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La letteratura, per fortuna, non ha alcun debito 

Il pioppo di Albino

verso la verità storica,
tuttavia mi piace attestare il “vero per soggetto” di questo racconto.
Il suo nucleo, lo stupore per un incontro inatteso e abbagliante, viene da una storia di mio padre,
cui l’aveva a sua volta raccontata un indimenticabile capomastro, un
uomo della ‘Bassa’.
Da chi lui l’avesse appresa non è dato di sapere.
Io bambino lo ricordo già vecchio, ma ancora forte, grande,
alto come una quercia: la mia mano scompariva nella sua.
E ricordo che quando lo incontravo avevo la certezza che quella storia anonima fosse vera,
la storia di lui bambino in un Novecento appena nato.

ue figure sfocate, una grande e una piccola, camminano una fianco all’altra. Non si vedono, ma il narratore è certo della loro presenza. Si sentono i colpi secchi dei passi sull’erba ghiacciata. Non un altro rumore. C’è solo notte e nebbia intorno. E quando la prima si alza, la seconda resiste, si oppone alla luce con il suo grande dorso di animale addormentato. Ma infine qualcosa si vede, lo stradone della bonifica dritto dritto che parte e finisce nel niente. A destra e a sinistra, la terra arata nera come la cioccolata. Il padre e il figlio che camminano senza parlare.

La scena non cambia mentre passa il tempo. Lo stradone, le zolle nere, il battito ineguale dei passi dei due viaggiatori. Unica prova dell’avanzare del giorno è la nebbia sempre più spessa, padrona assoluta del campo visivo, e sempre più bianca. Non si sa da dove arriva quel bianco, non ha una fonte, un’origine, un punto di irradiazione. Scaturisce da ogni punto dello spazio, dall’interno stesso della materia, come la luce della pancia di una lucciola cosmica.

Il padre si ferma e fa un cenno con la mano. E’ il momento per fare una sosta. Il figlio ha sette anni, i capelli bagnati, il petto che si alza e si abbassa dentro un cappotto scuro troppo largo. Il padre gli tende il pane senza incrociare il suo sguardo, sulla faccia del figlio c’è un’ombra che non vuole vedere. Mangiano in silenzio, e in silenzio il freddo si infila sotto i vestiti.

Il padre fa un breve cenno. Riprende a camminare e parla sottovoce; “E’ ancora lontana. Non arriveremo prima di mezzogiorno.”

“Posso levarmi le scarpe?”
“No, devi abituarti. In città senza scarpe non si può stare”
“Sempre con le scarpe?”
“Sempre.”
“Sempre sempre?”
“Nossignore – ride il padre – quando vai a letto te le togli.”
“Come sono i letti di città?”
“Più morbidi credo. Credo che i letti di città siano più morbidi. E si dorme da soli. Avrai un letto solo per te, questo è deciso. Ho parlato con don Antonio. Fa parte dell’accordo: un letto con lenzuola bianche e un cuscino di piuma. E un vestito nuovo. E libri fin che ne vuoi.”
“Ma io non voglio fare il prete. Io sto bene dove sto.”
“Non vuoi vedere la città?”
“Voglio andarci e poi tornare indietro con te.”
“Tornerai a Pasqua. Poi a Natale. Poi dopo qualche anno, ti stancherai di tornare a Nuvolè. Non c’è niente a Nuvolè.”
“Io non voglio fare il prete.”
“Cosa ne sai?”
“So che non voglio.”
“Lo sai che i preti mangiano bene e viaggiano in carrozza?”
“Ma io voglio stare con voi.”
“Perché sei una testa dura.”
“Voglio stare a Nuvolè e della città faccio senza. Le scarpe mi fanno male ai piedi. Non mi va di portare le scarpe tutto il giorno.”
“E vediamo, testa dura, come farai a imparare a leggere?”
“Tu mica sai leggere.”
“Io no, ma tu sì. Tu sei nato nel nuovo secolo. Imparerai a leggere e a scrivere, è deciso. E vedrai che il mondo non è tutto piatto come a Nuvolè. E dopo, alla fine andrai anche in America e mi scriverai una lettera lunga così.”
“Ma perché proprio io?”
“Basta Albino, pensa a camminare!”

Albino, Il figlio che imparerà a leggere e scrivere, Albino che diventerà un grand’uomo, Albino che attraverserà il mare, adesso Albino non parla più. E’ arrabbiato con suo padre, con le scarpe, con la città, con don Antonio che l’ultimo Natale è venuto in visita e se n’è ripartito con il loro unico cappone. Cosa se ne fa del loro cappone don Antonio che è già grasso come un maiale?
E cosa c’è da vedere? Cosa c’è da imparare? Cosa c’è di più bello di Nuvolè?
Albino cammina gli occhi a terra. Ogni tanto calcia via una zolla. Cammina con i piedi stretti in quelle stupide scarpe. Cammina e non guarda niente.

Nel cielo è apparso un disco bianco. Adesso, anche se Albino ancora non lo sa, la nebbia batte in ritirata e il mondo ha finalmente un sotto e un sopra, e una linea diritta nel mezzo.
Albino, come se un amico lo avesse chiamato al gioco, alza la testa di scatto e rimane fermo a mezz’aria. Sente la sua bocca che si apre, si apre sempre più, ma non esce nessun suono- Sente caldo, sente la testa che gira, sente da qualche parte una cosa ingombrante che gli riempie le mani e le braccia, le gambe, il petto.
“Allora Albino, vuoi muoverti?”. Il padre si è voltato, ma subito gli passa la rabbia. Guarda incantato il figlio con gli occhi incantati.
“Allora Albino?”. Questa volta la sua voce è quasi un sussurro.
“Cos’è quello papà? Quello alto alto?”.
“E’ un albero.”
“Un albero?”
“E’ un pioppo. E stai sicuro che ne vedrai molti altri. E vedrai un mucchio di altre cose, più tutte quelle che ci sono dentro i libri.”
“Un albero pioppo?”
“Te lo spiegheranno a scuola cos’è un albero. E ti spiegheranno che a Nuvolè una volta c’era solo acqua. E adesso solo terra nera. Terra bassa e niente alberi.”
“E da dove arriva questo albero? A cosa serve?”
“E’ sempre stato lì quel pioppo. Tutti gli anni, quando vado in città, lo trovo al suo posto. Fermo, immobile. Vuol dire che siamo fuori dalla bonifica, fra poco incroceremo la strada grande che porta a Ferrara.”
“E perché è così alto?”
“Dai Albino, cammina che è tardi. Il Pioppo ti aspetta. Sarà ancora lì quando tornerai dall’America”:

Il racconto: 
Francesco Monini, “Il pioppo di Albino”, sta in Alberi Secolari, Ferrara, Corbo Editore, 1996

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Francesco Monini

Nato a Ferrara, è innamorato del Sud (d’Italia e del Mondo) ma a Ferrara gli piace tornare. Giornalista, autore, infinito lettore. E’ stato tra i soci fondatori della cooperativa sociale “le pagine” di cui è stato presidente per tre lustri. Ha collaborato a Rocca, Linus, Cuore, il manifesto e molti altri giornali e riviste. E’ direttore responsabile di “madrugada”, trimestrale di incontri e racconti e del quotidiano online “Periscopio”. Ha tre figli di cui va ingenuamente fiero e di cui mostra le fotografie a chiunque incontra.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

Caro lettore

Dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “il giornale” un’idea (geniale) nata 270 anni fa, ma che ha introdotto  dei codici precisi rimasti quasi inalterati. Nemmeno la rivoluzione digitale, la democrazia informava, la nascita della Rete, l’esplosione dei social media, hanno cambiato di molto le testate giornalistiche, il loro ordine, la loro noia.

Tanto che qualcuno si è chiesto se ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport…. Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e dà riconosce uguale dignità a tutti i generi e tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia, stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. .

Con il quotidiano di ieri, così si diceva, oggi ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e  di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle elites, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

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