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AMERICA BIANCA
Le grandi (e tardive) scuse per “Piccola Piuma”

 

Un giorno Piccola Piuma salì sul palco degli Oscar e rifiutò il premio in nome e per conto del grande Marlon Brando, insignito dall’Academy della massima onorificenza per la celeberrima interpretazione ne “Il Padrino” di Francis Ford Coppola.

Marie Louise Cruz, questo il nome latino dell’attrice e modella che nel 1973 calcò il palco più famoso di Hollywood per ricordare, in sessanta secondi, la storia millenaria del popolo dei nativi americani e lo stereotipo del selvaggio assetato di sangue, collezionista di scalpi, utilizzato nell’industria cinematografica americana per più di cinquant’ anni. Quella invece era una pratica utilizzata dai Francesi in Nord America e in Canada, per certificare l’uccisione delle bestie indigene in modo da essere pagati dal governo per la pulizia effettuata.

Come può essere definita una strage lunga almeno cinque secoli con circa cento milioni di morti? Esistono molti se e molti ma, sottilizziamo su quanti morti uccisi con le Colt, quanti caduti in combattimento, quanti torturati e morti in galera, quanti per malattie, quanti stuprati, quanti resi innocui grazie alla voluta diffusione dell’alcool, quanti suicidi a causa della secolare detenzione nelle riserve. E’ su questo che non tornano i conti, oppure sono numeri da non diffondere, da tenere “sedati”?

Pensate: dei recinti, degli zoo per esseri umani, dove gli infedeli sono rinchiusi da generazioni.

L’America bianca, puritana e assassina insorse quel giorno. I cow-boy ai piedi del palco ulularono di sdegno, non tanto per il rifiuto del grande attore, quanto perché per circa un minuto si diede voce ai milioni di fantasmi, che dalla notte dei tempi abitavano quel continente. La culla della democrazia e la terra delle opportunità al nord, dove tutti possono ambire a diventare qualcuno, dove ad ognuno viene data una opportunità, a patto che sia bianco e cristiano: il sogno americano. Il sud del continente invece descritto come un covo di ribelli latinocentrici, a loro volta superiori nella “catena alimentare” agli indigeni.

Quegli amerindi, popolazioni caucasiche che, tredicimila anni prima della consegna degli Oscar, avevano scavallato il nord del mondo per andare a vivere nelle pianure, nelle valli e nelle montagne di quel nuovo continente. Calpestando quelle terre, in sintonia con la natura, migliaia di anni prima del genovese Cristoforo Colombo.

Piccola Piuma fu accusata di tutto. I suoi occhi neri profondi come gli immensi laghi del nord, i suoi lunghi capelli colore del corvo, gli abiti tradizionali, le trecce e i colori della sua gente, divennero un bersaglio troppo facile per quel plotone di infallibili pistoleri.

Ci si dimenticò in fretta di Marlon, per riversare l’odio sulla bella donna indigena.

Era sicuramente l’amante di Brando, era un’attrice pagata da non si sa bene chi, aveva lo stesso cognome della moglie dell’attore, magari c’entravano pure i comunisti.

In quei giorni del 1973 attivisti nativi americani stavano occupando le aree nelle vicinanze di Wounded Knee, zona del South Dakota dove il 29 Dicembre 1890 l’esercito degli Stati Uniti d’America massacrò oltre trecento Miniconjou, del popolo dei Sioux Lakota. Tra i più grandi massacri della storia americana, l’atto più eclatante della “soluzione finale” indiana durata trenta anni. Soluzione finale a cui spesso Hitler disse di essersi ispirato quando progettò lo sterminio scientifico degli ebrei.

Perché quegli eventi non hanno una giornata della commemorazione e della memoria, se non tra i superstiti di quei popoli che abitarono il nuovo continente prima dell’arrivo degli Europei? Bella domanda. La culla della democrazia ha il potere di cambiare la memoria delle cose.

Ora, dopo cinquant’ anni, Piccola Piuma ha ricevuto le scuse dal parte del presidente dell’Academy David Rubin con una lettera ufficiale, e gli onori da parte di Jacqueline Stewart, direttrice e presidente dell’Academy Museum.

Oggi Piccola Piuma è una bella signora di settantacinque anni, con gli occhi neri, profondi come l’orgoglio del suo popolo, nei racconti millenari della Terra, della Luna, delle stelle, dell’aquila e del bisonte. Nell’accettare le scuse ha dichiarato: “per quanto riguarda le scuse noi nativi americani siamo persone molto pazienti, sono passati solo 50 anni! Dobbiamo mantenere il nostro senso dell’umorismo su questo in ogni momento. È il nostro metodo di sopravvivenza”.

La storia è raccontata dai vincitori e non sempre i vincitori hanno buona memoria.

Le scarpette rosse di Joyce Lussu
Una poesia sulla Shoah

La tragedia della Shoah ha toccato il cuore di moltissimi poeti e autori e quindi sono innumerevoli le poesie e i testi dedicati allo sterminio ebraico. La sottoscritta, negli ultimi anni, soprattutto su questa testata giornalistica, ha pubblicato decine di articoli sugli ebrei e sulla Shoah e, per non ripetermi, quest’anno la mia scelta è caduta sulla struggente e veritiera poesia della scrittrice Joyce Lussu, datata 1944: non esiste nulla di più emozionante e terribile, nella Giornata del Ricordo della Shoah, per non dimenticare. Sì, perché non si può dimenticare lo sterminio di oltre un milione e mezzo di bambini. Un bambino di soli tre anni e mezzo a Buchenwald, con il numero ventiquattro di scarpe, che non potrà più indossare le sue scarpette rosse, praticamente nuove. Lui non sapeva nemmeno cosa significasse essere ebreo, come tutti i bambini nei campi di sterminio. La demenziale politica nazista nei confronti dei bambini fu ancor più crudele e devastante poiché erano proprio i bambini i primi ad essere eliminati.

C’è un paio di scarpette rosse 

C’è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede
ancora la marca di fabbrica
“Schulze Monaco”

C’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio
di scarpette infantili
a Buchenwald.
Più in là c’è un mucchio di riccioli biondi
di ciocche nere e castane a Buchenwald.
Servivano per fare coperte per i soldati.
Non si sprecava nulla
e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nelle camere a gas.

C’è un paio di scarpette rosse
di scarpette rosse per la domenica
a Buchenwald.
Erano di un bimbo di tre anni, forse di tre anni e mezzo.
Chi sa di che colore erano gli occhi bruciati nei forni,
ma il suo pianto lo possiamo immaginare,
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini
li possiamo immaginare.
Scarpa numero ventiquattro
per l’eternità
perché i piedini dei bambini morti
non crescono.

C’è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald,
quasi nuove,
perché i piedini dei bambini morti
non consumano le suole…

Esisterà mai una Giornata della Memoria senza atti di antisemitismo, dichiarazioni deliranti a carico di certi personaggi, senza dimenticare i patetici negazionisti? Purtroppo la cronaca ne è piena, dandoci la dimostrazione che la macchina della menzogna e dell’odio verso le diversità è ancora troppo potente. Gli odiatori del popolo ebraico vanno considerati degli Ignorantoni con la i maiuscola, come gli autori della lettera anonima di carattere antisemita recapitata giorni fa al Meis (Museo Ebraismo e della Shoah) di Ferrara a dimostrazione che non è vero che nella nostra città non succede mai niente…

PER CERTI VERSI
Di Anna, Enrico e d’altre memorie

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’.

ANNA FRANK

Vi scongiuro
non rilascio interviste
a novant’anni
faccio fatica
a fare la bisnonna
e nonostante tutte
le tecnologie
i fili e i satelliti
non arrivano di là dal cielo
lo so che parlano di me
sono in tanti
che ringrazio
mi chiedono perché il male si ripeta
non si guarisce mai
dal male fatto
e patito
gli uomini hanno dentro di loro
le stelle
per meravigliarsi
o per usare il loro fuoco
per mandare in fumo la storia e le vite
di altri uomini
con truce e fulgida
alternanza
non chiedetemi perché
ho novant’anni
faccio fatica a fare la bisnonna
e niente funziona bene
di là dal cielo

LAKOTA

Era la memoria del popolo Sioux
Me lo hai detto tu caro amico
O dei Dakota dei Lakota
Dei loro bambini
Scomparsi come una nuvola nel cielo rosso
Di gelo e sangue
Poi nevicava
Ma non era Dio che la mandava
Dio era assente
C’erano solo bambini indiani
E camicie blu
Sì i soldati blu
Con le loro mani madide di morte
Nuvola Rossa Alce Nero Toro Seduto
No lui non c’era non c’era più
Il cuore sepolto come gli altri a caccia mentre i soldati blu falciavano gli indifesi per una guerra alle spalle
Vigliacca e decorata di merda e feccia gialla come piscio
A Washington
Loro non chiedono mai scusa
La storia però non è chiusa
Vivono ancora i Lakota fieri discendenti
Nelle riserve
Della memoria
Della vita
Della loro arte
Di oggi e di ieri

ENRICO BERLINGUER

Prima veniva il noi
Prima dell’io
L’ombrello della Nato
Piuttosto che Mosca
La questione morale
Intuita e già fosca dentro ai partiti
Pensando ad oggi come sono finiti
Statista vero
E uomo di stato
Il socialismo dal volto umano
Come una stretta di mano
Uomo del dialogo
Della solidarietà nazionale
Nobile d’animo
Figura universale
Una persona perbene
Amato dal popolo
un milione di persone gli dissero addio
Morto sul palco
Morto di politica
Pertini la sua bara baciò
trentacinque anni or sono
Berlinguer Enrico
Uomo antico
Fermo e mite
Se ne andò

La guerra sporca di Duterte

di Federica Mammina

Il mondo è disseminato di guerre e conflitti di ogni tipo: ci sono le guerre religiose, quelle contro certe etnie, per impossessarsi di materie prime preziose e le guerre fra poveri.
Anche nel lontano paese delle Filippine, dal 2016, se ne sta combattendo una: la “guerra contro la droga”. Un nome ingannatore che potrebbe far pensare ad una giusta lotta contro i signori della droga, con lo scopo di salvare le persone da questa terribile dipendenza e dallo sfruttamento di delinquenti senza scrupoli. L’obiettivo di sradicare il commercio e il consumo di droghe illegali è quello che ha proclamato il presidente Duterte nel maggio 2016 non appena eletto, ma che di fatto si è tradotto in una guerra indiscriminata contro spacciatori, consumatori di droga e persone innocenti. Una guerra condotta con mezzi illegali, senza processi e con esecuzioni sommarie. La stessa polizia, cui il presidente ha garantito piena immunità, ammette di aver ucciso migliaia di persone (alcune fonti parlano di almeno 7000 vittime), ed in molti casi è stato dimostrato che il ricorso all’uso della forza non fosse affatto necessario.
Il substrato di questa guerra è la profonda stortura del voler colpire, al pari dei narcotrafficanti, anche i tossicodipendenti, che Duterte ha paragonato, in uno dei suoi tanti deliranti discorsi, agli ebrei, esprimendo il desiderio di sterminarli tutti proprio come fece Hitler.
Ma se dal passato abbiamo veramente imparato qualcosa, quante migliaia di persone devono morire prima di intervenire e porre fine a questo sterminio? Dobbiamo sempre aspettare di guardarci indietro per indignarci di tali aberrazioni?

Campi di sterminio, l’insostenibile negazionismo polacco

La Polonia torna a far discutere con una nuova proposta di legge, che prevederebbe fino a tre anni di reclusione per tutti coloro che osassero definire “campi polacchi” i lager nazisti o campi di sterminio come Auschwitz, sorti nel territorio polacco durante la seconda guerra mondiale. Ancora una volta la Polonia, con questa nuova legge, tenta di negare le proprie responsabilità del passato. La Polonia, purtroppo, è sempre stata una delle nazioni antisemite d’Europa, e probabilmente per questo Hitler ha scelto di costruirvi la maggior parte dei lager.
Proprio l’anno scorso, nel giugno 2015, la stampa internazionale informava che era stata fissata la data della messa all’asta, per soli 39.000 euro, dell’ex Commandantur, campo di sterminio di Belzec, centro di sterminio nazista secondo solo ad Auschwitz. Addirittura, al Museo di arte moderna di Cracovia, si era svolta la mostra “L’esperienza di Auschwitz”, dove uomini e donne completamente nudi giocavano a nascondino e acchiapparello in una vera camera a gas! (vedi articolo del giugno 2015 su Ferraraitalia a firma Laura Rossi dal titolo “Polonia, ma che fai?”)

Non bisogna dimenticare che gli ebrei polacchi, ai tempi dell’occupazione nazista, erano circa tre milioni. Sono stati ammazzati tutti. I primi carnefici furono i cattolici polacchi.
Nel 1935 divampa nuovamente con forza la campagna antisemita con la partecipazione della stampa cattolica. Tra il 1936 e il 1937 scoppiano i pogrom in tutta la Polonia. Alla vigilia dell’invasione tedesca, l’antisemitismo è diffusissimo e radicato. Quando la Germania invade la Polonia la bombarda anche di propaganda nazista che fomenta i polacchi contro gli ebrei con accuse false e strumentali. Saranno 250.000 gli ebrei massacrati dai loro concittadini polacchi, solo nelle prime tre settimane dell’invasione nazista.
A dimostrazione di questo atroce antisemitismo, nel villaggio di Jedwabne nel 1941 furono bruciati vivi in un granaio 380 ebrei ad opera degli abitanti, istigati dai nazisti. Una lapide all’entrata del villaggio ricorda questo ulteriore massacro.
Non si può permettere alla Polonia di negare le proprie responsabilità!

(Nella foto il Il lager polacco di Majdanek)

 

Laura Rossi è insegnante e curatrice d’arte. Ha insegnato in vari istituti privati e tenuto corsi d’arte all’Utef (Università Permanente). Come curatrice d’arte ha promosso e presentato numerosissime mostre di pittura e scultura e recensito decine di libri. Ha curato la pagine dell’arte per il gruppo editoriale Lumi dal 2007 al 2012 e sul mensile “Duemila” (informazione culturale del nordest) 2014/2015.
Da circa 10 anni svolge il ruolo di responsabile-curatrice d’arte e di cultura alla Collezione – Museo privato del maestro scultore ferrarese Mario Piva a Ferrara.
E’ responsabile del gruppo Italia e Israele: cultura, arte e società.

PUNTO DI VISTA
Polonia, ma che fai?

Che cosa sta accadendo in Polonia? La stampa internazionale ci trasmette due vergognosi episodi che trasudano di antisemitismo. Sta dilagando la pazzia o c’è in corso un piano europeo ben stabilito? La Polonia, in questi giorni sta facendo molto parlare di sé: il 22 giugno sarebbe stata fissata la data della messa all’asta per soli 39mila euro, dell’ex Kommandantur (campo di sterminio nazista di Belzec), e precisamente il secondo centro di sterminio nazista. In questo campo furono sterminati circa 434.500 ebrei e un numero indeterminato di polacchi di religione cristiana e di rom. La maggior parte delle vittime era costituita da ebrei provenienti dai ghetti polacchi, tedeschi, austriaci, cecoslovacchi e italiani.
A Belzec, i nazisti, utilizzarono una macchina speciale che riduceva in polvere i frammenti delle ossa, dopo la cremazione: sempre all’avanguardia i criminali!

Questo fatto ha allarmato l’Aned (Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti), la quale intenderebbe impedire lo smantellamento di questo luogo di memoria, rivolgendo un appello alla Mogherini come Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri.
L’Aned, in una nota, confermerebbe la propria partecipazione all’asta del 22 giugno, impegnandosi anche a promuovere una sottoscrizione popolare.
A questo punto viene da chiedersi: la Ue bloccherà la vendita, o costringeranno l’Aned a comperarlo per non disperderne la memoria?
Non solo questo in Polonia, in questi giorni, che fa vergognare il mondo intero. Al Museo di arte moderna di Cracovia, vi è una mostra intitolata: “Polonia-Israele-Germania: l’esperienza di Auschwitz”, inizialmente anche con la collaborazione di Israele, il quale ha ritirato immediatamente la sua adesione dopo aver visionato il video, che sta facendo il giro del web, dove uomini e donne – completamente nudi – giocano a nascondino e ad acchiapparello in una vera camera a gas!
Come si può ridere e giocare in luoghi dove sono stati sterminati milioni di uomini, donne, vecchi e bambini? Polonia: cosa stai combinando?

IL FATTO
Ma il padiglione italiano nel museo della memoria di Auschwitz resta chiuso

“L’Italia da cinque anni non paga il contributo alla fondazione del museo di Auschwitz e il suo padiglione al memoriale è chiuso. E’ una cosa per me molto triste e incomprensibile”. Si avverte un rammarico profondo e una sofferenza autentica nel tono di voce dell’anziana guida polacca che accompagna i turisti italiani nella visita ai campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau. E’ autodidatta, ma si esprime con grande proprietà linguistica. “Non sono mai stata nel vostro Paese, ma mi sono innamorata del suono della lingua e della sua cultura. L’ho imparata studiando ma soprattutto leggendo romanzi”. La signora vive a una quindicina di chilometri di distanza dai campi di concentramenti, nel cuore e nelle mente porta l’orrore dello sterminio. Da anni si dedica a mantenere viva la memoria, “perché i giovani sappiano, perché non accada mai più, mai più”, scandisce.

L’Italia risulta essere l’unico Paese assente dall’esposizione museale. Ai visitatori la cosa non passa inosservata e desta sconcerto. Dal 2011 un semplice avviso “In allestimento” blocca l’accesso. La vicenda ha elementi surreali.

installazione-italia-auschwitz
L’installazione ospitata sino al 2011 nel padiglione italiano

Inaugurato nell’aprile del 1980 il padiglione italiano ospitava un’opera collettiva concepita dal gruppo BBPR (Belgioioso, Banfi, Peressutti e Rogers) con Mario “Pupino” Samonà: una spirale ad elica nella quale il visitatore poteva entrare come in un tunnel. L’interno era rivestito da una tela composta da 23 strisce dipinte da Samonà, seguendo la traccia di un testo originale di Primo Levi, scritto appositamente. In sottofondo risuonavano le note di una composizione di Luigi Nono. L’allestimento aveva la regia di Nelo Risi, fratello del più celebre Dino.

L’esposizione è rimasta attiva sino al 2011, quando il padiglione è stato chiuso dalla direzione del museo. Nel 2007 erano infatti entrate in vigore le nuove linee guide approvate dal museo che richiedevano allestimenti di taglio pedagogico-illustrativo. Si è aperto un contenzioso con i vari governi italiani che si sono succeduti alla guida del Paese, senza però che si trovasse un’intesa. Così, nel 2011, il padiglione al Blocco 21 è stato chiuso d’autorità dalla direzione museale “perché non corrispondeva più agli standard”.

Nel frattempo la Regione Toscana si è offerta di dare ospitalità all’opera sfrattata e proprio la scorsa settimana è stata annunciata la sua imminente collocazione in uno spazio espositivo dell’Ex3, centro d’arte contemporanea. Ma ad Auschwitz resta invece un vuoto insostenibile e uno sfregio alla memoria dei 7.500 ebrei italiani deportati.

In mostra l’operazione ‘Aktion T4’ : far quadrare i conti tagliando vite umane

“Non è azzardato dire che le dinamiche che portarono all’operazione Aktion T4 siano in atto anche oggi”. Virginia Reggi con parole forti, ammonitrici, rivelatrici, ha inaugurato la mostra Perché non accada mai più ricordiamo – Il genocidio delle persone disabili nella Seconda Guerra Mondiale di cui è ideatrice e curatrice. Un percorso di 31 pannelli allestiti nel salone d’onore del palazzo municipale visitabile fino al 27 aprile. La mostra, curata da Anffas Emilia Romagna in collaborazione con Anpi, Istituto di storia contemporanea  e patrocinata dal Comune di Ferrara, ricorda attraverso foto e descrizioni “Aktion T4”, l’operazione di sterminio di 300mila persone, tra bambini e adulti, portatrici di varie disabilità psichiche e fisiche, voluta dai nazisti, ufficialmente a partire  dal 1939, che fu una prova generale della Shoah e che proseguì anche dopo la fine della guerra.

Il percorso espositivo, rivolto in particolare agli studenti, ripercorre i fatti salienti che avvennero settant’anni fa, tra programmi di sterilizzazioni forzate, di “eutanasia” (di fatto un vero sterminio) dei bambini e degli adulti, ed esperimenti con sofferenze inflitte a malati mentali e disabili.

Manifesto di propaganda
Manifesto di propaganda. Un tedesco forzuto regge dei disabili, il testo dice ‘Anche tu ne porti il peso. Un malato con malattie genetiche costa 50.000 marchi’

La Reggi con una breve premessa storica ha messo in luce l’attualità della mostra. La crisi economica del ’29, insieme alla cultura eugenista predominante in tutta Europa e in particolare nel mondo anglosassone, furono le due maggiori cause che portarono Hitler e la Germania nazista a perseguire programmi sistematici di “eutanasia” di tutte le vite ‘inutili’, in nome della purezza della razza e come strategia demografica per la riduzione dei costi dello Stato. La grave crisi economica che stiamo attraversando e una certa cultura eugenista, che attribuisce alle vite imperfette meno valore di quelle sane – ha sostenuto – sono dinamiche economiche e scientifiche non molto diverse da quelle degli anni ’30 del secolo scorso.

Anna Maria Quarzi, direttrice dell’Istituto di storia contemporanea di Ferrara, ha confermato di come nei periodi di crisi emerga regolarmente la tendenza a fare i conti dei costi pubblici e a tagliare sul sociale. I nazisti facevano il conto di quanto avrebbero risparmiato con l’eliminazione di un certo numero di persone, una raccapricciante ‘lista della spesa’ ha aggiunto Daniele Civolani dell’Anpi. L’assessore Chiara Sapigni a sua volta ha osservato come la politica e le istituzioni debbano saper sempre trasformare la questione del “quanto costa il sociale” in “come investire nel sociale”, anche nei momenti di crisi, quando ci si trova purtroppo alla riduzione delle risorse.

A proposito delle teorie scientifiche, la curatrice della mostra aggiunge: “Assistiamo ancor oggi a non poche manifestazioni di quel darwinismo sociale da cui è derivata l’eugenetica di Francis Galton. Come quando si rifiuta chi è affetto dalla sindrome di Down, o si ha paura del diverso, e tutte le volte in cui l’individuo è sacrificato agli interessi della collettività, al benessere generale e quindi emarginato. Abbiamo di recente assistito ad esempi di eugenetica negativa, come è successo nel 2006 con il Protocollo di Groningen in Olanda, con cui si regolamentava la soppressione di bambini nati con gravi malattie genetiche. Nello stesso anno in Inghilterra il Royal College of obstetricians and gynecology chiede che gli venga concesso di uccidere i neonati disabili per tutelare il bene superiore delle famiglie. E’ successo in Australia. Ma in generale il ragionamento si può estendere alle politiche che escludono determinate categorie che non sono più ritenute utili: e quindi i programmi di riduzione delle nascite in Cina per le donne che non servono alla società e all’economia, o la questione degli esodati in Italia.”

manifesto-propaganda
Manifesto di propaganda: il testo dice ‘60.000 marchi è quanto costa un malato mente alla comunità. Concittadino è anche il tuo denaro!’

Anna Quarzi, ci tiene a sottolineare e mettere in evidenza che alle cause economiche e scientifiche si aggiunse in Germania il peso determinante di una enorme e capillare campagna di propaganda che attraverso riviste, giornali, cartelloni e film ripetevano lo stesso messaggio martellante: “Esistono individui totalmente inutili che vivono in condizioni subumane, che sono irrecuperabili e le cui infermità sono ereditarie e costoro sottraggono molte risorse alla persone sane”. La propaganda di regime ottenne facilmente il risultato di orientare le coscienze.
Il nazismo riuscì ad esercitare una tale pressione sulle coscienze da trasformare un’intera classe medica (psichiatri, medici di base, infermieri, ostetriche) di persone perbene e con una eccellente preparazione in complice di crimini mostruosi. “Immaginiamoci cosa potrebbe succedere oggi”, ha posto la questione Reggi, “se un qualsiasi potere si mettesse ad utilizzare internet e social network per una simile comunicazione sociale”. Su uno dei pannelli con cui termina la mostra si legge: “Senza carceri, né torture, senza uccisioni, né lager o gulag, ma in modo piacevole, accattivante e indolore, i mezzi di comunicazione sociale possono esercitare sulla libertà di pensiero una dittatura più subdola contro la quale l’individuo si trova quasi sempre indifeso”.

mostra
Alcuni pannelli della mostra

Ci chiediamo se questo non sia già accaduto. L’altissimo numero di suicidi di giovani che non sanno chi sono, di imprenditori in rovina, di operai licenziati, di anziani in estrema solitudine, che si verificano attualmente non sono forse il risultato di una mentalità ormai acquisita? Una mentalità secondo la quale se non siamo “Qualcuno”, se non siamo utili, se non siamo ‘abili’, allora la nostra vita non ha significato. Forse non ce ne siamo accorti.

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