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Ken Loach resta Ken Loach, unico, inimitabile, emozionante, toccante. Il suo ultimo film, “The Old Oak”, parla sempre (e ancora) della sua Inghilterra periferica, dei silenzi e grigiori di quella parte di società dimenticata e abbandonata.

Possiamo lamentarci perché i cespugli di rose hanno le spine o gioire perché i cespugli spinosi hanno le rose. Abraham Lincoln

Un film necessario. Oggi più che mai. Un viaggio in luoghi dimenticati da tutti, il nord-est dell’Inghilterra, dove le tonalità del bianco e del grigio fuliggine parlano di disoccupazione, disagio, isolamento, solitudine. Quel grigio che riporta alle miniere di un tempo che fu, alle ciminiere, alle lotte sindacali, al sudore e alle lacrime, a fotografie in bianco e nero che riposano sulle pareti del retro di un pub dove ancora si sta insieme a passare le giornate.

Sono questi i luoghi di elezione dei film di Ken Loach (Kenneth Charles Loach), classe 1936, regista che tratta della “working class” inglese (ma non solo) per eccezione. Ha iniziato con “Piovono pietre” (1993), fino al meraviglioso e intenso “Bread and Roses” (2000) del “noi vogliamo il pane ma vogliamo anche le rose” (le cose belle della vita), dedicato al tema delle organizzazioni sindacali.

C’è Newcastle in “Io, Daniel Blake” (2016), Palma d’Oro a Cannes, e in “Sorry We Missed You” (2019), sul mondo spietato e frenetico dei corrieri, e c’è anche in “The Old Oak, o meglio le sue vicinanze, scritto insieme al fedele Paul Laverty. In tutti e tre questi ultimi film, poi, ritroviamo il bravissimo Dave Turner.

“The Old Oak” (la vecchia quercia), distribuito in Italia da Lucky Red, è il nome di un pub, l’unico luogo pubblico in cui la gente può incontrarsi, in una fiorente località mineraria di un tempo e che oggi attraversa momenti duri, dopo 30 anni di ininterrotto declino. Un luogo davvero speciale, in una cittadina di appartamenti sfitti, dove le imprese immobiliari comprano a poco prezzo, e a scatola chiusa, svalutando il frutto di una vita di lavoro.

Ebla Mari. Foto Lucky Red
Ebla Mari, foto Lucky Red

Il proprietario di quel pub, TJ Ballantyne (Dave Turner) non sa se chiuderlo o no, perché la quotidianità è difficile e lo diventa ancora di più quando nel villaggio arrivano dei rifugiati siriani e lui diventa amico della giovane Yara (Ebla Mari), che, con la sua macchina fotografica, farà miracoli. Le antiche querce qui sono molte: lui, il pub, i siriani, i resistenti della cittadina. Tutti coloro che si sono sentiti, in qualche modo, ingannati, dalla società, dai poteri forti, dalla politica, dal sistema, dal mondo. Lo stesso regista.

C’è intolleranza, nel dover accogliere profughi siriani che, secondo i più, sono mandati nelle periferie, allontanati dai centri cittadini ricchi e fiorenti dei potenti (nelle città italiane, l’affermazione è spesso la stessa), per non essere visti, per lasciarli a qualcun altro.

Ci sono diffidenza, scarsa conoscenza, timore dell’altro, paura di dover dividere il poco rimasto, la lotta fra poveri. E poi ci sono frigoriferi vuoti, opere di carità che forniscono scatolame e pannolini per bebè, pensieri di suicidio per mancanza di speranza e il bullismo dei più ottusi campanilisti. Il voler accogliere entra in forte conflitto con i pensieri degli amici di un tempo, legami che rischiano di spezzarsi.

Ma TJ Ballantyne crede nel dialogo, e, riesumando la frase “quando mangi insieme si rimane uniti”, un motto che viene da quando, negli anni ’80, i lavoratori delle miniere in sciopero contro la Thatcher, che le voleva chiudere, organizzavano mense comuni per resistere più a lungo, mette tutti attorno alla stessa tavola.

Lui crede nella solidarietà, quella che nasce dal basso e che lega tutti, perché tutti, qui, hanno le stesse identiche difficoltà. Da vecchia quercia – simbolo, peraltro, del Regno Unito e luogo dove Robin Hood dimorava con i suoi sodali nella Foresta di Sherwood – vuole mettere le due comunità in relazione. Una corrispondenza di sensi e sentimenti che si può creare e costruire. Perché comprendersi si può. Sempre.

 

“The Old Oak”, di Ken Loach, con Dave Turner, Ebla Mari, Claire Rodgerson, Trevor Fox, Chris McGlade, Col Tait, Jordan Louis, Andy Dawson, Debbie Honeywood, Reuben Bainbridge, Joe Armstrong (II), Rob Kirtley, Chris Gotts, Abigail Lawson, Chris Braxton, Laura Lee Daly, Andrea Johnson, Lloyd Mullings, Laura Daly, Maxie Peters, Neil Leiper, Lorenzo McGovern Zaini, Francia 2023, 113 mn.

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Simonetta Sandri

E’ nata a Ferrara e, dopo gli ultimi anni passati a Mosca, attualmente vive e lavora a Roma. Giornalista pubblicista dal 2016, ha conseguito il Master di Giornalismo presso l’Ecole Supérieure de Journalisme de Paris, frequentato il corso di giornalismo cinematografico della Scuola di Cinema Immagina di Firenze, curato da Giovanni Bogani, e il corso di sceneggiatura cinematografica della Scuola Holden di Torino, curato da Sara Benedetti. Ha collaborato con le riviste “BioEcoGeo”, “Mag O” della Scuola di Scrittura Omero di Roma, “Mosca Oggi” e con i siti eniday.com/eni.com; ha tradotto dal francese, per Curcio Editore, La “Bella e la Bestia”, nella versione originaria di Gabrielle-Suzanne de Villeneuve. Appassionata di cinema e letteratura per l’infanzia, collabora anche con “Meer”. Ha fatto parte della giuria professionale e popolare di vari festival italiani di cortometraggi (Sedicicorto International Film Festival, Ferrara Film Corto Festival, Roma Film Corto Festival). Coltiva la passione per la fotografia, scoperta durante i numerosi viaggi. Da Algeria, Mali, Libia, Belgio, Francia e Russia, dove ha lavorato e vissuto, ha tratto ispirazione, così come oggi da Roma.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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