Lo zio Battista e Milano
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Lo zio Battista e Milano
Lo chiamavano Battista el calderatt. Lavorava in una officina di lamiere, quel che al giorno d’oggi si direbbe fonderia. Calderatt, perché lui era uno di quelli che battevano il ferro caldo. Aveva fatto la terza elementare. Parlava in stretto milanese. Lo zio Battista stava di casa in Porta Lodovica, vicino San Celso, a due passi dai vecchi bastioni. Nel suo cortile c’era la ringhiera, con fiorire prodigioso di fagioli e pomodori la prosa d’orticello lì d’appresso. D’inverno le verze croccanti; d’estate l’anguria che più rossa non si può. Quel vetero crespino di case s’apriva d’un tratto al luccicare di una roggia a serpentina. Quella stessa che, avanti un pezzo, s’andava a resentà[1] nella Vettabbia della Vetra, l’antico rione popolare di Porta Ticinese. Lì, c’erano altre ringhiere, abitate da un subisso di gente minuta e traffichina che ancora, a cento e passa anni dalle poesie di un Carlo Porta, s’affacciava sulla vita, stesse strade, stessi streccioeu[2], con la lingua fantasiosa di un Maggi, di un Tanzi, un Cherubini.
…“In quj casoni brutt ch’hin vegnuu su come i fong in via Bligny…”[3] cantava in quei tempi il Delio Tessa. Case brutte, eppur nuove. Tirate su in quella che allora era, “foeura Porta Lodovica on mia”[4], la periferia milanese. Via Bligny era a un tiro di schioppo dalla casa del Battista calderatt. Lì, appena oltre i dazi delle antiche porte urbane, ruspe e badili ci davano dentro anche di notte. Scavavano fosse, ne colmavano altre, sterminavano ortaglie e ringhiere. Erano mesi, anni, che il piccone trafficava a più non posso; appena oltre i vecchi bastioni, come nel ventre di Milano, in del sciroeu de la cittaa[5].
Il Piano Regolatore redatto a partire dal 1931, con modifiche e varianti negli anni seguenti, quello dell’architetto urbanista Cesare Albertini, voleva fare le cose in grande; e grande, più grande ancora Milano. Ciò perfettamente coincideva con l’annientamento delle vecchie comunità; di famiglie e affettivi sodalizi che, quei luoghi, avevano sempre vissuto. In buona sostanza, attorno al Duomo, a rogge e navigli, i milanesi erano in troppi. Ringhiera dopo ringhiera, nei boeucc[6] e nei trani[7], in quel semenzaio di anfratti e vicoletti, sotto volte e archi di viscontea memoria, si mangiava, si brigava, si faceva l’amore. Troppo…

…“Il circondario interno, quindi, dovrebbe essere rarificato.” Esattamente questo aveva scritto il milanesissimo Cesare Beruto, ingegnere, estensore del primo piano regolatore cittadino nel 1884. Rarificare. Desertificare. Deportare?… Il grande sventramento del vecc Milan era cominciato. Come già qualche anno prima la distruzione del Rebecchin, il rione medioevale che stava in faccia al Duomo (dove ora sorge il bronzo del primo Savoia re d’Italia, gambe larghe sul cavallo), allora, dalla contrada de Santa Margarita fino al Castell, dalla Scala a Sant Steven giò per Porta Tosa, in lungo e in largo tutto intorno, centinaia di case e di cortili, avevano reso la loro anima al cielo; quel cielo di Milano che, già greve di suo, per mesi e mesi si è gonfiato di polvere rossa, fine tritume di quel che un tempo era stato il borgo dei Visconti, del Bramante, dei Rabisch [8]del Giovanni Paolo Lomazzo…
…Così è stato che, in un giorno degli anni trenta, immagino nebbioso di scarògna, in casa dello zio Battista è arrivato un messo comunale. Toc toc. Chi l’è? Se gh’è?[9] Documento, firmato il Podestà. Sgombero di casa. Come? Se gh’è scrivuu?[10] Abbattimento, abbattimento. Oh vacca loeuggia! Me tran giò la cà? E in doe vèmm? Che cristo fèmm?[11] L’avviso di sfratto arriva a lavori ormai già in corso. Il piccone ci dà dentro con geometrica potenza. Lo fa di qua dei bastioni; e dentro, dentro fitto el venter de Milan[12] del Cima, del Ferravilla, del Cletto Arrighi. Come già cinquant’anni prima profetizzato dall’Emilio De Marchi…Milanin è lì per diventare Milanon.

Via Tre Alberghi, Via Visconti, San Giovanni in Conca, Vicolo delle Quaglie, via Paolo da Cannobbio, il Largo del Bottonuto, la Stretta dei Giudei. Dal Dòmm a Porta Romana; dal Carròbbi a San Lorenz; dal Cordusi a Brera. Rarificare! Uno dopo l’altro, cadono in ruina di macerie, i sacelli di quell’umana devozione alla vita che, in saecula saeculorum, aveva fatto di Milano, della gente sua, un unico altrove non più replicabile; una lingua, un modo di essere, di dare nome agli uomini e alle cose, ai fatti, alle memorie, in altro luogo del tutto impossibile. Si sfondano case, cortili, pusterle; si sventra il vivo corpo. Il vecchio Milano è appeso alla corda; al più alto pennone, innalzato sul trionfo di una città che si fa metropoli, affari, denaro, dominio…dissoluzione.
Lo zio Battista sa più che fare. Dove andrà? Che casa avrà? Con lui, in migliaia restano al palo. Stanno tutti lì, tra San Cels e Porta Lodovica. Sono operai, facchini, gent de fadiga e òli de gombet[13]. Sanno di bocce e opache biciclette; sventolano vessilli di lugànega e stracchin[14]. Quando parlano, a dispetto delle poche centinaia di parole cui oggi, per forza di cose, siamo ridotti, con tragicomico furore calcano le scene di un Moliere gotico-lombardo, dello Zanni in versione meneghina. La loro lingua è un incanto. Purtroppo per loro, non è l’italiano. L’è el milanes. Purtroppo per loro, sono gli ultimi testimoni di un racconto popolare, a forza condotto sul patibolo della Storia.
Lo zio Battista ci ha in mano il documento del comune. Legge, rilegge, capisce quel poco che gli serve. Come lui, fa la gente del cortile, dei cortili tutti intorno. Quel che si fatica a comprendere, non sfugge certo ai sensi. Le demolizioni, difatti, non danno tregua. Il fragore è tonante. Son notti e notti che la ruspa intona il de profundis.
Muzio, Magistretti, Griffini, Portaluppi e Piacentini, gli ingegneri, gli architetti, incaricati dalla giunta comunale, han pensato bene in grande. Se el vecc Milan è lì che muore, un’altra città è già pronta all’occorrenza. E’ fatta di casamenti popolari, infiniti metri cubi verticali, solitudini abissali. Rarefazione. Sperso in fondo alla campagna che campagna non lo è più, sta nascendo il nuovo Lorenteggio, con annesso il Giambellino. Fino ad allora un paesello di tre case e due galline, uno schiocco famelico di dita padronali lo trasforma in pochi anni in suburbio. Lì finisce la sua storia quella schiatta milanese. Altre, di altri vecchi rioni abbattuti, andranno ad Affori, Niguarda e Lambrate, al Gratosoglio e a Baggio, al Musocco e alla Bovisa, in fondo a Viale Certosa.
…Bestemmia lo zio Battista. Madonna giù di brutto. La casa nuova gli piace affatto. “Sti bastard de fascista! Soa de lor a l’è la culpa se semm chì strengiuu ‘me i ratt!!!” [15]

Pochi anni dopo, nell’inverno del 1944, sarà lui ed altri robusti meneghini della schiatta del Giambellino, a darsi da fare in bicicletta per il GAP del ticinese. Roba minima, senza colpi d’artificio, intendiamoci. Volantini, sabotaggi. Quanto basta per dar forse un senso a questa storia, quella minima, quotidiana, della gente qui di noi…
…L’altra storia, quella che conta e giunge fino ad oggi; la storia che fa danee[16], potere, gloria, nani e ballerine; la storia che ha sbranato una città, per farne un’altra, ad uso e consumo di una variegata razza di carrieristi e consulenti finanziari, quella, è stata in ultimo vergata dal piano regolatore del 1953. Che ha completato lo scempio del 1884, il genocidio culturale del ’31. Allora, scacciati, le ultime migliaia di indigeni sparsi nei dintorni della Vetra, da lì fin presso il Duomo, hanno lasciato il posto a uffici, banche, alberghi stellati, assicurazioni, unto che cola da musi tutti uguali, i dieci mila euro al metro quadro dell’oggidì.
Li han tutti mandati in Palmanova, a Rozzano, in Bovisasca, al Gallaratese, alla Comasina, tra il rudo dei rottami, la roggia tombinata, il verde attrezzato.
Non so cosa allora abbia pensato lo Zio Battista. Certo, per l’estremo sfregio, non poteva prendersela con i fascisti. E allora con chi? Chi sono i nuovi padroni?..
C’è qualcosa di tremendo nell’Impero dei rinnovati spazi urbani; qualcosa di tremendo, ultraumano…
Dal dialetto all’italiano:
[1] Risciacquare
[2] Vicoli
[3] “In quelle case brutte, come funghi cresciuti in via Bligny.” Delio Tessa -I cà –
[4] “Fuori da Porta Ludovica un miglio…” Carlo Porta – Apparizion del Tass-
[5] Nel ventre della città
[6] Antiche osterie
[7] Bettole popolari con mescita di vino rosso sfuso
[8] Rime e prose in bislacco lombardo facchinesco, date alle stampe nel 1589.
[9] Chi è? Cosa c’è?
[10] Cosa c’è scritto? E dove andiamo? Cosa facciamo?
[11] Oh porca vacca! Mi sfasciano la casa?
[12] Romanzo in milanese, scritto da Camillo Cima, ambientato nel 1878
[13] Gente di fatica e olio di gomito
[14] Salsiccia e gorgonzola
[15] “Questi bastardi fascisti! Loro è la colpa se siamo qui come dei topi!”
[16] Fa soldi
In copertina: Via Molino delle Armi, naviglio, 1901 – foto da Vecchia Milano
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