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L’Esercito delle 12 scimmie

E alla fine ci siamo arrivati o almeno, così mi pare di aver capito.
Mi sono informato da quando l’ho saputo, mi sono impegnato moltissimo, ho cercato notizie su questa questione più e più volte al giorno, volevo sapere tutto e mi ero anche segnato la data sul calendario.
Ma purtroppo devo ammettere che ho ancora un po’ di casino nel cervello.
Comunque sì – secondo i miei calcoli – questa è LA settimana perché oggi, 25 settembre, dovrebbe arrivare – e finalmente, secondo alcuni – l’esercito al GAD.
Io non ancora ho una vera e propria opinione su questa cosa.
Continua a sembrarmi tutto un bel po’ nebuloso.
Però appena mi han detto la notizia ho ridacchiato un bel po’.
Ma lungi da me mancare di rispetto nei confronti delle nostre truppe però è più forte di me: sento un certo odore di tamarrata.
Ma va bene così, in fondo molti abitanti del quartiere sembrano felici di questa novità.
E poi io ormai ho 31 anni quindi è ora che me ne faccia una ragione: il mondo è in mano ai tamarri da tanti anni e soprattutto – come disse qualcuno ben più saggio di me – “il cattivo gusto è eterno”.
Auguro quindi buona fortuna alle nostre truppe, agli abitanti del quartiere Giardino, al forno della signora Paola, alla Spal ma anche a Minniti e – se mi posso permettere – anche a me stesso.
Perché ormai sono giorni che entro in tutti i negozi di modellismo di tutta Ferrara (e dintorni) alla ricerca di una action figure del nostro ministro Marco Minniti e niente, non si trovano.
Ho chiesto ai negozianti se per caso sono andate tutte a ruba appena si è sparsa la notiziona e loro non mi hanno saputo rispondere anche se sospetto siano stati costretti a questo finto mutismo da qualcuno che sta ai piani, non lo so.
Anche su internet non si trovano più.
Così ho dovuto placare la mia sete di action figure acquistando in blocco su internet una bella stecca di action figure originali dell’Esercito delle 12 scimmie.
E mi è andata più che bene perché grazie al mio ordine ho ricevuto in omaggio una bellissima action figure di Marilyn Manson periodo Mechanical Animals.

The Dope Show (Marilyn Manson, 1999)

DIALOGHI
Diario di un soldato: l’Afghanistan visto da un italiano/1

(Pubblicato il 29 marzo 2016)

La prima volta che l’ho visto è stato nel 2005. Gianni era in divisa blu con tanto di berretto, gradi e stellette. Se ne stava nel giardino dietro la villetta appena costruita a fianco a casa mia a parlottare con un tizio tutto accaldato che ascoltava in silenzio e si asciugava con un fazzoletto la fronte imperlata di sudore. Il tizio era sicuramente un giardiniere perché aveva appena parcheggiato una carriola carica di torba. Li osservavo dal mio terrazzo, erano a pochi passi da me, ci dividevano solo un muretto e una siepe. La scena me la ricordo bene perché mi è rimasta impressa la divisa da ufficiale, un genere d’abbigliamento che non si vede tutti i giorni.

“Dev’essere un pilota d’aereo” ho detto quella volta a mia moglie, “Un comandante” ha suggerito lei. C’eravamo andati vicini, anche se entrambi pensavamo a un pilota di linea.
Dopo qualche tempo ci siamo presentati, io, lui e le nostre rispettive mogli, e abbiamo scoperto che in effetti è un ufficiale dell’Aeronautica Militare e che lavora alla base di Poggio Renatico (quella del radar per intenderci): ha fatto il pilota d’elicottero e, diventato colonnello, è passato a incarichi più sedentari. Si sono trasferiti accanto a noi da poco e stanno finendo di sistemare casa e giardino.
Gianni è di Roma, dopo tre anni trascorsi a Tampa in Florida è tornato in Italia per stabilirsi proprio a Ferrara, città in cui vive ormai da una decina d’anni assieme a sua moglie Terese, una simpatica ragazza svedese (ovviamente alta, bionda e con gli occhi azzurri) che parla un italiano perfetto più altre quattro lingue. Decisamente una coppia interessante direi!

Nel frattempo siamo diventati buoni vicini, spesso ci si vede al parco a far correre e giocare i nostri cani e qualche domenica mattina ci si incontra in una pasticceria poco distante a fare due chiacchiere davanti a un cappuccino e una pasta. Gianni non dice molto del suo lavoro e io, del resto, non gli ho mai chiesto nulla al riguardo.
Poi, un anno fa, mi accorgo della sua assenza: ci metto un paio di mesi a rendermene conto, ma nei soliti posti dove regolarmente ci incontravamo, al parco, al supermercato, o più semplicemente affacciandoci dai nostri giardini, di Gianni nemmeno l’ombra. Fin da subito mi faccio prendere dal dubbio: che gli sia successo qualcosa? Che faccio se vedo Terese, glielo chiedo?
Ci pensa Cristina, mia moglie, a togliermi dall’imbarazzo: un giorno la incontra e si fa raccontare tutta la storia. Così veniamo a sapere che a gennaio 2015 Gianni è partito per l’Afghanistan e che dovrà starci per un bel po’. Intendiamoci, la notizia non ci ha rassicurato granché: tuttora in Afghanistan, nonostante i giornali non ne parlino, la situazione non è proprio tranquilla. Ogni tanto qualcuno spara, qualcun altro fa esplodere una bomba. In quel territorio, anche se la guerra aperta è ufficialmente cessata, rimane sempre l’ombra costante di una ripresa degli scontri armati. Una parte del paese, quella più impervia delle montagne del nord, è ancora saldamente controllata dai talebani, che, come sappiamo, sono maestri nella guerriglia e non hanno mai dato segnali di resa al nuovo corso democratico imposto dalla comunità internazionale.
Tuttavia Terese, con il pragmatismo tipico dei nordici, minimizza dicendo che quella di Gianni non è una missione di guerra. “È stato mandato là per gestire i lavori di ricostruzione. Adesso i militari internazionali sono solo un supporto logistico, non sono chiamati a combattere…” sostiene. Poi, quasi con pudore, aggiunge: “Certo non posso dire di essere tranquilla, ogni giorno controllo le notizie. Non è facile saperlo laggiù, ma lo devo accettare… è il suo lavoro!”
Poi finalmente, circa un paio di mesi fa, Gianni ha concluso il suo mandato ed è tornato a casa, si spera definitivamente. Al suo rientro, ci siamo rivisti quasi subito e io non ho potuto fare a meno di chiedergli se voleva raccontarmi qualcosa della sua esperienza. Lui ha accettato volentieri.
Così, dopo essermi preparato una lista di domande da sottoporgli, mi sono recato un pomeriggio a casa sua armato di taccuino e registratore ad ascoltare questa sua avventura in terra straniera durata circa un anno.

Com’è iniziato tutto? Voglio dire: come hai ricevuto l’incarico?
Circa un anno e mezzo fa, a luglio del 2014, ricevo una telefonata da un collega di Roma. Mi chiede se ho problemi ad andare laggiù a ricoprire l’incarico di coordinatore dello Stato Maggiore per uno dei Comandi Nato. Il luogo è Kabul e dovrei iniziare dal primo gennaio del 2015. Ovviamente la domanda presuppone che se non ho impedimenti pratici seri la risposta sia affermativa, del resto sono un militare, ho le stellette, per cui non ci sono dubbi che il mio dovere sia quello di accettare. Così rispondo ʻok, fammi sapere di che si trattaʼ. Dopo qualche tempo, una volta decisa la mia candidatura, ricevo istruzioni per l’addestramento alla missione, che nel mio caso è iniziato a settembre di quell’anno.

Base Aeronautica di Poggio Renatico
Base Aeronautica di Poggio Renatico

Di che genere di addestramento si è trattato?
Beh, a parte la solita preparazione di base a cui ogni militare di carriera viene sottoposto, nel caso specifico sono stato chiamato a fare una serie di corsi d’addestramento per l’uso di tutti quei mezzi e quelle apparecchiature che avrei trovato laggiù. Voglio dire, mi è stato insegnato per esempio come operare all’interno di un veicolo corazzato, a guidare i nostri quattro per quattro fuoristrada, poi un ulteriore ripasso sull’uso delle armi corte e lunghe. Un’attenzione particolare alle istruzioni per l’autoprotezione e il corretto utilizzo dell’equipaggiamento tattico.
Questo per quanto riguarda l’addestramento prettamente militare. C’è poi tutto l’aspetto dell’apprendimento culturale che riguarda il luogo delle operazioni, cioè i costumi, l’economia, la religione, eccetera. Il tutto è durato circa tre settimane, che frazionate nel tempo, mi ha fatto arrivare a finire la preparazione per dicembre.

Sbaglio o hai fatto un addestramento simile a quello di un soldato semplice?
In effetti è vero. Tutti quelli che vengono scelti per la missione devono conseguire lo stesso tipo di addestramento, in modo che ogni uomo, dagli ufficiali alla truppa, sia pronto ad affrontare ogni tipo di situazione, dalla routine quotidiana agli imprevisti, fino alle emergenze. È anche vero che in missioni del genere partono solo professionisti già provvisti di una solida esperienza, e si tratta di ufficiali e sottufficiali.

Immagino che, come colonnello con un incarico di alto profilo, il tuo addestramento non si limitasse a questo.
Dunque, le mie istruzioni operative riguardavano principalmente il comando e la gestione del personale, in termini militari il mio ruolo era quello di ʻchief of staffʼ. Comunque questo tipo di missioni, all’estero intendo, seguono delle procedure di apprendimento standard e poi una specializzazione ad hoc a seconda della destinazione e dei ruoli che si devono ricoprire. Faccio degli esempi: durante la preparazione ci sono sessioni specifiche dedicate ai vari teatri di pertinenza, cioè il Libano, l’Iraq o, come appunto nel mio caso, l’Afghanistan, e tutto questo sia in ambito Onu che Nato.

E questi corsi dove si fanno?
Il mio era un corso in ambito Nato ed era diviso in due parti. La parte italiana l’ho fatta qui a Poggio Renatico e su a Villa Franca, dove c’è uno stormo specializzato in operazioni ʻfuori areaʼ, fuori dai confini nazionali per intenderci. E queste sono state le tre settimane di addestramento standard di cui ti ho accennato prima. Poi c’è stata la parte internazionale di una decina di giorni che ho fatto presso il Comando Supremo Nato a Mons vicino a Bruxelles e presso il comando Operativo di Brunssum in Olanda. Lì ho ricevuto le istruzioni operative specifiche per la missione, cioè obiettivi, organizzazione, tempi, eccetera. Infine, a dicembre, sono stato mandato a Kabul una settimana per un primo ambientamento, sono tornato in Italia a trascorrere le feste di Natale. Poi, il 17 gennaio, era un sabato mattina, sono partito per la missione.

Quartier Generale Nato di Mons
Quartier Generale Nato di Mons

Raccontami un po’ del viaggio e dell’arrivo. Che impatto hai avuto?
Sono partito con un volo militare da Roma, ero con dei miei colleghi che mi hanno scortato dalla base di Poggio Renatico fino a Pratica di Mare dove mi sono imbarcato su un Boeing 767 militare. Oltre ai normali bagagli, avevo con me l’equipaggiamento tattico personale che in questi casi è obbligatorio portare: armi, munizioni, elmetto, mimetica, maschera anti-NBC, eccetera… quindi parecchia roba sensibile. E sono stato scortato proprio per ragioni di sicurezza. Da Roma poi abbiamo fatto scalo ad Abu Dhabi, che è praticamente il nostro centro internazionale di smistamento dei voli nei teatri operativi. Lì ci attendeva un C-130 che ci ha portato dritti fino a Kabul. Diciamo che in tutto ci sono voluti un giorno e mezzo: sono partito la mattina presto del 17 e ho messo piede in Afghanistan nel tardo pomeriggio del 18.

Da qui è iniziata la tua missione…
Esatto. Prima mi avevi chiesto che impatto ho avuto laggiù. Per la verità l’impatto vero l’ho avuto già a dicembre, quando sono andato là per la prima volta. Arrivi in un luogo distante qualche migliaio di chilometri, ma ti rendi conto che la distanza è molta di più: è come un vero e proprio salto spazio temporale! Dall’Europa all’Afghanistan, metti piede in un mondo radicalmente diverso, la sensazione è di straniamento… sì, lo chiamerei proprio così.

Un Boeing dell’Aeronautica Militare
Un Boeing dell’Aeronautica Militare

Spiegati meglio.
Voglio dire che durante il viaggio ci pensi: pensi a quello che troverai, alle prime cose che dovrai fare, ti organizzi mentalmente. Nel frattempo parli coi tuoi colleghi, ti prepari, avviene una vera e propria trasformazione: alla partenza sei con la tua divisa blu normalissima; all’arrivo a Kabul invece sei già in mimetica con anfibi, armi, giubbotto antiproiettile, elmetto e zaino in spalla. Cominci a sottoporti a tutta una serie di misure precauzionali e ti rendi anche conto che dovrai farlo, vestirti in questo modo, ogni giorno e per i tutti i mesi che dovrai stare lì! Entri in un mondo che fino al giorno prima hai visto solo in tv o nei giornali, e per motivi tutt’altro che piacevoli, drammatici direi. Spesso poi, noi in Occidente percepiamo le cose viste nei telegiornali, soprattutto quelle più lontane dalla nostra realtà di tutti i giorni, quasi come fossero dei film. Come se i morti e le bombe fossero irreali, non ci appartenessero. Quando poi ti trovi in quei posti, ne respiri l’aria, t’immergi in quel clima, cominci a sentire e vedere fisicamente quel mondo, senza necessariamente che debba capitarti chissà che, ti accorgi di colpo quanto sia tremendamente reale.”

Quindi giravi con giubbotto antiproiettile e armi tutto il giorno?
Guarda, io sono sbarcato all’aeroporto di Kabul che è sia militare che civile. L’aeroporto poi è collegato alla grande base militare in cui sono stanziati i comandi americani e Nato. Io dovevo lavorare e vivere all’interno di quella realtà. Si tratta di un impianto protetto da una serie di barriere – muri in cemento armato e reticolati – che di fatto isolano la base dall’esterno in maniera pressoché totale. La questione sta nel fatto che, anche all’interno della base, si rimane potenziali bersagli da attacchi esterni e non solo.

L’Aeroporto Internazionale di Kabul
L’Aeroporto Internazionale di Kabul

Cosa vuoi dire con ʻesterni e non soloʼ?
Intendo dire che, per esempio, sono stati frequenti gli attacchi dall’esterno a colpi di lanciarazzi e kalashnikov, in pratica alcuni combattenti talebani si sono spinti in missioni suicide nei pressi della base, a volte facendosi esplodere e a volte con vere e proprie azioni di guerriglia armata. Con attacchi del genere le barriere perimetrali sono senz’altro fondamentali, ma specie nel caso di utilizzo di razzi non garantiscono la piena sicurezza: per noi che alloggiavamo nel perimetro della base, quando si era sotto attacco, l’unica cosa da fare era ripararsi nei bunker. Però, in passato, è capitato pure che qualche soldato afghano abbia sparato a soldati americani proprio dentro la base stessa, questo fenomeno in gergo militare si chiama ʻgreen on blueʼ.”

Cavolo, addirittura!
Può capitare. Green e blue sono i colori in codice delle forze alleate, green per i soldati afghani e blue per quelli delle forze internazionali, poi c’è il red per i nemici. Si lavora a stretto contatto con i militari afghani e purtroppo sono successi episodi di attacchi suicidi commessi da alcuni di loro. I motivi possono essere vari: è capitato che qualcuno sia stato costretto perché la famiglia era stata minacciata o addirittura rapita, oppure che fosse stato pagato. La miseria è diffusa anche tra i militari, e la promessa di sistemare economicamente la propria famiglia può indurli a gesti estremi. Ma c’è anche l’eventualità assai probabile che qualcuno agisca mosso da motivi ideologici e religiosi.

Ma poi com’è finita col soldato afghano?
Non alludevo a un caso isolato, purtroppo di episodi ce ne sono stati parecchi: il ʻgreen on blueʼ è diventata una vera e propria minaccia da non sottovalutare. È successo proprio di recente che, nella base afghana in prossimità del mio comando, un militare afghano abbia aperto improvvisamente il fuoco contro tre contractor americani che stavano lavorando in un hangar, ne ha uccisi due, ferendo gravemente il terzo, prima di essere ucciso a sua volta da una guardia americana. Ma ricordo anche che tempo fa un soldato afghano ha sparato contro un gruppo di soldati americani facendo una vera strage e riuscendo poi a fuggire: fu nel 2012 mi pare, entrò con un M16 in un edificio dove era in corso un briefing, uccise nove militari americani e si allontanò facendo perdere le sue tracce. Di solito continuano a sparare finché non vengono uccisi o catturati, ma quella volta l’attentatore se la cavò. Adesso te ne ho raccontati due, ma ti assicuro che ce ne sono stati molti di più.

Parlami un po’ di questa base, dove si trova esattamente?
Come puoi immaginare, la base è abbastanza grande e, come dicevo, è collegata all’aeroporto. Rispetto alla città di Kabul si trova a nord, circa quattro, cinque chilometri, non di più. Adiacente alla nostra base internazionale c’è poi un’area presieduta dalle forze dell’esercito afghano. Tutto il complesso è considerato un target da proteggere e, in effetti, è ben difeso. I problemi nascono quando ci si deve spostare all’esterno, anche trasferimenti di personale di pochi chilometri comportano l’uso delle massime precauzioni possibili: scorte armate, mezzi blindati, percorsi monitorati. Spesso ci si sposta in elicottero. Per esempio, per trasferirsi dalla base alla ʻgreen zoneʼ nel centro della città.

Cos’è la ‘green zone’?
La ʻgreen zoneʼ è in pratica la zona più protetta della città, una sorta di cittadella in cui sono concentrati gli edifici governativi, le ambasciate, i centri di comando internazionali. Tra la nostra base e la ʻgreen zoneʼ avviene un traffico giornaliero di personale civile e militare che, appunto, rappresenta un rischio costante sia come bersaglio diretto che indiretto. Diretto se l’oggetto di un eventuale attacco è il convoglio stesso, indiretto nel caso che il convoglio sia coinvolto in un attentato commesso ai danni della popolazione.

Strada affollata nel centro di Kabul
Strada affollata nel centro di Kabul

E succede spesso?
È successo e succede. La cosa triste è che a Kabul quella degli attentati è diventata una realtà che rasenta la normalità.

Te l’ho chiesto perché ultimamente non si parla molto di Afghanistan. Le notizie di tv e giornali sono monopolizzate da ciò che sta avvenendo in Siria, in Libia e nel Mediterraneo. La percezione di uno spettatore come posso essere io è che se dai media non arriva nulla è perché non accade nulla, ma immagino che non sia affatto così.
Non saprei. Immagino che ciò che è avvenuto e sta avvenendo vicino ai nostri confini desti molta preoccupazione nell’opinione pubblica e che per questo i media cerchino di informare soprattutto su ciò che accade in quei territori. Io ti posso dire che ricevo quotidianamente la rassegna stampa con i bollettini del Ministero della Difesa: certamente ciò che adesso sta avvenendo sull’altra sponda del Mediterraneo tiene banco, ma ti assicuro che in Afghanistan e a Kabul gli attentati con morti e feriti, soprattutto tra la popolazione civile, sono tuttora all’ordine del giorno.

Eppure ho letto che si stanno costruendo scuole, ospedali…
Certamente. La presenza del personale internazionale riguarda proprio queste cose: la ricostruzione del paese, con gli ospedali, le scuole, le infrastrutture. Si lavora a stretto contatto con gli afghani. C’è molto personale civile oltre a quello militare: ci sono ingegneri, medici, aziende private – i cosiddetti contractors, che non sono soltanto quelli che svolgono servizi di polizia o vigilanza privata, ma possono riguardare anche lavori di progettazione, supporto e consulenza in svariati settori al di fuori del contesto militare – e ovviamente le stesse imprese afghane. Sono tutti impegnati a ricostruire un paese la cui organizzazione sociale era stata quasi completamente azzerata prima da una guerra civile trentennale e poi dall’occupazione dei talebani. A Kabul ci sono parecchi cantieri aperti, purtroppo si lavora sotto la costante minaccia di ritorsioni da parte di cellule talebane, che in una città come quella possono nascondersi facilmente. La presenza militare serve proprio per questo: per scongiurare l’intensificarsi di azioni terroristiche. Lo fa, ma non può evitarle del tutto.

Ma cosa potrebbe succedere se, per esempio, domani la presenza militare internazionale dovesse cessare?
Non si può dire con certezza cosa succederebbe, credo comunque niente di buono. Probabilmente un ritorno alla guerra civile. Una parte del paese è ancora nelle mani dei talebani, quella più impervia, la cosiddetta zona tribale. I talebani non sono stati sconfitti, si sono soltanto ritirati, e questo grazie all’azione della forza militare internazionale. Il governo del presidente eletto e l’esercito nazionale afghano stanno tuttora cercando di contrastare le sacche di resistenza talebane sparse nel paese, ma senza grossi risultati finora. La nostra presenza, oltre a fare da deterrente contro un’eventuale ripresa dell’offensiva talebana, serve essenzialmente per supervisionare la ricostruzione, cioè per dare assistenza e consulenza tecnica ai vari progetti in corso. Aggiungo inoltre che un ruolo importante per noi è anche quello di istruire e addestrare l’esercito afghano, riorganizzarlo, dargli la giusta preparazione secondo i moderni criteri internazionali, per esempio: spiegare le regole d’ingaggio sia nelle operazioni militari che in quelle di polizia; elencare le procedure e i regolamenti internazionali; soprattutto, insegnare il rispetto per i diritti umani dei prigionieri. In sostanza, pure all’interno di una legislazione che rimane quella propria dello stato afghano, si cerca di dare una professionalità tecnica, ma anche etica a un esercito regolare che si è rifondato relativamente da pochi anni. Quindi, ripeto, molta attenzione alla Convenzione di Ginevra, al regolamento internazionale in materia di diritti civili e umani, eccetera.

Gianni insieme a colleghi afghani e americani ad un convegno
Gianni insieme a colleghi afghani e americani ad un convegno

Però c’è qualcosa che non ho ancora capito: finora mi hai parlato di Nato. Ma l’intervento in Afghanistan non rientrava sotto l’egida dell’Onu?
Dunque, cerco di semplificare la cosa: c’è stato un mandato Onu fino al 2014, che aveva previsto l’impegno della Nato con la missione ʻIsafʼ. In sostanza si  trattava di quello che è stato l’intervento militare a sostegno del governo afghano nella guerra ai talebani, quindi direttamente impegnato nei combattimenti. Dopodiché, il presidente afghano ha espressamente chiesto alla coalizione internazionale un prolungamento degli aiuti. La Nato ha aderito alle richieste di Kabul approvando la missione chiamata ʻSostegno Risolutoʼ, tradotta in italiano, che poi è quella che ha riguardato il sottoscritto. Questa nuova missione, che è appunto iniziata nel 2015, è gestita dalla Nato e prevede unicamente gli interventi che ti ho appena spiegato. Teoricamente non contempla azioni di combattimento se non in caso di pericolo imminente nei confronti della coalizione stessa, che è formata per metà da americani e per metà da europei!

CONTINUA

[leggi la seconda parte dell’intervista]

Diario di un soldato: la vita quotidiana in una base dell’Afghanistan/2

SEGUE. Ecco la seconda parte della testimonianza di Gianni, ufficiale dell’Areonautica tornato di recente da una missione in Afghanistan.

Tornando alla quotidianità… Quindi, tutte le volte che dovevi spostarti fuori dalla base, lo facevi in elicottero?
Diciamo che personalmente non uscivo dalla base Nato tutti i giorni. Comunque sì, le volte che l’ho fatto ho usato l’elicottero! Poi, quando mi trasferivo per ragioni di servizio da Kabul a Kandahar o Herat, lo facevo ovviamente in aereo. Però, per farti capire meglio la situazione, ti posso dire che, per esempio, quando ci si doveva spostare all’interno della stessa base militare afghana a tagliarsi i capelli o allo spaccio, lo si doveva fare armati, col giubbotto antiproiettile e sempre a bordo di mezzi blindati. Questo nell’eventualità che qualche soldato afghano potesse spararci contro, appunto per i motivi che ti ho detto prima.

Ma, a parte le precauzioni continue, hai qualche ricordo di momenti di particolare stress, di una situazione di forte pericolo che hai corso?
Beh, minacce dirette alla mia persona non ne ho mai subite, in questo senso sono stato fortunato! Se invece parliamo di situazioni di pericolo direi di sì. Capitò proprio appena un paio di giorni dopo il mio arrivo a Kabul: erano poco più delle cinque del mattino e il container nel quale dormivo venne scosso dallo spostamento d’aria causato dall’esplosione di un camion imbottito d’esplosivo e fatto saltare vicino alla recinzione esterna della base. Fortunatamente quella volta, a parte i danni alle infrastrutture, vi furono solo feriti lievi, ma all’interno della base scattarono le sirene dell’allarme e fummo tutti costretti a vestirci in pochi secondi e a correre nei bunker dove rimanemmo un’ora ad attendere il cessato pericolo. Considero quell’episodio come il mio ʻbenvenuto nella nuova dimensioneʼ. Qualche tempo dopo ci fu un attacco alla base in piena regola: un attentatore suicida si fece esplodere davanti al cancello d’ingresso, aprendo la strada ad un commando di talebani che iniziarono a sparare e a lanciare ordigni all’interno della base. Anche un secondo attentatore, pochi secondi dopo, si fece saltare in aria per aprire un altro varco tra le nostre difese. Il conflitto a fuoco durò una mezz’ora circa e si concluse con la morte di tutti gli attentatori e di un soldato americano di guardia all’ingresso. Anche quella volta dovetti riparare nel bunker con gli altri e ricordo che sentii distintamente gli spari e le esplosioni.

 Gianni in posa con due militari delle forze speciali Usa

Gianni in posa con due militari delle forze speciali Usa

Ma che scopo hanno questi attacchi?
Non hanno nessuno scopo tattico militare. L’unico intento è creare scompiglio, mantenere un clima di tensione costante, demoralizzare il nemico e soprattutto la gente, minarne la fiducia. In qualche modo far traballare la credibilità della coalizione, portando la gente a identificare la minaccia continua degli attentati con la presenza delle forze internazionali sul proprio territorio. Considera che la stragrande maggioranza delle vittime di questi attentati sono civili. A confronto gli attacchi alle basi e ai convogli militari sono numericamente assai più bassi. Le autobomba e i kamikaze si fanno saltare in aria nelle strade affollate, ai mercati, tra le vie più trafficate della città, cioè laddove la gente è più indifesa.

Fortuna che voi nella base avevate i bunker…
Certamente. Mi chiedevi com’è fatta la base. Considera che io ero il terzo in comando e il mio ufficio era un metro e mezzo per tre all’interno di un vecchio hangar. In sostanza la base era un complesso di hangar riadattati a magazzini e uffici, di fianco ai quali c’erano dei container che poi erano i nostri alloggi. Il bunker che ti ho detto era in realtà un tunnel in cemento armato collocato al centro della base e protetto tutt’intorno da una sorta di terrapieno. Avevamo la mensa, la palestra, spazi di ritrovo: tutti ambienti rigorosamente spartani e quasi tutti ricavati da strutture prefabbricate.

Dimmi dell’esterno… com’era l’ambiente oltre le mura della base?
Approssimativamente la nostra base avrà avuto una superficie non superiore a quattro o cinque ettari, era un quadrato di circa duecento metri per lato o poco più, ed eravamo protetti da muri di cemento alti quattro metri. Tutt’intorno c’era la zona militare presidiata dall’esercito afghano. Quando uscivo dal mio alloggio avevo di fronte il muro, oltre il quale potevo scorgere solo le cime delle montagne in lontananza, sono montagne alte anche quattromila metri. Kabul si trova su un altopiano a milleottocento metri circondato appunto da catene montuose. Il clima poi è secco e d’inverno fa molto freddo, ma è un freddo asciutto e non dà fastidio come qua. Personalmente non avevo la possibilità di uscire e visitare i dintorni al di fuori dell’area militare – tra l’altro non era affatto consigliabile per noi – però posso dire cosa si intravvedeva quando ci si alzava in volo a bordo dell’elicottero. Come ti ho detto, rispetto alla città ci trovavamo a nord, oltre l’aeroporto. il paesaggio è esattamente come nelle foto: spoglio e arido, le colline e le montagne tutt’attorno sono pressoché prive di vegetazione e le case alla periferia di Kabul sembrano sparse a casaccio, tutte uguali, grigie, coi tetti a terrazza. Per riassumere un po’, potrei dirti che ricordo principalmente tre cose: il cemento degli edifici, il metallo dei veicoli e la polvere che ricopriva tutto il resto all’esterno della base.

E la gente?
Devo dire che non ho avuto contatti diretti con la gente del posto. Peraltro i soli afghani con cui ho potuto parlare sono gli ufficiali che ho incontrato in qualche riunione e in un paio di cene. Il mio lavoro era gestire il personale americano della base e i miei rapporti quotidiani erano essenzialmente con gli americani e qualche europeo.

Parlami dei tuoi colleghi stranieri allora! Che differenze hai notato tra voi italiani e loro?
Devo premettere una cosa: nel mio comando ero l’unico italiano presente.Però posso comunque darti le mie impressioni per ciò che ho potuto osservare dei colleghi americani e di quei pochi europei che operavano all’interno della base. Professionalmente parlando, grosse differenze non ne ho viste; più in generale posso dire che gli americani prendono le cose in modo molto più diretto e sbrigativo di noi, e quando dico noi alludo a noi europei. Gli americani sono abituati a prendere decisioni in tempi rapidi e senza troppi preamboli, forse perché le loro regole sono semplici, precise e comprensibili a tutti. Mettici pure il fatto che questa missione la sentono molto a livello emotivo, e questo fin da subito, fin dall’undici settembre. Si avverte un senso di patriottismo in tutto ciò che fanno, se parli con loro di certo non si nascondono: si considerano tuttora in guerra e stanno lì per difendere la libertà del loro paese. Hanno poi il sostegno totale delle loro famiglie: ricevono continuamente messaggi, regali, cibo, qualsiasi cosa. La differenza tra loro e noi europei può essere che noi prendiamo la cosa forse con maggiore pragmatismo, privilegiamo l’aspetto professionale e il senso del dovere verso le istituzioni internazionali a quello puramente patriottico: direi che in qualche modo siamo più riflessivi, ecco. Professionalmente e caratterialmente mi sentivo più affine al mio collega rumeno o a quello danese, probabilmente perché eravamo tra i pochi non americani della base; in questi casi la tendenza è sempre quella di trovare un punto in comune con gli altri, per noi era quello di essere europei!

Morfologia dell’Afghanistan
Morfologia dell’Afghanistan

Però qualche militare afghano hai detto di averlo incontrato…
“Sì, erano ufficiali. Se vuoi sapere che impressione m’hanno fatto quelli con cui ho parlato, ti posso dire che mi sono sembrate persone molto gentili e misurate. Sono consapevoli dell’importanza della nostra presenza nel loro paese. Quello che so è che dove il governo afghano, quello riconosciuto dalla comunità internazionale, è presente non solo come istituzione, ma anche come servizi, cioè con gli ospedali, le scuole, le università, le infrastrutture, le strade, l’acqua, la luce, in sostanza tutte quelle cose che stiamo cercando di far ripartire e di far funzionare, la gente ci guarda con favore. Credo che gli afghani si rendano perfettamente conto dello sforzo economico che la comunità internazionale – soprattutto l’America – ha messo in campo per aiutarli. Ma, come sai, l’Afghanistan è un territorio difficile, ci sono zone del paese quasi impossibili da raggiungere: catene montuose dove non esistono strade, vallate chiuse e inaccessibili in cui si può accedere solo a cavallo di muli. C’è una vasta fetta del territorio afghano, lontana dalle città, che è ed è sempre stata isolata dal resto del mondo: un territorio popolato da comunità tribali che non hanno nessuna percezione dei cambiamenti sociali, e tantomeno dei servizi e delle innovazioni che avvengono nelle città. Di ciò che succede al di fuori dei loro confini sanno poco e niente. In una tale situazione puoi ben capire che le genti di quelle montagne e di quelle vallate sono terreno fertile per i talebani. E lassù c’è un dedalo di nascondigli naturali in cui è impossibile stanarli e tantomeno combatterli.

Le montagne a nord di Kabul
Le montagne a nord di Kabul

Mi pare di capire che avevi buoni rapporti un po’ con tutti…
Direi proprio di sì. Ognuno porta con sé le sue diversità, che poi, se ci pensiamo bene, sommate a quelle altrui, sono un’occasione di arricchimento reciproco. Anche perché alla fine quello che prevale è il rapporto umano che si instaura tra gli individui, tra le persone. Le differenze di nazionalità, di abitudini, di cultura dopo un po’ passano in secondo piano. Si lavora fianco a fianco tutti i giorni, si perseguono obiettivi comuni, ma soprattutto si trascorre tanto tempo con gli altri, si chiacchiera, si gioca e si scherza, si cucina e si mangia tutti assieme. Con alcuni colleghi si è creata una buona amicizia, anche se probabilmente sarà molto difficile rivedersi. Credo poi che un’esperienza come questa, in cui ti trovi a condividere sensazioni forti, momenti spesso drammatici, contribuisca a legare le persone ancor di più.

Un elicottero MI-17 impiegato per il trasporto truppe e materiali
Un elicottero MI-17 impiegato per il trasporto truppe e materiali

Al di là dei momenti di pericolo che hai vissuto, hai qualche altro aneddoto particolare che puoi raccontare?
Ricordo che eravamo a bordo di un C-130 diretto a Kandahar, stavamo andando a incontrare il personale dello stormo americano stanziato in quella base. Ebbene, devo fare una premessa: circa quattro anni fa, proprio in un caso di ʻgreen on blueʼ, un generale americano fu ucciso da un soldato afghano che sparò all’impazzata durante una cerimonia. Da quella volta tutti i generali americani girano con la scorta personale. Insomma, cerco di fartela breve: all’andata eravamo io, alcuni miei colleghi americani del comando di Kabul, personale afghano e, appunto, un generale con la sua scorta. Appena atterriamo a Kandahar ci viene comunicato che dobbiamo imbarcare d’urgenza una dozzina di soldati afghani, alcuni feriti e altri morti in combattimento. In altre parole il nostro volo, che era un normalissimo volo di routine, quasi una gita se vogliamo, viene trasformato di colpo in un volo operativo di trasporto di feriti. E così, da visitatori rilassati, ci troviamo nel giro di pochi minuti a dover piantonare l’aereo armati e agli ordini del generale, a protezione dei feriti e delle sacche con dentro le salme che dobbiamo poi scortare nel viaggio di ritorno a Kabul! Questo solo per dire che laggiù, in ogni momento, devi fare i conti con la realtà, e puoi passare in un attimo dalla spensieratezza al dramma. E anche quest’aspetto della vita che a un europeo apparirebbe senz’altro come qualcosa di schizofrenico, laggiù, dopo un po’, diventa normale routine.

Da ultimo Gianni ti chiedo una riflessione sulla tua esperienza e magari un’opinione sulla situazione attuale in Afghanistan.
Spesso gli americani in una semplice frase riescono a riassumere concetti abbastanza complessi; noi di solito, per esprimere gli stessi pensieri, ci serviamo di pagine e pagine. In sostanza dicono: noi soldati serviamo la patria, ma sono le nostre famiglie che si sacrificano per essa! Personalmente posso dire che decido di partire in missione, di stare lontano da casa tanto tempo con tutte le incognite del caso, sto lì cercando di fare al meglio il mio lavoro. Ma chi paga di più per questa situazione è senz’altro la mia famiglia, nel mio caso Terese. È lei a dover subire maggiormente la mia assenza, che si fa carico di tutto quello che c’è da fare dentro la casa, poi c’è chi ha i figli, chi ha genitori anziani magari malati. Io sto lì, ripeto, lontano migliaia di chilometri, concentrato sul mio lavoro, con la mente lucida e senza distrazioni, ma tutto ciò lo posso fare soltanto se da casa non mi viene fatto sentire il peso di questa mia assenza! Questa cosa è stata un test assai impegnativo per tutti e due: la missione, seppure su diversi fronti, c’è stata da parte di entrambi. E aggiungerei, anche se magari rischio di dire qualcosa di banale, che una volta tornato in Italia sei portato a rivalutare tutto quello che ti circonda con occhio più benevolo, in modo più morbido. Perché è inevitabile fare dei confronti, e alla fine ti rendi conto di quanto sei fortunato a vivere in un quotidiano dove il concetto di sopravvivenza è ormai diventato qualcosa di astratto, di superato. Ebbene, in tante parti del mondo non è così, ma non sta a me spiegarne i perché e tantomeno giudicare! Da militare il mio compito è quello di svolgere un incarico assegnato, che in questo caso specifico riguarda il ʻricostruireʼ, aiutare un paese a risollevarsi e a ripartire. Siamo là per questo motivo, non per combattere, certo siamo preparati a fare anche quello se necessario. Per concludere posso aggiungere che ho visto di persona come in quel paese, pure tra mille difficoltà e contraddizioni, si stanno facendo dei passi nella direzione giusta. Immagino una strada ancora molto lunga da percorrere, probabilmente ci vorranno anni. I pericoli sono ancora tanti, ma il processo di collaborazione e di reciproca fiducia che si è avviato mi fa ben sperare.

S’è fatto tardi e non ho altre domande, così mi congedo da Gianni e Terese con la promessa di risentirci nei giorni successivi.

Qualcuno ha detto che non sono i soldati a iniziare le guerre, ma gli uomini. Casomai i soldati servono a farle finire. Personalmente ho sempre creduto che i bravi soldati detestino le guerre, esattamente come i bravi pompieri detestano gli incendi. Ho ragione di credere che Gianni sia veramente un bravo soldato, soprattutto per il fatto che a guardarlo vestito in abiti civili non abbia affatto l’aria di essere un soldato, ma tutt’altro.
È pur vero che gli incendi non si spengono a parole, occorre qualcuno che abbia il coraggio di indossare maschera, guanti e stivali per andare a domarli. Il fuoco, così come la guerra, può bruciare e uccidere, ma per fortuna non c’è solo il fuoco: ci sono anche paesi da ricostruire o gattini da salvare… Soldati e pompieri esistono anche per questo.

LA RICORRENZA
Tango e dittatura, note sul golpe d’Argentina

di Michele Balboni

Il 24 marzo 1976 il governicchio della “presidenta” Isabelita Peron (all’anagrafe Maria Estela Martinez) veniva cestinato dalla triade Videla, Massera, Agosti rappresentanti delle forze armate “di terra, di mare, di cielo” (per rifare un verso che risuonava su analoghi balconi di casa nostra anni prima). Era il golpe che stravolse la storia contemporanea dell’Argentina.

Formica della storia del tango, microbo della vicenda argentina, mi accingo a proporre al paziente lettore alcune mie considerazioni: se siete ballerini di tango, quindi fortunati seguaci e praticanti del “ballo più bello di sempre”, l’obiettivo sarà suscitare il vostro interesse per la conterraneità degli avvenimenti, se siete amici l’obiettivo sarà condividere impressioni: verso entrambi la mia attenzione sarà di non suscitare noia e magari fornire alcune informazioni.

Il tango alla metà degli anni ’70, anche nella propria terra di nascita, era confinato ai vivi ricordi dei non lontani anni d’oro. Già da un ventennio la produzione musicale pensata per il ballo dell’abbraccio era rinsecchita. Le pregevoli e raffinate creazioni di Astor Piazzola e di pochi altri, alleviavano l’ascolto ma non ravvivavano l’atmosfera delle milonghe. Permanevano lontani lo splendore e la ricchezza del tango diffuso e praticato dall’altra parte del mondo negli stessi anni in cui da noi si preparava la guerra, la si combatteva, se ne curavano le ferite. Forse per reazione alla mondiale tragedia o per omaggio ai “liberatori” i ritmi americani erano proposti ed apprezzati dai giovani. Il tango dormiva il sonno dei giusti, consapevole che il peggio doveva ancora arrivare.

E venne infatti il giorno in cui le trasmissioni tv furono interrotte (non così la partita di calcio Polonia – Argentina), al pari delle libertà più elementari. I nuovi malvagi al potere, con gradi e stellette, si ripromettevano di salvare il proprio Paese, affrancarlo da problemi economici, battere il terrorismo, e quant’altro di utile… La dittatura civico-militare avrebbe prodotto trentamila desaparecidos, un milione e mezzo di esuli, oltre cinquecento bambini “rubati” (la maggior parte dei quali tuttora non identificati), una economia più disastrata di prima, finanche una vera guerra persa (del tipo a noi noto “armiamoci e partite”) con quasi mille morti: alla faccia del “piano di riorganizzazione nazionale”! I Generali (più o meno, uno era un brigadiere, ma tant’è…) all’inizio, presi dalla loro santa missione, non avevano tempo per la cultura, la musica, il tango anche se trovarono attenzione e denaro per proporre l’edizione più costosa e corrotta dei campionati mondiali di calcio.

Nel prosieguo, preso atto che non portavano consenso i carri armati per strada, i centri di detenzione clandestina, le torture a terroristi (pochi) o presunti tali (tanti), si pensò anche al nostro ballo. Venne inventato il giorno internazionale del tango (l’11 dicembre, data di nascita di Carlos Gardel e di Julio de Caro), si fondò l’Orquesta de tango de la Ciudad de Buenos Aires, si finanziò il tuor europeo del sopracitato innovatore del tango. Parallelamente si procedeva però con il progetto Operativo Claridad per disboscare arte, cultura, cinema, giornalismo, letteratura, da ogni voce o comportamento dissenziente dai canoni consigliati. Trovo così al numero 257 della lista di proscrizione per l’anno 1980 il nome Pugliese Osvaldo Pedro musico-director de orquesta (segue numero di carta di identità), autore che sono invece solito abbinare alla melodia di Recuerdo e alla forza di Negracha. Trovo anche al numero 8 (in virtù dell’ordine alfabetico) il cognome di un amico pianista residente nella mia città da anni. E per fortuna che in quella lista si indicavano i nominativi di individui giudicati scomodi, soggetti da ostacolare sul proprio lavoro o perseguire in vari modi, ma non da sequestrare o far scomparire…

Ma il tango stesso come si rapportava agli aguzzini e ai loro mandanti? Immaginiamolo personificato con i modi aristocratici del compositore e pianista Juan Carlos Cobian e la voce e la presenza scenica del grande Carlos Gardel, probabilmente ci direbbe: “E’ vero c’è stato un periodo in cui malvagi mi hanno utilizzato a mia insaputa e, di questo, pur non avendone io alcuna colpa, resto tuttora affranto e contrito. Chiedo perdono a quelli che, catturati da un regime che ha infestato, per oltre sei anni, il Paese in cui sono nato, vennero sottoposti a vessazioni e torture. I dischi che mi ospitavano erano suonati per coprire le loro urla di dolore, affinché dall’esterno dei campi di prigionia clandestini non si udissero gli scempi che dentro stavano avvenendo. E gli stolti torturatori non si accorgevano nemmeno, presi dalla loro malvagità, che i miei cantores alzavano la voce nell’esecuzione ed altrettanto facevano i musicisti usando i toni più alti degli strumenti, gli uni e gli altri protetti dentro i dischi, perché loro stessi non volevano udire quelle urla di dolore. Tornavano poi i brani nella loro normale tonalità quando di nuovo venivano eseguiti in contesti ordinari. Capisco comunque che chi è scappato dal buio di quei seminterrati e chi piange il dolore dei propri cari scomparsi e mai più ritrovati possa ora odiarmi, confondendomi con i carnefici, ma sappia che io stesso sono stato vittima”.
Se lo dicono i fantasmi di due interpreti di tal portata sarà ben vero…

Declinavano i tempi della picana, proseguivano le marce delle madri in Plaza de Mayo, era ampiamente scemato il consenso popolare nonostante il velleitario tentativo di riconquista militare delle gelide isole Falkland-Malvinas, quando il tango veniva impacchettato e portato al Teatro Chatelet di Parigi. Il successo di pubblico e di critica della prima, il 13 novembre 1983, fu enorme. Il tango risorge e rifiorisce, e non a caso ciò avviene proprio a Parigi, laddove all’inizio del secolo si era raffinato e aveva trovato la spinta per tornare nei suoi luoghi di nascita ed essere finalmente apprezzato. Che spettacolo deve essere stato per i fortunati spettatori: coreografia di Juan Carlos Copes, musica del sexteto Mayor (al piano Horacio Salgan), ballano (tra gli altri) Juan Carlos Copes e Maria Nieves, Virulazo e Elvira, Maria e Carlos Rivarola, canta “el polaco” Roberto Goieneche!

Quindi cade la dittatura civico-militare (siamo nell’autunno 1983) e il tango rinasce: una coincidenza? “Il caso non esiste!” dice l’autorevole tartaruga-maestro Oogway nel film “Kung fu Panda”…

In verità il processo di vera rinascita democratica del grande Paese sudamericano, cui dobbiamo il tango, ed anche – non dimentichiamolo – il più grande campione della storia del calcio, non è subitaneo. Così il nostro ballo trova affermazione planetaria un paio di anni dopo quando, lo stesso spettacolo titolato “Tango Argentin” è riproposto a Broadway: sei mesi di repliche. Da allora una crescita e una diffusione continua, perlomeno nella sua componente più spettacolare e praticabile: il ballo. Fino ai giorni nostri.

Tango e dittatura: la rivincita del tango?
Eccoci all’epilogo, abbiamo trascorso alcuni minuti insieme come ballerini e come amici: seguendo il titolo di un recente dvd realizzato dal regista Marco Bechis sulla vita di Vera Vigevani Jarach, una delle fondatrici del movimento Madres de Plaza de Mayo, abbiamo ascoltato insieme, almeno per un po’, “il rumore della memoria”.
Walter Calamita, presidente dell’Associazione 24 marzo – loro sì che hanno titolo per parlare di queste cose – scrive nella sua prefazione al mio romanzo “La Diva del tango – alla ricerca del nino rubato” di un processo dove accanto a Verità e Giustizia si affianca la Memoria, al proposito io nel mio piccolo mi limito a ringraziarvi per avere condiviso con me questa ricorrenza.

LA STORIA
La bambina senza identità
che ha ritrovato i colori della vita

Ha un anno appena e già resta sola con la mamma e il fratello, di cinque anni più grande. Il papà, José Maria Molina, militante clandestino del Partito rivoluzionario dei lavoratori, viene rapito e fucilato, assieme a 15 compagni, da un organizzazione paramilitare, la cosiddetta ‘Tripla A” (Alleanza anticomunista argentina), attiva ben prima dell’avvento della dittatura. E’ il 12 agosto del 1974 e la vita di Jorgelina è già sconvolta.
Nel 1976, dopo il golpe, la situazione in Argentina precipita e tutti gli oppositori del regime sono a rischio di vita. Quando Jorgelina ha da poco compiuto i tre anni, le milizie fanno irruzione nell’appartamento dove vive, a Lanús, nella provincia di Buenos Aires. Nella notte, in sua presenza, la mamma viene sequestrata. Non la rivedrà mai più e di lei non saprà più nulla. Isabel Cristina Planas da allora è ufficialmente ‘desaparecida’, per sempre. Di quel trauma, Jor, serba lacerante memoria e ancor oggi fatica a parlare.
Qualche giorno più tardi viene condotta da una vicina di casa al tribunale per i minori che la affida a un orfanotrofio, dove rimane per sei mesi. In seguito il giudice, senza preoccuparsi di ricercare i suoi parenti, la assegna a una famiglia, probabilmente connivente con il regime militare, i Sala. Le dicono che i suoi genitori erano guerriglieri che buttavano le bombe e l’hanno abbandonata: loro sono i suoi salvatori. Magari ne sono intimamente convinti e si sentono davvero benefattori. Come in ogni guerra (e anche quella Argentina, in un certo senso, guerra è stata, sia pur non dichiarata, guerra civile ad armi impari), i carnefici hanno un rapporto ambivalente con le vittime. Si può immaginare in questo caso che la ‘salvezza’ offerta ai figli rappresentasse nella mente obnubilata dei persecutori una sorta di riscatto dalla brutalità del male ‘necessario’ inflitto ai genitori, ‘nemici della Patria’.

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‘Jorgelina piange’, autoritratto di Jorgelina Molina Planas

E’ l’ottobre del 1977. Jor vive con inevitabile tormento e sofferenza la propria condizione in quella famiglia. Le dicono subito: “Non ti chiamerai più Jorgelina, il tuo nome ora è Carolina”, Carolina Maria Sala. Studia, si diploma, si iscrive all’Accademia di Belle arti. Del fratello Damiàn non sa più nulla. Nel frattempo la nonna paterna Ana Taleb de Molina, rifugiata in Svezia, la cerca disperatamente. La sostengono le ‘Abuelas de Plaza de Mayo’ e varie organizzazioni per i diritti umani. Finalmente, nel 1984, entra in contatto con la famiglia adottiva, che però non le permetterà mai di parlare con la nipote. Continuerà a scriverle sino al giorno della sua morte, ma quelle lettere non saranno consegnate. Jor ritroverà anni più tardi gli originali conservati dalla nonna.

Nel 1996 ‘Carolina’ Jorgelina ha 23 anni ed entra in convento, nella congregazione “Schiave del Sacro Cuore di Gesù”. Ci resterà sino al 2002, quando deciderà di lasciare la vita religiosa. In quegli anni, però, inizia a ricreare se stessa e comincia a colmare di senso i vuoti di un’identità tutta da costruire. Dipinge anche, ma lo fa in “in bianco e nero”, giocando sulle sfumature del grigio: rappresentano bene una vita senza colore e senza felicità.

Il riscatto avviene a poco a poco. E inizia proprio dai giorni del convento, quando le suore le permettono di ricevere la posta e le lettere di amici e congiunti, quelle che la famiglia adottiva le aveva sempre celato. Le suore l’aiutano nel processo di ricerca della sua identità. Già nel maggio del ’96 ritrova il fratello Damián e la famiglia biologica: zii, cugini e nonna materna. Così, piano piano, può prendere a riordinare i tasselli della sua esistenza e a riscoprire la sua storia. Poi incontra Antonio, l’uomo di cui si innamora e che sposa. Oggi Jor ha 41 anni, tre figli, un amore e una vita. Continua la sua attività artistica, dipinge ed espone in tutto il mondo. E le sue tele, tracce di un anima dispersa e poi riafferrata, hanno ritrovato la gioia dei colori.
Per se stessa e ufficialmente anche per il mondo, il suo nome ora è Jorgelina Paula Molina Planas.

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La copertina del romanzo di Michele Balboni ‘La diva del tango’, illustrata da un dipinto di Jorgelina Molina Planas

“Jor” è l’autrice del dipinto riprodotto sulla copertina del romanzo “La diva del tango”, pubblicato da Faust edizioni e scritto dal ferrarese Michele Balboni. Il volume sarà presentato nell’ambito degli eventi del Festival Internazionale. Racconta di Marisol e di sua figlia Ines e narra una vicenda di fantasia, specchio delle tragedia dell’Argentina dei generali negli anni della dittatura, centrando nello specifico proprio il tema dell’appropriazione dei bambini dei desaparecidos da parte delle famiglie compiacenti con il regime. Nella postfazione del libro c’è la biografia di Jorgelina.

Venerdì 3 ottobre, per la presentazione, saranno a Ferrara anche Walter Calamita e Claudio Tognonato, promotori in Italia della “Campagna per il diritto all’identità” a sostegno dei figli dei desaparecidos argentini. L’incontro si svolgerà alle 17 alla libreria Ibs di piazza Trento e Trieste.

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La minacciata guerra di Crimea vista dal fronte russo

Da MOSCA – Nell’ultima settimana si è scritto molto sulla crisi ucraina, la tensione a livello internazionale è aumentata notevolmente e per chi vive in Russia, come me, la questione è all’ordine del giorno. Il punto di vista osservabile da qui può essere leggermente diverso. Questo non significa che ci schieriamo a favore di una posizione o dell’altra ma, semplicemente, che cerchiamo di comprenderne, in maniera oggettiva, una diversa lettura, che ha una sua ragione storica di essere.

Nei giorni scorsi, di fronte alle esercitazioni militari iniziate in Crimea il 26 febbraio (peraltro, terminate ieri), si è tuonato che “Mosca è dalla parte sbagliata della storia”. D’altro lato, l’Unione Europea si prepara a discutere di sanzioni contro la Russia, gli Stati Uniti hanno deciso di congelare ogni forma di cooperazione militare, di sospendere gli incontri bilaterali, la pianificazione di conferenze, i colloqui in materia di scambi bilaterali e investimenti con Mosca. Da parte sua, la Russia minaccia di lasciare il dollaro per altre valute nelle sue transazioni commerciali e quindi di “riconoscere l’impossibilità di rimborso dei prestiti bancari alle banche Usa” e, “in caso di congelamento dei conti delle imprese e dei cittadini russi, di richiedere la vendita dei titoli del tesoro Usa” (dichiarazioni del consigliere economico del Cremlino Sergei Glazyev, citate dall’agenzia d’informazione russa Ria Novosti). La tensione è ai massimi storici.

Si parla di una “guerra di nervi” con l’Occidente e il presidente della think tank russa Fondazione per una politica efficace, Gleb Pavlovsky (ex consigliere dello staff presidenziale russo fino all’aprile 2011), rileva il rischio reale dell’invio di truppe in Ucraina dove, in assenza di un controllo della situazione da parte governativa, esse potrebbero diventare un bersaglio su cui gruppi armati informali e non identificati potrebbero scagliarsi senza rischiare nulla, alimentando ulteriormente tensioni e rivolte. La Russia si troverebbe in una posizione vulnerabile e la presenza militare sarebbe, comunque, vista come un’aggressione. La difesa degli interessi russi in Crimea viene, tuttavia, considerato un diritto, sia a garanzia di una restituzione del prestito di 2 miliardi di dollari fatto all’Ucraina che per ragioni strategiche e storiche.

Con il Grande accordo di amicizia, cooperazione e partenariato firmato da Mosca e Kiev nel 1997, la Russia ha riconosciuto l’appartenenza di Sebastopoli all’Ucraina e l’inviolabilità dei confini dello stato ucraino, mentre la stessa Ucraina ha garantito alla Russia il diritto di mantenere la base militare marittima di Sebastopoli e di insediare la Flotta russa del Mar Nero in Crimea, fino al 2042. Conosciuta anche come “la città della gloria russa”, Sebastopoli fu fondata nel 1783, per volere dell’imperatrice Caterina II, nel luogo in cui anticamente sorgeva la cittadina greca di Khersones. Fu la stessa Caterina ad assegnare il nome alla città: a seconda delle fonti, Sebastopoli viene tradotta dal greco come “città venerabile”, “sacra”, “magnifica” o “città della gloria”. Durante la Seconda Guerra Mondiale (precisamente nel 1941-1942), per 250 giorni e 250 notti, i soldati dell’Armata Rossa e i marinai della Flotta del Mar Nero difesero la città dalle truppe tedesche. Dal 1948, Sebastopoli divenne una città a statuto speciale della Russia. Nel 1954, però, per iniziativa di Nikita Khrusciov, la “magnifica”, con tutta la Crimea, passò all’Ucraina: all’epoca ciò non comportò alcun cambiamento radicale nel suo destino. Kiev, di fatto, non aveva influenza sulle sorti della città. Sebastopoli, essendo una delle più importanti basi della Marina militare sovietica, continuò a essere alle dirette dipendenze di Mosca e del Ministero della Difesa dell’Urss. Ancora oggi qui vi sono il quartier generale e il comando della flotta, la 68˚ brigata di sorveglianza dell’area marittima, il 17˚ arsenale della Marina Militare, reggimenti speciali della Fanteria di Marina, reggimenti missilistici costieri. Nelle acque territoriali ucraine e sulla terraferma possono stazionare fino a 388 unità di navi e imbarcazioni russe. Negli aeroporti di Gvardejskij e Sebastopoli, presi in affitto dalla Russia, possono essere tenuti oltre 160 velivoli. Per l’affitto della base militare marittima in Crimea la Russia paga all’Ucraina circa 98 milioni di dollari ogni anno; inoltre, in base all’accordo di Kharkov del 2010 (che ha esteso quello del 1997), Gazprom le concede uno sconto sul prezzo del gas (oggi rimesso in discussione). Il rappresentante permanente della Federazione Russa alle Nazioni Unite, Vitaly Churkin, ha, quindi, dichiarato che, in Crimea, la Russia rispetta “i patti che sanciscono i termini della presenza della flotta del Mar Nero a Sebastopoli”. La Crimea è, poi, la regione più russa dell’Ucraina: il 58% della sua popolazione è, infatti, di etnia russa. Per il 97% si parla russo.

Nessuno pare avere un reale interesse a una divisione dell’Ucraina, a un inasprimento delle tensioni che porterebbero a un default di Kiev. Le conseguenze sarebbero pesantissime per tutti, soprattutto per l’economia russa. Le banche russe con filiali in Ucraina potrebbero soffrire a causa dell’incapacità del paese a ripagare i debiti contratti. Nel complesso, i prestiti delle banche russe ammontano a circa 28 miliardi di dollari. Oltre al settore bancario, secondo gli analisti, la crisi ucraina potrebbe ripercuotersi anche sulle imprese russe dei settori produttivi che collaborano con l’Ucraina (come quello agricolo o metallurgico). Una svalutazione della moneta locale, la grivna, potrebbe influenzare negativamente il tasso del rublo e portare a un rallentamento generale della crescita del Pil russo.

Uno dei nodi principali resta, tuttavia, ancora e sempre la Crimea. Dopo gli anni ’90 e la “rivoluzione arancione” del 2004, la situazione, pur in continua evoluzione, pareva non troppo fuori controllo, ma poi è arrivato l’Euromaidan, la protesta di piazza iniziata il 21 novembre 2013. Tre i possibili scenari di sviluppo degli avvenimenti, secondi gli esperti: che la situazione si appiani (bassa probabilità), che la Crimea estenda la propria autonomia (variante possibile a patto che si raggiunga qualche forma di stabilità e solo con un’intesa delle parti sulla federalizzazione dell’Ucraina), che la Repubblica autonoma di Crimea esca dalla compagine dell’Ucraina per diventare l’ennesimo Stato “non riconosciuto” sotto l’egida della Russia.

La crisi ucraina avrà inevitabili ripercussioni sugli equilibri di politica estera e interna della Federazione Russa. Natura ed entità delle ripercussioni in politica estera saranno più chiare nei prossimi giorni. L’occasione, tuttavia, è delle più favorevoli per riaffermare il ruolo della Russia di potenza regionale, ottenendo il controllo totale, non più “da ospite”, della Crimea e del porto di Sebastopoli che garantisce alla Russia l’accesso al Mediterraneo (che, nella Libia di Gheddafi, era garantito dall’utilizzo, da parte della flotta russa, della base logistica di Bengasi, revocato dal nuovo governo libico). Alcuni analisti ritengono che il passaggio della Crimea alla Russia avverrà probabilmente in maniera indolore, quasi come un decorso naturale e inevitabile. Importante sarà valutare le “pretese” russe sul resto dell’Ucraina.

Le ripercussioni in politica interna sono, almeno nel breve periodo, meno incerte: non si rilevano segnali di possibili escalation o di situazioni emulative. I sostenitori dell’iniziativa del Cremlino sono molti di più degli oppositori e degli indifferenti. I russi seguono con attenzione l’evolversi della situazione. L’Ucraina è sentita come una parte della Russia e ai più risulta intollerabile un suo ingresso in orbita europea, soprattutto in quanto, a detta di molti, provocato e determinato da forze definite al soldo di potenze straniere. Domenica 2 marzo, si è tenuta a Mosca una grande manifestazione con migliaia di persone per le vie del centro a sostegno dei fratelli russi di Crimea e d’Ucraina in genere. A sostegno dei cittadini russofoni dell’Ucraina sono intervenuti anche gli street racers della capitale, organizzando una corsa automobilistica di circa 50 veicoli alle Vorobevy Gory (Colline dei passeri). A San Pietroburgo, nella sala concerti Oktjabrskij, 15.000 persone si sono riunite a supporto dei russi d’Ucraina. Non sono mancati cortei di oppositori alle azioni militari, segno che la maggioranza della popolazione è favorevole comunque a un intervento pacifico e a un’integrazione quasi naturale. Perché, alcuni dicono “che sarebbe meglio che l’Ucraina cedesse semplicemente la Crimea” e che “se i suoi abitanti sono scontenti dell’Ucraina, non c’è ragione di trattenerli con la forza”. Situazione da seguire.

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