire del cosmo. L’unica politica che conosco è quella dell’universo, del tempo che scorre attraverso la materia e dell’ Unità che siamo, noi esseri umani. L’ unica nazione che seguo è la Terra,e l’unico confine è l’atmosfera che separa la Terra dal resto dello spazio.

Frequenti o hai frequentato i centri sociali come il tuo personaggio?
Quando c’era il Dazdramir a Ferrara io ero molto giovane. Ci andai una volta a fare un concerto ed un’altra volta a seguirne altri, ma erano gli ultimi mesi di apertura. Non posso dire di averlo frequentato. Invece il centro sociale La Resistenza, sì, ci sono andato molte volte, dal 2013 al 2015; come centro nel tempo è cambiato molto, non ho più visto lo stesso spirito con cui venivano svolte le serate, mi sono disinteressato e non l’ho più frequentato. Furono belle serate, ho incontrato molte persone con cui sono diventato amico, ho suonato più volte coi miei progetti musicali, ho eseguito concerti molto interessanti.

Credi che i centri sociali possono sostituire la famiglia, soprattutto in quelle in cui vi sono problemi di convivenza?
No. Semplicemente, come dicevo prima, nell’adolescenza si vive la fase del passaggio dal clan famigliare ad un altro clan, che può essere un’identificazione come i punk, gli emo, o quant’altro. C’è chi si identifica con il centro sociale. La crescita poi avviene con il passaggio successivo, staccandosi da ogni identificazione.

Giacomo Marighelli sarà ospite giovedì 20 dicembre alle ore 17 alla Collezione dello scultore Mario Piva in via Cisterna del Follo, 39 (Fe). Ingresso gratuito.


Giacomo Marighelli al Circolo Arci BlackStar durante la presentazione del suo ultimo album ‘Il Cerchio della Vita’.

Piccoli adulti

Se pensiamo a una bambina di dieci anni non la immaginiamo truccata e intenta ad atteggiarsi da adulta. L’immagine dei bambini in età preadolescenziale viene utilizzata per promuovere capi di abbigliamento o altri prodotti che si rivolgono a quel preciso target e qui la cosa cambia. Ciò che spesso traspare è la figura di un bambino “già grande”, un adolescente in miniatura. I vestiti e gli accessori aiutano nella costruzione di questo personaggio: le spalle dei bambini vengono accentuate e stessa cosa viene fatta con le bambine per i seni e la postura che risalta i fianchi.
Questo carattere emerge anche nell’atteggiamento e nello sguardo, spesso appositamente ammiccante: non naturale in un bambino di quell’età.
Osservando però le nuove generazioni, capita di cogliere la loro tendenza a voler emulare figure più adulte, nell’abbigliamento, nell’atteggiamento ma anche negli interessi; si smette di giocare prima.
Forse i messaggi fatti circolare dai mass media, spesso per scelte legate al consumo, influenzano fortemente questa parte della società…

“I bambini sono come il cemento umido, tutto quello che li colpisce lascia un’impronta”
Haim Ginott

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Un fulmine a ciel sereno

Come un fulmine a ciel sereno, la notizia arrivò improvvisa, inaspettata.
«Non è giusto.» fu la prima cosa che mi uscì fuori.
Guardai oltre la finestra: c’era sereno. Il sole era tramontato e sulle strade ancora le pozze che la pioggia aveva sparso ovunque per quasi due giorni.
Ma piovve ancora dentro la mia testa. Mi bruciavano gli occhi e non riuscii a fermare le lacrime. Gocce incandescenti che scendevano come la rabbia che saliva. Scottava la mia faccia e il mio cuore bolliva.

Era stato Davide a dirmelo. Era passato davanti a casa mia e si era fermato.
Cinque secondi. Tre parole e il tempo di elaborarle.
«Chiara è morta.» aveva detto, la voce tremava e a stento tratteneva il pianto.
Non lo avevo mai visto così. Del resto era la prima volta per tutti noi.
Fino ad allora non avevamo mai fatto i conti con la morte, con la perdita di una persona cara.
Eravamo ragazzi, i più vecchi di noi avevano appena sedici anni. La morte non l’avevamo proprio messa in conto.
Chiara si era sentita male la sera prima al cinema. Dicono che stava ridendo di gusto per una scenetta comica, che di punto in bianco s’era fatta seria, che poi aveva perso i sensi senza fare in tempo a dire una parola.
E che non si svegliò più.
Emorragia cerebrale, così la vita di Chiara si spense per sempre.
Chiara, occhi azzurri come cielo sereno, capelli come grano maturo e pelle come latte alla fragola, lentiggini e sorriso disarmanti.
«Non è giusto.» ripetevo, mentre Davide si copriva il viso.

Era un giorno d’autunno del 1981 e per la prima volta io e i miei amici ci scoprimmo mortali.
Dopo quarant’anni mi chiedo chi si sia salvato di noi… Nessuno in verità. Ora siamo tutti qualcos’altro, resi irriconoscibili dallo scorrere della vita. Tutti eccetto Chiara, solo lei è rimasta la stessa.
Ora come allora rivedo Chiara, sento la sua voce di eterna quattordicenne, amica di una volta…
Ora e per sempre.

Summer Lightning (Camel, 1978)

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
La gaia scuola

Ebbene anche quest’anno è arrivato il primo giorno di scuola. Tutti ad augurare un buon anno scolastico alle nuove generazioni.
Dopo un’estate rovente con i figli da sistemare perché le scuole sono chiuse, finalmente ce li siamo tolti d’intorno, riconsegnati nelle mani dei loro sorveglianti, rinchiusi per nove mesi nelle scatole che abbiamo predisposto giusto per loro: le aule, le classi, le scuole sparse nei tanti angoli della città a non interferire con la vita degli adulti che hanno ben altro da fare.
La scuola è sempre questa qui, uguale da secoli. Per i nostri “tesori” non abbiamo saputo inventarci di meglio che metterli a crescere in scatola.
Qualcuno ci ha provato a rompere le scatole a liberare l’infanzia e l’adolescenza, ma è sempre stato considerato strano, singolare, un descolarizzatore da isolare, se mai anche da celebrare, ma sempre con la sicurezza gattopardesca di cambiare per non cambiare nulla.
Già usare lo smartphone a scuola, una protesi della vita delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi, fa discutere e ad alcuni pare pure scandaloso, figuriamoci liberarci delle scatole dove con cura li abbiamo ordinati come in un archivio per età anagrafiche.
Eppure il sapere che dovremmo trasmettergli dalla cattedra ai banchi non sta mica nelle scuole, sta decisamente fuori dagli edifici scolastici, sparso per i tanti luoghi della città dai musei alle biblioteche, dagli archivi ai teatri, nelle architetture e nei monumenti, nella vita e nelle esperienze delle persone che potrebbero condividere le tante cose che sanno.
Ma anche quel sapere l’abbiamo catturato, pressato e confezionato nelle nozioni, nei libri di testo, nelle LIM e nei tablet. Tutto per istruirli ed educarli con dosi di sapere artefatto, precotto e predigerito. Impresa difficile dentro quelle scatole portare bambini e adolescenti a scoprire l’avventura del sapere, il piacere del sapere fino ad amarlo e desiderarlo quasi come un oggetto erotico per dirla con Massimo Recalcati.
Viviamo nella società della conoscenza e, strano a dirsi, ai nostri ragazzi la conoscenza gliela forniamo fuori della società, il più lontano possibile dai suoi rumori e interferenze.
Educare, formare, istruire tra gli adulti, anziché separati e lontani da loro, pare qualcosa che sa di addestramento proprio delle società primitive non di una scuola invenzione degli stati moderni.
E allora classi chiuse, perimetri delineati in modo ferreo, zaini, compiti, un’altra vita dalla vita che sta fuori nella società della conoscenza, nella società dell’istruzione continua dalla nascita alla tomba, tutto un altro mondo dal mondo di tutti i giorni.
La gaia scuola un ossimoro sacrilego.
Sarebbe bello se anche nella nostra città amministratori, insegnanti, genitori, dirigenti scolastici celebrassero l’inizio del nuovo anno scolastico trovando il tempo di leggere un libretto, poco più di un centinaio di pagine, “La gaia educazione”. L’ha scritto Paolo Mottana, professore di filosofia dell’educazione all’università di Milano Bicocca, e tra i fondatori del progetto “Tutta un’altra scuola”.
Un’utopia? No, un’eutopia, spiega Mottana. La scuola come luogo buono e giusto, una sorta di tana, di base dove ci si rifugia a organizzare le proprie avventure, le incursioni in città, fuori nella società della conoscenza a scoprire cosa offre o come poter interagire lungo la strada che porta a conquistare il sapere. Per Mottana si tratta di invadere il territorio di esperienze, partendo dalla scuola-tana dove ci si trova la mattina per decidere dove andare, quali esperienze compiere, quali progetti mettere in cantiere. Non per fare cose astratte, ma per fare qualcosa di coinvolgente e partecipativo.
Far cadere le mura dove abbiamo rinchiuso bambini, ragazzi e insegnanti per fare educazione diffusa, educazione che invada delle loro voci, energie e intelligenze la città, che rompa il silenzio assordante degli adulti.
Significa fare del territorio il centro del progetto educativo, il luogo della crescita, delle avventure che attendono chi si incammina lungo la strada della conoscenza.
La scuola diffusa oltre le aule, diffusa non dalla navigazione con i computer, ma tramite la navigazione per le strade e i luoghi della città.
È uscito un altro libretto che Paolo Mottana ha scritto con Giuseppe Campagnoli, architetto, già dirigente scolastico ed esperto dell’Unesco nel campo dell’educazione e della creatività.
La città educante”, Manifesto dell’educazione diffusa, come oltrepassare la scuola. Una alternativa radicale all’istituzione scolastica attuale, per rimettere i nostri giovani, piccoli e grandi in circolazione nella società, ma è necessario che scuola e città imparino a dialogare e si alleino per assumere il ruolo educativo in maniera invasiva.
Ma questo richiede anche che la città sia ripensata e questo è compito e responsabilità dei suoi amministratori, sia ripensata come città dell’apprendimento, dove luoghi e strutture urbanistiche siano progettati per essere gli ambienti di apprendimento dei suoi giovani, per essere luoghi di incontro anche con i saperi, esperienze di conoscenza di prima mano capaci di nutrire il desiderio e la passione del sapere. Luoghi pensati per narrare il sapere, nel senso etimologico di ‘gnarus’, vale a dire di rendere esperti, la narrazione come modo per mettere ordine al disordine delle esperienze.
Ragazze e ragazzi, bambine e bambine costituirebbero una nuova linfa da troppo tempo emarginata, mortificata, imprigionata nelle classi, nelle aule, nei banchi.
Non più insegnanti trasmettitori di discipline ma compagni di viaggio, registi, guide, professionisti capaci di agevolare i percorsi di interconnessione dei saperi, di formare all’autonomia e all’autorganizzazione.
Pensare i luoghi della città come luoghi di apprendimento non occasionale, come parte integrante del progetto educativo, come i luoghi di un’idea di scuola aperta, di scuola totale, di scuola globale, dove gli edifici scolastici sono progettati per essere i punti di partenza e di ritorno.
Il sapere è movimento, è ricerca continua, non può amare la staticità delle aule e dei banchi, come del resto i nostri giovani, a queste condizioni, difficilmente possono innamorarsi del sapere e della fatica di studiare.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Ricordi di amori fugaci e passioni adolescenti: medicine del presente

Un viaggio di cinque giorni con l’uomo-traghetto e una lettera d’amore rimasta in un cassetto per quarant’anni. Le storie di passione dei nostri lettori.

Il traghetto dell’amor leggero

Cara Riccarda,
la mia storia inquieta è durata appena cinque giorni, ed è stata la mia storia “traghetto”. Uscivo da un amore profondo, nove anni di cui otto di convivenza… finito per mancanza di obiettivi comuni, per inconciliabili tentativi di compromesso, per assenze non colmabili. Ad un corso ho incontrato lo sguardo azzurro e scanzonato di un altro corsista… sposato. Si è seduto vicino a me e da subito ho sentito quella particolare elettricità che si chiama attrazione, che quasi non ricordavo più. Mi ha corteggiata e mi ha fatto sentire bella e desiderabile. Mi è piaciuto, ma ero arrabbiata e delusa per la fine della mia relazione e così, l’ho presa come una rivincita… o meglio come una vacanza. Ho pensato che quei 5 giorni di corso mi sarebbero serviti per riprendermi la mia femminilità dimenticata. E così ho fatto. Senza promesse e senza aspettative, ho avuto la freddezza di vivere quella parentesi come un regalo, un modo per capire che potevo avere ancora delle possibilità di essere felice. Cinque notti di passione, cinque minuti per dirsi addio. E, a distanza di tanto tempo, posso sperare in tanti anni di vita più serena, perché ho capito che ogni fine porta ad un nuovo inizio e che dobbiamo cercare sempre di concentrarci su ciò che di buono ci ha dato un’esperienza, anche la più sofferta.
D.

Cara D.,
conoscevo l’uomo-zattera, quello a cui ti aggrappi quando hai l’acqua alla gola e va bene tutto purchè ti porti via da dove stai annaspando, ma l’uomo-traghetto devo ammettere che è decisamente più confortevole e hai fatto bene a salirci su.
Hai trasformato la rabbia in passione, sempre di fuoco si tratta. Una passione lucida – e non è una contraddizione – è forse il modo più puro per viverla, senza epiloghi nè languidi colpi di coda. Il cerchio si è chiuso in cinque giorni, per te è stato un regalo non solo all’epoca, ma anche oggi che lo racconti.
Come su un traghetto che salpa da un porto per approdare altrove, tu, dalla prua, hai respirato il vento godendoti il viaggio e tutto l’orizzonte.
Riccarda

Passione adolescente, oblio e rimembranza

Ciao Riccarda,
ho letto con molto interesse l’argomento della tua rubrica, mi ha riportato alla mente momenti oramai perduti nel tempo, una passione risalente a 40 anni fa. Mi ricordo che scrivevo molto a proposito di quello che mi stava succedendo perché le cose che provavo erano fortissime. A distanza di tanti anni, ecco una delle tante pagine del diario che risale alla fine dell’estate 1977, avevo 20 anni.
“Questa nostra attrazione così inebriante, che ci sprofonda nell’abisso dell’incoscienza da cosa è nata? Forse è stato il nostro lento frequentarci durante le vacanze estive, o scoprire che abbiamo lo stesso bisogno di dolcezza, coccole e amore. Lentamente qualcosa è sbocciato ed ora quando ci vediamo non possiamo fare a meno di toccarci, baciarci, le nostre menti non ragionano più, prevale solo il desiderio del contatto fisico, i nostri corpi agiscono in sincronia come rispondendo ad un automatismo oramai consolidato. Siamo in balìa delle nostre più pure sensazioni, non riusciamo a contrastare il turbinio di emozioni e ci abbandoniamo a noi stessi. Dobbiamo smettere ma non ci riusciamo, io devo partire, un’altra vita mi attende, tu resterai qui, con lui, vicina al quel mare che abbiamo tanto amato e che ha visto lo schiudersi dei nostri sentimenti e lo sbocciare della nostra adolescenza. Io inizierò la mia vita non so ancora dove, solo il tempo mi dirà se la mia è stata una scelta giusta, so che non ti vedrò più, non ti cercherò più, serberò nella mia memoria e nel mio cuore il ricordo di quei momenti che abbiamo vissuto. Forse un giorno, quando le ferite della nostra passione si saranno rimarginate, riusciremo a parlare con serenità di quei momenti di abbandono totale, ora non è possibile, troppo forte è il dolore causato dal distacco. La tristezza sarà la mia compagna per il prossimo futuro. Un giorno, oramai invecchiato ed al crepuscolo della mia vita rileggerò queste parole e solo allora un sorriso sfiorerà le mie labbra perché saprò di avere vissuto, averti conosciuta ha donato alla mia adolescenza la radiosità e la felicità che solo pochi raggiungono. Per questo motivo seppure con il cuore gonfio dal dolore, ti dico grazie, grazie per quello che hai saputo darmi. (1977)”
Non so se quanto ti ho scritto sia inerente all’oggetto del tuo argomento, spero di si, a me, rileggerlo ha fatto sorridere perché rivedo il giovane pieno di passione e di incertezze di allora. Buona giornata e buon lavoro.
Gigi

Caro Gigi,
non so se quarant’anni fa tu questa lettera l’avessi spedita, spero che oggi in qualche modo lei possa leggerla e sorridere assieme a te. Al di là del contenuto, mi colpisce che questo scritto sia rimasto intatto in un cassetto e nella tua memoria per tutti questi anni. Siamo diventati così automatici nel cancellare sempre tutto per fare spazio in memorie elettroniche fuori di noi, che stupisce la longevità di un pezzo di carta e dei sentimenti che in quel momento non potevi trattenere.
Nel buco nero dell’oblio, spesso ci buttiamo dentro anche le persone, le storie che abbiamo avuto e, quindi, anche un pezzo di noi. Vogliamo dimenticare perchè ci sembra che faccia meno male, soprattutto quando siamo convinti di avere sbagliato qualcosa o qualcuno.
Credo, invece, che dovremmo ricordare il più possibile, pur ponendoci sempre come nuovi di fronte a ogni storia che arriva.
Riccarda

Potete scrivere a: parliamone.rddv@gmail.com

IL DOSSIER SETTIMANALE
L’età dell’oro della nostra vita: la giovinezza

“Tu sei giovane come la tua fede e vecchio quanto il tuo dubbio, sei giovane come la confidenza in te stesso vecchio quanto le tue paure; giovane come le tue speranze e vecchio quanto il tuo abbandono. Fin quando il tuo cuore riceve messaggi di bellezza, di gioia, di coraggio, di prudenza e di potenza, sia dalla terra, sia dall’uomo, sia dall’infinito… tu sei giovane.  Quando i fili sono tutti recisi e il tuo cuore è ricoperto dalla neve del pessimismo e dal  ghiaccio del cinismo, allora tu sei vecchio davvero e il buon Dio abbia misericordia della tua anima”.

Da “quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia” di Lorenzo il Magnifico ad Albert Bruce Sabin, sopra citato, in tanti hanno cantato la bellezza dell’età dell’oro della nostra vita: la giovinezza. Hanno cercato di coglierne i tratti indefiniti, gli slanci e le passioni che portano i giovani a volare o a sprofondare negli abissi. Il momento in cui tutto sembra possibile e, pur tra mille paure, ci si sente padroni del mondo.
Il giovane ha tutta la vita davanti, quel che ne farà poi lo definirà, in futuro, come uomo o donna. Anche il nostro giornale ha più volte raccontato storie di giovani: impegnati nella cultura o nel massacro dei propri genitori, attivi nel sociale o morti, innamorati, in un campo di concentramento. In questo dossier settimanale abbiamo raccolto alcune delle storie più rappresentative dell’essere giovani, ieri e oggi.

LA BELLA GIOVINEZZA. IL DOSSIER SETTIMANALE N. 13/2017 – Leggi il sommario

Una vita soltanto!

di Federica Mammina

Non posso fare a meno di notare come sempre più giovani ricorrano davanti alle prime difficoltà della vita alla soluzione radicale di eliminarla quella vita: brutti voti a scuola, normali incomprensioni tra genitori e figli adolescenti, gravidanze inaspettate, difficoltà a relazionarsi con i coetanei, problemi cioè da sempre esistiti, affrontabili con l’aiuto altrui, e che invece con aberrante leggerezza si trasformano in gesti estremi verso sé o gli altri. Il problema non lo si affronta, lo si elimina.
E continuo a vedere in questo declino una preoccupante proiezione della loro vita virtuale: una vita artefatta, dove invece che imparare ad accettare sé stessi si può essere altro da sé, ci si può costruire una vita perfetta…illusoria. Che batterà sempre quella reale uno a zero.
Nascono con una sola vita, crescendo gliene si affianca una seconda, fino a quando realizzano che non possono gestire una doppia vita; meglio tornare ad una sola, peccato però che spesso scelgano quella sbagliata.

“Ricordati che l’uomo non vive altra vita che quella che vive in questo momento, né perde altra vita che quella che perde adesso.”
Marco Aurelio

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Le paure dei giovani ferraresi? Al primo posto, il diverso

Nel 1999 il sociologo Zygmunt Bauman pubblicava il proprio saggio sull’età dell’incertezza e tutti coloro che hanno dai 25-30 anni in su probabilmente hanno sentito parlare almeno una volta delle sue analisi sulla modernità liquida o sulle conseguenze della globalizzazione sulle persone. Ultimamente si sente spesso parlare anche dei Millennials, i nati tra il 1980 e il 2000. È di pochi giorni fa – 2 dicembre – il cinquantesimo rapporto annuale del Censis sulla situazione sociale del Paese, che disegna per loro un quadro a dir poco desolante: per la prima volta nella storia i giovani sotto i 35 anni saranno più poveri dei loro padri, dei loro nonni, ma anche dei coetanei di 25 anni fa e già oggi, rispetto alla media della popolazione, le famiglie dei giovani con meno di 35 anni hanno un reddito più basso del 15,1% e una ricchezza inferiore del 41,1%.
Se già per i Millennials la situazione è tutt’altro che confortante, ci siamo mai chiesti cosa significhi essere un adolescente nel 2016? Essere nati in piena postmodernità, non aver vissuto altro che quella che è stata chiamata anche ‘società del rischio’? Dover crescere e formare la propria identità in una società sempre più connessa e multiculturale, ma che lascia sempre più sole le persone a interpretare tutte queste informazioni e tutti questi cambiamenti, senza che ci sia una rete comunitaria di salvataggio?

Da queste e altre domande è partito l’Osservatorio Adolescenti del Comune di Ferrara per le sue indagini annuali sui giovani della provincia. Quest’anno il tema è stato “Gli adolescenti e la paura dell’altro. Gli adolescenti ferraresi e il loro rapporto con l’alterità” e i risultati sono stati presentati all’Istituto Bachelet nel pomeriggio di martedì 6 dicembre da Sabina Tassinari.
Secondo Tassinari il binomio che definisce i ragazzi di oggi è “aperti e indifesi”: “aperti, perché sono nati nel mondo globalizzato e da subito hanno sentito parlare di Europa” come orizzonte della propria cittadinanza, “indifesi” perché questa apertura di confini ha significato anche un riposizionamento dei punti di riferimento e li ha posti “al crocevia di messaggi contraddittori”, facendone dei “presentificatori”, come li ha definiti per esempio il Censis, che vivono il presente più che pensare al futuro. L’altro punto di partenza, come si legge nel rapporto, è stato che la diversità in età adolescenziale, in piena fase di costruzione della propria identità e di senso di appartenenza a un gruppo di pari, diventa un elemento destabilizzante, spesso un motivo di sofferenza – se ci si ritiene o si viene additati come diversi – o fattore scatenante di atteggiamenti di intolleranza, quando si individua la diversità in altre persone.
Il campione di riferimento si è composto complessivamente di 1.193 ragazzi fra i 13 e i 16 anni residenti nei distretti socio-sanitari Centro nord, Sud est e Ovest della provincia di Ferrara, suddivisi in: 615 maschi (51,6%) e 578 femmine (48,4%). L’alterità indagata ha ricompreso tutta la macro area dell’altro da sé, dagli immigrati agli omosessuali e, più in generale, quei gruppi considerati vulnerabili e quindi più soggetti a discriminazioni: per esempio donne, disabili, anziani.
Analizzando le risposte degli adolescenti riguardo la loro percezione dei pregiudizi e delle discriminazioni vissuti da questi gruppi di persone, ne emerge che “l’89% dei ragazzi pensa che la società abbia pregiudizi sugli stranieri, il 91,5% sui musulmani, il 73,4% sugli omosessuali”(era prevista una risposta per ciascuno dei gruppi indicati). Il dato preoccupante, secondo Tassinari, è che “solo il 41,9% degli intervistati pensa che ci siano pregiudizi sulle donne”: sembrerebbe dunque che la violenza nei confronti delle donne non venga purtroppo ancora considerata come un fenomeno culturale, derivato di una società ancora fortemente patriarcale, ma “un fatto casuale e legato a una patologia nei rapporti di coppia”, si legge nel rapporto.
In generale le ragazze e gli adolescenti stranieri – maschi o femmine – dimostrano una maggiore sensibilità nei confronti degli atti discriminatori. Da evidenziare poi che la scuola è il primo luogo dove si assiste a comportamenti discriminatori: dal rapporto emerge che “circa 1 ragazzo su 4 in tutte le scuole, anche quelle secondarie di I grado, è spettatore di atti discriminatori”.
Per quanto riguarda invece il proprio rapporto con i gruppi indicati come più vulnerabili: l’88,7% degli adolescenti intervistati dichiara di avere buoni o ottimi rapporti con persone di altra cittadinanza, l’80,7% con persone di altra cultura, mentre solo il 56,2% risponde di avere buoni rapporti con persone di diverso orientamento sessuale. Un dato questo che spinge a una seria riflessione sul rapporto fra omofobia e bullismo.
Purtroppo solo una piccola percentuale degli adolescenti ferraresi (14,4%) ritiene che l’immigrazione sia una risorsa, mentre la maggioranza (62,2%) ritiene che vada controllata e ridotta. Disaggregando queste cifre per territorio si nota che “i ragazzi del distretto Sud est, che ha la quota minoritaria, rispetto alla provincia, di persone straniere, abbiano un’opinione negativa più marcata dei coetanei degli altri distretti”: una dimostrazione della “forbice fra situazione reale e situazione percepita”, ha affermato Tassinari. Analizzando poi la suddivisione per istituto di provenienza (liceo, istituto tecnico, istituto professionale, scuola secondaria di I grado) emerge che “il 23,9% degli studenti delle scuole professionali, con un notevole distacco rispetto ai liceali e ai ragazzi dei tecnici, ritiene che l’immigrazione sia un fenomeno svantaggioso per la società nella quale vivono”.

In conclusione, il messaggio che esce dalla ricerca è che “l’alterità fa veramente paura agli adolescenti, inoltre se e quando non fa paura di sicuro disorienta i ragazzi”. I fattori che scatenano questa paura, secondo gli estensori del rapporto, sono “la perdita dei legami di comunità” e “una cultura che ci condanna alla felicità come costrizione”, rifiutando il dolore proprio e degli altri, come l’ha definita la dottoressa Garofani dell’Ausl di Ferrara.
Una cultura e una (non)comunità ben esemplificate dal video “Are you lost in the world like me”, con il quale Tassinari ha aperto la propria presentazione.

Are you lost in the world like me?

L’EVENTO
Capire gli adolescenti, una giornata di studio promossa da Promeco

Domani a Giurisprudenza, dalle 8,45 alle 17, “Tutti gli adolescenti vanno a scuola”, a cura di Promeco.

“L’occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose” scriveva Italo Calvino. È senz’altro quello che ci succede quando guardiamo ai nostri ragazzi, gli adolescenti, specie quelli che sono sempre in lotta con il loro tempo e con la loro esistenza. Possiamo proprio dire che ci accorgiamo di loro come figura, ma poi ci sfugge tutto l’altro che significano. È inutile, non sappiamo vederli, e così sovente ce la caviamo dicendo che hanno problemi, problemi di adattamento. È davvero strano che i problemi ce li abbiano sempre loro, e mai noi adulti, genitori, insegnanti. E allora cercare di cambiare il punto di vista, cercare di andare a fondo, scoprire ‘cosa significano’, che è certo faticoso, non privo del rischio di conflitti, è una responsabilità tutta nostra, bisogna apprendere a farlo, con pazienza.
Da diversi anni, nelle scuole secondarie di primo e secondo grado del nostro territorio si realizza con successo un progetto che non a caso si chiama “Punto di vista”. È condotto dagli operatori di Promeco, un servizio pubblico del Comune di Ferrara, convenzionato con l’Azienda Usl, che dal 1992 supporta scuole, insegnanti e genitori nella loro funzione educativa. Il servizio svolge soprattutto interventi di prevenzione del disagio adolescenziale, legato all’uso e abuso di sostanze, alle difficoltà relazionali, alle prevaricazioni, bullismo e cyberbullismo, che si manifestano all’interno delle realtà scolastiche.
Sebbene siano quasi trentacinquemila i nostri ragazzi che dalla primaria alla secondaria di secondo grado frequentano gli istituti scolastici statali e paritari tra città e provincia, la nostra è una terra pigra a parlare di scuola. A occuparsi seriamente della scuola dei propri figli. Per cui può accadere che esperienze uniche e preziose come quelle realizzate in quasi venticinque anni di attività da Promeco nelle nostre scuole passino inosservate a quanti non siano addetti ai lavori, esperienze accumulate sul campo, costruite giorno dopo giorno nel rumore d’aula, a contatto con i ragazzi, gli insegnanti e i genitori,
L’occasione di richiamare l’attenzione dei nostri lettori sul debito di riconoscenza che come genitori, educatori, insegnanti abbiamo nei confronti di Promeco, dei suoi operatori e dei suoi numerosi progetti messi al servizio della comunità, delle nostre scuole e dei nostri ragazzi, ci è offerta dalla giornata di studio che Promeco terrà domani 18 marzo presso la facoltà di Giurisprudenza, intitolata “Tutti gli adolescenti vanno a scuola”.

Promeco prende avvio nel 1991 attraverso i finanziamenti messi a disposizione dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri per la lotta alla droga e negli anni ha sviluppato e sempre più qualificato la sua presenza nelle scuole attraverso protocolli con gli Enti locali, la Prefettura, l’Ufficio scolastico provinciale fino a lavorare in sintonia con l’Università di Ferrara e di Bologna, consolidando la sua struttura anche in termini di ricerca e innovazione. Ciò ha consentito agli operatori di Promeco di realizzare nelle nostre scuole in modo continuativo interventi di prevenzione, di formazione di operatori e di insegnanti, di sostegno e di counselling ai ragazzi e alle famiglie.
Si tratta di un patrimonio di conoscenze e di esperienze al servizio dei bisogni della adolescenza e della formazione dei nostri giovani, che ci pongono di fronte a problematiche sempre più complesse, quelle che trovano soprattutto noi adulti, genitori e insegnanti spesso disorientati, impreparati ad affrontarle.
In particolare è dal 2008 che Promeco realizza nelle scuole il progetto “Punto di Vista. L’operatore a scuola”. L’operatore a scuola si integra nella vita della classe, costituisce una presenza competente per affrontare positivamente i momenti di crisi che in comunità complesse come sono le scuole richiedono attenzione, cura, delicatezza, rispetto, ma anche competenza nell’affrontarli, nel rispondere alle sfide, alle richieste di attenzione che i giovani rivolgono agli adulti, a volte in modo goffo, poco comprensibile, altre volte con comportamenti provocatori. “Punto di vista” in questi anni ha costituito una risorsa, del tutto originale a livello nazionale, che nella sua articolazione, si è dimostrata efficace nel rispondere ai bisogni di una adolescenza sempre più difficile e complessa, superando i tradizionali interventi specialistici e spesso frammentari, poco efficaci e deresponsabilizzanti.
La giornata di studio di domani è, dunque, un appuntamento importante per la città e per la responsabilità che portiamo nei confronti delle nostre ragazze dei nostri ragazzi, soprattutto perché non capita tutti i giorni che ci si fermi a riflettere su loro, sulla loro crescita, sulla loro scuola. Per Promeco non sarà solo l’occasione per compiere un bilancio dei tanti anni di attività promossa nelle scuole, ma per ricordare a tutti noi di non perdere di vista le nostre scuole e i nostri giovani, il terreno dell’istruzione, dell’educazione, della formazione richiedono che la nostra riflessione si focalizzi sulla loro centralità in ambito preventivo, saldando gli interessi degli insegnanti, delle famiglie e degli operatori del territorio per individuare, affrontare e cercare di risolvere i problemi che ragazze e ragazzi sempre più manifestano.
Nel corso della giornata i ricercatori dell’Università di Bologna presenteranno lo studio di valutazione condotto sulle esperienze realizzate negli ultimi tre anni, mettendolo a disposizione degli esperti e dei decisori politici. Un modo per condividere in ambito pubblico i risultati dell’indagine, di definire concretamente la qualità del progetto e i possibili sviluppi futuri.
Aprirà i lavori l’intervento del sindaco di Ferrara Tiziano Tagliani, ma sono stati chiamati a portare il lor contributo il professor Luigi Guerra, Direttore del Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna, il dottor Stefano Versari, direttore generale dell’Ufficio Scolastico Regionale, l’assessore regionale Patrizio Bianchi, per concludere con l’intervento di Massimo Recalcati dal titolo “Si può apprendere e desiderare. Riflessioni sulla bellezza e sulla crisi della scuola’.
Un programma quello della giornata di studio di domani per ricordarci che tutti gli adolescenti, o quasi, vanno a scuola, non solo per apprendere informazioni e competenze, ma per essere se stessi, per riconquistare la singolare bellezza di crescere e di riuscirci.

“Tutti gli adolescenti vanno a scuola. La prevenzione nei processi formativi: un progetto possibile”
Mercoledì 18 marzo 2015, ore 8.45 – 17
Dipartimento di Giurisprudenza
C.so Ercole I D’Este 37 – Ferrara

Il programma completo [leggi]

Il senso di Andrea per Modigliani

Luca Dal Canto dopo “Il cappotto di lana” [vedi], il fortunatissimo film con cui ha vinto 15 premi ed è stato selezionato in 40 Festival, si ripropone con un nuovo cortometraggio intitolato “Due giorni d’estate”. La commedia, scritta dallo stesso Dal Canto con Anita Galvano, ambientata nella campagna livornese, trae spunto da un’opera di Amedeo Modigliani (del quale lo scorso 12 luglio si sono celebrati i 130 anni dalla nascita) e racconta la maturazione di un sedicenne che vivrà un’emozionante avventura nell’assolata campagna toscana.

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Le riprese

I genitori del giovane Andrea sono in procinto di vendere la casa di campagna al cugino Genio, sognando di acquistare una villetta in Sardegna. Il cugino arriva al casolare con la giovane fidanzata (Lunia), una bella e ormai disillusa ragazza, che scatena le fantasie adolescenziali di Andrea, il quale crede di riconoscere in lei la modella del ritratto di Lunia di Amedeo Modigliani. Il ragazzo, deluso e avvilito a causa della bocciatura a scuola, ritrova slancio e fiducia in se stesso dopo il ritrovamento del diario della nonna e di un preziosissimo schizzo di un paesaggio di campagna. Grazie a questa scoperta inizia la ricerca del luogo dove fu dipinto “Stradina toscana del 1898”, uno dei rari paesaggi attribuito a Modigliani. I tre mesi estivi passati nel casolare dei suoi genitori sono stati fino a quel momento noiosi e privi di interesse ma quegli ultimi due giorni, vissuti con la ragazza alla ricerca del panorama dipinto dal grande pittore, danno una svolta positiva alla vacanza.

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il ritratto di Lunia di Modigliani e la ragazza del cugino nello sfondo

Dal Canto, proseguendo il tema delle incomprensioni generazionali, sviluppate in un contesto diverso rispetto al precedente film, propone nuovamente Livorno quale riferimento artistico e culturale. Tuttavia, mentre nel primo film l’atmosfera era più rarefatta e magica, qui, tutto rimane ben ancorato alla realtà, almeno sino a quando non entra in scena Lunia, grazie alla quale Andrea compirà il proprio percorso di maturazione. Il film è stato presentato in anteprima a Livorno il 16 febbraio 2014 poi, nel mese di giugno, è stato selezionato all’interno della sezione “Short Film Corner” del 67° festival di Cannes e quindi distribuito dalla 2way TV di Los Angeles, tramite la free Apps “Play Festival Films”.
“Due giorni d’estate” è stato prodotto a budget zero, grazie alla preziosa e amichevole partecipazione del cast (Marco Conte, Simone Fulciniti, Roberta Stagno, Giulia Rupi e Lorenzo Aloi) e alla piccolissima ma valida troupe.
Marco Conte si conferma un ottimo caratterista, una di quelle professionalità che hanno fatto grande il cinema italiano, mentre il giovane Aloi si muove a suo agio, nei panni del ragazzino introverso, in questa avventura dal sapore “modiglianese” che parla di amicizia, arte e adolescenza.

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La locandina

La locandina di “Due giorni d’estate” è stata realizzata da Enrica Mannari, una grafica e illustratrice livornese con molte esperienze internazionali, impegnata nel ridare slancio alla cultura della sua città. Il manifesto ricostruisce, con toni sognanti e fiabeschi, il tipico paesaggio toscano attorno a cui ruota tutto il cortometraggio.
“Due giorni d’estate” sarà presente al 30° Marché international du court métrage de Clermont Ferrand, la più importante kermesse a livello mondiale dedicata ai cortometraggi, che si svolgerà nella cittadina francese dal 30 gennaio al 7 febbraio 2015.

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I due protagonisti nella campagna livornese

“Due giorni d’estate” di Luca Dal Canto, con Lorenzo Aloi, Marco Conte, Simone Fulciniti, Roberta Stagno e Giulia Rupi 2014, Italia
Trailer del film [vedi]

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