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enhanced-12673-1443602695-5Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario. (Primo Levi)

Francine Christophe è una scrittrice e poetessa francese, nata il 18 Agosto 1933, anno dell’ascesa al potere di Adolf Hitler, come lei stessa ricorda. Oggi molto attiva nelle conferenze tenute davanti a giovani di collegi e licei, dove riporta la sua testimonianza, Francine viene arrestata, con la madre, nel 1942 nel Comune di La Rochefoucauld, nel sud-ovest della Francia, mentre tentano di oltrepassare la “linea di demarcazione” (Demarkationslinie, limite tra la zona occupata tedesca e la zona libera, chiamata zona sud dal novembre 1942, fissata dall’armistizio del 22 giugno 1940) e successivamente rinchiusa nella prigione di La Rochefoucauld e di Angoulême. Fino ai campi di Poitiers, Drancy, di Pithiviers, Beaune-la-Rolande. Ella fu poi deportata, con la madre e altre donne e bambini mogli o figli di prigionieri di guerra francesi ebrei, il 2 maggio 1944, al campo di concentramento di Bergen-Belsen, diventando una degli “ebrei di scambio”. Evacuata dal campo nell’aprile 1945, liberata dalla truppe britanniche, Francine è rimasta “protetta” dallo statuto di figlia di prigioniera di guerra ai sensi della Convenzione di Ginevra. Oggi ottantaduenne, la storia di Francine viene conosciuta soprattutto quando, lo scorso 12 settembre, il celebre fotografo Yann Arthus-Bertrand ha presentato al pubblico il suo film “Human”, 3 anni di lavoro, 2500 ore di riprese nel mondo intero per “difendere i cittadini del mondo”: panorami mozzafiato, interviste ed esperienze-storie di vita sorprendenti e toccanti.

HUMAN-mostra_lFra queste quella di Francine, appunto, che racconta. Un vero pugno nello stomaco, una testimonianza sconvolgente, struggente e incredibile, commovente fino alle lacrime. Il racconto della bambina Francine (all’epoca di solo 8 anni) parte dalla stella di David cucita sul petto, sempre enorme e troppo grande per quello di un bambino, terribile e temibile nel suo giallo e nero inquietante. Come privilegiati per lo statuto di figli di prigionieri di guerra, racconta ancora Francine, avevano il diritto di portare un piccolo sacco con 2 o 3 cose dalla Francia, durante il viaggio verso l’ignoto. In quel sacco, la madre aveva racchiuso un pezzetto di cioccolata, che l’avrebbe aiutata a “tirarsi su” nei momenti difficili. Quell’unico tesoro sarebbe, quindi, stato custodito con attenzione, per gli attimi bui. Questo pezzettino di dolce felicità non sarebbe servita a Francine ma a Helene, che avrebbe partorito nel campo di Bergen-Belsen, salvando la vita a lei e alla fragile neonata, con quel poco di energia che ancora poteva infondere. Alla richiesta della madre di poter donare quel regalo alla partoriente, Francine avrebbe detto subito di sì, garantendo così la sopravvivenza a due fragili e indifese persone che sei mesi più tardi sarebbero state liberate con lei. Quella creatura che non aveva mai pianto, e che solo al momento della liberazione, nel 1945, dalle sue povere, sgretolate e umide fasce avrebbe gridato. Ella sarebbe veramente nata solo allora. Alla luce della libertà. Dopo una conversazione con la figlia, Francine decide, qualche anno fa, di tenere una conferenza sul tema del ritorno dai campi di concentramento, e di dibattere sul ruolo che avrebbero potuto avere gli psicologi, all’epoca, se solo ve ne fossero stati. Alla fine delle discussioni, una donna di Marsiglia, fra il pubblico, si era avvicinata a Francine, tirando fuori un pezzo di cioccolato dalla tasca, piano piano, per offrirglielo. “Io sono il bambino” avrebbe detto, quasi sussurrando. Fra la commozione generale. Una storia incredibile.

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Francine da piccola

Video (in francese con titoli inglese): https://www.youtube.com/watch?v=gXGfngjmwLA

Altre testimonianze: Human le film.

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Simonetta Sandri

E’ nata a Ferrara e, dopo gli ultimi anni passati a Mosca, attualmente vive e lavora a Roma. Giornalista pubblicista dal 2016, ha conseguito il Master di Giornalismo presso l’Ecole Supérieure de Journalisme de Paris, frequentato il corso di giornalismo cinematografico della Scuola di Cinema Immagina di Firenze, curato da Giovanni Bogani, e il corso di sceneggiatura cinematografica della Scuola Holden di Torino, curato da Sara Benedetti. Ha collaborato con le riviste “BioEcoGeo”, “Mag O” della Scuola di Scrittura Omero di Roma, “Mosca Oggi” e con i siti eniday.com/eni.com; ha tradotto dal francese, per Curcio Editore, La “Bella e la Bestia”, nella versione originaria di Gabrielle-Suzanne de Villeneuve. Appassionata di cinema e letteratura per l’infanzia, collabora anche con “Meer”. Ha fatto parte della giuria professionale e popolare di vari festival italiani di cortometraggi (Sedicicorto International Film Festival, Ferrara Film Corto Festival, Roma Film Corto Festival). Coltiva la passione per la fotografia, scoperta durante i numerosi viaggi. Da Algeria, Mali, Libia, Belgio, Francia e Russia, dove ha lavorato e vissuto, ha tratto ispirazione, così come oggi da Roma.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “giornale” .

Tanto che qualcuno si è chiesto se  i giornali ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport… Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

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