Virginia, una scrittrice amata, odiata, non capita
Virginia, una scrittrice amata, odiata, non capita
Virginia Woolf, perché?
Perché è una di quelle rare intelligenze che sembrano vivere contemporaneamente nel passato, nel presente e nel futuro.
Virginia attraversa questi stadi del tempo in un fluire continuo che la eternizza rendendola sempre attuale.
A più di ottant’anni dalla sua morte, Virginia continua a suscitare entusiasmo, polemiche, interpretazioni contrastanti, è celebrata nelle università, citata nei movimenti femministi, discussa dagli psicologi, amata dai lettori più esigenti e, nello stesso tempo, respinta da chi la considera troppo difficile, troppo elitaria, troppo distante dalla realtà.
Sta di fatto che, per comprendere davvero Virginia Woolf, bisogna innanzi tutto accettare una sfida: rinunciare alle etichette, questo perché Virginia ha cambiato il modo di pensare.
Virginia aveva già individuato il cuore del problema su cui si incentra il femminismo, prima ancora che la parola assumesse il suo significato moderno e cioè l’assenza di libertà per le donne.
Quando nel 1929 pubblica Una stanza tutta per sé (A Room of One’s Own) non chiede privilegi per le donne, ma qualcosa di infinitamente più rivoluzionario: il diritto di pensare.
Secondo Virginia, una donna può diventare davvero creativa soltanto se possiede due cose apparentemente semplici: indipendenza economica e uno spazio personale.
Due condizioni che per secoli erano state negate. La sua riflessione non nasce dalla rabbia contro gli uomini, ma dalla osservazione disincantata della storia. Se le donne non hanno scritto grandi opere non è perché mancassero di talento, ma perché erano state private delle condizioni necessarie per svilupparlo.
Virginia Woolf combatte il patriarcato senza trasformare gli uomini nel nemico assoluto. Combatte una cultura che limita ogni individuo, uomini compresi. E questa modernità la rende ancora attuale.
Milioni di donne hanno trovato nelle sue pagine qualcosa che nessuno aveva mai espresso prima con tanta precisione: non soltanto la discriminazione sociale, ma il peso invisibile delle aspettative, il senso di colpa, il desiderio di essere sè stesse, l’intelligenza soffocata dalle convenzioni.
Anche molti uomini si sono riconosciuti nella sua analisi dell’identità, della fragilità e della solitudine, ed è per questo che il suo pubblico continua ad allargarsi ed ogni generazione trova nella sua opera nuove domande.
Dunque, Virginia si presenta al suo pubblico come autore rivoluzionario, ed ogni autore davvero rivoluzionario produce inevitabilmente resistenze. Perché? Perché nelle sue opere Virginia non offre consolazioni. Non racconta storie lineari. Non costruisce eroi. Non propone verità definitive, bensì mette continuamente il lettore davanti alla complessità della mente umana, e per questo molti critici del suo tempo la giudicarono incomprensibile, snob, aristocratica.
Alcune femministe della seconda metà del Novecento la giudicarono troppo legata alla propria condizione borghese, incapace di comprendere le difficoltà delle donne appartenenti alle classi popolari. Insomma, ogni generazione ha trovato un motivo per contestarla e questo dimostra certamente quanto fosse difficile incasellarla.
Virginia paga dunque un prezzo, il prezzo della originalità. Incontra per questo un destino comune a molti grandi innovatori: essere semplificati. Virginia Woolf viene spesso ricordata soltanto attraverso due immagini: la scrittrice che si suicida e la femminista. Entrambe sono vere, ma entrambe sono insufficienti. La sua opera è enormemente più ampia.
Virginia è stata una straordinaria sperimentatrice della forma narrativa inventando nuove tecniche per rappresentare il flusso della coscienza individuale e trasformando il tempo psicologico in protagonista del romanzo, ha inoltre mostrato come la memoria modifichi continuamente il presente. Nei suoi romanzi gli avvenimenti esteriori diventano meno importanti delle emozioni interiori e questa non è una scelta estetica, bensì una nuova idea di essere umano.
La finalità che si propone scrivendo non è quella di intrattenere i lettori, ma di cambiare il modo in cui noi guardiamo noi stessi. Virginia parla dunque al nostro tempo, il XXI secolo. In che modo?
Parla della costruzione dell’identità, parla dell’ansia, parla della salute mentale, del rapporto tra individuo e società, della condizione femminile, del tempo che sfugge, dell’impossibilità di conoscere completamente gli altri, temi che oggi riempiono conferenze, podcast e saggi, e che erano già presenti nella sua narrativa cento anni fa.
Romanzi come Mrs. Dalloway, Gita al faro (To the Lighthouse) e Le onde (The Waves) non sono semplicemente capolavori della letteratura inglese, sono laboratori della coscienza, in quanto ogni rilettura porta alla scoperta di significati nuovi. Volere ridurre Virginia Woolf a un’icona femminista significa privarla della sua vera dimensione che è una dimensione universale.
La sua vera battaglia riguarda infatti la libertà della mente, la possibilità di vivere senza maschere, il diritto di essere complessi, di cambiare, di dubitare, di non adattarsi alle aspettative imposte dalla società. È una lezione che riguarda ogni essere umano.
In Copertina: Christiaan Tonnis, Virginia Woolf (Detail) – immagine su licenza wikimedia commons
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