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27Ferraraitalia continua ad accompagnare Valentina Brunet nel suo lunghissimo e avventuroso viaggio in solitaria, in sella alla sua bicicletta. Meta di questa puntata: Emirati arabi e Oman.

Cosa è successo dopo aver viaggiato su quel traghetto dalle mille sorprese (anche imbarazzanti…) che ti portava verso gli Emirati arabi a Dubai?

Ho ritirato la mia bici e il bagaglio non senza attimi di suspance, quando non si trovava la borsa degli attrezzi. Ho cominciato a pedalare, era sera e c’erano poche persone in giro, stupite di vedermi. Sono arrivata nel centro di Dubai [Qui], palazzi altissimi, una luminaria sgargiante, presenza di una folla multietnica proveniente da ogni dove, macchine lussuose.

Quali incontri hai fatto?

Ho avuto la fortuna di fare incontri speciali. Prima di tutto Mohsin, un indiano che avevo già conosciuto in ostello a Samarcanda, il quale mi ha ospitata per qualche giorno, in attesa di partire per l’Oman, dove avrei ritirato il visto di rientro in Iran con meno procedure e complicazioni. Ho poi incontrato Giorgio, un mio compaesano, che oltre ad ospitarmi ha risolto abilmente il problema della mia carta di credito scaduta. Filippo, altro compaesano, incontro prezioso e provvidenziale, è stato uno dei miei “no problem man”, pronti a risolvermi la vita. Mi ha ospitata e lasciata cucinare ai fornelli, cosa che amo. Mi sono riposata, ho riordinato le mie cose e le mie foto. Poi ho conosciuto Fayez tramite un’amica viaggiatrice, elegantissimo nel suo abaya e la kūfyya, la tipica tunica e il copricapo arabo. Elegante anche nei modi.

Fayez ti avrà sicuramente fatto conoscere luoghi, tradizioni e aspetti della cultura araba.

Certamente. Mi ha portata con il suo macchinone tra le dune ad ammirare il tramonto. Spettacolare. Mi ha presentato lo sceicco Awad nella sua residenza invernale e questo incontro ha sfatato un po’ dei miei tabù nei confronti di queste figure, che potevano mettere in soggezione: ho scoperto una persona disponibile con la quale ho potuto conversare seduta tra le dune, raccontare la mia avventura dal Vietnam, molto ospitale e aperto. Anche lo sceicco è un viaggiatore, organizzatore del Travellers Festival di Dubai e Milano, e mi ha raccontato il suo giro del mondo con una carovana 4×4. In un attimo ho abbattuto l’imbarazzo iniziale provato quando Fayez mi spiegava che uno sceicco ha legami sanguinei con la casata reale. Sono seguiti altre cene attorno ai falò e incontri con gli amici del mio ospitante. L’incontro con questa nuova cultura e questo nuovo Paese ha il suo fascino ma a Dubai ho pensato che fosse troppo lussuoso e artificiale. Ho sentito malinconia pensando alle montagne del Tagikistan e la bellezza della solitudine di tutte le mie traversate.

Qualche altro episodio che lega i tuoi ricordi agli Emirati?

Lo sceicco era un turbinio di proposte e iniziative. Abbiamo visitato un enorme bazaar aperto con stands da tutto il mondo di specialità gastronomiche e artigianali. Abbiamo partecipato a un festival delle arti tradizionali, in cui i padri insegnavano ai figli a viaggiare a dorso del cammello, uccidere, scuoiare, macellare e cucinare le capre. Ho assistito a una gara internazionale di parapendio con i lanci da un’altissima duna di sabbia, invitata dallo stesso organizzatore dell’evento. Non mi sono fatta mancare nemmeno un volo in tandem e una grande emozione. Il giorno dopo, io e Fayez siamo ripartiti per l’Oman.

Parlaci del tuo arrivo in Oman, un Paese del quale si parla poco.

Il nostro arrivo là era segnato dal meteo, con un vento contrario costante molto forte che prosciuga le energie e dalle prime discrepanze col mio compagno di viaggio, con i nostri ritmi di pedalata molto diversi, le abitudini e i punti di vista contrastanti. Ci siamo separati a malincuore. Da là in poi ho vissuto i due volti contrastanti dell’Oman [Qui], un Paese radicale, pieno di contraddizioni, la cui cultura è rimasta ancorata saldamente e rigidamente a tutti gli aspetti della tradizione arcaica. Una terra ostile, con temperature troppo calde e umide, caratterizzato dalla presenza di wadis, valli naturali con qualche oasi verde spettacolare. Mascate è una delle capitali più particolari che abbia mai visto: strade sopraelevate con molte corsie di scorrimento accanto a stradine sterrate, a antichi bazar, quartieri sparpagliati sui rilievi. Strade percorse da gasdotti, up and down sulle dune e il color ocra desertico che contrasta con il blu del mare. L’Oman è un Pese ricco, con un tasso di criminalità molto basso e una valuta forte. Esiste un gap enorme tra ricchi e poveri: palazzi lussuosi e stuoli di servitori per gli uni, casette umili o dimesse con una decina di persone per stanza, per gli altri.

In un Paese così tradizionalista e chiuso, com’è stato il tuo rapporto con la gente, in particolare gli uomini?

Ho avuto problemi negli incontri maschili perché la donna è vista come sottomessa, sottoposta a ruoli rigidi in casa, nella quale domina l’uomo. Ho incontrato diversi uomini che mi hanno approcciata chiedendomi di condividere la notte insieme, con l’approvazione della moglie; uno ha chiesto incuriosito quanto costasse una moglie in Italia. Ho notato che questa tendenza – dettata sicuramente dalla loro cultura – è indifferenziata rispetto il ceto sociale di appartenenza. Un incontro curioso è stato quello con due giovani che mi avvicinano. Credevo di aver capito che desideravano un selfie con me, ma in realtà si sono fotografati loro, perché alle donne è proibito farsi ritrarre in foto. In Oman devo essere passata per sovversiva, in bici, scarmigliata, sola ad affrontare l’ignoto, di fronte alle loro bellissime donne obbedienti, eleganti nelle stoffe sgargianti, sorridenti. Ho conosciuto donne molto accoglienti, protettive, materne, pronte a sfamarti, darti riparo e ristoro accoccolate per terra su quei meravigliosi tappeti. Conservo il ricordo di quella sciarpina arancione regalatami, delle pappette di orzo e pollo, piatto nazionale, le sfoglie di pane cotto alla brace, i datteri.

Come si conclude la tua visita in Oman?

Sono rimasta molto delusa sotto l’aspetto della sicurezza e quello che si vanta uno dei posti più sicuri al mondo, purtroppo non lo è per una donna sola. Finisce in modo strano com’era cominciata. Per riattraversare il confine e rientrare negli Emirati ho dovuto fare un po’ di giri: da una parte non mi facevano uscire, perché riservata solo agli omaniti, dall’altra vietata l’uscita perché non possedevo la documentazione che avrei dovuto ritirare alla prima dogana. Un po’ di misunderstanding, risolti felicemente in presenza di un funzionario comprensivo. Negli Emirati mi attendeva il mio amico Filippo, prima di ripartire nuovamente alla volta dell’Iran perché avrei dovuto necessariamente ripercorrere un tratto di quel Paese per raggiungere i Balcani, dal momento che l’Arabia Sudita ha ancora i confini chiusi ai non musulmani. Il tempo di organizzarmi ed ero nuovamente imbarcata per l’Iran: ironia della sorte, stesso comandante dell’arrivo, stesso sguardo marpione e stesso invito nella cabina di comando, rifiutato naturalmente con sdegno.

Ferraraitalia pubblicherà prossimamente le interviste a Valentina Brunet, rilasciate durante l’intero percorso.

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Liliana Cerqueni

Autrice, giornalista pubblicista, laureata in Lingue e Letterature straniere presso l’Università di Lingue e Comunicazione IULM di Milano. E’ nata nel cuore delle Dolomiti, a Primiero San Martino di Castrozza (Trento), dove vive e dove ha insegnato tedesco e inglese. Ha una figlia, Daniela, il suo “tutto”. Ha pubblicato “Storie di vita e di carcere” (2014) e “Istantanee di fuga” (2015) con Sensibili alle Foglie e collabora con diverse testate. Appassionata di cinema, lettura, fotografia e … Coldplay, pratica nordic walking, una discreta arte culinaria e la scrittura a un nuovo romanzo che uscirà nel… (?).

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Tanto che qualcuno si è chiesto se ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport…. Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e dà riconosce uguale dignità a tutti i generi e tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia, stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. .

Con il quotidiano di ieri, così si diceva, oggi ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e  di ogni violenza.

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