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Nelle lettere di un uomo lo sapete, Signora, la sua anima giace nuda, le sue lettere sono solo lo specchio del suo petto, qualunque cosa passi dentro di lui viene mostrata indistinta nel suo processo naturale. Nulla viene invertito, nulla distorto, vedi i sistemi nei loro elementi, scopri le azioni nei loro motivi. (Samuel Johnson)

“Qual è secondo te una delle cose più bella della vita?” Mi domanda un bambino rubicondo seduto accanto a me su una panchina congelata mentre guardo una coppia pattinare alla luce delle stelle.

“Come ti viene in mente questa domanda?” Gli rispondo io.

“Non so”, ribatte lui, “pensavo. Sono qui a pattinare con la mia amichetta Irina e vorrei farle un bel regalo. Uno di quelli originali e che non si dimenticano facilmente”.

“Scrivile una lettera d’amore”, non esito a dirgli io sorridendo, “ne sarà felice”.

“Ma non ne ho mai scritta una, ma l’idea mi piace”, ribatte lui stupito, “mi aiuteresti”?

“Come ti chiami?”, gli porgo la mano intirizzita. “Igor, e tu”, mi porge la sua. “Simonetta”.

“Piacere allora, cara Simonetta dal nome gentile e angelico, ma perché pensi che questo sia uno dei più bei regali da fare o da ricevere nella vita? Magari lei preferirebbe un simpatico giocattolo, una torta colorata o un libro pieno di magia”.

“Mio caro piccolo Igor, fidati di me. Una donna ama ricevere qualcosa scritto solo per lei. In un mondo dove ormai le parole scorrono come fiumi in piena fuori controllo, soprattutto quelle cattive e che non osano accettare differenze e diversità, una parola d’amore pensata solo per te vale più di mille giocattoli o torte. Io ne ho ricevute molte di queste parole, sempre dallo stesso uomo, solo così ho capito che sarebbe stato il mio compagno di vita. Di una vita complessa, come magari sarà la tua, ma che sarà sempre unica e meravigliosa. Non erano mai pensieri banali, anche quando mi dedicava una canzone o una traccia di un cartone animato c’era sempre il cuore dentro. Fai questo con Irina”.

“Un cartone animato? Originale. Quale ad esempio, fammi capire meglio. Sono piccolo e inesperto, ancora, magari ti seguo più facilmente….”.

“Hai presente Aladdin, il mondo è mio? .. Ora vieni con me, verso un mondo d’incanto principessa, è tanto che il tuo cuore aspetta un si. Quello che scoprirai è davvero importante, il tappeto volante ci accompagna proprio lì. Il mondo è tuo, con quelle stelle puoi giocar, nessuno ti dirà che non si fa’, è un mondo tuo per sempre….? Ricordi?”

“Certo. Le dirò anche io che il mondo è suo, che è nostro…. Nulla di più semplice e immediato. Bellissimo, mi piace. Continua ti prego, comincio a capire…”.

“Ecco, forse scherzando gli ho detto che lui assomiglia a Romeo, er mejo der Colosseo, per rimanere in tema di cartoni animati, vista la sua origine capitolina (se non lo sai, visto che sei giovane e russo, capitolino significa della capitale d’Italia, di Roma), magari la tua Irina assomiglia alla bella Anastasia e tu sei il suo Dimitri che la salva dal crudele Rasputin. Le favole esistono, credimi. Basta seguirle.

Amico mio, ricevere parole d’amore è in assoluto il più bel regalo al mondo, perché per scriverle ci vuole tempo, pensieri che vengono dedicati solo a te, che per questo sono solo tuoi, attimi presi da giornate piene, il tempo è il vero regalo, quello che spesso non si ha ma che si trova per dire qualcosa. In passato, le grandi storie d’amore erano epistolari, si lasciavano alla carta e alle penne piumate dei calamai i pensieri che non si osavano esprimere, i sentimenti che non si dischiudevano se, per timidezza, ti trovavi impacciato di fronte al soggetto del tuo amore e dei tuoi pensieri. Usa una bella calligrafia, evita il computer, cerca una carta pergamenata delicata color avorio dove spruzzare una piccola goccia di gelsomino. Non temere perché lei sarà attenta e noterà ogni dettaglio”.

“Mi sembra una buona idea, andrò a cercare il tutto domani pomeriggio alla libreria Globus, verso la Lubjanka, li hanno davvero di tutto. Stanotte penserò alle parole…”

“Non pensare amico mio, scrivi di getto, lascia che le tue emozioni scendano libere sul foglio. Come le gocce di rugiada sul prato mattutino. Magari dopo le rileggerai, correggerai solo qualche virgola e ricopierai tutto sulla tua bella carta. Ma scrivi di getto, non pensare. O saprà di artificioso… Io ho ricevuto tante parole, ho sempre capito quando erano sgorgate dal cuore, perché erano senza controllo, senza direzione, senza rimorso, quasi senza ritegno, per quanto erano intense. Un fiume in piena non si dirige. Lo si lascia andare. E’ più bello, nel suo impero inarrestabile. Belle parole, magnifiche. Il regalo più bello, davvero. Scrivi lettere d’amore amico mio, scrivine tante alla tua Irina, ogni giorno, ogni settimana, ogni mese, ogni anno, per tutta la vita, se sarà lei ad accompagnare la tua giovane vita. Non te ne dimenticare mai. So che sei piccolo, ma parti da parole d’amore, sempre. Le labbra a volte non riescono a pronunciare quello che la mano sa tracciare. Non te ne pentirai mai”.

“E se lei ne ridesse? Se risultassi impacciato e banale?”

“Non temere, lei capirà. Finché ti risponderà, saprà lei quando. Ogni lettera sarà un cercarsi nelle tue braccia, uno sguardo infinito verso un cielo fatto delle vostre stelle. Ogni sospiro sarà un sentirsi a casa, un ritrovarsi in pace con il mondo di fronte a questa pista di pattinaggio ghiacciata su cui cadrete, cadrete a ancora cadrete. Ma insieme. Sempre insieme. Ricordo una bella frase di Winston Churchill alla moglie Clementine (Mia cara Clemmie, nella tua lettera da Madras hai scritto alcune cose a me molto care, circa l’averti arricchito la vita. Non posso dirti che piacere questo mi ha dato, perché mi sento sempre tremendamente in debito, se è consentito fare questo tipo di conti in amore), lui che era uomo tutto d’un pezzo, grande politico oltre che storico era stato capace di scrivere d’amore, nella sua tenera ed educata cordialità. A volte gli uomini più impegnati e importanti sono capaci di pensieri unici, proprio perché unici loro stessi. Forse perché vedono tante brutte cose nella vita, guerre, tragedie e sofferenze, e per questo trovano sempre un attimo per rifugiarsi nelle parole d’amore. Non dimenticarlo mai, piccolo Igor, lei sarà sempre la tua ancora di salvezza, il punto d’arrivo in ogni momento buio”.

“Simonetta, ma io ho solo dieci anni… Una bella lezione sicuramente (seguirò i tuoi consigli, non ti preoccupare) ma mi sa che stai parlando di te, di lui, di voi”.

“Può darsi piccolo Igor, ma hai iniziato tu con la tua domanda sul più bel regalo del mondo. Io ti ho solo dato la risposta… o almeno ci ho provato. Buona vita e copriti, fa freddo”.

 

Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo”. (Dino Buzzati, Inviti superflui)

 

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Simonetta Sandri

E’ nata a Ferrara e, dopo gli ultimi anni passati a Mosca, attualmente vive e lavora a Roma. Giornalista pubblicista dal 2016, ha conseguito il Master di Giornalismo presso l’Ecole Supérieure de Journalisme de Paris, frequentato il corso di giornalismo cinematografico della Scuola di Cinema Immagina di Firenze, curato da Giovanni Bogani, e il corso di sceneggiatura cinematografica della Scuola Holden di Torino, curato da Sara Benedetti. Ha collaborato con le riviste “BioEcoGeo”, “Mag O” della Scuola di Scrittura Omero di Roma, “Mosca Oggi” e con i siti eniday.com/eni.com; ha tradotto dal francese, per Curcio Editore, La “Bella e la Bestia”, nella versione originaria di Gabrielle-Suzanne de Villeneuve. Appassionata di cinema e letteratura per l’infanzia, collabora anche con “Meer”. Ha fatto parte della giuria professionale e popolare di vari festival italiani di cortometraggi (Sedicicorto International Film Festival, Ferrara Film Corto Festival, Roma Film Corto Festival). Coltiva la passione per la fotografia, scoperta durante i numerosi viaggi. Da Algeria, Mali, Libia, Belgio, Francia e Russia, dove ha lavorato e vissuto, ha tratto ispirazione, così come oggi da Roma.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

Cari lettori,

dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “giornale” .

Tanto che qualcuno si è chiesto se  i giornali ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport… Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e riconosce uguale dignità a tutti i generi e a tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia; stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. Insomma: un giornale non rivolto a questo o a quel salotto, ma realmente al servizio della comunità.

Con il quotidiano di ieri – così si diceva – oggi “ci si incarta il pesce”. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di  50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle élite, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

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Francesco Monini
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