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Da vent’anni militante ed esponente di Forza Italia, sempre defilato dalla ribalta, questa volta l’architetto Vittorio Anselmi ha squadernato il suo progetto per Ferrara e “deciso” (più che accettato, come lui stesso riconosce) di mettersi personalmente in gioco con la candidatura a sindaco, convinto che ci sia la necessità di un radicale cambiamento e la possibilità di realizzarlo concretamente.

Anselmi, il centrodestra si presenta frammentato a questo appuntamento elettorale: la metà dei candidati, ben quattro, fanno riferimento alla vostra area politica…
Già. E pensare che mai come in questo frangente abbiamo lavorato per un progetto unitario e condiviso. Fin dall’autunno erano state definite strategie e linee programmatiche e avviati i tavoli di confronto. E sino all’ultimo giorno sembrava tutto fatto, poi al dunque abbiamo scoperto, non senza sconcerto, che Ncd e Udc si erano accordate fra loro. E dire che quelli del Nuovo centrodestra si erano sempre mostrati persuasi dell’intesa e d’accordo a sostenere il mio nome. Ma nelle segrete stanze, all’ultima ora hanno deciso diversamente.

Anche al vostro interno qualcuno s’è sfilato, Toscano ad esempio. Che è successo?
Guarda caso anche lui ex democristiano. Il problema è che la componente cattolica ed ex dc non si riconosce organicamente nel disegno del centrodestra, non contribuisce alla definizione di programmi comuni e persegue logiche di autonomia. Ciò è incompatibile con la necessità di etssera una diffusa rete di alleanze. Le defezioni nascono dall’insofferenza per i germi della cultura liberale. E’ legittimo, ma strategicamente sbagliato.

A chi reca maggior danno questa frantumazione? Al sindaco uscente che si deve misurare con sette contendenti, ciascuno in grado di erodere fette di consenso o all’opposizione che appare disgregata?
A noi. Se avessimo avuto la capacità di presentarci solidi e uniti avremmo potuto intercettare il vasto malcontento che si respira in giro e costituire una più credibile alternativa di governo.

A ben vedere, poi, ai quattro menzionati si potrebbero assimilare Zamorani, che è un radicale di impronta liberale, e la Morghen, che di recente ha fatto outing proprio su ferraraitalia rivelando una sua afferenza ideale alla destra. Quindi, in senso allargato, fanno sei su otto. Curioso in una città sempre amministrata dalla sinistra, no?
No, non è curioso: mi dispiace! Ferrara più che dalla sinistra direi che è stata amministrata dai sindacalisti. Con risultati deludenti. I cittadini per tanti anni hanno lamentato il fatto che non ci si mettesse mai d’accordo per definire una concreta alternativa. Mi sembra un’opportunità sprecata, quando invece ci si sarebbe potuti coalizzare. Noi abbiamo fatto tutto il possibile per propiziare il cambiamento, altri si sono tirati indietro. Con Zamorani ci conosciamo da una vita, abbiamo militato insieme nel partito radicale, ha una sua coerenza. Della Morghen non avevo dubbi che fosse di destra, probabilmente estrema destra visto il piglio polemico che ha.

Ma scusi, non è di destra anche lei?
Io non sono espressione della destra.

Beh, del centrodestra…
…con l’accento spostato sul centro. Centrodestra è una sintesi che definisce un’area ampia, con sensibilità molto diverse.

E la sua sensibilità si affina nel partito radicale, poi?
Sono militante di Forza Italia fin dal ’94. Sono stato probiviro regionale, responsabile dei ‘think tank’, consigliere provinciale. Ruoli defilati. Ora mi sono lanciato in questa impresa per difendere la robusta identità che in questi vent’anni abbiamo consolidato e che non va dispersa. Noi non abbiamo un base ideologica, ma un elettorato ampio e composito che dobbiamo riconquistare ogni volta sulla base della nostra proposta concreta. Per questo ci definiamo un movimento: ci muoviamo spesso per riuscire a intercettare i reali bisogni delle persone e fornire risposte adeguate.

Non le sembra che Forza Italia però in questa fase tradisca una evidente difficoltà?
Oggi anche noi abbiamo bisogno di un profondo ricambio. C’è il rischio che il partito venga spazzato via. Serve una nuova classe dirigente.

Sta dicendo che Berlusconi ha concluso il suo ciclo e che magari non occorre nemmeno uno di famiglia per sostituirlo?
Berlusconi è il nostro leader, ma i colonnelli che lo hanno attorniato e malconsigliato in questi anni. Sono loro i maggiori responsabili della situazione: devono sparire tutti e lasciare spazio a forze e intelligenze nuove. Confido che Berlusconi abbia la volontà di guidare questo inevitabile cambiamento. Rottamazione non è un termine che appartiene solo a Renzi, lo uso volentieri anch’io.

Del partito si parla spesso anche in riferimento a vicende giudiziarie…
Per quanto riguarda Berlusconi stanno emergendo fatti che gettano una luce diversa su questi anni e comprovano il disegno che è stato ordito ai suoi danni e mostrano il grande senso di responsabilità che ha sempre avuto nonostante gli attacchi continui dall’Italia e dall’Europa. Però ci sono cose che riguardano altri dirigenti che non si possono accettare: la stragrande maggioranza del partito è fatto da gente perbene che merita di più.

Veniamo a Ferrara. Lei ha il sostegno, oltre che di Forza Italia, di Lega nord e Fratelli d’Italia. Come si caratterizza la vostra proposta?
C’è bisogno di cambiare sul serio. Tagliani in un modo o nell’altro governa di fatto da 15 anni e le sue radici affondano nell’era Soffritti. E in questo periodo Ferrara è crollata secondo tutti gli indicatori economici. Le risposte fornite dall’amministrazione sono state inadeguate. E i cittadini sono tutti scontenti.

Bingo! Non dovrebbe essere difficile vincere in queste condizioni…
Credo molto nella possibilità di andare al ballottaggio. Riconosco però che Tagliani è stato bravo nella campagna di comunicazione. Sembra che tutto vada bene. Mentre l’opposizione sconta il prezzo della frammentazione che la indebolisce. Ripeto: un raggruppamento coeso sarebbe stato più attrattivo. La spaccatura è un regalo fatto al sindaco.

Che oltretutto ha pure l’appoggio di Ferrara concreta, una potenziale costola del vostro schieramento, no?
Attendo il primo consiglio comunale per appellarli come meritano: Razzi, Scilipoti… A livello personale il rapporto resta, ma politicamente meritano solo disprezzo. Vedremo anche cosa hanno raccolto in cambio di questa disgustosa operazione di trasformismo.

Lei parla della necessità di cambiamenti profondi. Concretamente come si determinano?
Facendo tutto quel che serve per disboscare la macchina comunale.

Che significa?
Chi vuole fare impresa deve affrontare una corsa a ostacoli. E’ inaccettabile.

Ma è colpa del Comune o delle normative generali?
Molto dipende dalle leggi, certo. Ma ci sono anche impedimenti e balzelli locali: procedure lente, tassa di soggiorno da eliminare, permessi per l’occupazione del suolo pubblico, tassazioni sulle attività commerciali, le tende, le insegne. L’elenco è lungo, ci sono tante cose su cui si può intervenire. Già uno snellimento burocratico sarebbe un passaggio epocale.
Io dico: non faccia il pubblico ciò che può fare il privato. Anche per questo vogliamo le vendita delle azioni Hera. Per fortuna è stata decisa l’uscita dal patto di sindacato. Ora la strada è praticabile, ma deve essere una vendita, non una svendita.

Non teme di perdere il controllo su un bene pubblico primario come è l’acqua?
Mi basta avere la ‘governance’. Io sono per la completa privatizzazione di tutte le ex municipalizzate e di tutti i servizi pubblici non essenziali. Ciò consentirebbe di recuperare risorse da destinare alle famiglie, alle fasce deboli della popolazione, alle imprese.

Nell’immediato. Ma nel lungo termine?
Dipende da come si regolano i rapporti. A me la liberalizzazione non spaventa. Gli errori li fanno quelli di sinistra quando applicano ricette di destra perché non sanno dove mettere le mani. Sono processi che vanno gestiti da chi conosce il privato e conosce il mercato. Io lo conosco.

E l’assessore Marattin no?
Lui è un ottimo tecnico al servizio di una politica sbagliata.

Sta dicendo che lo terrebbe nella sua squadra?
Terrei un assessore con le sue capacità. Ma già ce l’ho pronto.

E ci dice chi è?
Gemma Carelli, di Fratelli d’Italia. Molto preparata.

Ultimi colpi: qualche progetto rilevante che vorreste sviluppare?
La riqualificazione dell’area stadio, includendo lo stabile attualmente dell’Asl e i giardini retrostanti. Due ettari in pieno centro da riservare a servizi e attività con una quota di social housing. E col ricavato fare lo stadio nuovo, un moderno gioiellino a misura dei bisogni della città.
Poi bisogna completare la tangenziale che è tale se ha uno sviluppo anulare: quindi serva il tratto che attraversi il parco urbano con le dovute contromisure di mitigazione di impatto.

Una vecchia idea del sindaco Soffritti…
Non a caso: è stato l’unico sindaco a dimostrare capacità progettuale. Sateriale ragionava da sindacalista e progetti non ne aveva, mentre Tagliani si è appiatto sul contingente senza tracciare una prospettiva. Per la progettualità serve un architetto.

Ed ecco qua lei. Ma questa sua idea agli ambientalisti non piace mica, lo sa?
Ci vuole lungimiranza e buon senso a fare le cose. Io invece osservo solo lungaggini. Per approvare il Psc, cioè il piano strutturale comunale, lo strumento fondamentale per regolare lo sviluppo urbanistico di una città, sono serviti dodici anni, dodici! Questo significa che nel frattempo le cose sono andate avanti per conto loro. La fortuna di questa amministrazione paradossalmente è stata la crisi del settore immobiliare, se no avrebbe avuto addosso tutti quanti. Ma chi non ha programmi non ha futuro.

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Sergio Gessi

Sergio Gessi (direttore responsabile), tentato dalla carriera in magistratura, ha optato per giornalismo e insegnamento (ora Etica della comunicazione a Unife): spara comunque giudizi, ma non sentenzia… A 7 anni già si industriava con la sua Olivetti, da allora non ha più smesso. Professionista dal ’93, ha scritto e diretto troppo: forse ha stancato, ma non è stanco! Ha fondato Ferraraitalia e Siti, quotidiano online dell’Associazione beni italiani patrimonio mondiale Unesco. Con incipiente senile nostalgia ricorda, fra gli altri, Ferrara & Ferrara, lo Spallino, Cambiare, l’Unità, il manifesto, Avvenimenti, la Nuova Venezia, la Cronaca di Verona, Portici, Econerre, Italia 7, Gambero Rosso, Luci della città e tutti i compagni di strada

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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