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LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Diseducazione civica

Da settembre tornerà l’educazione civica nelle nostre scuole, come disciplina autonoma, senza cattedra, perché avrà un coordinatore, ma non un docente titolare, per 33 ore all’anno da sottrarre a qualche altra materia, con tanto di voto in pagella, e quanto questo sia educativamente civico sarebbe da discutere.
Eppure l’educazione civica ha avuto un padre nobile, Aldo Moro, che da ministro dell’istruzione nel 1958 ne introdusse l’insegnamento nelle scuole medie e superiori, per due ore al mese obbligatorie, affidate al docente di storia, senza valutazione.
Poi nel 2004, con le Indicazioni nazionali della riforma Moratti, l’educazione civica è diventata “Educazione alla convivenza civile”, trasversale a tutti i percorsi scolastici e senza voto come “Cittadinanza e costituzione”, versione più aggiornata dell’educazione civica delle Indicazioni nazionali del 2012.
Nel frattempo l’Europa dettava le competenze chiave della cittadinanza europea, tra le quali la competenza in materia di cittadinanza.
È accaduto che l’educazione civile, il civismo, è venuto a mancare in maniera preoccupante, così in questi anni sono state presentate alla Camera ben 16 proposte di legge di tutti i gruppi politici e l’Anci, l’Associazione Comuni d’Italia, con in testa il comune di Firenze, ha raccolto centomila firme per reintrodurre nelle scuole l’insegnamento dell’educazione civica come disciplina autonoma e con il voto.
La cosa di per sé potrebbe sembrare anche meritevole, ma come capita ormai nel nostro paese da diverso tempo a questa parte, le soluzioni sembrano sempre poco riflettute e vecchie in partenza, quasi che i tempi non cambiassero.
Neppure l’insegnamento della religione cattolica ha il voto e i voti, che meriterebbero una attenta riflessione sulla loro utilità formativa, invece si propongono come trovata costrittiva per una educazione alla cittadinanza che a ben altro dovrebbe formare, come assumersi la responsabilità delle proprie azioni, ad esempio, anziché tornare a puzzare di ordine e disciplina assecondando il vento che tira.
Questa del ritorno dell’educazione civica non sembra proprio una conquista e spiace che il paese non abbia un pensiero democratico diffuso capace di formulare proposte più nuove, più intelligenti e più avanzate, forse è proprio per questo che non dobbiamo stupirci se poi a prevalere nell’opinione pubblica sono populismo e sovranismo, proprio perché lo spirito democratico manca da tempo di pensieri alti e lunghi.
La sensazione è che siccome si è perduto il bon ton della convivenza civile si ricorre ai ripari. E così i cafoni, quelli stessi che hanno perso di vista il politically correct, hanno pensato di rimediare somministrando ai loro rampolli un’ora settimanale di apprendimento delle buone maniere civiche, con esercitazioni e valutazioni, travestendo la scuola da tata tedesca. È che, se a casa poi si mangia con le mani nel piatto, serve a poco aver appreso il galateo a scuola.
Non abbiamo bisogno di catechismi laici, ma di una società sana. I tempi non sono quelli del 1958, l’Italia e il mondo non sono più quelli e alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi servono gli strumenti per esercitare il loro diritto ad una cittadinanza attiva, consapevole e responsabile.
Tutto ciò non si forma con l’apprendimento di una materia, ma con una pluralità di conoscenze e di esperienze che non sono riconducibili ad unico contenitore, hanno bisogno di progetti e percorsi, di curricoli per dirla da esperti, hanno necessità di intrecciare e intessere numerosi territori del sapere, che non si risolvono con 33 ore all’anno.
Il nostro sistema formativo ha dimostrato in tutti questi anni di saperlo fare, di saper interagire con il territorio, le sue reti, i suoi protagonisti e le sue istituzioni. Non ha dovuto attendere la legge approvata alla Camera per affrontare gli assi epistemici lì indicati, dalla Costituzione all’Agenda Onu 2030, dalla cittadinanza digitale ai diritti, dall’educazione ambientale all’educazione alla legalità.
Credo che le nostre scuole nell’esercizio della loro autonomia in questi anni abbiano fatto molto di più, trovandosi sempre in prima linea ad affrontare una popolazione scolastica sempre più sola e disorientata.
Ma la politica evidentemente è distratta, avrebbe dovuto prestare più attenzione alle tante iniziative promosse ogni giorno dalle nostre scuole e da lì apprendere. Dall’educazione democratica, alla solidarietà e all’inclusione, fino alla costante presa di coscienza della nostra storia, della storia del mondo, del significato di Europa, del dramma dei conflitti mondiali, della Shoah, fino alla lotta contro il cyberbullismo, per la legalità contro le mafie, cercando di capire come il mondo intorno a noi cambia.
Sarebbe bastato confrontarsi con questa fucina di idee e di iniziative vissute sul campo per essere in grado di proporre qualcosa di nuovo e soprattutto fornire più risorse perché le scuole, le ragazze e i ragazzi con loro possano continuare a crescere.
Il risultato prodotto, invece, è un provvedimento senza soldi a testimonianza di una colpevole e generalizzata superficialità, oltre del perenne gattopardesco civismo italiano. Questo governo si propone di finanziare, a partire dal 2020, il nuovo, si fa per dire, insegnamento, con quattro milioni l’anno, corrispondenti a 85 euro per scuola, 57, se poi si considerano le scuole dell’infanzia. Va da sé che questa è palesemente diseducazione civica.

LA RIFLESSIONE
Europa e burocrazia

di Grazia Baroni

La parziale bocciatura della riforma Madìa della Pubblica Amministrazione rende evidente quanto la riforma costituzionale, se pur imperfetta, sia necessaria e vitale per lo sviluppo dell’Italia a prescindere dal risultato referendario del 4 dicembre. Quando la Corte Costituzionale ha fermato la riforma Madìa, che poneva un limite temporale alle dirigenze delle amministrazioni e di fatto creava i presupposti per aumentare la produttività e l’efficienza della pubblica amministrazione, si è resa palese la volontà dei burocrati di difendere i propri privilegi, altrettanto ha fatto con vigore nella campagna per la bocciatura della riforma costituzionale, mostrando la potenza della struttura burocratica nei suoi propositi di autoconservazione.

D’altronde, votare Sì al referendum avrebbe rappresentato un tentativo di dare stabilità all’Italia e soprattutto all’Europa creando un dilemma per coloro che hanno votato, perché questa Europa, nella forma in cui si sta delineando, non piace quasi a nessuno, se non a chi si sta avvalendo di questa realtà per occupare un posto di lavoro che è anche prestigioso e ben remunerato. Oggi sappiamo come sono andate le cose e la fragilità dell’Unione Europea è proporzionalmente maggiore.

Il dilemma, però, oggi ancor più di ieri, rimane: come cambiare questa Europa senza distruggerla?

E perché non piace questa Europa? Sostanzialmente perchè si fa riconoscere dalla cittadinanza dei singoli Stati europei solo attraverso le regole procedurali emanate dal Parlamento che sono vincolanti a tal punto da finire per ingessare la sua economia impedendone lo sviluppo. Però, nonostante questo, gli Stati Nazionali si affidano a tale struttura burocratica proprio perchè non si fidano gli uni degli altri. La burocrazia porta alla deresponsabilizzazione e riduce al minimo le differenze; le caratteristiche nazionali che sono la ricchezza dell’Europa vengono appiattite togliendo il senso stesso del progetto europeo. Di questo si fanno forti le destre che infatti ultimamente stanno prendendo potere in Europa.

Purtroppo il Parlamento Europeo non ha un mandato legislativo non essendoci uno Stato d’Europa, può solo svolgere funzione di controllo su ciò che la Commissione Europea promulga e che non sono mai direttive finalizzate a creare lo sviluppo armonico di uno Stato unitario e democratico ma linee di confine per compromessi produttivi e commerciali tra Stati in competizione tra loro e unici veri mandatari di deleghe popolari elettive, quindi gli unici legittimati democraticamente a scelte politico- economico – sociali vere e proprie.

Il risultato è che l’Europa esiste soltanto in quanto burocrazia e in quanto tale non può essere democratica (lo dice la parola stessa: burocrazia è il potere delle procedure, non del popolo) e questa realtà è dovuta al fatto che ciascuno Stato Nazionale, nonostante due guerre mondiali e decine di milioni di morti, non sia ancora capace a cedere la propria a sovranità per un progetto più ampio e più adeguato ai tempi come sarebbe lo stato democratico degli Stati Uniti d’Europa. Uno stato che vada oltre ai nazionalismi e che possa rappresentare una nuova realtà politica, progettata interamente dal nuovo a partire dalla sua struttura amministrativa. Una struttura amministrativa fondata sul concetto di democrazia, intesa come libertà personale in uno spazio di libertà comune, che si sostituisca a quella attuale burocratica e massificante che identifica la democrazia con l’omologazione; questa sarebbe l’unica vera sfida per iniziare il terzo millennio, in modo democratico in un mondo globale.

Sarebbe il primo passo per un cambiamento universale perchè si può constatare oggi che il problema della burocrazia come struttura organizzativa delle società odierna, invece di facilitare il cambiamento e lo sviluppo, tende a frenarli, a creare una sempre maggior corruzione e a sostituirsi al potere legislativo politico in tutti gli stati, siano essi monarchie, repubbliche o dittature.

Questo accade perché, guardando la storia della burocrazia, si rende evidente come essa sia nata a servizio della monarchia assoluta. All’epoca è stata molto efficacie e funzionale, ma con l’evolversi delle forme di governo, dalla monarchia parlamentare alla repubblica, non si è rinnovata se non nella razionalizzazione delle sue procedure grazie alle quali è diventata sempre più pervasiva e invasiva senza deviare dalla sua funzione di organo di controllo.

In uno stato veramente democratico, la burocrazia dovrebbe essere sostituita da una Pubblica Amministrazione la cui definizione descriva lo scopo gestionale dell’organizzazione della quale sarebbe la struttura, cioè la democrazia parlamentare.

Per realizzare un cambiamento di tale portata è necessario riflettere su alcune questioni:
• Cosa è la burocrazia e a cosa serve?
• Cos’è l’amministrazione e a cosa serve?
• Burocrazia e democrazia possono convivere o sono antagoniste?
• Uno stato ha necessariamente bisogno della burocrazia?
• Come trasformare l’esoscheletro da scarafaggio Kafkiano nel quale ci troviamo prigionieri in endoscheletro di un organismo libero e capace di trasformarsi?

La questione è importante e complessa, richiede una collaborazione di creatività, un dialogo tra ipotesi perciò sento la necessità di condividere tali interrogativi e riflessioni.

Chi è Grazia Baroni – brevi note biografiche
Grazia Baroni, nata a Torino nel 1951. Ha ottenuto il diploma di liceo artistico e l’abilitazione all’insegnamento. Laureata successivamente in architettura, ha insegnato per decenni e con passione disegno e storia dell’arte nella scuola superiore di secondo grado, cercando di coniugare l’arte con la vita e la coscienza. Ha partecipato alla fondazione della cooperativa Centro Ricerche di Sviluppo del Territorio (CRST) e collaborato ad alcuni lavori del Centro Lavoro Integrato sul Territorio (CELIT). E’ socia e attiva collaboratrice del Centro Culturale e Associazione Familiare Nova Cana da decenni.

La Riforma Costituzionale, che sanità sarà?

Ne parliamo con Cesare Brugiapaglia, presidente della Commissione Albo Odontoiatri presso l’Ordine dei Medici-Chirurghi e degli Odontoiatri di Ferrara

Dottore, prima di parlare con Lei, ho chiesto qualche parere ad altri medici sull’impatto sulla sanità di un’eventuale vittoria del sì al prossimo referendum e la sensazione che ho avuto è che in realtà si preoccupassero più dei tagli indiscriminati, delle differenze tra prestazioni offerte dalle varie Regioni, della mancanza di controllo e della mancanza di persone competenti a dirigere il tutto che del sì o del no. Cioè, come dire, se il controllo della sanità l’hanno lo Stato centrale o le Regioni comunque c’è bisogno di razionalità e controllo, distribuzione equa delle risorse e attenzione al cittadino, al malato. E controllo e razionalità probabilmente non hanno funzionato prima del 2001 e non stanno funzionando adesso. Mi è sembrato, come dire, prima di cambiare il sistema ragioniamo bene su cosa non funziona e su come potremmo agire per farlo funzionare. La soluzione in questo momento non è nella riforma della Costituzione, è un messaggio sbagliato.
Guardando solo alla Riforma penso che questa leda i diritti delle autonomie. Essa abolisce le competenze concorrenti Stato-Regioni, riportando allo stato una serie di decisioni che, dal 2001, spettavano alle Regioni. Il motivo? Si dice che ci sono troppi conflitti tra stato e regioni, ma, per tornare a quanto diceva lei, le cause stanno davvero nel fatto che la Costituzione dà troppo potere alle Regioni? In realtà, nella legislazione concorrente lo Stato stabilisce i principi da rispettare, come i Livelli essenziali di assistenza in sanità e legifera riservandosi la tutela dei diritti legati a quei principi, ma entro la cornice della legge ordinaria fissa le competenze per le quali le regioni valorizzano la loro autonomia. Per sanità, servizi sociali od altro, lo Stato, in 15 anni, quali leggi quadro o cornice ha fatto? Oggi toglie autonomia alle Regioni – solo quelle a statuto ordinario, peraltro – ma ricordo che l’articolo 5 della Costituzione riconosce e garantisce le autonomie ed adegua i metodi della legislazione alle esigenze di queste.
Ministro della Salute e viceministro nei convegni sono ottimisti, con la riforma miglioreranno i diritti degli “ultimi”, ma io non ne sono assolutamente convinto: si parla di centralizzazione per rispondere alla lamentela secondo cui le regioni non sono tutte allo stesso livello nell’offerta di cure, ma si dimentica che le disparità e gli sprechi nascono più da fattori ambientali che dalle regioni come amministratrici della sanità.
Lo Stato ha forse una più alta tradizione di governo dei servizi sanitari? Per migliorare l’efficienza al centro e in periferia si deve responsabilizzare, dire alla regione: questi soldi hai e hai la massima autonomia nello spenderli, ma poi ne sei responsabile di fronte ai cittadini. La centralizzazione purtroppo tende a deresponsabilizzare.

Quindi favorevole alle autonomie. Pensa che dal 2001 le cose siano migliorate?
Non vorrei essere scambiato per uno favorevole ai vari carrozzoni regionali, ma mi domando come mai, in 15 anni, non è stato fatto nulla.
Prima della 833/78 (cioè 38 anni fa!) la sanità passava tutto a tutti; c’era un deficit, ma era di gran lunga minore di quelli che si sono accumulati negli anni successivi. Dovevano fare l’aziendalizzazione, allo scopo di contenere il deficit e con l’idea di riuscire ad avere, addirittura, un utile. Tutto è fallito; ma quello che è peggiorato – ed è la cosa più grave – è la qualità delle cure e dell’assistenza. Ma la politica è entrata pesantemente nella sanità, condizionando le scelte dei Direttori generali che hanno avuto quasi sempre il mandato di impartire le direttive sulla durata delle terapie, per cercare di conseguire una riduzione dei costi. Quanto sta accadendo a Ferrara proprio in questi giorni a causa della riduzione/condivisione degli spazi operativi e il disagio dei medici che operano nel reparto di medicina d’urgenza è una dimostrazione della palese miopia della Dirigenza a scapito della operatività dei medici di cui fanno le spese, in primis, i cittadini.

E torniamo al vero problema: controllo e responsabilità chiare. Sia che vengano dallo Stato centrale sia che siano affidate alle Regioni.
Quello che penso della questione attuale, è che si stiano facendo le solite promesse che non saranno mantenute o solo parzialmente attuate.

Diciamo che una soluzione ottimale potrebbe essere che lo Stato controlli e diriga il quadro generale, che la regione amministri con un budget definito e rendiconti. Responsabilità chiare per cui se lo fa male lo Stato interviene.
O meglio, dovrebbe intervenire. Adesso cosa succede, le regioni si mettono a piangere e convincono lo stato a dargli più soldoni, con la scusa che altrimenti non potrebbero più andare avanti e si vedrebbero costrette a ridurre prestazioni e qualità; alla fine, dopo trattative, la spuntano sempre.
Dopo il 2001 la legislazione in materia non ha funzionato o non è stata fatta (sempre per ritornare a quanto si diceva prima: non sono stati affrontati dall’inizio i problemi, si pretende di riformare ma non si pensa ai futuri problemi) per cui ha creato disfunzioni, spese superiori a prima e inefficienze.

Quindi, per sintetizzare, sostanzialmente ritiene giusto che le Regioni si occupino della sanità ma dovrebbero essere sottoposte a controlli più efficaci e stringenti (responsabilità nei confronti dei Cittadini chiare insomma). Ma cosa dice sulle differenze che si sono venute a creare tra le varie Regioni. La sanità dovrebbe essere uguale per tutti, come si evita che un federalismo sanitario provochi differenze nel l’erogazione dei servizi, voglio dire se lo Stato assegna un budget e dice agli amministratori che devono fare del loro meglio qualcuno farà meglio e qualcuno peggio. Si crea diciamo la concorrenza, bravi e meno bravi con in mezzo il cittadino. Personalmente nella sanità, come nell’istruzione, il principio di base non penso dovrebbe essere la concorrenza.
Vero, ma le regioni sono “gelose” e cercano di ridurre o evitare la migrazione perché ci rimettono in immagine e in soldoni; ma viene leso anche il diritto della libera scelta da parte del paziente e, alla fine, tutto resta all’incirca come prima: perché la sanità del veneto è meno burocratica della nostra? Avrà sicuramente sentito dire che il nostro SSN è il migliore o tra i migliori del mondo; sulla carta è anche vero; ma nella pratica…

Se invece tutti fanno bene allora lavorano tutti per lo stesso fine e allo stesso modo, quindi a che serve dare alle regione autonomia, può decidere lo Stato con indirizzi unici e obiettivi comuni. In che modo facciamo funzionare l’autonomia senza creare concorrenza interna e a chi o cosa serve? Non al cittadino credo.
Giusto!

Per concludere, se le dicessi che invece di fare questa specie di ping-pong delle riforme – nello specifico oggi a colpi di maggioranza, ieri per accontentare la Lega – sarebbe stato più serio affrontare serenamente i problemi sedendosi a un tavolo e discutendo con tutti? Partendo dagli operatori del sistema sanitario, magari. Voglio dire, oggi questa riforma sta bene solo a una parte del Paese come nel 2001 stava bene ad un’altra. Seguendo questo iter tra 10 anni possiamo prevedere una nuova riforma.
A essere in discussione è l’articolo 117 titolo V che recita: “Lo Stato avrà potere di dare disposizioni generali e comuni per la tutela della salute e le Regioni saranno incaricate della programmazione e dell’organizzazione dei servizi sanitari e sociali”.
Traduzione: niente cambierebbe con la riforma costituzionale, né sarebbe diverso dalla realtà che siamo costretti a vivere oggi. Attraverso i LEA, lo Stato individua già adesso i campi di intervento sanitario che dovrebbero essere garantiti a livello nazionale e attraverso le Finanziarie e le Leggi di Stabilità decide già ora quanti fondi stanziare per il sistema sanitario in tutto il Paese. La fumosa centralizzazione poi non riguarderà le modalità di assegnazione dei ruoli dirigenziali e di potere a livello locale, come non cambierà nulla nelle modalità di assegnazione praticate ad oggi dalle Regioni, per cui la corruzione, il clientelismo, l’incapacità gestionale e gli sprechi che abbiamo imparato a conoscere continueranno come prima.
I sostenitori del sì, ci dicono che le Regioni e le autonomie locali, però, potranno far valere le proprie ragioni direttamente in Senato, il “nuovo” Senato. Anche qui non si capisce quale sarebbe lo spazio di manovra dei senatori, dato che quanto atterrebbe alla discussione e all’approvazione delle Leggi di Bilancio non sarebbe più di loro competenza, se passasse il sì. Dunque neppure il Senato sarebbe lo spazio in cui discutere il finanziamento dei nostri servizi!

Va bene, grazie Dottore. Direi che la chiusura potrebbe essere che è inutile accapigliarsi tanto per il sì o il no, ma sarebbe molto più saggio ragionare su come migliorare i servizi e su cosa realmente si vuole ottenere. Mettere al centro il cittadino, il paziente e i suoi bisogni e questa riforma non da le necessarie garanzie perché si possa sperare in un reale miglioramento in tal senso.

Roberto Bin: sì a una riforma costituzionale che è meglio di niente

Roberto Bin, docente di diritto costituzionale a Unife e direttore della rivista on-line “Forum di Quaderni costituzionali” e dell’Istituto di Studi Superiori Iuss di Ferrara, è sempre stato a favore del sì alla riforma costituzionale della ministra Boschi, fin dall’inizio di questa campagna referendaria, che a suo parere “è andata oltre i livelli della decenza: si ragiona poco sulle cose e si straparla”. Non stupisce quindi di trovare un suo contributo nel volume intitolato “Perché sì” (Laterza), presentato nei giorni scorsi nella Sala dell’Oratorio San Crispino all’ultimo piano della libreria Ibs-Libraccio.

Roberto Bin
Roberto Bin

Il professor Bin è chiaro: al referendum del 4 dicembre bisognerebbe votare sì “per dare una svolta al modo con il quale questo paese affronta le politiche pubbliche”, dalla scuola al lavoro, all’assistenza alle famiglie, “non c’è un tavolo di discussione comune” e quindi “di fatto non ci sono politiche condivise perché non ci sono istituzioni per raggiungere accordi a livello legislativo e non amministrativo”. Il vero clou della riforma per Bin è, infatti, il cambiamento delle camere e del procedimento legislativo fra i due rami del Parlamento. “Siamo l’unico paese al mondo ad avere due Camere uguali che fanno le stesse cose”, sottolinea il costituzionalista: con la riforma ci sarà una camera che rappresenterà i territori e si metterà in moto così un “principio di collaborazione istituzionale” fra chi farà le leggi, la camera dei deputati, e chi poi le dovrà applicare, il Senato con i componenti provenienti dalle regioni. A suo parere su questo nuovo Senato c’è molta confusione: “non rappresenterà i territori nel senso che i rappresentanti del Molise cureranno gli interessi del Molise e quelli della Lombardia tuteleranno la propria regione. Il Senato servirà per la rappresentanza del sistema delle autonomie, assicurandosi che le leggi dello Stato non ne ledano gli interessi”. Insomma, spiega ancora Bin, “la seconda camera serve a portare la rappresentanza democratica locale: perché le leggi dovrebbero essere imposte alle istituzioni locali?”
Qui, a chi scrive, sorge un’obiezione: se, come afferma lo stesso professore, starà comunque alla Camera che legifera accettare o meno le istanze e le obiezioni del Senato, questo ‘principio di collaborazione istituzionale’ non è piuttosto precario?
“È affidato al buon senso della Camera legislativa, fra Istituzioni non ci pesta i piedi: la Camera dovrà tener conto seriamente e avere rispetto delle opinioni del Senato”, è la risposta di Bin. “Lei pensi a cosa è successo nei giorni scorsi con la sentenza della Corte Costituzionale sulla legge Madia: è un vistoso esempio del Governo che ha proceduto senza una giusta consultazione delle regioni. La conseguenza è il conflitto, che non fa bene a nessuno: se la Camera decide di approvare una legge specialistica che scavalca il sistema delle autonomie, la reazione è di conflitto, mentre se passa la riforma il Senato potrebbe segnalare la cosa alla Camera”.

E proprio a proposito del contenzioso Stato-Regioni, altro punto caldo della campagna referendaria, Bin confessa: “non cambia niente” perché “la riforma non fa che riprendere ciò che quindici anni di giurisprudenza della Corte Costituzionale hanno sedimentato”. Però ci sono “due accorgimenti non da poco: lo Stato può dettare solo disposizioni generali e comuni e sono indicate alcune competenze regionali”. In altre parole se la tutela della salute è competenza dello Stato, la programmazione spetta però alle Regioni.
La riforma del Titolo V quindi “non distrugge le competenze regionali come dice il Comitato per il no, che sostiene che il centralismo non avrà più confini: il centralismo c’è già e la causa è che non c’è un Senato che intervenga nella formazione delle leggi per difendere le autonomie”.
Secondo Bin “la follia del nostro sistema è non aver immaginato e inserito un procedimento di collaborazione e concertazione fra Stato e Regioni”, costringendo la Corte a decidere a tal proposito solo in base “all’interesse prevalente, regionale o statale”, un criterio piuttosto “aleatorio”, afferma Bin.

Sicuramente per il professore “la produzione delle leggi non è un problema”, al contrario di quanti sostengono la riforma per “avere leggi in tempi più rapidi”, come si legge sul sito del Comitato per il sì. Bin però precisa: “se non c’è qualcosa di delicato”. Come nel caso “del testamento biologico, della legge sulla prescrizione, del reato di tortura”, tutti provvedimenti fermi al Senato. Un’altra osservazione interessante del docente Unife riguarda un aspetto meno immediato e meno citato del nuovo iter delle leggi: “democrazia non significa solo votare ed eleggere, significa anche far valere la responsabilità di chi fa le leggi. Avere due camere che si rimpallano le leggi significa non sapere chi ha la responsabilità delle norme”. E fa l’esempio proprio della tanto vituperata immunità per i senatori, mantenuta anche per il nuovo Senato: “non si sa chi l’ha voluta, è apparsa in commissione al Senato, poi è stata tolta e rimessa più volte”.
Ed ecco un’altra obiezione: siamo sicuri di approvare un riforma costituzionale scritta da politici così, che per stessa ammissione del docente Unife “non guardano al di là del proprio naso”? Non sarebbe meglio cambiare loro piuttosto che la Costituzione?
La risposta di Bin – ahinoi! – non sembra fare una piega: “Le riforme le fanno i politici, non possiamo aspettare di avere gli angeli in Parlamento: i politici sono quello che sono, questa riforma risolve qualche problema, nel senso che ci porta a delle soluzioni istituzionali che sono quelle che hanno tutti i paesi moderni. Che anche i nostri politici abbiano raggiunto questa consapevolezza fa piacere, non possiamo dire che perché non sono lungimiranti tutto ciò che fanno è meglio che non lo facciano: dovrebbero fare di più, ma quello che abbiamo è questo”.

Per quanto riguarda il Cnel, secondo Bin “è un organismo superato nei fatti, non costa tantissimo, ma è sostanzialmente inutile”, mentre si dichiara “fortemente contrario alla logica di risparmiare sui costi della politica: è talmente importante che bisognerebbe investire in politica” dichiara il professore. Infine, per quanto riguarda la tanto paventata ‘deriva autoritaria’, il costituzionalista non ha dubbi: “i poteri del governo sono ristretti”.
Ed ecco la terza e ultima obiezione. Bin ha parlato di una maggioranza sottoposta al possibile ricatto delle minoranze con l’attuale sistema bicamerale, mentre con il nuovo procedimento la maggioranza di governo uscita dalle urne sarebbe meno soggetta ai veti delle minoranze: con il crescente astensionismo che si continua a registrare nelle ultime tornate elettorali – clamoroso il caso delle ultime amministrative nella nostra regione – si può davvero parlare di una maggioranza di governo che corrisponde a una maggioranza nel Paese?
“È un argomentazione un po’ strana: il drastico ridimensionamento di coloro che non vanno a votare si registra in tutto il mondo, non è un fenomeno solo italiano. Dopodiché chi non va a votare per definizione ha torto: se loro non vanno a votare la maggioranza è delegittimata? No, non vanno a votare e quindi preferiscono non esprimere la propria opinione. Ciò non toglie che dopo il voto una maggioranza esiste, non vedrei altra soluzione democratica. Il problema è cosa succede se i politici non sono in grado di mobilitare gli elettori”.

La Costituzione funziona. E’ il resto che non va

di Daniele Lugli*

Dal ginnasio giravo con la Costituzione in tasca. Credo un regalo della Cassa di risparmio. Stretta e sottile, con lettere piccole, piccole, che allora leggevo benissimo. E la leggevo spesso, ogni volta arrabbiandomi all’articolo 7. Alcuni articoli mi piacevano di più, altri di meno. Non ricordo me ne spiacesse qualcuno, tranne sempre l’articolo 7. La ricorrenza dei patti lateranensi era semifestivo: lectio brevis. Andavo a scuola con un piccolo segno di lutto, l’11 febbraio.
Anni dopo, la pretesa di un’amica femminista – scontenta della dizione “senza distinzione di sesso” del primo comma dell’articolo 3 – di mettere le mani sui primi articoli, sui principi, mi convinse che non era proprio il caso. Meglio considerarli intangibili: restasse pure l’articolo 7. L’esame di Diritto costituzionale sembrava fosse lì ad aspettarmi. Fu un vero piacere.

Poi ci sono stati alcuni ritocchi alla Costituzione. Se ne poteva anche fare a meno. Uno più imponente c’è stato con il nuovo millennio: la riforma del Titolo V, quello sulle Regioni, le Province, i Comuni. E ci fu un referendum e ho votato a favore. Vinse le mie perplessità un bravo costituzionalista, che ora vorrebbe votassi di nuovo a favore, distruggendo completamente la riforma di allora. Mi pare insensato. Negli anni, con qualche intervento anche della Corte costituzionale, si è infine assestato un modo di procedere tra Stato, Regioni, Autonomie locali. Cambiando si ricomincerebbe da capo con le incertezze, le dubbie interpretazioni, sino a raggiungere, dopo qualche anno, un nuovo assetto che non si preannuncia migliore.

Ma il pezzo forte non è questo: sarebbe il ridimensionamento del Senato, con la fine del ping pong delle leggi tra le due camere. Ai miei tempi si diceva che le leggi potevano, tra Camera e Senato, fare “navetta”, un congegno del telaio che va avanti e indietro, per attuare la tessitura. La tessitura delle leggi è divenuta nel tempo sempre più scadente. Il nuovo assetto garantirebbe, si dice, la possibilità di fare più leggi e in tempo minore.
E’ la cosa che ci serve di meno in assoluto per la proliferazione legislativa e la scarsa qualità di contenuti e forma che la caratterizzano. Questa qualità andrebbe migliorata e non trasposta in Costituzione, come attesta invece la formulazione dell’articolo sostitutivo dell’attuale 70.

Ho studiato a lungo questioni organizzative. C’è solo una regola della quale mi sono convinto: se una cosa funziona non l’aggiustare.

*Movimento Nonviolento, già Difensore Civico Regionale dell’Emilia Romagna

Perché sì, una voce dalla Provincia:
intervista a Francesco Colaiacovo, presidente del Conservatorio Frescobaldi

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Nella settimana decisiva per il Referendum del 4 dicembre, oltre che per il futuro del Governo Renzi, fra le tante voci di questa aspra campagna elettorale, una delle più interessanti da ascoltare nel panorama locale ferrarese è quella di Francesco Colaiacovo.
Attuale Presidente del Conservatorio di Musica Girolamo Frescobaldi e con una formazione giuridica, Colaiacovo ha alle spalle diverse esperienze, da quella militare in aeronautica a quella politica in qualità di Presidente della Circoscrizione Nord-Ovest di Ferrara dal 1997 al 2004 e di Presidente del Consiglio Comunale di Ferrara dal 2009 al 2014, oltre alle quelle di volontariato in realtà quali “Agire Sociale” e “Città del Ragazzo”.
Una conoscenza profonda e ricca di sfaccettature, con le idee molto chiare su come realmente funzioni la riforma e su quale decisione secondo lui più saggio prendere.

Nel quesito referendario se ne parla, ma in realtà pochi sanno di che cosa si tratti: che cos’è il Cnel?
Il Cnel è il Comitato Nazionale dell’Economia e del Lavoro; si tratta di un organismo di valenza costituzionale che aveva lo scopo di fare proposte di legge da proporre in Parlamento in tema, appunto, di economia e di lavoro. Doveva essere una fonte di idee ma in realtà ha fatto poco più di dieci proposte in 70 anni anni a fronte di un costo molto importante in termini di indennità e di infrastruttura burocratica.

Con la riforma verrebbe meno il bicameralismo perfetto, ma non il bicameralismo. Come funzionerebbe il nuovo modello e che vantaggi porterebbe?
Il principale effetto della riforma da questo punto di vista sarebbe quello di mettere solo in capo alla Camera dei Deputati, eletta a suffragio universale, l’emanazione delle leggi e la fiducia al governo. Si tratta del modello che adottano tutti i principali paesi democratici occidentali. Il Senato avrebbe, invece, poteri limitati rispetto a prima in campo legislativo. Rimarrebbe tuttavia il sistema attualmente in vigore nel bicameralismo perfetto per quanto riguarda le leggi di modifica costituzionale, gli ordinamenti territoriali e le leggi che disciplinano la presenza dell’Italia nell’Unione Europea. Si tratterebbe del 3% delle leggi che vengono fatte, per il resto il Senato avrebbe prettamente una funzione di proposte ed emendamenti rispetto alle leggi approvate alla Camera. Da quando verrebbe approvata una legge, il Senato avrebbe 10 giorni di tempo per chiedere di poter discutere di quella legge e 30 giorni per esprimere un parere rispetto al quale la Camera dovrebbe poi pronunciarsi in via definitiva.
Il Senato diverrebbe la “Camera delle Autonomie”, in quanto vi sarebbero i rappresentanti delle Regioni, oltre a 21 sindaci e diverrebbe il luogo dove tali rappresentanti potrebbero far valere le ragioni territoriali. A oggi il dibattito rispetto agli interessi e alle esigenze delle Regioni avviene nelle Conferenze Stato-Regioni, una volta che le leggi sono approvate. Tali conferenze hanno quindi un mero potere consultorio. Riguardo a tali leggi, invece, il nuovo Senato potrebbe proporre emendamenti prima della conclusione del processo legislativo, e anche l’eventuale bocciatura di tali emendamenti da parte della Camera, sarebbe un atto politico molto pesante. Inoltre il Senato parteciperebbe direttamente all’elezione del Presidente della Repubblica: con la riforma, il quorum dei tre quinti dalla quarta votazione implica una maggioranza più ampia rispetto a quella che sostiene il Governo e questo darebbe un peso al Senato ben maggiore di quello attuale, soprattutto nel momento in cui vi fossero due maggioranze diverse. Una grande novità sarebbe l’obbligo per i parlamentari di partecipare alle sedute, cosa che oggi non è presente nella Costituzione permettendo un tasso di assenteismo elevatissimo.

Qualora la Camera agisca contrariamente a un emendamento emesso dal Senato sarebbe una scelta di valenza politica molto forte. Per come sarebbe costituito il nuovo Senato, però, sarà molto più facile rispetto a prima avere una maggioranza di colore diverso qui e alla Camera. Rischieremmo quindi una deriva autoritaria da parte di quest’ultima?
È sempre una questione di scelta politica: non rispettare gli emendamenti proposti dal Senato quando ci sono in gioco politiche che hanno a che fare coi territori, per esempio il bilancio della sanità, significherebbe assumersi la responsabilità politica di dover affrontare l’opinione dei territori, i cui residenti esprimeranno i propri giudizi tramite il voto. Chiaramente a volte la Camera avrà l’onere di prendere decisioni contro agli interessi dei singoli territori, ma si tratta di una cosa che già accade, se non altro la riforma permetterebbe un momento di dibattito.

Il quesito referendario è stato da più parti accusato di essere populista, lei cosa ne pensa?
Il quesito è effettivamente accattivante, può essere populista lo sbandierare i risparmi che si otterrebbero con la riforma, ma ci sono dei fatti che sono oggettivi. La democrazia ha sempre un costo, però una buona democrazia può funzionare in maniera virtuosa. Il principale scopo della riforma è quello di rendere più efficiente il funzionamento dello Stato ed obiettivamente ci sarebbe un risparmio evidente: si passerebbe dai 315 Senatori attuali con indennità a solo 100 senatori senza indennità aggiuntiva rispetto a quelle che già hanno per i loro incarichi territoriali. Così come non è populista abolire il Cnel, eliminando un ente inutile e riducendo i costi in maniera importante.

Ma sarebbe davvero tutto più semplice? Si dice che ci sarebbero ben dieci modi diversi per approvare le leggi, mentre prima bastava solo la doppia approvazione…
Anche oggi ci sono diversi modi oltre a quello “classico”: la legge ordinaria, il decreto legge, la legge delegata, ci sono poi forme in cui le commissioni parlamentari possono pronunciarsi in sede deliberante, ed altre ancora. Non cambierebbe più di tanto sotto il punto di vista del numero dei metodi di approvazione, il vero cambiamento sarebbe in termini di snellezza ed efficienza. Fra l’altro si eviterebbe di dover assistere a decreti legge portati avanti all’infinito come vediamo oggi.

È stato proposto, fra gli emendamenti al testo di legge, un importante taglio agli stipendi dei parlamentari. Come mai, se lo scopo della riforma è “ridurre i costi della politica”, tale emendamento è stato rifiutato? Pensa che sia stata una scelta corretta?
Non si trattava di un emendamento alla legge costituzionale, in quanto la nuova legge costituzionale non parla degli stipendi dei parlamentari, ma dice soltanto che dove i senatori prima potevano godere di un’indennità, in futuro non avranno più tale diritto. Si trattava di una proposta di legge ordinaria da parte dei Cinque Stelle, il fatto è che quando si parla di un’indennità di un parlamentare la cosa va discussa in modo organico e non con una proposta di legge spot. A ogni modo è molto più importante in questo momento che il parlamentare abbia un obbligo di presenza sul posto di lavoro piuttosto che la riduzione del suo stipendio. È curioso fra l’altro il fatto che il partito che ha proposto tale disegno di legge sia stato lo stesso a nominare un Capo di Gabinetto a Roma con uno stipendio di 293mila euro. Non si può fare un ordine del giorno soltanto per mettersi in evidenza, bisogna ragionare concretamente su cosa serva all’Italia per funzionare meglio.

Sempre in tema di potere al popolo, con il progetto di riforma passerebbe da 50.000 a 150.000 il numero di firme necessarie alle leggi di iniziativa popolare.
Oggi bastano 50.000 firme per le proposte di legge di iniziativa popolare, ma quello che manca è l’obbligo di discussione in Parlamento riguardo a tali leggi. Perciò in 70 anni di Costituzione abbiamo avuto pochissimi disegni di legge di iniziativa popolare discussi in Parlamento, generalmente tali proposte non vengono neanche prese in considerazione. Se si vuole dare dignità al cittadino che si mette in strada a raccogliere firme bisogna garantirgli che il disegno di legge per cui si batte andrà discusso. La riforma introduce quest’obbligo per il parlamento previo il raggiungimento di un numero maggiore di firme, 150.000 appunto. Ma non è tutto: la norma costituzionale oggi dice che il cittadino per richiedere un referendum abrogativo deve ottenere 500.000 firme e perché tale referendum sia valido bisogna raggiungere il quorum del 50%+1 degli aventi diritto. Tutto questo con la riforma rimane. La grande novità sta nel fatto che se il quesito ha un sostegno popolare così forte da raggiungere le 800mila firme, perché il referendum sia valido basta raggiungere un quorum del 50%+1 degli elettori alle scorse elezioni politiche.

Matteo Renzi la scorsa primavera disse che se avesse fallito il referendum avrebbe lasciato la politica, in questo modo ha portato quello che doveva essere un referendum costituzionale ad essere un voto sulla sua persona, crede che sia stata una buona idea?
No, l’ho criticato subito perchè la Carta Costituzinale deve andare al di là delle persone e dei partiti: tutti i cittadini vi si devono riconoscere. Si ha una vera democrazia nel momento in cui può esserci alternanza, e deve essere garantito il buon governo di chiunque venga eletto e abbia la rappresentanza. Per questo Renzi ha sbagliato a personalizzare il referendum, se n’è poi reso conto e ha cercato di rimediare ma ovviamente le controparti non si sono lasciate sfuggire l’occasione di sfruttare questo errore che gli potrebbe costar caro. È anche vero che questo non è un governo politico, ma un governo nato dal fatto che nel 2013 le elezioni non le ha vinte nessuno: quando Napolitano promosse un governo di scopo ed accettò il suo secondo mandato lo fece soltanto a condizione che il Parlamento facesse le riforme. Alla luce di ciò la riforma principale è senz’altro quella costituzionale che andremo a votare il prossimo 4 dicembre. È chiaro che se non passa il referendum questo Governo non ha più ragione di esistere, ma questo non lo deve dire Renzi, è già parte del mandato.

Referendum Costituzionale, c’è chi dice “boh”
Ad un passo dal voto regna ancora il caos

[Pubblicato il 14 ottobre 2016]

Dunque il 4 dicembre si vota al referendum per dire sì o no alla riforma costituzionale che porta la firma della ministra Maria Elena Boschi. Se sia o no una buona riforma, il fatto stesso che il fronte dei costituzionalisti italiani sia irriducibilmente diviso, sembra di per sé una prova che si poteva fare meglio. Anche le perplessità nel fronte dei favorevoli suonano come una conferma a questo ragionevole dubbio (per Massimo Cacciari, senza mezzi termini, è “una puttanata”).
Ulteriore prova è che su una quantità di questioni è possibile dire tutto e il suo contrario. Esempi?
Partiamo dal quesito scritto sulla scheda. Come dicono tanti: tendenzioso. Difficile negarlo. D’altra parte, è altrettanto vero che si tratta del titolo della legge. E allora di chi è la colpa se deputati e senatori che oggi sbraitano sul punto, non hanno posto la questione durante le sei letture del testo complessivamente fatte nei due rami del Parlamento?

Come scrive Massimo Franco (Corsera del 6 ottobre), è parso poi maldestro il tentativo di attribuirne la responsabilità alla Presidenza della Repubblica, quando una nota del Quirinale fa sapere che il quesito è stato “valutato e ammesso dalla Corte di Cassazione”.
Si può andare veloci sulla questione degli imbarazzi che ciascuna delle singolari alleanze prodotte da questa contesa può rilanciare nell’altrui metà campo: da una parte Renzi-Verdini, dall’altra D’Alema-Brunetta-Civati-Salvini …

Non meno controverso è l’impianto della riforma. Difficile dare torto a Marco Travaglio e Silvia Truzzi nel loro libro “Perché no”. Quando la sinistra si mise di traverso alla riforma costituzionale del 2005 dell’allora governo Berlusconi (poi bocciata dal voto popolare), quello che sorprende non è tanto una differenza di posizione fra due riforme oggettivamente diverse (quella cambiava la forma di governo: il presidenzialismo, questa formalmente no), quanto le ragioni che scongiuravano di non compiere quel passo. Ci fu un vero e proprio diluvio di parole, essenzialmente su due fronti.
Il primo: non si cambia la Costituzione, che è di tutti, a colpi di maggioranza, altrimenti ogni maggioranza si riscrive la sua. Il secondo: la Costituzione più bella del mondo non va stravolta (erano 53 gli articoli toccati nel 2005), ma basta modificare pochi e singoli articoli. “Semplicemente perché non ce n’è bisogno”, scriveva l’Unione del centrosinistra nel suo programma del 2006. Qualcuno si spingeva a limitare ulteriormente l’ambito di possibili incisioni, ritenendo sufficienti leggi ordinarie, oppure la sola legge elettorale.

Ora, lasciando stare la riforma del 2001 del titolo quinto, targata centrosinistra (avvenuta coi soli voti di quella maggioranza), effettivamente è difficile trattenere la domanda: cos’è cambiato oggi perché la stessa parte politica arrivi a riscrivere 47 articoli? Per inciso, La Civiltà Cattolica (28 maggio scorso) scrive della modifica di 43 articoli della seconda parte, uno della prima, abrogazione di quattro, cambio di tre leggi costituzionali e introduzione di 21 nuovi commi come disposizioni transitorie, ma non perdiamo il filo.

Altro esempio: c’è chi dice che il nuovo Senato, non più elettivo, anziché essere composto dai consiglieri regionali, oltre ai sindaci e ai senatori a vita nominati dal presidente della Repubblica (e qui c’è anche l’obiezione: cosa ci fanno nella camera delle autonomie locali?), avrebbe potuto essere formato dagli assessori delle giunte regionali. Così sarebbe stata più chiara l’impronta amministrativa e di governo dei territori, invece di quella politica (i consiglieri espressione dei partiti).
Sul punto hanno replicato il costituzionalista Stefano Ceccanti (Il Mulino 4/2016) e Carlo Fusaro (docente di diritto pubblico comparato, su Aggiornamenti Sociali 6-7/2016), che il modello Bundesrat tedesco non è stato possibile perché il Pd controlla 17 governi regionali su 21 e qualcuno avrebbe certamente puntato il dito sulla furbata politica. C’è poi l’obiezione del “combinato disposto” di riforma costituzionale e nuova legge elettorale (Italicum), vera e propria anticamera verso derive autoritarie. E’ stato il filo conduttore del faccia a faccia tra Gustavo Zagrebelski e il presidente del Consiglio nello studio di Enrico Mentana a La 7.

Si può capire che lo stesso Carlo Fusaro, apertamente schierato per il sì, eccepisca che in Gran Bretagna il premier è il risultato di un sistema maggioritario in collegi uninominali e che non rappresenti mai la maggioranza assoluta degli elettori (La Nuova Ferrara 2 ottobre). E’ storicamente successo che lì abbia vinto le lezioni un partito, nonostante quello sconfitto abbia avuto numericamente più voti. Eppure nessuno si sognerebbe di definire la Gran Bretagna una dittatura.
Diverso è se a smontare la tesi del “combinato disposto” è uno schierato dalla parte del no come il politologo Gianfranco Pasquino: “una eccessivamente temuta deriva autoritaria” (La Nuova Ferrara, stesso giorno). Si potrebbe andare avanti con gli esempi, come sul raffronto fra le nove parole dell’attuale articolo 70 della Costituzione e le 438 usate dal riformatore nel nuovo, ma la musica non cambia: ci sono ragioni da una parte e dall’altra.

Per tentare di capire di più (o per complicarci la vita), è utile spostare l’attenzione dal testo al contesto. Michele Salvati fonda la necessità di rendere le democrazie più veloci su alcuni “passaggi storici epocali” (Il Mulino 4/2016) e quella italiana, secondo lui, avrebbe bisogno di essere più rapida per tenere il passo coi tempi. Più terra terra, ma non meno interessante, il ragionamento di Bruno Manfellotto su L’Espresso (2 ottobre). “E se vince il no?”, si chiede l’ex direttore del settimanale.
Certamente c’è vita, come qualcuno dice, dopo il 4 dicembre in caso di sconfitta del sì.
Anzi, anche in questo caso ci sono costituzionalisti che rivolgono l’appello del no perché poi sarebbe complicato tornare su norme una volta rafforzate dal consenso popolare, ma ce ne sono altri che dicono l’opposto.

La bocciatura referendaria, questa la lettura, rende possibile lo scenario del “Renzi a casa”, peraltro innescato dall’iniziale personalizzazione che lo stesso presidente del Consiglio ha voluto dare alla questione. Lo vuole la destra e lo vuole quella parte della sinistra che ha visto il ritorno in grande stile di Massimo D’Alema, il cui programma del suo Pds nel 1994 prevedeva una riforma tremendamente simile a quella oggi definita una schiforma e a cui il partito della nazione fa lo stesso effetto della croce per Dracula. Ha detto Enrico Mentana che l’uditorio presente al lancio del comitato per il no dell’ex “lider Massimo” più che antirenziano è parso antidiluviano. Un’ipotesi tutt’altro che di scuola quella della fine dell’esecutivo se prevale il no, visto che sulla riforma il governo ci ha messo tutto il suo peso e che, come ha detto Ezio Mauro, è difficile pensare a Renzi disposto a fare l’anatra zoppa.

Qui le ipotesi si accavallano fra un governo di unità nazionale con lo scopo di fare una nuova legge elettorale, visto l’azzardo di andare a votare con l’Italicum per la Camera e il Consultellum (ossia il Porcellum falciato dalla Corte costituzionale) per il Senato rimasto tale e quale, con lo spettro di due maggioranze diverse e in mezzo le grida di M5S e Salvini che darebbero del traditore al presidente della Repubblica nel caso non se la sentisse di mandare tutti alle urne in queste condizioni.
Come se non bastasse, anche l’Italicum è sotto giudizio della Corte, la quale, non a caso, ha detto che deciderà dopo il referendum e in tanti non si aspettano buone notizie. Sarà anche per questo che dopo l’iniziale “va bene così” ora pare riaprirsi il discorso sul piano politico. Nel ritorno in pompa magna di sua maestà l’ignoto, è comprensibile che il capo dello Stato stia reclamando la messa in sicurezza dei conti pubblici (si approvi prima la legge di stabilità), senza contare che nel frattempo c’è una parola sussurrata con sospettosa insistenza: proporzionale.

Si fa strada la tentazione di un ritorno alla legge che, si dice, garantirebbe la più diretta rappresentanza degli elettori. Lo ha detto anche il costituzionalista Massimo Villone in un recente dibattito ferrarese timbrato cinque stelle: il proporzionale ha consentito l’approvazione di leggi italiane di grande contenuto civile. Il professore ha dimenticato di ricordare che è il sistema di voto che ha sorretto anche il pentapartito, dal patto del camper che inaugurò il Caf (Craxi-Andreotti e Forlani) nei primissimi anni ’80, fino alla deflagrazione di tangentopoli nei primi ’90. Un decennio e oltre, fra i cui frutti più velenosi ci ha lasciato in eredità l’everest di un debito pubblico fra i primi al mondo e che nessuno sa come abbattere.

Un sistema rivelatosi esattamente all’opposto della rappresentanza popolare, perché i partiti fecero e disfecero alleanze, maggioranze e governi, prescindendo dalle volontà di voto.
Esteso è quindi il fronte del no, scrive Manfellotto, “ma non ha un leader di riferimento e nemmeno una strategia condivisa e – conclude parafrasando Mao Tse Tung – grande è la confusione sotto il cielo del no”.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
La buona scuola parla francese

Altro che buona scuola! Dobbiamo andare a lezione dai cugini francesi per imparare di cosa si dovrebbe ragionare quando si ha la pretesa di usare termini come buona scuola.
La conferma la fornisce in questi giorni un articolo apparso il 22 settembre sul Corriere della Sera. Najat Valaud-Belkacem, ministra dell’Educazione nazionale del governo Hollande, ha dichiarato che l’obbligo scolastico in Francia sarà innalzato dai sedici ai diciotto anni. Al momento è solo nel programma del Partito socialista francese, ma se Hollande sarà confermato alle presidenziali della prossima primavera sarà un atto del suo governo.
La questione riguarda anche casa nostra perché, mentre è in corso la sperimentazione del liceo quadriennale, sull’obbligo scolastico a diciotto anni è sceso il silenzio. Eppure lo stesso PD aveva presentato un emendamento alla legge di stabilità del governo Letta, nel novembre del 2013, per l’innalzamento dell’obbligo scolastico a diciotto anni a partire dal 2014.

I 212 commi della legge di riforma a tale proposito non dicono nulla. Ma evidentemente la Buona scuola del governo Renzi è figlia di scarse idee e di troppi compromessi, a partire dal Jobs act che prevede l’apprendistato dai quindici ai venticinque anni. Con l’innalzamento a diciotto anni dell’obbligo scolastico sarebbe impossibile ai quindicenni l’accesso al mondo del lavoro, per non parlare dei vari enti di formazione professionale che nel nostro paese prolificano sulle elevate percentuali di drop out scolastico.

Dai tempi della Moratti, ministro dell’istruzione nel 2004, è stata introdotta la farisaica dizione: “diritto/dovere all’istruzione per dodici anni, o almeno fino al conseguimento di una qualifica entro il 18° anno di età”. “Diritto/dovere” perché in tempi di neoliberalismo dilagante la parola obbligo fa troppa impressione, minaccia le libertà individuali e produce mal di pancia.

Intanto tra i paesi dell’Ocse restiamo all’ultimo posto per dispersione scolastica con il nostro 17% e con un ritardo di 16 anni rispetto alla Strategia di Lisbona, a cui l’Italia ha aderito, che già nel 2000 chiedeva, tra l’altro, di contenere l’abbandono precoce degli studi al di sotto del 10% e di portare almeno l’85% dei giovani al conseguimento di un diploma di scuola secondaria superiore. In tutti questi anni le ricerche dell’Ocse-PISA hanno dimostrato che i Paesi con i risultati formativi migliori sono quelli dove la durata dell’obbligo scolastico è più elevata. L’Italia continua ad occupare il fanalino di coda nelle statistiche internazionali.

I propositi della ministra francese toccano un altro nervo scoperto del nostro sistema formativo, quello della scuola dell’infanzia che, nonostante nel nostro paese sia frequentata ormai dal 97% dei bambini, non fa parte del sistema scolastico obbligatorio. Lo scorso week end la ministra francese ha scelto di svelare il suo piano con un twitter: «Proporrò di estendere l’obbligo scolastico dai 3 ai 18 anni».

In Italia siamo fermi e la buona scuola non promette nulla di buono, la crisi si fa sentire e sul terreno dell’istruzione picchia duro, i soldi per le riforme di cui avremmo bisogno non ci sono. Ce lo dice l’annuale rapporto dell’Ocse “Education at a Glance 2016”, se c’è una certezza è che il passato domina sulle nostre scuole con insegnanti vecchi e mal pagati, con le materie di sempre, con i compiti a casa che ancora non si sa se fanno bene o male, ma soprattutto con un taglio, tra il 2008 e il 2013, della spesa pubblica per le istituzioni scolastiche del 14%, pari a quasi il doppio del calo del Pil nel periodo (-8%) e contro un calo inferiore al 2% per altri servizi pubblici.

Dietro i banchi: c’era una volta “la scuola”

(pubblicato il 10 ottobre 2015)

C’era una volta “la scuola”, quella che non aveva aggettivi, che significava lezioni, insegnanti e compagni, il bidello, la ricreazione e i compiti in classe. Quella che ti tirava giù dal letto da ottobre a giugno, che diventava argomento di discussione a tavola durante la cena, quella che ti accompagnava in un percorso abbastanza lineare da quando riuscivi a stare nel banchetto tre ore senza fare pipì fino quando riuscivi resistere tre ore senza accenderti neanche una “paglia”.
Pochi lo sanno ma la nostra idea di scuola non è tanto antica: materna, elementari, media (inferiore e superiore) sono state invenzioni del periodo fascista. Per la precisione correva l’anno 1923 quando il filosofo Giovanni Gentile, ministro della Pubblica istruzione del primo governo Mussolini, decretò l’obbligo scolastico fino ai 14 anni: 5 anni di scuola elementare uguale per tutti (preceduta da 3 anni di scuola materna), organizzata in classi omogenee per anno di nascita. Poi la media inferiore, che a secondo dell’indirizzo scelto apriva la strada alle scuole “alte”: il liceo, gli istituti tecnici e magistrali, il conservatorio. “Era sicuramente una scuola di classe – ha raccontato uno degli ex allievi della scuola elementare di Bologna in un documentario prodotto dal Dipartimento di Scienze dell’ Educazione dell’Università di Bologna dal titolo “La scuola elementare durante il fascismo”, del 2010 – che muovendosi dal centro città alla campagna deperiva visibilmente. Pensate che la maggior parte di noi nemmeno parlava italiano ma solo dialetto stretto!”.

Da lì a qui, Ferrara 2015, sono passate le scuole di avviamento professionale (abolite nel ’63 ma che furono la base della creazione di molti campi di eccellenza del nostro artigianato, quello che oggi esportiamo con il blasonato nome di “Made in Italy”), il ’68, l’accesso all’università da qualsiasi scuola superiore e non più solo dal liceo classico, i “decreti delegati” che portarono nelle scuole le rappresentanze di studenti e del personale Ata, il tempo pieno alle elementari e gli insegnanti di sostegno con la legge Falcucci del 1977, i progetti Brocca e Progetto ’92 che cercarono di rinnovare l’impianto didattico della scuola pubblica superiore senza però riuscire a cambiarne la struttura.
Fino alla “Riforma Berlinguer”. Quando la legge fu approvata definitivamente correva il febbraio del 2000: nuovo secolo, nuovo millennio, e l’Ulivo – che nel 1996 aveva vinto alle elezioni battendo quel Berlusconi che, per mettere mano a qualcosa, aveva abolito gli esami di riparazione – voleva rinnovare la scuola pubblica italiana per portarla al pari con le scuole degli altri paesi europei.
In effetti il ministro all’Istruzione Luigi Berlinguer, con alle spalle una commissione “di peso”, avrebbe voluto dare uno scossone al sistema scolastico nel suo complesso. La Riforma prevedeva un riordino dei cicli dell’istruzione in sette anni di ciclo primario (dai 6 ai 13 anni) e 5 per il ciclo secondario (13-18 anni), estendeva l’obbligo scolastico a 15 anni e quello formativo ai 18. Per questo inquadrò il sistema della formazione professionale, della formazione superiore non universitaria, l’ istruzione superiore universitaria e introdusse il concetto di formazione continua. Nel 1° articolo della legge si leggeva anche che “Tutti i giovani hanno diritto all’istruzione e alla formazione fino al diciottesimo anno di età” e che “Il sistema di istruzione e formazione si caratterizza per l’offerta lungo tutto l’arco della vita di percorsi formativi anche individualizzati, che, valorizzando tutte le capacità, consentano alle persone di realizzare in modo consapevole e responsabile il proprio progetto di vita.”, nonché “Lo Stato, le Regioni e gli enti locali, nell’esercizio delle proprie competenze, attuano gli interventi necessari a garantire la frequenza della scuola dell’obbligo.”.
Il passaggio “in corsa” da Berlinguer a Tullio De Mauro sulla sedia da ministro non variò l’impostazione della riforma ma i suoi principi andarono a cozzare con gli interessi dei sindacati, delle amministrazioni e dell’opinione pubblica. Occorre ricordare che nel 1997, con un provvedimento di carattere economico, si era delegata agli istituti l’amministrazione delle scuole, a livello economico e organizzativo: i direttori didattici diventavano manager, con il compito di traghettare di anno in anno le proprie scuole fra conti, supplenze, attività e proposte didattiche da offrire e realizzare con quattro fichi e tre noci gentilmente offerti dal governo. Inoltre Berlinguer aveva messo a punto il famoso “concorsone” per gli insegnanti (una prova basata su quiz e colloquio) con l’obiettivo di riconoscere e incentivare economicamente il lavoro professionale partendo dalla valutazione dell’attività svolta nel lavoro in classe. Su questa iniziativa si coagulò un clima di contrapposizione e di resistenza conservatrice e corporativa di una larga parte dei docenti (di destra quanto di sinistra) che si spostò sull’intero progetto di riforma dei cicli e della stessa autonomia scolastica. E gli studenti? All’epoca erano preoccupati che l’autonomia scolastica potesse creare disparità e diseguaglianze fra scuole e all’interno delle scuole stesse, ma pensavano anche che avrebbero potuto ottenere scuole aperte secondo le esigenze dell’utenza in orari extra curricolari e che magari avrebbero potuto usufruire di progetti innovativi, visto che il nuovo assetto dei cicli di studio avrebbe dovuto portare una ventata di aria fresca nelle aule e fra gli insegnanti. La riforma Berlinguer fu in parte congelata e con il successivo governo Berlusconi, che vide la discesa in campo della ministra Moratti, la scuola italiana fece retrofront.

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Guarda il video: La scuola elementare durante il fascismo

NOTA A MARGINE
La gestione del patrimonio culturale italiano: occasioni mancate e sfide future

Qual è la situazione attuale e futura del settore dei beni culturali in Italia, della loro conservazione e della loro valorizzazione? A pochissimi giorni dal gravissimo episodio di Castelvecchio a Verona, la nostra città ha ospitato due incontri che hanno cercato di rispondere a questa domanda, anche alla luce dei primi effetti della riforma del Mibact, che porta il nome del ferrarese Dario Franceschini: l’accorpamento della Pinacoteca di Ferrara alla Galleria Estense di Modena e la mancata riconferma di Caterina Cornelio al Museo Archeologico di Palazzo di Ludovico il Moro, sono due esempi che ci riguardano da vicino.
Il primo è stato organizzato dalla sezione ferrarese di Italia Nostra, che ha invitato l’ex-presidente nazionale dell’associazione Alessandra Mottola Molfino, museologa, che a lungo ha diretto il Museo Poldi Pezzoli di Milano, per parlare di opportunità, sfide e pericoli dei musei italiani. Il secondo, parte del ciclo “Il museo dentro e intorno” organizzato da Dipartimento di Studi Umanistici di Unife, Ferrara Arte, TekneHub, Musei Civici di Arte Antica, Amici dei Musei, ha ospitato Simone Verde: blogger, storico dell’arte e responsabile della ricerca scientifica per il Louvre di Abu Dhabi.

simone verde
Simone Verde

Verde vive ormai tra Parigi e gli Emirati Arabi e può quindi osservare da lontano il dibattito italiano sui beni culturali, forse proprio per questo il suo sguardo da esterno è alquanto impietoso. A suo parere, infatti, quello sul settore culturale italiano è un “dibattito manicheo”, che vede fronteggiarsi presunti sostenitori dell’economia della cultura contro i difensori di una supposta tradizione della conservazione: cultura e tutela contro valorizzazione e turismo, “entrambi i fronti esprimono posizioni conservatrici e spesso ideologiche”. A peggiorare le cose ci si mettono poi i giornali che “cavalcano queste posizioni in modo demagogico”, senza volere o sapere – ai lettori decidere cosa sia peggio – entrare nel merito delle questioni. Quello che manca alla politica dei beni culturali in Italia, secondo Verde (e non solo secondo lui) è la sistematicità, una visione organica che governi il presente guardando al futuro. Gli studi di economia della cultura in Italia guardano spesso solamente ai vantaggi economici a breve termine, gli incassi per intenderci, ma “in nessun paese del mondo occidentale la cultura si finanzia interamente da sola”, sottolinea Verde. In più, aggiungo io, quando si parla di istituzioni culturali, in particolare se pubbliche, bisogna sempre tenere presente che l’obiettivo non è la creazione di ricchezza in senso stretto, ma l’offerta di un servizio alla comunità, la creazione e la trasmissione di cultura, cioè di valore fortemente intangibile, certo sempre nel rispetto di una gestione che sappia svolgersi secondo adeguati parametri di economicità.
Ha ragione quindi Verde a sostenere che se un’istituzione culturale segue pedissequamente i gusti del pubblico per fare cassa abdica al proprio ruolo principale: “essere il contraltare del mercato, uno stimolo e un fattore dinamico di pluralismo”. Ecco perché, secondo lui, egualmente dannosa è la “nevrosi italiana” di considerare “i beni culturali come reliquie” che troppo spesso ha chiuso e chiude tuttora il settore culturale italiano “in uno statico culto del passato”: l’importanza del patrimonio culturale non sta, o non sta solo, “nella capacità di legare un territorio alla sua identità storica”. Alla base di una nuova politica culturale per Verde c’è “l’identità progettuale”, cioè quella che “ridefinisce la struttura in cui si vive”, che vede la cultura come “elemento di reinvenzione del presente” e conserva le opere come “frutto della creatività umana” da cui partire per nuove forme di interpretazione della realtà.
Per quanto riguarda la riforma, anche se il suo giudizio non è interamente negativo, sembra che per Verde si sia persa un’occasione per risolvere il “dibattito manicheo” fra economisti e tradizionalisti, rinnovando e ripensando in maniera sistemica e organica la gestione del patrimonio culturale italiano.

Alessandra-Mottola-Molfino
Alessandra Mottola Molfino

Anche Alessandra Mottola Molfino ha chiesto un cambiamento di passo nella gestione del sistema culturale italiano e ha espresso un giudizio ambivalente sull’era Franceschini al Mibact. Tra le cose positive: la creazione della Direzione generale dei musei, che assegna finalmente una fisionomia autonoma a queste istituzioni culturali, e della Direzione generale sull’educazione, il fatto che “la figura e il ruolo del direttore di museo corrispondano finalmente a un profilo ben definito che corrisponde a quello della carta nazionale delle professioni e quindi alle richieste provenienti dagli operatori del settore”, infine l’aver inserito, anche se per i motivi sbagliati, la tutela e la fruizione del patrimonio culturale e ambientale fra i servizi essenziali che lo Stato è tenuto a fornire ai propri cittadini. Tuttavia l’autonomia prevista dalla riforma “è un primo passo, ma non è abbastanza”, per esempio quella dei direttori dei grandi poli museali non è una vera autonomia perché “il personale è rimasto in capo al ministero”: “bisogna liberare veramente i musei dalla burocrazia e dal potere politico”, ha affermato Mottola Molfino. E a questa autonomia, aggiungo io, deve corrispondere anche una sempre crescente responsabilità e trasparenza da parte dei musei riguardo le risorse e le competenze impiegate.
Tante le cose ancora da fare per Mottola Molfino: la certificazione degli standard qualitativi, direttori giovani e competenti, sostegno alla creazione di reti fra musei e promozione della conoscenza del patrimonio, se è vero che ancora solo il 30% della popolazione visita i musei. È necessario “accettare la sfida della valorizzazione” con la consapevolezza che è una cosa diversa dal marketing per i prodotti commerciali che “vanno consumati e poi buttati”. E poi c’è il delicato nodo dei privati, chiamati in causa prima di tutto dal famoso ‘art bonus’, che devono diventare partner mantenendo con la gestione pubblica un reciproco rispetto delle funzioni. Infine, quella che l’ex presidente di Italia Nostra ha chiamato “una vera e propria spina nel nostro fianco”: bisogna con urgenza “normare e regolare i finanziamenti alle grandi mostre per non dare soldi pubblici a mostre commerciali” senza un serio impianto scientifico.
“I musei sono oggi le istituzioni culturali più presenti in Italia, diffusi capillarmente sul territorio” e la rincorsa del risultato economico che si sta trasformando quasi in “ansia da prestazione” non è certo la strada per garantire loro un futuro duraturo. I musei sono istituzioni permanenti al servizio della società e del suo sviluppo, conservano, creano e tramettono cultura e conoscenza, bisogna perciò farne “l’istituzione centrale nell’economia della conoscenza e della creatività, che è quella che salverà il nostro paese”, è la conclusione di Mottola Molfino e tutti noi come cittadini abbiamo il diritto-dovere di chiedere che sia questo il futuro del nostro patrimonio culturale.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA – Non basta protestare, di scuola bisogna parlare

Poteva essere un’occasione di apprendimento di quelle da segnare nei percorsi di una città della conoscenza. Non è stato così, non per la qualità dell’evento, ma per il pubblico esiguo che ha assistito. Parlo della tavola rotonda organizzata dall’Istituto Gramsci alla sala Arengo del Comune sul tema “Quale scuola per il Paese”.
Non ne scrivo oggi solo perché a quella tavola rotonda sono stato gentilmente invitato come relatore, ma per una sorta di riflesso professionale per cui mi prende lo sconforto tutte le volte che sui temi della scuola, quella che frequentano i nostri figli e nipoti, colgo disinteresse e disattenzione.
Eppure sono trascorsi appena due mesi dacché al ministro Giannini è stato impedito di parlare di scuola in piazzetta San Nicolò da manifestanti di associazioni e organizzazioni sindacali del settore.
È possibile che in questa città non si sia in grado di dialogare intorno ai temi della scuola tra quanti almeno ne sono direttamente interessati, non dico come cittadini, ma come genitori, studenti, insegnanti, dirigenti? Nessuno si è fatto promotore di nulla, a parte la Festa della Scuola del PD che, per essere nazionale, è stata davvero un buco nell’acqua.
La protesta farà forse l’interesse di chi la porta avanti, ma non certo quello del Paese, anzi impedisce di parlare e di riflettere sui temi della formazione, con buona pace di quanti nutrono l’obiettivo che nulla cambi.
Se non vogliamo farci dettare le condizioni dall’Ocse, dalla Banca Mondiale o dalla Bce, come è accaduto con la lettera dell’agosto 2011, dobbiamo chiederci di quale formazione hanno bisogno i nostri giovani per vivere il mondo tra 15, 20 anni.
Questa è la domanda inevasa. Questa è la domanda a cui non rispondono né la legge 107, né la legge di Iniziativa Popolare, detta ‘Lip’, perché neppure se la sono posta.
Del resto, al di là dell’abuso della parola ‘riforma’, nessuno propone di dare ‘forma ex novo’ alla scuola italiana. In realtà ci si limita, nel caso della legge 107 con il suo articolo unico, a delegare in 212 commi una serie di provvedimenti, tutti inventariabili come aggiustamenti, secondo la migliore tradizione italiana, che consiste nell’innesco del nuovo sul vecchio, di modo che il vecchio permanga più o meno integro e che il nuovo si degradi a causa di una convivenza il più delle volte precaria o addirittura impossibile.
Così la nostra scuola continua a rimanere schiacciata tra passato e presente, senza mai traguardare il futuro. Schiacciata tra la legge Casati, la riforma Gentile e l’Ocse-Pisa.
Quando il problema è elementare. Un modello educativo congegnato per il XIX secolo non può funzionare per gli studenti del XXI secolo. Se questa questione non si affronta nella sua radicalità, ogni discorso di riforma è puro millantato credito o, meno gentilmente, presa per i fondelli o insipienza politica, a destra come a sinistra. Mentre per la destra, che è di sua natura conservatrice, ovviamente lo si comprende, non lo si può comprendere, non lo si può perdonare ed è inammissibile per la sinistra, che su una questione urgente come è quella educativa non può giocare al riformismo.
Non può persistere il modello di un impero scolastico creato dagli Stati-Nazione a partire dal XIX secolo, focalizzato intorno alla crescita economica, a una divisione del lavoro che non esiste più, allo sviluppo militare, alla formazione del cittadino. La natura antiquata di questo modello è quella che causa l’alto tasso di abbandono e di dispersione scolastica e che assegna al nostro paese questo triste primato.
Allora è proprio l’architettura scolastica come tradizionalmente la conosciamo che deve cambiare. Il tramonto di ogni ex cathedra, l’innovazione nella relazione tra studente e insegnante, tra studente e adulti esperti, sono la chiave di volta di questo cambiamento. Non quello che dice Recalcati, l’eros nell’ascoltare quanto è bravo e coinvolgente quell’insegnante. L’insegnante attore. L’insegnante Carmelo Bene. Perché con questo, per dirla con Paulo Freire, nulla cambia dell’educazione “depositaria”, nulla cambia di un tempo scuola che prevalentemente si estrinseca nella trasmissione dei saperi da un contenitore all’altro.
È necessaria una struttura di apprendimento radicalmente diversa da quella tradizionalmente fondata sulle classi, sui banchi, i corsi, gli orari, i voti, gli esami, le bocciature e le ripetenze. E bisogna pensarla, provarla, sperimentarla, a questo dovrebbe servire una riforma.
Una struttura della fiducia e del riconoscimento, una struttura che ponga al centro lo studente come valore, che chiede di trovare risposta a i propri bisogni, al proprio progetto di vita. Non più classi, ma diversificazione dei percorsi di apprendimento, fatti a misura d’ogni singolo alunno, nel rispetto delle sue motivazioni e dei suoi obiettivi. Gruppi fluidi, mobili, di differente composizione, gruppi che si costituiscono per obiettivi, per esigenze dello studente, per progetti, gruppi che possono combinare studenti di età differenti, di differenti livelli di apprendimento e di differenti interessi. Una scuola dove si apprendono le abitudini della mente, dove si apprende non a trattenere il sapere, ma a saper trattare il sapere, a saper trattare le conoscenze, a conoscerne la loro natura.
Una scuola soprattutto che abbia come obiettivo di formare a una vita lunga e felice, al bene-essere, alla felicità. Felicità, parola stravolgente e rivoluzionaria? Se non ci decidiamo in questa direzione, difficilmente ci difenderemo contro i fanatismi e le violenze. Forse è questa la vera strada da percorrere contro i seminatori di lutti.
Ma abbiamo bisogno degli insegnanti per fare tutto questo. Di insegnanti professionisti dell’istruzione, partner dell’apprendimento. Storicamente nella scuola le riforme nascono dal basso, le leggi vengono sempre dopo per normare prassi che sono divenute consuetudini. Perché come il mondo della scienza anche la scuola si può rigenerare solo dal suo interno, basti pensare a Freinet, a Mario Lodi, a Bruno Ciari, all’esperienza di Loris Malaguzzi e di Sergio Neri dalle scuole dell’infanzia, ai nidi, al tempo pieno.
Dovremmo tutti chiederci cosa è accaduto. Perché la nostra scuola, salvo rare eccezioni, non ha più la forza di autorigenerarsi.

Verbi, diverbi e proverbi

I bambini, quando raccontano liberamente, di solito usano i verbi al passato prossimo.
A volte però sono attirati, quasi magneticamente, da una forza misteriosa che li spinge ad usare il passato remoto.
Quando usano questo tempo, è come se provassero a stare in equilibrio, senza rete, su di un filo sottile sospeso per aria e, qualche volta, succede che scivolino pronunciando in modo originale la terza persona singolare del verbo.
Allora diventa interessante quando si ascoltano espressioni simili:
“Per prendere il gatto che non voleva venir giù dall’albero, mio papà salò sulla scala”.
Oppure:
“Il mio amico Edoardo chiesò a Pietro se voleva giocare con lui”.
E ancora:
“Gli è andato un ramo fra i raggi della bicicletta e lui case per terra e si rompò il naso”.
Questi esempi non sono vere e proprie cadute dal filo o sbagli ma bellissime invenzioni lessicali; infatti i bambini, dalle nostre parti, le espressioni al passato remoto le sentono pochissimo e solo durante l’ascolto di alcune letture o durante qualche conversazione; pertanto non possono avere familiarità con questo tempo verbale.
A loro giustificazione, i bambini piccoli non conoscono ancora tutti i tempi dei verbi e, per spiegarmi con un’immagine, proprio perché sono piccoli, non possono avere un “passato remoto”, al massimo un loro “passato prossimo” che gli permette di vivere una sorta di presente eterno senza preoccuparsi troppo del futuro.
Invece noi grandi ce l’abbiamo un passato remoto: a volte ce lo scordiamo, a volte proviamo a rimuoverlo, altre volte vorremmo continuare a viverci dentro.
Comunque di solito lo usiamo poco, sia nel senso del tempo del verbo che nel senso della memoria collettiva.
Sarà difficile in tal modo riuscire a progettare un futuro semplice se non avremo la consapevolezza che le nostre radici di comunità sono cresciute nel passato remoto perché erano ben piantate nel fertile terreno costituzionale.
Se si inizia ad inquinare l’ambiente della Costituzione (vedi scuola, riforma costituzionale ed elettorale, ecc.) non solo il presente continuerà ad essere imperativo ma quel grande passato sarà fatto passare come imperfetto.
A titolo indicativo io credo che, se non vogliamo ritrovarci trapassati senza far niente, sarà meglio rivolgere lo sguardo verso l’infinito per cercare almeno di lavorare insieme ad un futuro migliore.
Del resto, come dice il proverbio: “Il tempo viene per chi lo sa aspettare”.
Per ripassare il verbo dei bambini, consiglio infine di guardare due splendidi film del regista francese François Truffaut che sono: “Gli anni in tasca” e i “I 400 colpi”.
Comunque ricordiate che… “Truffaut” non è il passato remoto di “truffare”, buon futuro.

L’INCHIESTA
Dietro i banchi: una scuola per questo secolo

4. SEGUE – La scuola, ‘buona’, ‘nuova’, ‘super-riformata’ in realtà è rimasta in sintesi ancorata alla struttura di quella del periodo fascista. Non sono cambiati gli strumenti a disposizione degli studenti, non sono cambiate le opportunità che la scuola dovrebbe dare ai giovani. Provate a chiedere a un coordinatore didattico di caricare i libri di testo sull’e-reader per non portare a spasso 20 chilogrammi di zaino ogni giorno. Nella maggior parte dei casi la risposta sarà che “secondo il dirigente scolastico si creerebbe un precedente inammissibile, in classe i ragazzi sarebbero tutti con il tablet in mano invece che seguire le lezioni.”. E sia, evviva il tablet se diventa un mezzo di conoscenza e approfondimento. “Evviva il tablet se, come in alcune rare scuole accade, diventa supporti multimediale per i libri di testo e una finestra sul mondo del sapere che cambia. – ha spiegato un docente di scuola media – Dentro la scuola e le sue riforme dovrebbe esserci il percorso per aiutare i ragazzi a crescere, diventare cittadini consapevoli, fornendo loro gli strumenti per analizzare, capire, sfornare idee e farle diventare futuro”.
“Quello che chiediamo è una scuola accessibile, moderna, libera, adeguata alle necessità di questo secolo. – hanno dichiarato ai giornalisti gli studenti che hanno manifestato per le strade di Ferrara sabato scorso – Invece, le riforme alla scuola per il nostro Paese sono una razionalizzazione di tempi e spese, non a favore degli utenti ma dell’economia italiana a breve termine. Per noi diventa un saccheggio”.
Eppure la Treccani dice che una riforma è “modificazione sostanziale, ma attuata con metodo non violento, di uno stato di cose, un’istituzione, un ordinamento, ecc., rispondente a varie necessità ma soprattutto a esigenze di rinnovamento e di adeguamento ai tempi, l’effetto, il risultato stesso di tale attività, cioè i cambiamenti che si sono operati, le modificazioni che si sono compiute”. Per questo gli studenti e alcuni dei loro insegnanti hanno voluto mettere ‘i puntini sulle i’. “La riforma della Buona Scuola non esiste. La legge, travestita da riforma, ha previsto l’assunzione di migliaia di lavoratori precari della scuola, ma pochi ricordano che la Corte di giustizia dell’Unione Europea, l’anno passato, aveva intimato all’Italia di procedere all’assunzione del personale scolastico con contratti a tempo determinato in ottemperanza alla direttiva 1997/70, pena la sanzione di diversi milioni di euro. – ha spiegato Mauro Presini, insegnante di Ferrara – Inoltre, essa non agisce sul sistema dell’istruzione in modo da renderlo più fruibile, accessibile anche ai ragazzi provenienti da famiglie a basso reddito, né lo rende vivo e responsabile verso il mondo del sapere, della scienza e della tecnologia che cambiano a ritmi serratissimi. Questa idea di buona scuola è buona solo per delegare ai privati il sostegno di un sistema che cola a picco”. L’immagine della scuola che va a fondo riporta a quella dei i musicisti dell’orchestra che suonavano sul ponte mentre il Titanic affondava e “Sicuramente i giovani meritano qualcosa di meglio, loro lo sanno e lo sappiamo anche noi. – ha ammesso Fausto Chiarioni, sindacalista di Ferrara che in passato si è occupato di istruzione pubblica – Per lavorare in una direzione di miglioramento, crescita reale, il primo passo è chiamare a dialogo tutte le voci che hanno il dovere e il diritto di parlare di scuola: studenti, insegnanti, sindacati, presidi, amministrazioni. Bisogna in primis riaprire il processo democratico del confronto, spesso tralasciato volontariamente in nome di un’urgenza fittizia.” . E sia.

4 – fine

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L’INCHIESTA
Dietro i banchi: “Noi la crisi non la paghiamo”

3. SEGUE – Il breve governo di centrosinistra crollò e il redivivo Berlusconi affidò nel 2008 il ministero dell’Istruzione Maria Stella Gelmini. Che la scuola italiana avesse necessità di risorse e competenze per innovarsi e portare i ragazzi italiani a livello dei loro coetanei europei, statunitensi, indiani e cinesi nel mondo globale era un’esigenza ormai nota, come soddisfarla è sempre stato un tema dibattuto e mai risolto. Così, mentre il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, con la legge n.133 del 2008, avviò una vasta operazione di razionalizzazione del sistema di istruzione tagliando soprattutto sul personale scolastico, riducendo il numero delle cattedre e ridimensionando il tempo scuola, eliminando le troppe sperimentazioni che si erano andate accumulando nel tempo in numero abnorme, il ministro Gelmini ripristinò un modello di scuola elementare obsoleto e tradizionale, rintroducendo la valutazione in voti numerici, che erano stati abrogati nel 1977, e riportando in cattedra la figura del maestro unico. Per le scuole superiori rispolverò il vecchio ordinamento che la vedeva rigidamente organizzata in quattro segmenti: i licei, l’istruzione tecnica, l’istruzione professionale e la formazione professionale. Forte le voci di protesta che si sollevarono dal mondo studentesco e da quello degli insegnanti, appoggiati dal mondo della cultura italiano, con scuole e università occupate, manifestazioni in ogni città, appelli e raccolte di firme “eccellenti”.
Al grido “Arriva l’Onda” e “Noi la crisi non la paghiamo”, un fronte organizzato smosse l’Italia dal Piemonte alla Sicilia: a Ferrara quelli dell’autunno del 2008 furono mesi di passione, la città fu colorata in più occasioni dagli striscioni di protesta degli studenti che spesso si univano in delegazione ai compagni di Bologna e Venezia, Roma. A Napoli le insegnanti del 73°circolo, per sostenere la lotta studentesca, indissero i funerali della scuola pubblica, commemorando le buone prassi dell’accoglienza, della continuità educativa, dell’uso di laboratori e del pensiero scientifico e plurimo, la biblioteca di scuola e il suo utilizzo, i progetti di accompagnamento alle diverse esigenze didattiche degli studenti, filmando la manifestazione e mettendola in rete. La protesta montò: nel novembre 2010 un gruppo di studenti universitari durante una manifestazione a palazzo Madama riuscì a rompere il blocco delle forze dell’ordine creando caos proprio dinanzi alle stanze del potere. Per la cronaca, è di questi giorni la notizia che i 19 imputati rischiano ora condanne comprese dai 6 mesi ai 2 anni e 10 mesi di reclusione, per aver turbato i senatori che, spaventati, non hanno potuto regolarmente svolgere le proprie funzioni istituzionali.

E giungiamo a noi, Ferrara 2015: sventolata come una conquista fondamentale per la crescita del Paese e osannata perché moderna è arrivata la “Buona Scuola”. Un’altra riforma. C’è da chiedersi: ma perché un’altra? Ma quando è successo che la scuola italiana sia stata riformata?
Nella sua struttura restano 5 anni di elementari e 3 di medie (pardon, scuola primaria di primo e secondo grado), con il maestro unico (detto prevalente, ma uguale nell’esercizio delle sue funzioni alla maestrina dalla penna rossa di De Amicis, nel libro “Cuore”, correva l’anno 1886) e una pletora di prof alle medie – dove si insegna educazione tecnica e si studiano le caratteristiche tecnologiche del legno, mentre il nostro mondo si muove su lastrine di atomi di silicio, dei quali nessuno ha informazioni. Per quanti riguarda le superiori c’è un ginepraio di indirizzi e possibilità ma, in fondo, siamo fermi al trittico liceo/ragioneria/istituto professionale. La scuola, buona, nuova, super-riformata è rimasta in sintesi a quella strutturata nel periodo fascista.

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L’INCHIESTA
Dietro i banchi: “Moratti impara la lezione, non sai cos’è la pubblica istruzione”

2. SEGUE – Nel dicembre 2001 si tennero a Roma gli “Stati Generali della Pubblica Istruzione” e in questa occasione si palesarono chiaramente le direttive che la strada dell’istruzione pubblica italiana avrebbe seguito. Il sistema scolastico costava troppo: troppi insegnanti e troppe ore di insegnamento, troppe risorse destinate all’innovazione dei programmi. Abrogata la riforma Berlinguer si riscrisse un’altra riforma, la legge 53, che però di fatto veniva applicata con uno stillicidio di decreti attuativi puntuali. Fu riproposta la separazione tra la scuola elementare di 5 anni e la scuola media rinominata “secondaria di primo grado”, si decretò che l’orientamento alla scelta della secondaria di secondo grado iniziasse già a 13 anni e che l’orario scolastico settimanale fosse ridotto a 27 ore. Mentre dalla fine degli anni 1990 i maestri delle elementari erano 3 per classe, si tornò al maestro unico, definito però “tutor” – che fa più globale – e furono varati nuovi programmi didattici che di fatto diventarono legge, in contraddizione con l’autonomia didattica prevista dalla norma costituzionale.

Inoltre, nel 2005 l’intero sistema della secondaria di secondo grado e il sistema della formazione professionale furono resi di competenza esclusiva delle Regioni e non più dello Stato come sancito dal titolo V della Costituzione. Il decreto legge disegnava un sistema della secondaria superiore imperniato sui licei (artistico, classico, economia, linguistico, musicale coreutico, scientifico, tecnologico e delle scienze umane) teso a creare un sistema “duale” perché l’istruzione tecnica e professionale, insieme con la formazione professionale passavano di fatto alle Regioni, mentre il sistema dei licei rimaneva di competenze dello Stato. L’impianto della riforma Moratti in pratica non riformò nulla, ma delegò gli enti locali alla gestione di quote dell’istruzione pubblica che il governo non sapeva come amministrare, soprattutto a livello di pianificazione economica, e venne profondamente osteggiato dai sindacati, dalla componente studentesca, dal mondo politico che lo giudicavano un salto indietro nel tempo e a sostegno delle scuole private.

La mobilitazione in questa occasione fu forte e decisa: manifestazioni di piazza, scuole e università occupate, assemblee permanenti di tutto il movimento studentesco intorno al quale si condensarono anche le anime della sinistra più giovane e quello che fu definito per comodità “movimento no global”. In molte città le proteste durarono mesi, gli studenti chiedevano di essere ascoltati e non trattati come dei numeri da gestire e a loro si affiancavano insegnanti e presidi. Gli slogan delle manifestazioni anti-riforma sono rimasti impressi negli annali e nella memoria di chi partecipava al movimento. “Moratti devi imparare la lezione, non sai cosa è la pubblica istruzione”, “Moratti Moratti cosa hai combinato, anche l’inglese hai dimezzato”, ”L’istruzione è un diritto non un’occasione di profitto” erano i più amati.
“Quello della protesta contro le iniziative del ministro Maratti fu un periodo molto fecondo per noi. – ha raccontato una insegnante di lettere che ha preferito restare nell’anonimato – I ragazzi erano spinti ad informarsi, a capire, a confrontarsi fra coetanei e con noi adulti, insegnanti e genitori. Quando mi chiamarono al telefono a casa per avvisarmi che avevano occupato la scuola mi preoccupai moltissimo ma, una volta arrivata fuori l’edificio, mi resi conto che i miei studenti, quelli che facevano fatica ad ascoltare le mie lezioni, erano stati capaci di organizzare una scuola nella scuola, completamente gestita dai ragazzi: turni di pulizia, lezioni sperimentali, lezioni aperte… In pochi giorni ci stavano dando un modello empirico di quello che sarebbe dovuta diventare una scuola contemporanea. Avessimo avuto un ministro capace di ascoltare, forse le istanze di quei ragazzi sarebbero potuti diventare ottimi spunti per creare una buona scuola, ma buona veramente, che attrezzasse le generazioni successive alla vita.”.

Tornato al governo il centrosinistra, nel 2006 al ministero dell’Istruzione siede Fioroni. Questi, per spiegare che non aveva i mezzi di scompaginare il sistema dell’istruzione pubblica per rimetterne in piedi uno più sano, disse che si sarebbe servito della “strategia del cacciavite”, ossia che avrebbe aggiustato ciò che nel sistema non andava con piccoli correttivi, per rendere il sistema più efficace e moderno. Fioroni innalzò l’obbligo di istruzione a 16 anni e cercò di stabilire un sistema didattico allineato alle direttive dell’Unione Europea; rilanciò l’istruzione tecnica e l’istruzione professionale, distinguendo chiaramente che allo Stato compete il rilascio dei diplomi, mentre le Regioni devono garantire le qualifiche triennale della formazione professionale e varò nuove indicazioni nazionale per la scuola dell’infanzia e per la primaria, puntando sul concetto di continuità e incentrandole sui traguardi di competenze. A proposito di competenze, nel 2007 vennero inserite fra gli obblighi della scuola le prove Invalsi, un test di esame somministrato a livello nazionale con scopi statistici. Semplificando all’osso, dai risultati delle Invalsi il ministero dovrebbe avere il quadro dell’andamento scolastico del Paese. “Le prove Invalsi sono una truffa, un test per sondare se abbiamo imparato la lezione a memoria – dichiarava al Tg Regionale della Sardegna una studentessa di una scuola tecnica – Sono diventate uno strumento di pressione per studenti e presidi: noi dobbiamo fare bene per far fare bella figura ai prof verso il preside, che a sua volta deve fare buona figura con chi sta sopra di lui. Ma noi che ci ricaviamo? Niente, solo tempo perso”.

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Guarda il video: San Precario e la Moratti

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LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Dalla cartella al trolley, ma lo studente resta ambulante

Appartengo alla generazione di quelli che andavano a scuola con la cartella. Nella cartella ci stavano i materiali di lavoro, libri, quaderni, astuccio e l’immancabile merenda che costituiva un po’ quello che gli psicologi chiamerebbero l’oggetto transizionale, ciò che rende meno traumatico il distacco da casa, una sorta di cordone ombelicale non reciso, la tua coperta di Linus.
La cartella ti assegnava uno status sociale, un’identità, quella dell’alunno, quella dello scolaro. La dignità del lavoro, come quella dell’impiegato che si reca in ufficio con la sua borsa. Non c’era l’idea né della fatica né del peso della cultura dato dai numerosi tomi da portarsi appresso.
Poi arrivò la mitica cinghia Longo, quella elastica, davvero una rivoluzione. Portare i libri legati significava essere diventati finalmente grandi e che non avevamo più bisogno della cartella, così si capiva che non eravamo più alle elementari.
Ma quando poi abbiamo iniziato a passare noi dall’altra parte, dai banchi alla cattedra ecco comparire indistintamente sulla schiena di piccoli e adolescenti un oggetto che avevamo sempre e solo usato per le escursioni in montagna: lo zaino, come gli alpinisti e gli sherpa.
Uscire di casa al mattino presto con la schiena caricata di tutto l’armamentario per scalare le vette del sapere anno dopo anno: libri, quaderni, penne, matite, gomme, forbici, squadre e righe, compassi, colori ecc. e poi il sacchetto della ginnastica e poi semmai anche la valigetta del disegno. Pare che la nostra scuola e i suoi insegnanti su questo punto siano stati sempre inesorabili e inflessibili, insensibili ai rischi di contratture muscolari e di scoliosi per zaini troppo pesanti da reggere su schiene troppo giovani. In merito è intervenuto pure il Consiglio superiore della sanità a dettare norme sul peso degli zaini, indicando che non dovesse superare il 10-15% del peso corporeo del suo portatore. A fronte di zaini del peso quotidiano di 14 chili, qualche sindaco fu pure costretto con delibera comunale a ordinare il rispetto nel proprio territorio del range stabilito dal Consiglio superiore della sanità. Ciò nonostante nelle ore di ingresso e di uscita dalle scuole le strade dei nostri paesi e delle nostre città sono percorse da bimbetti e ragazzi che esibiscono sulle loro spalle ponderosi zaini di ogni marca per la gioia soprattutto dell’industria del settore.
La cosa che resta strana è che qualunque lavoratore non si porta da casa gli arnesi del lavoro, ma se li trova sul posto, non solo, spesso e volentieri ognuno ha il suo armadietto personale.
Per la scuola e i suoi studenti non è così. Ma vi pare possibile? È possibile che un problema così banale da anni non trovi soluzione? E abbiamo ancora il coraggio di parlare di “buona scuola”? Ma fatemi il piacere. Non si tratterebbe di una riforma e neppure di una rivoluzione, ma di un intervento di quelli cosiddetti ‘leggeri’.
Ma non è finita perché il peso dello studio e dei compiti a casa oggi ha finalmente raggiunto il suo apice nel trolley. Se voi guardate bene, bambine e bambini di oggi, ragazze e ragazzi dalle elementari alle medie, non hanno più lo zaino, ma si tirano dietro il trolley, come nelle sale delle stazioni e degli aeroporti. In epoca di classi digitali 2.0, di lavagne interattive, di iphone, ipad si va a scuola con la valigia, perché gli zaini sono divenuti inadeguati, insufficientemente capaci a contenere la moltiplicazione dei materiali scolastici di ciascuno, con portate che evidentemente superano gli standard consentiti dal Consiglio superiore della sanità.
Così dalla cartella dei miei tempi, status symbol dello scolaro, si è passati alla valigia, status symbol del viaggiatore, del migrante, dei non luoghi, della precarietà. La scuola della precarietà, per insegnanti e studenti, un’istituzione secolare, eppure così precaria! Dalla scuola si va e si viene, come da un viaggio, senza mai lasciare o dimenticare nulla dei propri effetti personali.
Ora poi che molte scuole medie hanno abdicato ad avere un proprio progetto educativo e hanno ceduto alla richiesta dei genitori per la settimana corta, orario e materie si sono concentrati su cinque giorni, dalle otto alle quattordici come i turni in fabbrica, con gli stessi compiti, se non più di prima, e con il peso dei libri, pure questo, caricato su cinque giorni anziché su sei, di qui forse la necessità della valigia, del trolley e neppure è venuta meno, nonostante i proclami di buona scuola e gli inviti alla Lizanne Foster, la prassi sanzionatoria della nota sul diario, se per caso dimentichi un qualche quaderno o libro a casa. Come chiamare tutto ciò se non ‘malascuola’?
Sarebbe questa la scuola amica, accogliente, ospitale? La scuola aperta al territorio? La scuola dei tempi distesi? La scuola dei libri digitali? A proposito che fine ha fatto l’adozione dei libri in formato digitale? Non è per caso che nel frattempo si è ceduto agli interessi dell’editoria, tipo Mondizzoli?
La realizzazione di una scuola diversa da quella tradizionale ha inizio dagli ambienti dove si apprende, dal loro uso e dalle relazioni al loro interno, capaci di comunicare non la tradizione ma i messaggi di una cultura nuova e amica. Non più le aule, non più le classi come tante catalogazioni d’esseri umani (Signori il catalogo è questo!), non più l’insegnamento trasmissivo e standardizzato, impartito dalle cattedre ai banchi, in scuole spoglie, male ammobiliate, con atri disadorni, spazi vuoti inutilizzati, luoghi per sostare, estranei alla famigliarità.
Non c’è discorso sulla scuola, non c’è protesta contro le riforme se non si parte da qui: la scuola deve essere innanzitutto ospitale. Un luogo aperto dove vivere oltre l’orario scolastico, incontrarsi, fare i compiti, riunirsi, ideare, creare, organizzare, lasciare le proprie cose, quelle che servono tutti i giorni, avere uno spazio, anche piccolo, ma proprio e personale. Se no, la scuola sarà sempre più simile a una caserma, a un carcere, a una istituzione totalizzante, con tempi e spazi contingentati, anziché un luogo amico, un luogo di benessere, un luogo di vita. L’abc di ogni scuola ha inizio qui. Questa è la prima vera riforma ‘gentile’ urgente che dovrebbe vedere mobilitati, studenti, insegnanti, genitori, amministratori locali, un modo altro d’essere per il quale i tempi sono più che maturi e che con un po’ di buona volontà da parte di tutti potrebbe iniziare già domani.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Sbagliato fermarsi ora, l’istruzione resta in attesa di metamorfosi

Ora che il governo con la riforma della scuola ha condotto in porto quello che ci hanno dettato l’Europa e la Bce (ricordate la lettera del 5 agosto del 2011?), ebbene ora sarebbe più che opportuno avviare una fase seria di riflessione sull’istruzione nel nostro Paese. Fermarsi, soddisfatti o no, sarebbe l’errore più grave. L’istruzione non è questione che si risolve con i decreti legge (per lo meno questo ci insegna la storia della scuola qui da noi), l’istruzione è un cantiere aperto di ricerca quotidiana a partire dai luoghi in cui si apprende, fino a dotarsi di strumenti che consentano di continuare a ragionare in profondità sui temi dell’educazione.
In questo senso, istituire una commissione permanente di esperti al lavoro su istruzione, saperi e apprendimento continuo sarebbe davvero un segno di civiltà dato dalla politica. Se solo prendessimo per buono l’interrogativo di Hans Jonas, “quale pianeta lasceremo ai nostri figli?” e quello di Jorge Semprùn “a quali figli lasceremo il mondo?” e cercassimo le risposte chiamando in causa la nostra responsabilità nei confronti di quel prossimo che sono le generazioni future, gli insegnamenti e l’educazione che fin d’ora dovremmo mettere in campo. Queste sono esattamente le premesse da cui Edgar Morin fa discendere la necessità di una riforma profonda dell’educazione fondata sulla sua missione essenziale: insegnare a vivere.

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La copertina del libro

Forse “Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione” di Edgar Morin è uscito in Italia troppo tardi perché fosse possibile sostare un attimo a leggere e a riflettere, considerato, come ci richiama l’autore, che “Tutto ciò che non si rigenera degenera”. Insegnare a vivere è diverso dal formare “la persona e il cittadino”, finalità che è in capo alle Indicazioni nazionali del nostro sistema scolastico, e non è che l’una escluda l’altra cosa. Ma si converrà che il centro muta sensibilmente. Si colloca all’interno di una riflessione che non è solo dell’antropologo francese, ma comune a quanti in diverse parti del mondo, da tempo, ragionano di istruzione e della sua rifondazione, spostando l’accento da una formazione ancora concepita per integrare gli individui nel sistema degli stati-nazione, alle aspirazioni, ormai più che mature in questo scorcio di 21esimo secolo, al benessere (o all’essere bene), alla felicità, alla realizzazione personale, fino all’impegno sociale.

Rimando, per quanti fossero interessati, alla lettura dell’ultimo lavoro di Morin che completa la trilogia iniziata con “La testa ben fatta” e “I sette saperi necessari all’educazione del futuro”, ma qui mi interessa richiamare brevemente i titoli in cui si articolano i capitoli del contributo del nostro autore, perché da soli promettono un fertile percorso di ripensamento radicale del nostro modo di intendere la scuola: Vivere, Comprendere, Conoscere, La riforma del pensiero, La condizione umana; non è forse di questo che dovremmo iniziare a ragionare? “Vivere è il mestiere che voglio insegnargli” dice Rousseau a proposito del suo Emilio. Forse esagera, perché si può solo imparare a vivere, osserva Morin, a partire dall’aiuto dei genitori, della scuola, dei libri, della poesia, degli incontri. Vivere è un’avventura, e la scuola e l’università forniscono solo una parte delle conoscenze, ma mai la natura delle conoscenze. E qui c’è il primo passaggio, c’è il primo lavoro difficile per gli statuti del sapere per come noi ancora li concepiamo. La conoscenza della conoscenza, la metaconoscenza, indispensabile in tempi in cui internet permette di accedere a tutti i saperi. Urgente, perché per sua natura la conoscenza porta con sé il rischio dell’errore e dell’illusione, perché la conoscenza è sempre una traduzione e una ricostruzione del reale. Ovunque si insegnano conoscenze, da nessuna parte si insegna che cos’è la conoscenza, ci avverte Morin, mentre ricerche sempre più numerose avanzano all’interno della zona più misteriosa, quella del cervello e della mente umana. Conoscere la conoscenza a partire dalle prime classi fino all’università, introdurre una cultura di base che includa la “conoscenza della conoscenza” ormai è vitale.

Crisi dell’insegnamento e crisi della cultura sono inseparabili. Questa crisi innanzitutto nasce dalla sempre più grave dissociazione tra la componente scientifica e quella umanistica della cultura. Disgiunzione nutrita dalla parcellizzazione dei saperi in discipline e sotto-discipline che fonda i nostri sistemi scolastici, fino a produrre una incultura generalizzata. Di qui la necessità di provvedere a stabilire comunicazioni e legami tra le due branche separate della cultura. In gioco è la comprensione. La comprensione intellettuale, ci dice Morin, richiede di apprendere nel contempo il testo e il contesto, l’essere e il suo ambiente, il locale e il globale.
Allora viene spontaneo interrogarsi sui nostri ambienti di apprendimento ancora incentrati sul “testo”, scritto o orale che sia, che chiudono gli usci a tutto il resto che viene.
Ecco la riforma del pensiero. La necessità di un pensiero transdisciplinare. Quel pensiero che proprio l’organizzazione del nostro sistema scolastico uccide nelle nuove generazioni. Lo uccide a partire dall’orario delle lezioni che scandiscono il succedersi delle discipline nella classe e dei docenti alla cattedra. Anche qui Morin ci avverte, il modo di pensiero o di conoscenza parcellare, compartimentato, monodisciplinare, quantificatore ci conduce a un’intelligenza cieca, perché la tendenza umana che sarebbe di collegare le conoscenze viene sacrificata da un sistema di insegnamento che richiede al contrario di acquisire l’attitudine a separarle. Così si impedisce di vedere il globale che si parcellizza e l’essenziale si dissolve. Così si perde l’abitudine a relazionare le conoscenze in un insieme organizzato, a contestualizzare, a globalizzare, ad avere una visione olistica dei saperi. Conoscere è un anello ininterrotto che noi invece segmentiamo.
Non è questa la condizione umana. Del resto nei nostri programmi di insegnamento essa è assente, perché dispersa nella frantumazione delle discipline, dalle scienze alla filosofia, alla letteratura, alle arti, senza le quali tuttavia la nostra conoscenza dell’umano sarebbe mutilata.
Morin suggerisce di inserire l’umano in un nuovo grande racconto dalla nascita dell’universo fino alla presente globalizzazione, la quale altro non è che lo stadio presente di una nuova, ignota avventura.
Torna nelle pagine di Morin con forza l’amore per il sapere, Eros come principio e impulso di ogni riforma dell’educazione che permetta a ciascuno di sviluppare al meglio la propria individualità, il legame con gli altri, di prepararsi ad affrontare le molteplici incognite del destino umano. La riforma dell’educazione non può che essere una riforma del pensiero. Più che una rivoluzione, una metamorfosi.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
La vecchia scuola dietro il polverone

C’è un grande polverone intorno alla scuola, e i polveroni bruciano gli occhi, impediscono di vedere. Ci sono anche tanti interessi, del governo, dei sindacati, delle varie corporazioni. Mai quelli giusti.
Il presidente del consiglio Renzi ha pure inviato il suo video messaggio al Paese con una semantica più potente di ogni parola, di ogni disegno di legge. Una lavagnetta d’altri tempi, con le righe bianche, il gesso e la cimosa. Come dire state tranquilli, la scuola resterà quella di sempre, forse una novità: i gessetti colorati, spesa pubblica permettendo. La cultura anziché “umanistica”, sarà “umanista”, come ha scritto al punto due della sua lavagna. Ignoranza, una svista, una scelta studiata? Chi lo sa? Ma il brivido dell’incompetenza e dell’improvvisazione di chi ti sta parlando attraversa la schiena. Messaggio rassicurante? Per nulla.
Ancora una volta il vizio italiano, tutto cambia, per restare come prima.
Sono in cattiva fede? Allora qualcuno mi faccia la cortesia di spiegarmi come sia possibile disegnare una scuola moderna lasciando inalterato il vecchio, altro vizio squisitamente italico. Come si possa pensare di innescare una riforma, senza porre mano all’impianto dell’unica vera riforma che il nostro sistema formativo abbia mai conosciuto, che, piaccia o no, resta ancora quella del 1923, di Giovanni Gentile, quella che a suo tempo fu definita come la più fascista delle riforme.
Intanto sarebbe necessario superare l’idea della scuola come un agglomerato di classi dove si va per ascoltare la lezione e per imparare. Pensare la scuola invece come ‘ambiente di apprendimento’ è un’altra cosa. Se alla classe si sostituisce il concetto di ‘ambiente di apprendimento’ chiunque comprende che si tratta di una rivoluzione, di un’altra organizzazione rispetto a quella che fino ad oggi ha nutrito l’immaginario collettivo. Significa che ogni idea di riforma non può che discendere dalla necessità in premessa di progettare nuovi ambienti di apprendimento, capaci di meglio supportare la formazione e la crescita delle generazioni del 21esimo secolo.
Il disegno di legge licenziato dalla 7a Commissione della Camera affastella dichiarazioni su dichiarazioni senza affrontare questo che è il tema centrale, da cui dovrebbe discendere l’organizzazione del sistema scolastico, una nuova professionalità docente, nuova anche nell’orario di lavoro, oltre che il ruolo della dirigenza scolastica e dell’autonomia sancita dalla legge Bassanini.
Sarebbe come occuparsi delle corsie d’ospedale anziché dell’ambiente e delle professionalità necessarie a sanare le persone.
L’articolo 1, oggetto e finalità della legge, altro non è che un generico elenco di buone intenzioni, le quali non avrebbero bisogno di vuote ridondanze, perché le norme già ci sono a partire dalla nostra Costituzione, per finire con il Dpr n. 275 del ’99 sull’autonomia scolastica. Ciò che manca sono le risorse finanziare e umane, una cultura della scuola all’altezza dei tempi. E poi ci sono le leggi da abrogare come la legge Gelmini sulla valutazione.
Usare termini come ‘apertura della scuola al territorio’ o è non riflettere sul peso delle parole o è crassa ignoranza, perché è dai decreti delegati del 1974 che la scuola è aperta al territorio, ma nel territorio non si è mai integrata. ‘Integrazione scuola territorio’ è tutta un’altra cosa, ma evidentemente difficile da concepire per questi improvvisati legislatori, perché vorrebbe dire estendere il concetto di ambiente di apprendimento oltre le cattedre e le pareti scolastiche, perché vorrebbe dire affrontare il tema complesso di tutte le forme di apprendimento quelle che ancora denominiamo come ‘formale’, ‘informale’, ‘non formale’, con bizantinismi linguistici degni solo dei gesuiti.
Penso al rapporto tra saperi e competenze, penso alla necessità di dotarsi di strumenti di misurazione e di valutazione che forniscano importanti dati sul funzionamento del nostro sistema scolastico e dei suoi istituti, penso alla necessità di personalizzare i percorsi di apprendimento, anziché inventarsi i bisogni educativi speciali, i così detti Bes. Potrei aggiungere altre importanti questioni come il tema dell’autonomia, delle certificazioni, dei debiti e dei crediti, l’etica della rendicontazione sociale e ancora altro. Tutti temi certamente citati nella legge del governo, ma anche allegramente evitati, per cui non si comprende come sia possibile pretendere di riformare il nostro sistema scolastico, se prima non si parte da questi e da questi si faccia discendere un disegno di riforma. Per non parlare delle classi, quelle che ancora catalogano apprendimenti e alunni per età anagrafica, sempre che non si sia bocciati. L’unica concessione della legge è alla possibilità di organizzare la didattica per gruppi-classe e per laboratori. Bene ai laboratori, non ai gruppi-classe. Male perché tutta la didattica della scuola dovrebbe essere laboratoriale, nel suo significato etimologico. Ma per farlo occorre un’altra organizzazione della scuola, altri spazi, un’altra cultura che non è quella della cattedra, ma su tutto questo la legge tace.
Ci si ostina con il Piano dell’offerta formativa, quando sarebbe ora che le scuole firmassero Patti formativi con i singoli alunni e le loro famiglie, oltre che con il territorio, e ne rendessero pubblica ragione.
L’elenco sarebbe lungo. La sintesi è che ancora manca la cultura nuova di cui il nostro sistema di istruzione, per essere un sistema formativo permanente avrebbe bisogno, di conseguenza mancano le parole, manca un linguaggio all’altezza del compito che si intende intraprendere.
Il problema vero e reale, come ha sottolineato Edgar Morin, è che oggi siamo di fronte ad una crisi radicale dell’educazione e dell’insegnamento. Si tratta di un altro grande problema contemporaneo, le nostre scuole, salvo rare, quanto lodevoli eccezioni, hanno perso respiro e slancio.
E per favore non mescoliamo l’ennesima sanatoria del precariato con la riforma della scuola, non c’è strada peggiore di questa per gettare in una precarietà permanente il nostro sistema di istruzione a danno dei giovani e di tutto il Paese.
Siccome di questi tempi a criticare si gufa e non si conclude niente, lasciatemi fare per una volta il legislatore, se avete voglia e tempo di sapere come questa legge l’avrei scritta andate a leggere qui. [vedi]

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Educazione permanente, un capitolo che non sappiamo scrivere

Il forte impatto che i cambiamenti economici hanno prodotto sulla struttura del tessuto occupazionale di settori come l’industria e l’agricoltura avrebbe dovuto collocare il tema dell’educazione permanente al centro dell’agenda politica ed economica del nostro Paese con l’obiettivo di riconnettere tra loro istruzione, formazione, occupazione e lavoro. Di fronte a un tasso di disoccupazione del 12,7% in Italia contro il 4,8% della Germania è urgente riappropriarsi di un tema così gravemente trascurato come quello dell’educazione degli adulti, perché pare che questo sia ampiamente sconosciuto al mondo politico e sindacale.

Eppure gli strumenti legislativi per avviare politiche innovative in questo campo non mancano, a partire dalla tanto vituperata riforma del lavoro Fornero. Mi riferisco all’articolo 4 e ai commi dal 51 al 58 di questa legge, che come minimo dovrebbero indurre il Parlamento a rimettere mano all’istituzione dei Cpia, cioè i Centri provinciali per l’istruzione degli adulti di mero impianto scolastico.
Educazione degli adulti e formazione permanente significano disporre di una forza lavoro qualificata come condizione indispensabile per sbloccare la paludosa stasi economica e occupazionale in cui versa il Paese. Più i livelli di istruzione sono alti, più crescono i redditi e l’occupazione. Lo dicono i dati dell’Ocse, in media il tasso di occupazione delle persone con alti livelli di qualificazione è di circa l’80%, contro meno del 50% per le persone con livelli bassi. I benefici derivanti da un’elevata qualificazione sono incrementali: al crescere di conoscenze e competenze aumenta la capacità di acquisirne nuove, di partecipare ad ulteriori attività formative. Inoltre l’istruzione permanente ha ripercussioni importantissime sulla vita sociale delle persone; gli individui istruiti sanno gestire meglio le proprie condizioni di salute, sono attivi nella vita sociale, politica e culturale.
Le cause della crisi del nostro Paese sono prodotte anche dall’incapacità dei governi di misurarsi con queste questioni. I nuovi fabbisogni professionali, le nuove e le future competenze richieste dal mercato del lavoro e dal mondo delle imprese, le veloci innovazioni tecnologiche dovrebbero indurre ad archiviare vecchi profili professionali senza mercato e un sistema di istruzione e formazione professionale ormai inadeguato non solo per i tempi, ma pure rispetto al dettato legislativo.

Con la legge Fornero del 2012 per la prima volta l’Italia si pone in linea con le indicazioni dell’Unione europea in materia di ‘lifelong learning’. Ciò che nel nostro Paese è sempre stato considerato come recupero scolastico, qualcosa di meramente accessorio e secondario, diviene la chiave per ripensare radicalmente il nostro sistema di istruzione, non solo nell’interesse del diritto allo studio di ogni singola persona, ma per le istituzioni pubbliche e per il mondo delle imprese che ne trarrebbe notevoli vantaggi in termini di competitività, innovazione, produttività.
Secondo la legge, per apprendimento permanente si intende qualsiasi attività intrapresa dalle persone in modo formale, non formale e informale, nelle varie fasi della vita, al fine di migliorare le conoscenze, le capacità e le competenze, in una prospettiva personale, civica, sociale e occupazionale. Finalmente anche il nostro Paese riconosce ufficialmente, ciò che da decenni numerosi Paesi dell’Europa e del mondo hanno già fatto, il ‘life wide learning’, l’apprendimento per l’intero arco della vita. Ma allora se non c’è più un tempo per lo studio, uno per il lavoro, uno per la pensione, se questa scansione così rigida non ha più ragione d’essere, è possibile che tutto continui come prima? È possibile che il nostro sistema di istruzione resti identico a se stesso? Credo che nessuno in questo Paese si sia accorto di proposte avanzate dal Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali, come pure la legge prevede. Neppure le parti sociali, a partire dai sindacati, mi sembra che abbiano battuto un colpo.

Tutto continua come prima. Invece di provvedere, come prescrive la legge, alla individuazione e al riconoscimento del patrimonio culturale e professionale comunque accumulato dai cittadini e dai lavoratori nella loro storia personale e professionale, nel nostro Paese si persiste a ritenere che l’apprendimento si faccia solo a scuola. Così si istituiscono i Cpia per l’alfabetizzazione e il recupero scolastico degli adulti, niente più che una versione aggiornata delle scuole popolari di un tempo.
Centri, invece, che dovrebbero essere radicalmente ripensati alla luce di quanto la legge Fornero prescrive, a partire dal riconoscimento dei crediti formativi, dalla certificazione degli apprendimenti comunque acquisiti, da documentare attraverso la realizzazione di una dorsale informatica unica. Ma su questo terreno neppure gli enti locali sono attivi, così non si realizzano le reti territoriali indispensabili per tenere insieme istruzione, formazione e lavoro, per collegarli organicamente alle strategie per la crescita economica, per l’accesso dei giovani al lavoro, per l’invecchiamento attivo, per l’esercizio della cittadinanza attiva, anche da parte degli immigrati.

Un’intenzione legislativa, di ispirazione europea, che colloca l’apprendimento permanente come strumento ‘princeps’ per una vera crescita personale, civica, sociale e occupazionale, finisce ancora una volta per essere sacrificata dall’insipienza di chi ci governa. Stiamo in Europa come ci pare evidentemente, o in Europa non ci sappiamo stare. Dovremmo chiedere ragione del ‘Life Learning Programme’, strategico per l’Europa 2020, che punta a creare un’economia con un più alto tasso di occupazione attraverso una crescita intelligente, solidale, sostenibile: intelligente innanzitutto con investimenti più efficaci nell’istruzione, la ricerca e l’innovazione. L’iniziativa lanciata dall’Unione europea si propone di migliorare la cooperazione tra il mondo del lavoro e quello dell’istruzione con l’obiettivo di “ritagliare su misura” le competenze necessarie alle persone e al mondo professionale, ma passa per le politiche dell’educazione permanente, dell’educazione degli adulti: un capitolo che il nostro Paese non ha ancora imparato a scrivere.

La ‘Buona Scuola’ e lo sciopero delle parole

Lo confesso: a volte, organizzo scioperi all’interno della classe. Lo so che sarebbe meglio non farlo ma, al presentarsi di certe condizioni, credo sia proprio necessario. Infatti, durante la conversazione che precede la scrittura di un testo, mi accorgo che diversi bambini ripetono spesso le parole “bello“, “buono“, “bravo” per descrivere un oggetto, una persona, una situazione, mentre io vorrei che si sforzassero nella ricerca di sinonimi più precisi.
Così, dopo averli ascoltati, improvvisamente mi alzo in piedi e, con tono deciso, annuncio che:
“È proclamato uno sciopero delle seguenti parole: bello, buono, bravo e dei loro rispettivi femminili.
Le condizioni di lavoro a cui sono sottoposte queste tre parole non sono più sostenibili.
È in atto infatti un grave sfruttamento di questi vocaboli che potrebbe portare inevitabilmente ad una omologazione dei testi e ad un appiattimento semantico.
Lottiamo tutti insieme per la ricerca delle parole giuste.“
Ormai i bambini mi conoscono e capiscono che, quando scherzo, lo faccio seriamente; per cui il messaggio gli arriva e ne tengono conto nei loro testi scritti.
Purtroppo non riesco a far così con i politici di professione: pensate che ne esistono di quelli che abusano dell’aggettivo “Buona” per definire “Buona Scuola” il loro strano miscuglio di proposte.
Riassumo brevemente i contenuti della “Buona Scuola” dal punto di vista di un “sindacalista delle parole“:
– la (quasi certa) condanna da parte della Corte di giustizia europea ad assumere docenti precari è propagandata come la più grande assunzione di massa;
– la competizione fra le scuole e l’introduzione degli “scatti di competenza” al personale esaspereranno i conflitti nella scuola senza migliorare la didattica;
– il far pagare ai privati (soprattutto alle famiglie) i costi della scuola pubblica servirà a recuperare soldi pubblici per finanziare le scuole private;
– le parole: inglese, informatica, impresa, che erano le tre parole-chiave del ministro Letizia Moratti (del governo Berlusconi), sono le stesse del ministro Giannini (del governo Renzi);
– nonostante si alluda all’importanza dell’inglese, della musica, dell’educazione motoria, un bambino o una bambina, alla fine dei cinque anni della scuola primaria, avrà effettuato meno ore di queste discipline rispetto a quelle che attualmente sono previste;
– “Fondata sul Lavoro“, che è il titolo di un capitolo della “Buona Scuola” di Matteo Renzi, ha un soggetto sottinteso, al fine di confondere e lasciar intendere che la scuola debba essere subordinata alla formazione di lavoratori e non, prima di tutto, all’istruzione ed alla formazione di cittadini.
Insomma io penso che, per rendere più chiara la definizione della “Buona Scuola”, ci sarebbe bisogno di sostituire quel “Buona” oppure di aggiungere qualche altro vocabolo per spiegarla meglio.

Dopo aver letto e studiato attentamente la proposta di Matteo Renzi ed averci riflettuto, ho deciso di fare le mie proposte. Sono indeciso fra queste tre:
“Buondì Scuola” (per una scuola sponsorizzata e ricoperta di glassa);
“Buona Suola” (per una scuola deteriore e collocata al giusto livello);
“Affondata sul Lavoro” (per una scuola precaria e dipendente dagli imprenditori).

Dopo aver letto le proposte di Confindustria per la scuola ed aver verificato le moltissime analogie con la proposte di Renzi, l’ultima mi sembra essere quella più precisa.

LA RIFLESSIONE
La scuola paradiso o inferno dell’integrazione

Vale sempre la pena chiedersi come ci vedono gli altri in base ai nostri comportamenti, o alle nostre leggi. In particolare nel rapporto con culture differenti. Il tema “Inclusione dell’alunno straniero e della sua famiglia” è stato affrontato di recente nel convegno Cisl, organizzato a Ferrara a settembre. L’accento è stato posto sulla scuola come luogo di integrazione, che mette faccia a faccia lingue differenti, giustappone storie da angoli agli antipodi del mondo; si avvale (nei casi migliori) di insegnanti in grado di gestire un avvicinamento, di far sentire a casa, e soprattutto ugualmente amati e accettati, i bambini.

scuola-limiti
Locandina del documentario

Tutto l’opposto da ciò che viene narrato nel documentario “Container 158” di Stefano Liberti ed Enrico Parenti. Presentata all’interno della rassegna “Italieni” all’ultima edizione di Internazionale, la pellicola racconta la vita del cosiddetto “villaggio attrezzato” di via Salone alla periferia di Roma, abitato da più di un migliaio di persone di etnia Rom – provenienti da Montenegro, Serbia, Bosnia e Romania – che di fatto costituisce l’unico sistema di ghettizzazione in tutta Europa , forma ovviamente condannata dalla Comunità europea, e mette in risalto le difficoltà e la sostanziale chiusura che i bambini si trovano a dovere affrontare in una scuola che tutto sommato sembra non volerli, tra pretesti per cacciarli una volta per tutte e nessuno ‘ius soli’ che rivendichi la loro appartenenza al luogo che per loro è Casa. Vincendo ancora una volta sui diritti umani di base, ignorando bambini che, seppur nati in Italia, non hanno cittadinanza né riescono a parlare correttamente l’italiano, non facendo altro che aumentare il divario invece di fornirgli gli strumenti necessari per sentirsi persone di pari dignità e diritti rispetto a chiunque altro e, di fatto, facilitando l’esclusione da un sistema che per sua costituzione dovrebbe impegnarsi a fare l’esatto opposto, non omologando ma accettando e includendo.
Che insieme all’attenzione e all’affetto sarebbe il compito più importante dell’insegnante, il quale dovrebbe di fatto insegnare a ragionare con la propria testa e a non mettere un muro tra quello che conosciamo – o più spesso crediamo di conoscere – e quello che non arriva dall’orto di casa e che quasi sempre prendiamo per ‘buono’, incondizionatamente. Quello che ci viene dato come regola dal primo giorno di scuola. Quello che tutti si aspettano che noi facciamo. Quello che non necessariamente corrisponde a un concetto di buono e giusto solo perché è scritto o detto da baroni universitari, da sedicenti professionisti, dalla maggioranza. Quello che insegnava a fare il professor Keating dell’”Attimo Fuggente”, che qualunque studente vorrebbe incontrare almeno una volta nella vita, come è successo agli studenti che, venerdì scorso, hanno manifestato da nord a sud per chiedere, tra le altre cose, istruzione libera e gratuita per tutti, diritto di cittadinanza, maggiore coinvolgimento del governo nella riforma sulla scuola, esulando dalla spicciolata di temi che erano stati proposti dall’alto e ponendo l’accento su altri non suggeriti esplicitamente dal governo. Evocando un gesto di presa di coscienza ormai iconografico e salendo in piedi sui banchi, esattamente come nel film esortava a fare Robin Williams a un giovanissimo Ethan Hawke e ai suoi compagni, esortando i suoi studenti a cambiare sempre punto di vista, a dubitare del mondo e a chiedere rispetto, oltre ad imparare ad averne nei confronti di chiunque. A essere persone vere e autonome prima ancora che pacchetti standard di dati sterili, i Pink Floyd ci avevano già messo una pulce nell’orecchio con “Another Brick in the Wall”.

Entrambi i casi aiutano però a fare uscire i lati buoni e utili del web: con gli hashtag di Twitter (#entrainscena, #100 e #labuonascuola) utilizzati dagli studenti che postano riflessioni e iniziative; e con il sito di Occhioaimedia.org, gruppo di associazioni che studiano il tema della mala comunicazione sui vari rapporti tra culture, sui sempreverdi temi del razzismo, del classismo, del pregiudizio sistematico. Cercando di costruire un varco tra quei mattoni ammassati da sistemi sbagliati.

La buona istruzione

Perché ragionare di “buona Scuola”, come il primo ministro Renzi ha intestato il proprio progetto di intervento sul sistema scolastico del nostro Paese?
Innanzitutto perché aggettivi qualificativi come ‘buono’ nella realtà non qualificano proprio nulla, se non un sentire individuale, se mai anche condiviso, ma che non sfugge alla soggettività di chi lo esprime.
In secondo luogo perché la ‘scuola’ non è cosa che possa essere trattata senza ragionare sulle cause ultime, vale a dire sul servizio che oggi l’istruzione è chiamata a fornire alla comunità.
Scuola significa gran parte della cultura nostra e delle future generazioni, vuol dire il patrimonio di saperi che ci accompagnerà per tutta la vita, quel bagaglio di conoscenze che ci rende e renderà i nostri giovani cittadini attivi.
Scuola è termine che non ha più nulla in comune con il significato che i greci attribuivano alla parola ‘scholé’, tempo libero, noi potremmo anche interpretarlo, forzando un poco e perché ci piace, come tempo liberato, tempo in cui ognuno attraverso l’istruzione si affranca dalla schiavitù dell’ignoranza.
Per la nostra tradizione ‘scuola’ è il luogo deputato all’istruzione per eccellenza. Ecco ‘l’istruzione’, la parola chiave, perché di questo si tratta. E se ‘buona’ si deve dire, dunque sia la “buona Istruzione”. Allora dovremmo interrogarci intorno a cosa è una buona istruzione.
Intanto chi stabilisce qual è un’istruzione buona e cos’è l’istruzione cattiva?
Se sappiamo guardarci attorno ci rendiamo subito conto che la possibilità di decidere in merito da tempo ci è sfuggita di mano. Sempre più gli Stati del mondo, tra la fine del secolo scorso e gli inizi di questo, sono stati defraudati della loro autonomia. Del resto le stesse proposte di nuovi saperi, contenute nel progetto del governo, ricalcano le ricette imposte dalla globalizzazione dei mercati, dal ‘coding’ all’economia.
Semplicemente perché la crescente società ‘civile’ globale è andata sviluppando sulla Terra forme di scolarizzazione che sono la fotocopia le une delle altre, mentre i tradizionali ‘Stato-nazione’ hanno perso potere anche sul versante dell’istruzione dei loro cittadini.
Ciò è accaduto senza che ce ne accorgessimo, ma nella storia dell’educazione, che è oggetto fragile e delicatissimo, sono sempre state le ideologie a prevalere su ogni altra considerazione. Così negli anni quello che è stato sfacciatamene contrabbandato come spirito riformatore senza riforme, altro non era che l’assecondare i cambiamenti imposti dalle concezioni neoliberali del libero mercato e dell’economia dei consumi, adombrando il valore dei diritti umani e il ruolo che l’istruzione, la buona istruzione, gioca per la loro affermazione e tutela.
Anziché servire i diritti di ogni singolo uomo e di ogni singola donna, l’istruzione è stata monopolizzata e manipolata per costruire una società mondiale ad un’unica dimensione: quella del mercato, della competizione, della crescita economica e del consumo.
Tramontate le forme tradizionali della educazione nazionale che tendevano a formare cittadini leali e patriottici, emozionalmente legati ai simboli dello Stato, si è passati alla assoluta fedeltà ai mercati e alla loro dipendenza.
Nel frangente, il diritto delle persone ad autodeterminare la propria vita, a vivere l’esistenza che desiderano, come direbbe l’economista Amartya Sen, si è eclissato.
Non è questo il tema primo con cui ogni discorso sull’istruzione oggi dovrebbe iniziare?
Di un’istruzione intesa al servizio delle persone e non del mercato come neppure dello Stato, ma grande strumento di scelta per la propria esistenza e per il bene delle esistenze degli altri. Si può ancora continuare a tradire il significato vero della scuola come luogo deputato all’istruzione per eccellenza?
Vogliamo finalmente porre al centro le persone, i giovani in carne e ossa? Questa è l’occasione che, a meno di virate dell’ultimo minuto, “la buona Scuola” del governo ha perso insieme a quel millantato aggettivo qualificativo che proprio ‘buona’ come promette non può essere.
Intanto nel mondo c’è chi non si arrende. Chi pensa che sia possibile un modello globale di scuola al servizio dell’uomo. Una scuola della buona istruzione che insegni agli studenti come vivere a lungo, condurre un’esistenza felice, tutelare l’ambiente che ospita le nostre esistenze e combattere le diseguaglianze sociali. Come fare della globalizzazione non la prigione delle nostre vite, ma una grande occasione di libertà, di partecipazione ad una comune e condivisa cittadinanza planetaria.
Su questo sono impegnati gruppi, associazioni, organizzazioni nel mondo come l’Human rights education network, United nations’ cyberschoolbus, World wildlife fund’s education programs, Earth charter initiative, North american association for environmental education, il Globe program e altri ancora.
È sufficiente visitare i loro siti internet per rendersi conto che non si tratta di sogni ad occhi aperti, ma che un’altra scuola, la scuola della ‘buona Istruzione’ è possibile.

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