Elogio degli imperfetti
Elogio degli imperfetti
Lo stesso mondo della Fisica, che è una scienza esatta, ci illumina sul concetto di ‘imperfezione’ – non è possibile ottenere una misura perfetta, al cento per cento, di qualsiasi cosa, umana o non umana essa sia. Se una scienza esatta afferma perentoriamente tale principio, l’imperfezione è dunque forse la più autentica caratteristica anche dell’essere umano ed è per questa mia convinzione che, oltre ad essere insegnante di lingua straniera, ho accettato di lavorare come insegnante di sostegno per alcuni anni dopo essermi specializzata.
Ammetto che è stato un viaggio nell’imperfezione molto significativo dal momento che ha aperto orizzonti prima totalmente ignoti, permettendomi di addentrarmi consapevolmente in un mondo parallelo e di comprenderlo nelle sue diverse sfaccettature rappresentate dai diversi ‘stigmi’ che caratterizzavano gli allievi: dalla paralisi cerebrale infantile, al ritardo cognitivo, dalla depressione adolescenziale, ai disturbi dell’attenzione, alla iperattività comportamentale, e molto altro.
Alcuni di questi allievi hanno dimostrato capacità eccezionali nel trasformare la loro diversa abilità in qualcosa di straordinariamente normale, come ad esempio un allievo affetto da paralisi cerebrale infantile fin dalla nascita, il quale è riuscito a narrare in modo estremamente particolareggiato e preciso la sua esperienza di partecipazione alla maratona di New York attraverso l’uso del Linguaggio Bliss.
Eppure, allargando l’orizzonte della riflessione, nella storia della scuola e quindi della civiltà, l’imperfezione è stata raramente celebrata. Al contrario, le società hanno spesso inseguito l’illusione della perfezione: fisica nell’antica Grecia, morale nel Medioevo, religiosa durante l’età della Controriforma, sociale nell’età vittoriana, estetica e produttiva nel mondo contemporaneo.
Ogni epoca ha costruito un proprio modello ideale, relegando ai margini coloro che da quel modello si discostavano. L’idea stessa di ‘normalità’ è stata troppo spesso utilizzata come uno strumento di esclusione. Chi era diverso veniva considerato un errore da correggere, un’anomalia da nascondere, una minaccia all’ordine costituito.
Eppure, è proprio nelle crepe della normalità che si sono accese alcune delle menti più straordinarie della storia. Pochi esempi sono tanto emblematici quanto quello di Alan Turing, intellettuale che ho avuto modo di esplorare insieme ai miei allievi a scuola. Matematico, logico, crittografo, filosofo della mente, Turing fu uno dei principali artefici della sconfitta del nazismo grazie al suo decisivo contributo nella decifrazione del codice Enigma. Senza il suo lavoro, la seconda guerra mondiale avrebbe potuto protrarsi per anni, con milioni di ulteriori vittime.
Ma la stessa nazione che aveva beneficiato del suo genio si rivelò incapace di riconoscere la dignità dell’uomo. Nel 1952, la Gran Bretagna lo processò per la sua omosessualità, allora considerata un reato. Gli venne imposta la castrazione chimica come alternativa al carcere. Due anni dopo, a soli quarantuno anni, Turing morì in circostanze che la maggior parte degli storici considera un suicidio.
La società britannica dell’epoca — profondamente moralista, bigotta e prigioniera dei propri pregiudizi — non distrusse soltanto un individuo: privò l’umanità di uno dei suoi più grandi innovatori. È impossibile sapere quali altre intuizioni avrebbe potuto regalarci. Forse nuovi sviluppi nell’informatica, nell’intelligenza artificiale, nella matematica teorica; forse idee capaci di anticipare di decenni il nostro presente. Ogni persecuzione dell’intelligenza rappresenta una perdita collettiva, non soltanto una tragedia personale.
La storia, purtroppo, è costellata di casi analoghi. Per citarne alcuni Nikola Tesla, visionario straordinario, immaginò tecnologie che il suo tempo non era pronto a comprendere. Morì solo, povero e quasi dimenticato, mentre altri raccolsero fama e ricchezza grazie alle sue intuizioni.
Galileo Galilei fu costretto all’abiura perché aveva osato affermare ciò che l’osservazione dimostrava. La verità scientifica venne sacrificata sull’altare dell’ortodossia religiosa. Anche Franz Kafka trascorse l’esistenza convinto del proprio fallimento e chiese che i suoi manoscritti fossero distrutti. Se il suo amico Max Brod avesse rispettato quella volontà, la letteratura mondiale avrebbe perduto alcune delle sue opere più profonde.
Questi uomini avevano qualcosa in comune: non erano perfetti secondo i criteri della loro epoca. Alcuni erano fragili, altri eccentrici, altri ancora ribelli, malinconici o semplicemente diversi. Ma proprio quella loro diversità costituiva la sorgente della loro creatività.
L’ossessione per la perfezione continua ancora oggi, sebbene abbia assunto forme differenti. I social network propongono vite impeccabili, corpi perfetti, successi continui, felicità permanente. L’imperfezione viene filtrata, nascosta, corretta digitalmente. Si rischia così di dimenticare che il progresso nasce quasi sempre dall’errore, dal dubbio, dalla fragilità e dalla capacità di guardare il mondo da una prospettiva diversa.
L’intelligenza, infatti, raramente coincide con la conformità. Le idee che cambiano il corso della storia sono spesso generate da persone che non si adattano completamente alle convenzioni del proprio tempo. Una società veramente civile non dovrebbe chiedere ai suoi cittadini di assomigliarsi, ma offrire a ciascuno la possibilità di esprimere la propria unicità. L’imperfezione non è l’opposto della grandezza, anzi ne è spesso la condizione necessaria.
Il mio elogio degli imperfetti è dunque, in realtà, un elogio della libertà. Libertà di pensare, di amare, di creare, di sbagliare, di essere diversi senza essere perseguitati. Alan Turing ci ricorda con tragica chiarezza quanto possa sbagliare gravemente una società incapace di accogliere la diversità. Il prezzo da pagare non è soltanto la sofferenza di chi viene escluso: è l’impoverimento dell’intera umanità.
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