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di Andrea Piana

Cosa hanno in comune Arpad Weisz, Egisto Pandolfini, Roberto Luis La Paz e Jarbas Faustinho Cané? Sono i protagonisti di storie incredibili, storie di calcio e discriminazione, ma anche di integrazione e intercultura nel nostro Paese. Storie purtroppo spesso poco conosciute, ma che da oggi potranno uscire dall’anonimato, grazie al “Calciastorie”, il progetto nato dalla collaborazione tra Lega A, Uisp, Ministero del lavoro, Aic e Sky sport, che porterà nelle scuole racconti che avranno come filo conduttore il gioco più bello del mondo. Obiettivo, la promozione dei valori dell’integrazione e della tolleranza tra le nuove generazioni. Il progetto è stato presentato nel liceo sportivo San Vincenzo De’ Paoli.

Attraverso ricerche d’archivio, interviste e materiale multimediale verranno narrati singoli episodi o intere esistenze di calciatori, allenatori, club che hanno affrontato diverse forme di discriminazione. Le storie saranno alla base di percorsi di formazione e sensibilizzazione dei ragazzi delle scuole secondarie delle città della Serie A Tim e per la realizzazione del progetto saranno utilizzati i fondi derivanti dalle sanzioni irrogate dal giudice sportivo durante il massimo campionato.

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Arpad Weisz

E la prima storia del progetto non poteva essere che quella incredibile sulla vicenda di Arpad Weisz, l’allenatore ungherese di origini ebraiche, che guidò l’Inter di Giuseppe Meazza e il favoloso Bologna degli anni ’30, “lo squadrone che tremare il mondo fa”. La vicenda di Weisz, deportato ad Auschwitz, dove morirà nel 1944, è ormai conosciuta sotto le Due Torri grazie allo straordinario libro di Matteo Marani, direttore del Guerin Sportivo, che ha ricostruito davanti ai ragazzi del liceo S. Vincenzo, le incredibili (e purtroppo tragiche) disavventure di quello che è considerato l’inventore del calcio moderno.

Forse meno conosciuta è la storia di Egisto Pandolfini, nazionale italiano nei sfortunati mondiali del 1950 in Brasile e uno degli ultimi testimoni del viaggio che la nazionale italiana fece a bordo della Sises, la leggendaria nave che portava i migranti italiani in Sud America. Durante la traversata gli atleti erano rigidamente controllati dagli accompagnatori, anche per evitare contatti con i viaggiatori dei piani inferiori. E la testimonianza di Pandolfini, è uno straordinariato spaccato sull’emigrazione italiana degli anni ’50.

O la storia di Roberto Luis La Paz, uruguayano e primo calciatore nero della Serie A, che giocò per due anni nel Napoli, dal 1947 al ’49. Lo stile di vita sregolato influenzò il suo rendimento come calciatore, e La Paz, complice anche la retrocessione dei partenopei in serie B, non godette dei favori del pubblico e soprattutto della stampa. In un articolo della “Gazzetta dello sport” di quegli anni si leggono commenti del tipo “movenze da negretto”. Forse anche per questo La Paz decise di abbandonare l’Italia e, dopo una carriera scadente tra Olympique Marrsiglia , Montpellier e Monaco, l’uruguagio finì per fare lo scaricatore al porto di Marsiglia, facendo perdere le sue tracce. Ancora oggi di lui non si sa se sia ancora vivo.

Ma Napoli è stata anche la città che ha ospitato il primo allenatore di colore della serie A (molto tempo prima quindi, di Clarence Seedorf, con buona pace di Galliani…), guidando i partenopei nella stagione 1994/95, in coppia con il direttore tecnico Vujadin Boskov.

“Calciastorie è un progetto ancora in fase di messa in opera e si basa essenzialmente su due temi: la memoria e il racconto. Questo perché anche per lo sport e per i calcio vale il discorso che se non si conosce da dove si viene, si fa fatica a sapere dove si sta andando”, il commento Marco Brunelli, direttore generale della Lega Serie A. “Sono convinto che i comportamenti incivili che vediamo negli stadi, le scritte razziste, siano dettati principalmente dall’ignoranza: il recupero della storia, anche sportiva, può servire anche a combattere questi fenomeni”.

“Nei primi anni del terzo millennio sono venute in Italia 5 milioni di persone e nel nostro Paese – caso unico nel mondo- ci sono 142 comunità di stranieri. E perciò parlare di sport e integrazione in un periodo storico come questo è fondamentale”, chiarisce Natale Forlani, direttore generale del Ministero del lavoro. “É un dato di fatto che lo sport abbia sempre anticipato i percorsi storici, perché i valori che lo animano sono di appartenenza. Quando George Weah giocava nel Milan, i tifosi rossoneri non vedevano il suo colore della pelle, ma erano ammirati dalle sue prodezze”.

Nella videointervista, Matteo Marani, direttore del Guerin sportivo, parla di Arpad Weisz

[© www.lastefani.it]

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Redazione di Periscopio


Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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