25 Novembre 2015

L’economia del Terrore: così si finanzia il Califfato

Fulvio Gandini

Tempo di lettura: 5 minuti

La guerra è arrivata. Dentro casa, nel cuore di quell’Europa che da settant’anni ormai non conosceva più l’orrore bellico. D’improvviso quel che pareva solo un fenomeno mediatico racchiuso nel teleschermo ha invaso le nostre vite: comprendiamo che la guerra è in mezzo a noi e i morti di Parigi incombono sul nostre quotidiane esistenze. E la guerra terrorizza, mortifica e cancella le libertà duramente conquistate nel tempo, costa. Non solo, ovviamente, in termini di vite umane e di sacrifici per le popolazioni coinvolte, ma anche nel mero senso economico del termine. Se può sembrare scontato, e auspicabile, che uno Stato di diritto con un’economia avanzata possa riuscire a gestire economicamente la propria difesa, meno scontato è come possa uno Stato autoproclamato che si trova in una delle aree più aride del pianeta ottenere i fondi per finanziare uomini, mezzi, armamenti e vettovaglie.

Retorica a parte, tutti ormai concordano sul fatto che l’Isis sia l’organizzazione terroristica più ricca e militarmente attrezzata a livello globale. Nata da una costola di Al-Qaeda e divenutane indipendente, il Daesh, come è stato recentemente ribattezzato, si differenzia da quest’ultima sotto diversi aspetti. Primo fra tutti la capacità di possedere un territorio, ossia quella zona di terra che va da Damasco fino al cuore dell’Iraq: mentre Al-Qaeda ha sempre avuto un’impostazione settaria, divisa in piccole cellule semi-indipendenti, oggi non più minacciose come qualche anno fa, l’autoproclamato Califfo Al Bagdadi ha dato all’Isis un assetto unitario e politico rendendola in grado di controllare le popolazioni che si trovano sul suo territorio; non è un caso che si parli di “Stato” Islamico.

Com’è possibile per un’organizzazione del genere trovare il modo di finanziare la propria sussistenza e le attività belliche? Una prima fonte di finanziamento della Jihad portata avanti dall’Isis è data dalla tassazione dei propri cittadini. Organizzata in maniera più simile a un pizzo mafioso che a un sistema tributario e basata sulle minacce verso le genti sottomesse, garantisce risultati non sottovalutabili: il Califfato è arrivato ad un’estensione quasi pari a quella dell’Italia e ad una popolazione di circa 11 milioni di abitanti; nonostante questi siano tendenzialmente poveri, a livello aggregato vengono garantiti buoni apporti di capitale, anche considerata l’unicità del loro impiego. Un’altra fonte di approvvigionamento importante per il Daesh è data dalle donazioni che esso riceve da persone che ne condividono gli obiettivi jihadisti in tutto il mondo. Mentre in passato queste si sono rivelate fondamentali per la crescita del Califfato, ora sono in diminuzione anche grazie ai maggiori controlli sugli spostamenti di capitali indirizzati a quell’area geografica da parte dei paesi occidentali.
Attualmente le principali fonti di guadagno dello Stato Islamico derivano direttamente dal territorio che esso controlla: già si è detto di come l’area in questione sia particolarmente sterile, tuttavia non si deve dimenticare che si tratta di una delle zone con la maggior concentrazione di pozzi petroliferi al mondo presso i quali, fra l’altro, si trovavano già in loco le attrezzature di estrazione irachene e siriane. L’estrazione e la vendita di petrolio rappresenta il business di maggiore importanza per lo Stato Islamico, in grado di estrarre dai 42 ai 50 mila barili in media al giorno, venduti ad un prezzo massimo di 45$ l’uno. Un giro d’affari che porterebbe nelle tasche del Califfo oltre due milioni di dollari al giorno. Ma chi mai commercerebbe petrolio con l’Isis? Loschi affaristi ci sono sempre e ovunque, ma pare che la grande maggioranza delle estrazioni vengano contrabbandate in Turchia il cui presidente Erdogan ha sempre tenuto un atteggiamento quanto mai ambiguo nei confronti del Califfato.
Altra fonte di finanziamento è costituita dai riscatti pagati direttamente dai Paesi occidentali per la liberazione degli ostaggi nelle mani dei miliziani: tagliare la testa o bruciare vivi coloro che vengono catturati nel nome del Califfo non è unicamente un’indicibile barbarie fine a sé stessa, ma è anche la più orrenda forma di ‘pubblicità’ mai creata da una mente umana. Tale pubblicità non è indirizzata solo ad altri fanatici allo scopo di invogliarli ad unirsi alla jihad: il target principale a cui è rivolto questo macabro spettacolo sono i governi dei Paesi di appartenenza degli ostaggi ancora in vita. L’obiettivo è quello di piegare l’opinione pubblica e la fermezza dei governi, costringendoli a pagare riscatti da capogiro. Si è scritto ad esempio, notizia confermata poi smentita e sulla quale non è ancora stata fatta chiarezza, che per il rilascio delle volontarie italiane Greta e Vanessa siano stati sborsati dal Governo Italiano 11 milioni di euro, se si moltiplicano cifre di questo genere per tutti gli ostaggi liberati su riscatto si comprende come mai l’Isis possa riuscire a sostenersi.
Vi è infine il redditizio contrabbando di opere d’arte: l’iconoclastia è certamente una delle più vergognose dimostrazioni di ignoranza che il Califfato potesse offrire al popolo occidentale, ma mentre all’occidente veniva data la triste immagine di Palmira distrutta, pare che buona parte del patrimonio artistico di enorme valore di cui l’Isis sia venuta in possesso lungo il suo cammino sia finita sul mercato nero delle opere d’arte, alimentando da un lato le collezioni di qualche avido milionario e dall’altro le tasche del Califfo. Un bene per l’arte? In un’ottica miope si può definire sicuramente un male minore rispetto alla distruzione, se non fosse che l’intero guadagno derivante da tali cimeli viene devoluto, assieme alle altre ricchezze accumulate nei modi sopraesposti, nel commercio illegale di armi sul cui mercato lo Stato Islamico è attualmente il primo acquirente mondiale.

Parallelamente a tutto ciò, la forza del Califfo nella sua area è data non solo dalla sua capacità di finanziarsi, ma anche dalla sua efficienza nell’impoverire le regioni circostanti. Anche in questo caso la chiave di lettura dell’azione è economica. Il fatto di avere ancora negli occhi la strage di Parigi ci fa quasi dimenticare che l’Isis aveva già attaccato e stia ancora attaccando vaste zone dell’Africa e dell’Asia. Gli attentati non sono legati a luoghi particolarmente simbolici, tuttavia non sono scelti a caso: il Daesh mira piegare le aree circostanti partendo dal loro settore più vulnerabile e al contempo fra i più redditizi, il turismo. Poco prima degli attacchi di Parigi, i terroristi avevano colpito un aereo russo in Egitto, un museo a Tunisi, mentre, procedendo a ritroso, si trovano l’attacco alla storica moschea della capitale del Kuwait, il più ‘occidentale’ degli Emirati Sovrani, e le conquiste territoriali ottenute in Siria ed Iraq. Questi attacchi hanno lo scopo di fiaccare le possibilità di reazione dei Paesi colpiti nei confronti dell’espansione del califfato facendo venir meno le fonti di finanziamento alla loro difesa.

In uno scenario di guerra ormai in corso, il metodo più efficace per contrastare l’Isis potrebbe essere quello di emularne la strategia colpendo le basi della sua economia. Se da un lato sarebbe sicuramente difficile impedire ai volontari di andare ad operare in Siria e resistere alle intimidazioni rifiutando di pagare i riscatti per coloro che vengono fatti prigionieri, riuscire a sottrarre allo Stato Islamico i giacimenti petroliferi di cui al momento dispone sarebbe sicuramente un grandissimo passo avanti per il suo indebolimento. È inoltre indispensabile sottrarre alla furia dell’Isis i vari patrimoni artistici entrati nel suo mirino se non già nel suo territorio: evitarne la perdita non solo farebbe venir meno una delle fonti di approvvigionamento dello Stato Islamico, ma salvaguarderebbe patrimoni di inestimabile valore dall’intolleranza di chi delle altre culture intenderebbe eliminare anche le radici, non volendo accettare il fatto che quelle radici, in fondo, siano anche le sue.



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Fulvio Gandini

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