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Donne afghane (9)  Roqia: «Io, torturata dai taleban perché protestavo. Ma sogno ancora»

di Lucia Capuzzi
(articolo originale: Avvenire, 2 marzo 2023)

La 29enne voleva diventare pilota, era aveva fatto domanda all’Accademia ma i taleban hanno conquistato il Paese. È scesa in piazza, è stata arrestata e picchiata. «Ci hanno tolto tutti, non i sogni»

«Sogno di diventare pilota». Rifiuta di utilizzare il passato Roqia. Il desiderio di decollare a bordo di un aeroplano la accompagna da troppo tempo per poterci rinunciare a 29 anni. «Non so come sia nato. L’ho sempre avuto. Fin da quando ero bambina. Quando vedevo gli aquiloni in cielo, sentivo di voler essere come loro».

All’epoca, all’inizio degli anni Duemila, gli aquiloni avevano appena cominciato a ripopolare il cielo dell’Afghanistan dopo il bizzarro bando che li aveva colpiti in epoca taleban. «Stavo a guardarli per ore. Ma per quanto mi piacessero non potevo diventare come loro. Il pilota è quanto di più simile ci sia a un aquilone. E potevo esserlo».

Perfino in un contesto rigidamente patriarcale come quello afghano, l’aviazione cominciava ad aprirsi alle donne. Nel 2012, Niloofar Rahmani è stata la prima aviatrice delle forze aeree repubblicane. Nel 2021, Mohadese Mirzaee ha infranto il tabù nei voli commerciali. Quell’anno, anche Roqia aveva fatto domanda di ammissione all’accademia aeronautica. «Avrei realizzato il mio sogno e onorato la memoria di mio marito, anche lui militare, morto per un tumore».

Con l’accordo di Doha già firmato e i militari Usa in smobilitazione, però, la storia nazionale stava per compiere una tragica giravolta. Nessuno immaginava che fosse tanto fulminea. E, invece, in una manciata di mesi, i taleban, cacciati dalle forze occidentali nel 2001, hanno fatto ritorno a Kabul. E con essi una serie di assurdi divieti volti a espellere la presenza femminile dal tessuto civile nazionale.

Roqia si presenta all’intervista, in videochiamata, con la testa avvolta in una sottile sciarpa beige da cui fuoriescono folte ciocche brune. Il volto è scoperto, gli occhi, allungati come tutte le ragazze di etnia Hazara, segnati dal kajal, sulle labbra un leggero strato di lucidalabbra. Il trucco è un piccolo segno di resistenza a un regime che vieta alle donne di mostrare la faccia.

Roqia, però, non si è limitata alla disobbedienza privata. «All’inizio sì. Avevo troppa paura. Tutti eravamo terrorizzati, in realtà. Come si smette di avere paura? Quando il dolore è più forte. Dolore per te, per la tua famiglia, per il tuo Paese. Ti fa così male che non puoi non fare qualcosa. A me e a molte altre di noi è accaduto il 30 settembre scorso, quando una bomba è esplosa all’istituto Kaaj, mentre centinaia di ragazzi Hazara sostenevano gli esami. In cinquantadue sono morti».

Nei giorni seguenti, decine di donne si sono ritrovate a protestare nelle principali città del Paese contro il “genocidio degli Hazara”. In quel grido, risuonava l’esasperazione accumulata per gli abusi inflitti dall’Emirato dal 15 agosto 2021 a tutti. Anche Roquia è scesa in piazza quella volta, la prima di molte altre. «Insieme ad amiche, conoscenti, amiche di amiche, abbiamo formato un gruppo WhatsApp. Così organizzavamo i raduni: ogni volta in un luogo differente, in un tempo differente, in modo che fosse più difficile intercettarci».

Ai cortei pubblici, poi, alternavano manifestazioni virtuali: proteste nelle case, immortalate e diffuse sui social. «Molti uomini avrebbero voluto unirsi a noi ma per loro era troppo pericoloso: li avrebbero uccisi. Sappiamo, però, che tanti ci sostengono. Mio padre, prima di uscire, mi ripeteva: “Perdonami se non vengo con te”». Le ha detto così anche il 21 dicembre, poi l’ha abbracciata. Entrambi sapevano che quella marcia sarebbe stata ancora più rischiosa. Il giorno prima, gli ex studenti coranici avevano espulso le ragazze dalle università. La capitale era elettrica. «Insieme a molte altre siamo andate davanti all’Università nazionale per protestare. I taleban, però, erano dappertutto. Rapidamente abbiamo deciso di spostarci verso il centro. Ma, in un lampo, hanno iniziato a caricarci. Stavo cercando di salire su un taxi quando mi hanno preso».

Per Roqia sono iniziati quattro giorni di incubo, di cui parla con fatica. Sempre bendata, è stata minacciata, picchiata e torturata. «Dopo ogni colpo mi dicevano: “Dicci chi vi paga”. Volevano farmi sostenere che eravamo agli ordini di qualche potenza o organizzazione straniera. E quando rispondevo che eravamo là di nostra iniziativa, si infuriavano e mi pestavano ancora più forte. È stato duro, mi tormentavano. Dicevano che avrebbero fatto lo stesso a mia figlia. La cosa più terribile era sentire le grida delle altre donne nelle celle vicine». Roqia è stata rilasciata grazie all’intervento del consiglio degli anziani, un’istituzione comunitaria tradizionale che anche i taleban rispettano. «In realtà, mi hanno affidato a mio padre. L’hanno convocato e picchiato. Poi gli hanno detto che lui sarebbe stato responsabile del mio comportamento. E ne avrebbe pagato le conseguenze».

Una parte di Roqia non ha mai lasciato il commissariato di Kabul. «La notte ho incubi, mi sveglio di continuo. Ho sempre paura. Paura che facciamo male ai miei figli o a mio padre. Paura che dovrò passare tutte la vita chiusa in una prigione di stoffa, senza poter parlare, senza poter studiare, senza poter uscire. Paura che non volerò mai. Per calmarmi, guardo mia figlia. E la paura diventa indignazione. Possono spezzare le mie ali, ma le sue no. Allora mi torna la voglia di combattere, di protestare, di gridare. Di volare. Di sognare. Sogno ancora di diventare pilota. Ci hanno tolto tutto. I sogni, però, non possono prenderceli».

Le giornaliste di Avvenire – uno dei pochi grandi quotidiani italiani che ‘canta fuori dal coro’ e con cui ci sentiamo spesso in sintonia – inaugurano oggi un’iniziativa che ci pare di grande valore.  Dare voce alle bambine, alle ragazze e alle donne afghane. E, soprattutto, ripetere questo impegno ogni giorno (fino all’8 marzo), non una tantum, inseguendo la notizia eclatante. come è in uso nei media mainstream italiani e stranieri. Solo, infatti, attraverso un impegno giornalistico costante ed appassionato è possibile restituire ai lettori la ricchezza di voci dell’altra metà del cielo e dell’altra parte del mondo.
Periscopio riporterà ogni tappa del viaggio delle giornaliste di Avvenire, mentre invita tutte le sue lettrici e lettori a dare il proprio contributo al Progetto di Scolarizzazione per le donne afghane (vedi in calce all’articolo tutti gli estremi per aderire).
(La redazione di Periscopio)

Con questa e decine di altre testimonianze, storie, interviste e lettere, le giornaliste di Avvenire fino all’8 marzo daranno voce alle bambine, ragazze e donne afghane. I taleban hanno vietano loro di studiare dopo i 12 anni, frequentare l’università, lavorare, persino uscire a passeggiare in un parco e praticare sport. Noi vogliamo tornare a puntare i riflettori su di loro, per non lasciarle sole e non dimenticarle. E per trasformare le parole in azione, invitiamo i lettori a contribuire al finanziamento di un progetto di sostegno scolastico portato avanti da partner locali con l’appoggio della Caritas. QUI IL PROGETTO E COME CONTRIBUIRE

 

Cover: Roqia è la seconda da sinistra, con la mano alzata. Dopo questa manifestazione, il 21 dicembre scorso, è stata arrestata e torturata – per gentile concessione di Roqia

Per leggere tutte le testimonianze raccolte dalla giornaliste di Avvenire, clicca su; Donne afghane

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Francesco Monini

Nato a Ferrara, è innamorato del Sud (d’Italia e del Mondo) ma a Ferrara gli piace tornare. Giornalista, autore, infinito lettore. E’ stato tra i soci fondatori della cooperativa sociale “le pagine” di cui è stato presidente per tre lustri. Ha collaborato a Rocca, Linus, Cuore, il manifesto e molti altri giornali e riviste. E’ direttore responsabile di “madrugada”, trimestrale di incontri e racconti e del quotidiano online “Periscopio”. Ha tre figli di cui va ingenuamente fiero e di cui mostra le fotografie a chiunque incontra.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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