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Vite di carta. Storia del Carognone e di quella coltellata infelice…

Di mercoledì quest’anno è caduto il Natale. La nostra tradizione assegna a questa festa la priorità assoluta tra le feste dell’anno e le rivendica riti di ogni tipo, da quelli religiosi che fanno vibrare le chiese, a quelli sociali che fanno chiudere le scuole o mandano le famiglie a far vacanza sulla neve, a quelli culinari che spalmano sul periodo le abbuffate di ogni ben di Dio.

Appunto, le abbuffate. Ci cadiamo tutti, a dispetto dei propositi ferrei o meno ferrei che abbiamo fatto a noi stessi. E allora bisogna dire che nel Ferrarese, come del resto nella nostra regione e in una ampia parte d’Italia, sono i giorni in cui sulle tavole trionfano i più vari e succulenti derivati del maiale.

Eccomi dunque arrivata. Scavalcando la facile rima tra il Natale e il maiale che ha già un sapore, un sapore gozzaniano, ho attraversato il repertorio dei riti fino ad agguantare col mio discorso la setolosa bestiola che mani sapienti trasformano in cotechini e salsicce proprio all’inizio dell’inverno, in dicembre.

“Del maiale non si butta via niente” dice la saggezza popolare. Altre mani l’anno agguantato e trasformato in salumi, in spazzole e persino in sapone per chissà quante generazioni, nelle nostre campagne e nei cortili dei ghetti nei paesi. Chi poteva infatti disporre di un ‘bassocomodo’ nei pressi della propria abitazione investiva nel maiale e affrontava le spese per allevarlo, garantendosi il cibo per tutto l’inverno e per tutta la famiglia.

So bene che tutto ciò non appartiene più al nostro presente. E proprio per questo mi piace segnalare due storie di maiali, ognuno col suo nome e col suo preciso carattere, due storie che vengono dall’Italia contadina del secolo scorso, da prima degli anni Sessanta. Neanche a farlo apposta, il primo maiale è vissuto davvero, in carne ed ossa, mentre l’altro viene da un intenso racconto di Eraldo Baldini che della zone di Argenta sta recuperando da tempo tradizioni e misteri.

Il primo maiale si chiamava Turiddu, proprio come il personaggio della novella verghiana Cavalleria rusticana. Il proprietario, amante della lirica e del bel canto, doveva avere investito su di lui non solo per sfamare la famiglia, ma anche per consacrare le musiche di Mascagni a Bacco, in qualche cena con gli amici, in qualche “sgangega” annaffiata da vino abbondante.

Si sa, la carne del maiale è saporita e il vino al quale si accompagna scioglie la lingua, scioglie anche le corde vocali. E giù con le romanze cantate in compagnia. Di questo Turiddu, diventato nell’autunno un bestione corpulento e bizzoso, si racconta di quella volta in cui riuscì a scappare dal porcile e a combinarne una grossa.

Inseguito dagli strilli della madre di famiglia, che se lo era visto sfuggire con straordinaria agilità mentre lei armeggiava per richiudere la porta dall’interno e dargli il cibo, si era introdotto con decisione dentro la casa dei suoi padroni e si era infilato sotto la tavola già apparecchiata dalle figlie, con i piatti pieni di minestra fumante.

Infilato non basta, bisogna dire che si era incastrato sotto il tavolo e subito aveva cercato con tutta la sua forza di scrollarselo di dosso… Furono visti crollare a terra i piatti fumanti e tutto quello che si trovava sulla tavola. Fu un momento di trambusto generale, finito con un maiale rincorso e poi rinchiuso a fatica nel porcile e con un pasto saltato per la famigliola.

bambini ragni e altri predatori eraldo baldiniIl secondo è Il Carognone. Uso il presente perché le pagine su cui è stato fissato dalla mano dell’autore ce lo rimandano anche ora, con tutto il mistero che si porta dietro e insieme alle inquietanti creature che danno il titolo alla raccolta di racconti Bambini, ragni e altri predatori.

Ma partiamo dalla prima pagina del nostro racconto. Il Carognone, “così lo chiamavano tutti…non era un maiale come gli altri”, aveva gli “occhi cattivi” ed era imprevedibile. Poteva starsene tranquillo e sornione nel suo porcile oppure aggredire chi gli portava la broda, nelle ore d’aria aveva più volte aggredito le galline e rovesciato i mastelli per il bucato. “Poi, era nato senza coda. Questa era la cosa più inquietante”.

Viene il giorno in cui la famiglia si prepara per la sua uccisione e per la lavorazione delle sue carni. È Anselmo, il capofamiglia, che si incarica di “accopparla, quella bestiaccia”. Ha impugnato un coltello lungo e affilato, pronto a sferrare il colpo quando il maiale uscirà di scatto dalla sua tana.

Il Carognone però viene fuori “lento e tranquillo”. Anselmo rimane disorientato e mentre allarga il braccio per colpire, il maiale ha il tempo di guardarlo negli occhi e di reagire a sorpresa scartando di lato e piegandosi sulle zampe. Il coltello lo ferisce ma non lo uccide, e il Carognone fugge gettando all’aria treppiede, coltelli, paiolo e acqua bollente e scatena “un uragano”.

Si raduna gente nel cortile e si organizzano immediatamente le ricerche, nella convinzione che l’animale ferito e sanguinante non possa andare lontano. Tutto inutile, il maiale non si trova. E intanto Simone, il bambino di casa, ripensa impaurito a tutte le fiabe e le storie che ha sentito, alla “Troia Macoda, la scrofa senza coda, che corre ai cento all’ora e mangia indifferentemente animali e bimbi, che penetra nelle case attraverso i camini, che ti tende agguati nei crocicchi bui…”.

Nei giorni seguenti corrono le voci più allarmanti: qualcuno ha trovato gocce di sangue sulla neve, e allora si intensificano le ricerche degli uomini nelle campagne e le donne stanno ad occhi aperti. Intanto altre notizie passano di cortile in cortile: qui è stato ucciso a morsi un cane, là è avvenuta una strage di galline.

E non va meglio a Capodanno e nel giorno della Epifania: dai Roversi sono spariti la gatta ed i gattini, dai Benelli è stato devastato il presepe, dai Corelli mancano i cappelletti ed un pezzo di tagliere che è stato staccato a morsi. E infine c’è un testimone oculare, sebbene non creduto da tutti: è “il vecchio Rino, orbo e un po’ tocco che, uscendo nel cortile buio per calmare il cane che abbaiava in modo furioso, aveva visto un maiale enorme del colore della brace sorvolare il paese come un dirigibile”.

Spero che i lettori, al pari di chi scrive, vogliano dare credito a questa testimonianza. Se non altro, perché nella terra dell’Ariosto e nel suo capolavoro Orlando furioso si è già assistito ad un volo insolito, quando Astolfo ha cavalcato l’alato Ippogrifo e ha solcato il cielo in direzione della luna. Nel nostro racconto dobbiamo abbassarci dalla corte degli Este al cortile del vecchio Rino, ma sempre volo (e sempre letteratura) è!

Come finisce il racconto del nostro Carognone? Finisce con la festa di San Giuseppe, il 19 marzo, quando le famiglie festeggiano il ritorno della bella stagione pranzando insieme sui prati. La paura di uscire da soli ed aggirarsi nei campi sembra scemata insieme al freddo dell’inverno, ed il ricordo del maiale che pareva immortale si è fatto confuso e sempre più sbiadito. Perfino Anselmo finisce proprio oggi di rielaborare la frustrazione che la bestia gli ha gettato addosso, e mangia a crepapelle e beve per sancire la fine di questo incubo che lo ha perseguitato per settimane e lo ha esposto alle canzonature degli altri uomini.

Finita la festa, si incammina verso casa insieme alla sua e ad altre famiglie tutte allegre e vocianti. Vediamoli tutti inquadrati di spalle, lungo il sentiero che porta alle prime case fuori dal paese, mentre i più brilli si appoggiano alle mogli per non barcollare. E tratteniamo il fiato mentre il racconto si conclude.

“Fino all’ultimo istante non si accorsero che, più grosso, arrabbiato e mostruoso che mai, il Carognone li stava aspettando, nascosto dietro un’alta siepe di biancospino.”

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Roberta Barbieri

Dopo la laurea in Lettere e la specializzazione in Filologia Moderna all’Università di Bologna ha insegnato nel suo liceo, l’Ariosto di Ferrara, per oltre trent’anni. Con passione e per la passione verso la letteratura e la lettura. Le ha concepite come strumento per condividere l’Immaginario con gli studenti e con i colleghi, come modo di fare scuola. E ora? Ora prova anche a scrivere

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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