AMERICA BIANCA
Le grandi (e tardive) scuse per “Piccola Piuma”
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Un giorno Piccola Piuma salì sul palco degli Oscar e rifiutò il premio in nome e per conto del grande Marlon Brando, insignito dall’Academy della massima onorificenza per la celeberrima interpretazione ne “Il Padrino” di Francis Ford Coppola.
Marie Louise Cruz, questo il nome latino dell’attrice e modella che nel 1973 calcò il palco più famoso di Hollywood per ricordare, in sessanta secondi, la storia millenaria del popolo dei nativi americani e lo stereotipo del selvaggio assetato di sangue, collezionista di scalpi, utilizzato nell’industria cinematografica americana per più di cinquant’ anni. Quella invece era una pratica utilizzata dai Francesi in Nord America e in Canada, per certificare l’uccisione delle bestie indigene in modo da essere pagati dal governo per la pulizia effettuata.
Come può essere definita una strage lunga almeno cinque secoli con circa cento milioni di morti? Esistono molti se e molti ma, sottilizziamo su quanti morti uccisi con le Colt, quanti caduti in combattimento, quanti torturati e morti in galera, quanti per malattie, quanti stuprati, quanti resi innocui grazie alla voluta diffusione dell’alcool, quanti suicidi a causa della secolare detenzione nelle riserve. E’ su questo che non tornano i conti, oppure sono numeri da non diffondere, da tenere “sedati”?
Pensate: dei recinti, degli zoo per esseri umani, dove gli infedeli sono rinchiusi da generazioni.
L’America bianca, puritana e assassina insorse quel giorno. I cow-boy ai piedi del palco ulularono di sdegno, non tanto per il rifiuto del grande attore, quanto perché per circa un minuto si diede voce ai milioni di fantasmi, che dalla notte dei tempi abitavano quel continente. La culla della democrazia e la terra delle opportunità al nord, dove tutti possono ambire a diventare qualcuno, dove ad ognuno viene data una opportunità, a patto che sia bianco e cristiano: il sogno americano. Il sud del continente invece descritto come un covo di ribelli latinocentrici, a loro volta superiori nella “catena alimentare” agli indigeni.
Quegli amerindi, popolazioni caucasiche che, tredicimila anni prima della consegna degli Oscar, avevano scavallato il nord del mondo per andare a vivere nelle pianure, nelle valli e nelle montagne di quel nuovo continente. Calpestando quelle terre, in sintonia con la natura, migliaia di anni prima del genovese Cristoforo Colombo.
Piccola Piuma fu accusata di tutto. I suoi occhi neri profondi come gli immensi laghi del nord, i suoi lunghi capelli colore del corvo, gli abiti tradizionali, le trecce e i colori della sua gente, divennero un bersaglio troppo facile per quel plotone di infallibili pistoleri.
Ci si dimenticò in fretta di Marlon, per riversare l’odio sulla bella donna indigena.
Era sicuramente l’amante di Brando, era un’attrice pagata da non si sa bene chi, aveva lo stesso cognome della moglie dell’attore, magari c’entravano pure i comunisti.
In quei giorni del 1973 attivisti nativi americani stavano occupando le aree nelle vicinanze di Wounded Knee, zona del South Dakota dove il 29 Dicembre 1890 l’esercito degli Stati Uniti d’America massacrò oltre trecento Miniconjou, del popolo dei Sioux Lakota. Tra i più grandi massacri della storia americana, l’atto più eclatante della “soluzione finale” indiana durata trenta anni. Soluzione finale a cui spesso Hitler disse di essersi ispirato quando progettò lo sterminio scientifico degli ebrei.
Perché quegli eventi non hanno una giornata della commemorazione e della memoria, se non tra i superstiti di quei popoli che abitarono il nuovo continente prima dell’arrivo degli Europei? Bella domanda. La culla della democrazia ha il potere di cambiare la memoria delle cose.
Ora, dopo cinquant’ anni, Piccola Piuma ha ricevuto le scuse dal parte del presidente dell’Academy David Rubin con una lettera ufficiale, e gli onori da parte di Jacqueline Stewart, direttrice e presidente dell’Academy Museum.
Oggi Piccola Piuma è una bella signora di settantacinque anni, con gli occhi neri, profondi come l’orgoglio del suo popolo, nei racconti millenari della Terra, della Luna, delle stelle, dell’aquila e del bisonte. Nell’accettare le scuse ha dichiarato: “per quanto riguarda le scuse noi nativi americani siamo persone molto pazienti, sono passati solo 50 anni! Dobbiamo mantenere il nostro senso dell’umorismo su questo in ogni momento. È il nostro metodo di sopravvivenza”.
La storia è raccontata dai vincitori e non sempre i vincitori hanno buona memoria.
Cristiano Mazzoni
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Grandiosa semplicemente grandiosa. E consiglio a tutte/i i libri di Louise Eldrich, nativa americana , che con poesia raffinatissima e humour narra storie attuali di vita nelle riserve “civilizzate” alla ricerca dell’identità perduta.
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