28 Aprile 2020

Arresti domiciliari anche ai boss mafiosi del 41 bis? No grazie

Laura Rossi

Tempo di lettura: 3 minuti

La proposta di mandare i boss mafiosi ai domiciliari mentre si trovano al 41 bis, in un momento in cui tutto il paese è “agli arresti domiciliari”, è incomprensibile e scellerata. Mentre migliaia di persone muoiono in assoluta solitudine, migliaia di cittadini non hanno più un lavoro, un reddito, un futuro, lo Stato si preoccupa di liberare delinquenti e mafiosi assassini? Scarcerare i mafiosi con la scusa dell’epidemia del coronavirus equivale ad assassinare ancora una volta Falcone, Borsellino e tutte le altre vittime. Trasferire a casa, per esempio, il criminale mafioso Spatuzza, che si è macchiato del terribile assassinio di un bambino di 11 anni, Giuseppe Di Matteo, rapito, strangolato e sciolto nell’acido come ritorsione nei confronti del padre, Santo di Matteo, collaboratore di giustizia, è inconcepibile. E’ questa la legge?
Spero non sia vero! Mai come in questo momento il ricordo dell’amica Agnese Borsellino, moglie di Paolo Borsellino, scomparsa nel maggio 2013, mi angoscia ancor di più. A noi amiche del gruppo confidava che non aveva paura di morire, ma aveva paura della consapevolezza che non sarebbe riuscita a vedere la fine del processo sulla strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992, che le aveva strappato vigliaccamente il marito e il padre dei suoi figli. Da quel giorno, fino alla morte, causata da un tumore, ha trascorso gli anni della sua vita assieme ai figli e al cognato Salvatore Borsellino, alla ricerca della verità. “Borsellino e Falcone avevano capito da tempo che è la mafia che materialmente uccide, ma il mandate è qualcuno di molto in alto…”.
Molti di noi ricordano quell’intervista televisiva in cui Agnese dichiarò: “Mio marito, Paolo, dopo l’incontro con Mancino a pochi giorni dall’attentato, tornò a casa sconvolto, gli chiesi il motivo e lui mi rispose “oggi ho sentito odore di morte”.
In questi giorni, un altro amico, Giuseppe Giordano (Pippo), ex poliziotto ed Ispettore della Dia (Direzione Investigativa Antimafia), autore de Il sopravvissuto, collaboratore in prima linea alla lotta alla mafia, con Falcone, Borsellino, Cassarà e Montana e particolarmente coinvolto nella vicenda del rapimento e uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo, sin dal giorno del suo sequestro, si dice sconcertato.
Da anni Giordano si reca nelle scuole di tutta Italia per far conoscere ai giovani i crimini mafiosi. “Questo Stato, al quale giurai fedeltà, mi sta facendo riaprire ferite mai emarginate. Questa Italia che dimentica il passato concedendo la libertà ai mafiosi è la stessa che ad ogni anniversario porta le corone per ricordare i martiri della violenza mafiosa. Fatemi un gradito favore, il 23 maggio (Giovanni Falcone) e il 19 luglio (Paolo Borsellino) state lontani da Capaci e da via D’Amelio, ci fate più bella figura. In questi giorni sono anche disgustato dal silenzio di alcune organizzazioni antimafia che non intervengono sull’avvenuta liberazione anticipata di mafiosi e di quelli che potrebbero beneficiarne. Zitti! Non comprendo questo silenzio. Se chi ha avuto l’idea di liberare anzitempo i mafiosi, con la scusa del coronavirus, avesse visto i corpi maciullati dei carabinieri, dei colleghi di Polizia, dei magistrati, come ha visto il sottoscritto, allora capirebbe tutta la mia amarezza e disgusto per questa scellerata decisione”.
Quaranta mafiosi stanno per uscire: è già uscito dal carcere Bonura (boss di mafia) per motivi di salute, come il boss Zagaria, e potrebbero beneficiare del ‘rischio coronavirus’ altri boss che oggi sono al 41bis, come il mandante della strage di Capaci (Bagarella), il mandante (Santapaola) dell’omicidio del giornalista Pippo Fava (per quest’ultimo giunge notizia che il giudice della Sorveglianza di Milano ne ha bocciato la richiesta proprio in questi giorni), il mandante (Pippo Calò) dell’omicidio del generale Dalla Chiesa e alcuni boss della Nuova Camorra Organizzata. Si tratta di una possibilità che ha generato polemiche e sconcerto nel mondo dell’Antimafia, negli italiani onesti e nei parenti delle vittime innocenti.
Anche l’amico giurista, il prof. Giuseppe Musacchio, presidente presso l’Osservatorio Antimafia del Molise e professore di diritto in varie università italiane e straniere, si dice sconvolto perché se dovessero uscire boss mafiosi del calibro di Cutolo, lo Stato avrà perso la sua credibilità e nessuno avrà più fiducia nelle giustizia. Nessuno avrà più il coraggio di denunciare e la mafia soffocherà definitivamente lo Stato. “Qualora si dovessero aprire le porte del carcere per gli autori delle stragi di Capaci e via D’Amelio si certificherebbe la sconfitta dello Stato e il trionfo delle mafie. Uno Stato responsabile non può”.



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