L’Odissea di Nolan:
il punto di vista di una classicista
L’Odissea di Nolan: il punto di vista di una classicista
Sicuramente quando si ha avuta notizia dell’Odissea di Christopher Nolan, tutti i classicisti (me compresa) saranno stati al contempo scettici, incuriositi, orgogliosi: Omero trionfa, a fronte degli scenari più distopici autoavverantesi, dell’intelligenza artificiale, di qualsiasi missione interstellare.
Il nostro Mar Mediterraneo ispira ancora, risuona ancora, a millenni di distanza. Una vittoria del classico insomma, un imitatio/aemulatio senza fine!
Non appartengo alla categoria di chi ha demolito il film completamente, al contrario. Ho sempre pensato che cercare di essere fedeli il più possibile all’originale non solo è impossibile, ma non dice nulla di nuovo sul nostro presente. E quindi si rivela essere una impresa poco utile! Per questo, la reinterpretazione del mito è l’unica impresa effettivamente degna di sforzo.
Veniamo all’Odissea di Nolan. A parte il rispetto delle categorie storiche (almeno della manualistica mainstream reperibile: le datazioni, il riferimento al Medioevo ellenico, la menzione della fruizione aurale-orale, la leggenda dei popoli del mare che alcuni studiosi farebbero coincidere con gli stessi Achei), la storia a livello di montaggio riprende ma varia il dispositivo del flashback che avviene non alla corte dei Feaci, bensì presso Calipso.
A mano a mano che Ulisse comincia a ricordare il suo passato affiora attraverso il racconto (peccato per la bella figura di Nausicaa che si perde del tutto in Nolan!). È chiaro che questa piccola variazione non ci stupisce, perché probabilmente l’abbiamo imparata sui libri di scuola, alcuni di noi la conoscono bene e la bravura di Nolan nei montaggi non spicca così tanto, anche se la variatio è di per sé ingegnosa, perché fa coincidere l’inizio del focus su Ulisse con l’inizio del flashback.
Ma passerei ad una reinterpretazione che sicuramente ha colpito moltissimo il pubblico soprattutto dei classicisti: Ulisse per ritornare a Itaca deve smettere di detenere il controllo su di sé, fare un atto di fede. Ora, è chiaro che la parola fede è un lascito cristiano, e non trova corrispettivo nel greco antico, men che meno in quello omerico: pistis infatti ha un significato originario diverso da quello assunto nel mondo cristiano.
Ma il vero nucleo della questione è questo: in una società ipercontrollante com’è la nostra in cui tutti monitoriamo noi stessi e gli altri, in cui tutto deve essere razionale e razionalizzato, ottimizzato, che rivoluzione è lasciare andare, liberarsi del peso del controllo? Lasciare che gli eventi vadano come vadano, una nuova Itaca da raggiungere. Difficilissima, non si conviene?
A parte Elena nera (giustissimo fare un po’ di polemica sui diritti umani e su una bellezza rappresentata da tradizione in odor di schiavitù), un’altra grande reinterpretazione è il finale (sì allo spoiler, visto che chi sta leggendo avrà già visto il film): dando credito ad una lettura secondo cui Ulisse avrebbe ripreso il viaggio dopo essere tornato (da cui gemma l’Ulisse dantesco), Ulisse riparte ma con la donna amata, un viaggio da affrontare in due inseguendo il corso del Sole: la briciola romantica l’abbiamo colta, è un “filo” idealizzata e un po’ irreale.
Ulisse ritrova la sua identità di viaggiatore, ma ciò non significa rinunciare agli affetti: di certo, un sogno che – è da dire – non tiene conto delle innumerevoli deviazioni amorose sul percorso del nostro eroe mediterraneo.
Cover: Testa di Odisseo, villa di Tiberio a Sperlonga – foto wikimedia commons
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