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Tempo delle confidenze è l’Avvento.

La fede nasce dall’ascolto del cuore, al venire di una parola altra. Essa cresce poi poco a poco nel confidarsi scambievole, che crea uno slargo di ‘mutua interiorità’. Perché la fede è l’avanzare non senza ostacoli di un’intesa, di una comunanza che interpella, provoca e ricrea sempre di nuovo l’ambito della libertà che acconsente all’altro.

E si approfondisce così, nonostante dissonanze e diversità, l’intimità dell’alleanza: ambito di arrivo, di sosta e di ripartenza per nuove convergenze e consonanze imprevedibili e impensate: gaudium amicitiæ, la gioia nell’amicizia.

Nel silenzio dell’assemblea − era la prima a domenica di Avvento, ed anch’io ero in ascolto della Parola − risuonava solo la voce del lettore all’ambone, che intonava il salmo dell’alzarsi confidente in Dio del salmista.

D’improvviso furono gli ultimi due versetti del salmo ad aprimi per la prima volta alla chiara consapevolezza dell’Avvento come il tempo delle confidenze. Fu un’intuizione, un attimo fulmineo così singolare e intenso, quasi che quella scrittura parlasse proprio a me in quel momento preciso; e così di fronte a questa notizia gioiosa mi sono riproposto di vivere questo tempo, aprendomi alle confidenze che Dio ci fa attraverso la sua Parola.

«Il Signore si confida con chi lo teme: gli fa conoscere la sua alleanza» (Sal 24/25, 14).
All’udire sobbalzai interiormente ripetendo a me stesso: “Il Signore desidera confidarsi, si confida a chi in lui confida”.

Il termine ebraico sôd, il consiglio segreto, i misteri, indica il riunirsi e mettere a conoscenza i segreti, le confidenze l’uno dell’altro in un rapporto di coalizione e di alleanza. Letteralmente suonerebbe così: “Il segreto dell’Eterno è rivelato a coloro che lo temono”. La confidenza è così una via mistica che rende partecipi e uniti a un mistero di amore.

Occorre notare che con l’espressione ‘timore del Signore’ nei testi sapienziali si intende indicare nella sua globalità e articolazione la relazione della fede; si allude alla fede stessa di fronte al mistero dell’altro, del suo comunicarsi e svelarsi misterioso, imprevedibile, di fronte alla sua libertà, che si lascia interpellare solo da un’altra libertà che si affida.

Così ‘chi lo teme‘ è lo stesso di colui che confida in lui, di chi rischia con lui la propria libertà in un’impresa, amicale, amorosa, sapendo di stare di fronte a un alleato che è con te, ma è diverso da te, nella sua singolarità e libertà non manipolabili.

Così l’esperienza della fede è l’esperienza dell’irriducibilità dell’altro e al tempo stesso di una possibile comunanza: lo si perde se tentiamo di ridurlo alla nostra misura. L’altro non è un oggetto di cui disporre liberamente; non è opera delle mie mani.

Di fronte all’altro mi trovo di fronte al suo mistero e a quella ‘sacralità’, dignità della vita stessa i cui caratteri, direbbe lo storico delle religioni Rudolf Otto [Qui], sono tremendum et fascinas, tanto da intimorirti, fermarti a distanza e attrarti allo stesso tempo con il suo fascino irresistibile.

E tuttavia, colui che è il Totalmente Altro e Totalmente Indeterminabile nella sua libertà, viene a confidarsi e, venendo corrisponde la sua amicizia e apre la sua intimità là dove è accolto.

Il libro dei Salmi è il luogo privilegiato per scoprire e apprendere le confidenze di questa vita nell’alleanza tra Dio e il suo popolo. Narra i momenti felici e drammatici, le separazioni e i ricongiungimenti, il confidarsi poi delle gioie e dei dolori, le difficili attese, i silenzi interminabili, i soliloqui, i dialoghi, il perdersi e il ritrovarsi, in forma di suppliche o rendimento di grazie o di mute, notturne confidenze. Si ritrovano in essi i lamenti di Giobbe e gli slanci amorosi e l’intimità mistica del Cantico dei cantici, così come quella profetica di Isaia, Geremia, Osea.

Gesù è il sacramento che ci fa incontrare le confidenze di Dio, la sua intimità più nascosta. “Io e il Padre siamo uno; chi vede me vede il Padre; chi ascolta me ascolta il Padre mio; non sia turbato il vostro cuore abbiate confidenza in Dio e anche in me, nella casa del padre mio, vi sono molte dimore per riposarsi e confidarsi”. Con le parabole Gesù narra le storie del confidarsi di Dio all’uomo, nel rivelargli la sua amicizia e il segreto del Regno dei cieli.

Nelle tue mani affido il mio spirito”: ecco le parole che rivelano il cuore della fede di Gesù, la sua massima confidenza nel padre, pur nell’esperienza dell’abbandono.

Salmo 10,14: “Eppure tu vedi l’affanno e il dolore, li guardi e li prendi nelle tue mani. A te si abbandona il misero, dell’orfano tu sei l’aiuto”.
Salmo 16,5: “Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita”.
Salmo 31,16: “I miei giorni sono nelle tue mani. Liberami dalla mano dei miei nemici e dai miei persecutori”.
Salmo 28: “Ascolta la voce della mia supplica, quando a te grido aiuto, quando alzo le mie mani verso il tuo santo tempio”.
Salmo 63,5: “Così ti benedirò per tutta la vita: nel tuo nome alzerò le mie mani”.

Riportando un discorso di Paolo VI del Natale del 1971, papa Francesco ricorda che nella natività di Gesù «c’è stato da parte di Dio uno sforzo di inabissarsi, di sprofondarsi dentro di noi, perché ciascuno, dico ciascuno di voi, possa dargli del tu, possa avere confidenza, possa avvicinarlo, possa sentirsi da Lui pensato, da Lui amato…; da Lui amato: guardate che questa è una grande parola! Se voi capite questo, se voi ricordate questo che vi sto dicendo, voi avete capito tutto il Cristianesimo».

Così ho cercato altre traduzioni del versetto del confidarsi di Dio. Il suo segreto sta nel suo donarsi, nell’offrire l’intimità della sua amicizia: «L’amicizia di Jahweh è per chi lo teme, gli fa conoscere la sua alleanza».

Le parole di Gesù ai discepoli nel Vangelo di Giovanni confermano e rilanciano questa prospettiva anche per noi: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi». (15,15).

La traduzione della Vulgata del salmo usa un termine sorprendente, traducendo “segreto” con la parola “firmamento”, il cielo notturno: «firmamentus est Dominus timentibus eum», come a dire che, quando Dio si confida, è la stabilità e la vastità senza misura della sua fedeltà e del suo amore che ci confida, così come sconfinato e stabile è il misterioso firmamento.

L’etimologia della parola deriva dal latino firmare: rendere fermo, stabile. L’idea di firmamento è molto antica e risale a quando si riteneva che il cielo fosse una ferma e solida distesa a sostegno dell’oceano celeste, luogo e casa delle stelle, che orientavano i cammini dell’uomo.

Un monaco medievale, riferendosi al firmamento, immagine della santità ospitale di Dio, cominciò col riprendere il versetto del libro della Genesi dove si legge: «Dio disse: “Ci siano fonti di luce nel firmamento del cielo per illuminare la terra”» (1, 14-15) e commentò così: il firmamento è Cristo.

Al cuore del confidarsi di Dio all’uomo sta dunque il suo Cristo. Egli è l’Unigenito il confidente del Padre: «In quei giorni egli se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio» (Lc 6,12).

Al sepolcro di Lazzaro Gesù si rivolge al padre in questi termini: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato», (Gv 11, 41-42).

Nel salmo 19, 2 si dice «i cieli narrano la gloria di Dio, l’opera delle sue mani annuncia il firmamento» (Sal 19,2). È da leggersi qui l’opera del Cristo, la sua missione. Gli incontri di Gesù, il suo dire e il suo agire con la gente.

Tutta la sua vita narra di questo dispiegarsi del firmamento, che è il confidarsi del Figlio nel confidarci il segreto del Regno dei cieli. Iniziando il suo ministero Gesù dirà nella sinagoga: “lo Spirito del Signore è su di me; egli mi ha mandato a confidare ai poveri il lieto annuncio, a svelare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, proclamare la grazia del Signore, grazia che è il suo confidarsi a noi”.

Tempo della confidenza è stato quello di Gesù nei tre anni della sua predicazione. Annunciando il Regno a tutti, aprì la sua intimità per mostrare quella del Padre suo e così aprire i suoi uditori all’ascolto profondo, fraterno, dell’intimità delle persone.

Un’intimità rubata fu quella della donna che aveva perdite di sangue e che toccando il lembo del suo mantello di nascosto guarì del suo male e scoprì, scoperta da Gesù, la sua fede, tanto da ritrovare la libertà interiore, contro ogni forma di discriminazione religiosa e sociale.

Al pozzo di Giacobbe le confidenze di Gesù alla donna samaritana meravigliarono i discepoli, che si stupirono che parlasse con una donna. Eppure da quell’intimo dialogo sgorgò in lei il dono dell’acqua viva, lo Spirito sorgente stessa di ogni confidenza: quella che libera dai pregiudizi e genera il dono di sé “in spirito e verità”, secondo quel confidarsi proprio del Padre, che vede nel segreto e nel segreto della tua intimità si confiderà anche a te.

Il mattino di Pasqua è bastata un parola soltanto a Gesù per far risorgere in Maria di Magdala la confidenza che credeva perduta, rubatagli, per sempre sotto la croce. Le disse Gesù: “Maria!” e lei “Maestro mio”: «…si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo”. Gesù le disse: “Maria!”. Ella si voltò e gli disse in ebraico: “Rabbunì!”» (Gv 20, 14-16).

Dall’annunciazione al Natale, il loro avvento, anche per Maria e Giuseppe fu tempo delle confidenze: quella singolarissima del portavoce Gabriele, dell’intimità svelata e gioiosa alla ragazza di Nazareth.

Quella pure dell’altro angelo che, donando a Giuseppe la confidenza di una parola di Dio, dissipa in lui ogni paura di prendere con sé Maria. Ma poi ulteriori confidenze tra loro due sempre in cammino da Nazareth a Betlemme; in fuga da Betlemme in Egitto e da lì di nuovo a Nazareth.

Confidenze ancora, come quando Maria va in fretta a visitare la cugina Elisabetta, anche lei incinta di Giovanni. Entrambe si scambiano le rivelazioni dei lori figli e la gioia nel sussulto di Giovanni nel grembo di Elisabetta e la lode di Maria con il canto del Magnificat, che proclama la gioia, perché Dio non solo guarda ma si confida con i poveri e gli umili e dona loro la sua beatitudine: “Beati, accolti voi poveri, accolti voi che piangete perché il Regno è confidato a voi” come consolazione dirà Gesù sul monte delle Beatitudini.

Sant’Ambrogio nell’Esamerone (I/I,5) raffigurava il respiro che saliva dall’assemblea liturgica della sua chiesa di Milano durante il canto dei salmi, come «il maestoso ondeggiare dei flutti dell’oceano». Ma il firmamento, il confidarsi di Dio nel Figlio per noi non è forse un vastissimo oceano, un mare senza sponde?

Ho pensato così che la confidenza di chi compie l’attraversata del Salterio e delle Scritture nei salmi è come un’andar per mare, confidandosi, nonostante la nostra barca come il vivere a volte sia ‘appruata’ (i.e. ‘immersa a prua’), ripiegata su se stessa e vada a scarroccio, deviando lateralmente dalla rotta per l’azione del vento.

Ciò nondimeno, sebbene l’equipaggio dorma, c’è chi veglia su di lui e nella notte si intrattiene come sul monte Gesù in muta confidenza. La stessa che Mario Luzi [Qui] seppe descrivere nella poesia Per mare:

Si naviga tra Sardegna e Corsica.
C’è un po’ di mare
e la barca appruata scarricchia.
L’equipaggio dorme. Ma due
vegliano nella mezzaluce della plancia.
È passato agosto. Siamo alla rottura dei tempi.
E una notte viva.
Viva più di questa notte,
viva tanto da serrarmi la gola
è la muta confidenza
di quelli che riposano
sicuri in mano d’altri
e di questi che non lasciano la manovra e il calcolo.

(Tutte le Poesie, Garzanti, Milano 1993, 361)

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

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Andrea Zerbini

Andrea Zerbini cura dal 2020 la rubrica ‘Presto di mattina’ su queste pagine. Parroco dal 1983 di Santa Francesca Romana, nel centro storico di Ferrara, è moderatore dell’Unità Pastorale Borgovado che riunisce le realtà parrocchiali ferraresi della Madonnina, Santa Francesca Romana, San Gregorio e Santa Maria in Vado. Responsabile del Centro di Documentazione Santa Francesca Romana, cura i quaderni Cedoc SFR, consultabili anche online, dedicati alla storia della Diocesi e di personaggi che hanno fatto la storia della chiesa ferrarese. È autore della raccolta di racconti “Come alberi piantati lungo corsi d’acqua”. Ha concluso il suo dottorato all’Università Gregoriana di Roma con una tesi sul gesuita, filosofo e paleontologo francese Pierre Teilhard de Chardin.

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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