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PRESTO DI MATTINA
Il suo dono

Suo dono è la Pasqua

È nella notte che è risorto
È dalla mia notte che è risorto
Pesavo, dormivo su di lui, io sono la pietra
Dal sepolcro per sempre rotolata via

Occhi, lingue, volti
Che annunciano nei secoli
Io sono fino alla fine dei tempi
L’asse del cielo, la ruota del vento
L’albero della vita le cui radici
Fanno di tutti i corpi un corpo solo.
Basta un papavero
Spinto fuori dalla tomba
Per farmi uscire
E per celebrare
Il Risorto che mi fa dono
Di uno scorcio d’alba e fra i denti un fiore
Il dono di vivere nella gloria
Dell’eterno quotidiano

(Pierre Emmanuel, Évangéliaire, Ed. du Seuil, Paris 1961, 213; 230)

Il dono annuncia il passare da se stessi all’altro, valicando la propria solitudine. Ma dice pure il darsi e il riceversi nella gratuità dell’amore, al modo della Pasqua − “transitus Domini” − il suo passare da noi al Padre suo, dal suo amore per noi all’agape di Dio, varcando la soglia invalicabile del sepolcro, oltre l’orizzonte chiuso della nostre morti.

Suo dono a Pasqua è il vangelo quadriforme, che pure transita da una persona all’altra, da allora fino ad oggi. Sono occhi, lingue e volti che annunciano lungo tutti i secoli “il rosso e delicato papavero che ha spezzato la pietra, l’asse del cielo, la ruota del vento, l’albero della vita, il dono di uno scorcio d’alba presto di mattina”.

Insieme, appassionatamente essi, sparpagliati tra la gente, trasmettono quello che a loro volta hanno ricevuto fin dal mattino di Pasqua: un passa parola, passo dopo passo che attraversa la vita di ciascuno rendendola un testimone.

La narrazione di questa traditio degli apostoli la troviamo in una lettera di Paolo ai Corinti: «Vi faccio poi presente, fratelli, il lieto annuncio che abbiamo annunciato a voi e che voi avete ricevuto e nel quale state (saldi) e per mezzo del quale siete anche salvati. Trasmisi infatti a voi che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è stato risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa quindi ai Dodici» (1Cor 1, 1-8).

E più avanti Paolo lo afferma del dono del corpo e del suo sangue del Cristo, della sua presenza significata e attuata nella condivisione del pane e del calice, sua vita data per tutti. Da quella notte in cui veniva consegnato non ha mai più smesso di consegnarsi nel vangelo e nell’eucaristia sacramento del suo amore:

«Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso (tradidi vobis) : il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito (tradebatur), prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me. Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga”», (1Cor 11, 23-26).

Suo dono a Pasqua: la tomba aperta, la libertà dello Spirito, una creazione nuova.

A Pasqua viene generato uno spazio di libertà: la tomba vuota è così luogo sorgivo del dono dello Spirito del Risorto; scaturigine di una libertà amante, che nemmeno la morte ha potuto trattenere dal donarsi ai suoi discepoli, mostrandosi risorto e vivo in mezzo a loro.

È sempre Paolo che scrive: «Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà. E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore», (2Cor 3, 17-18). Il dono e la libertà dello Spirito rigenerano e ricreano la qualità dei legami tra Gesù e i suoi, tale da permettere il reciproco riconoscimento.

Dicono gli esegeti che nel racconto pasquale del vangelo di Marco abbiamo forse due tradizioni inizialmente distinte tra loro: la tradizione del sepolcro aperto e quella delle apparizioni/manifestazioni del risorto; apparizioni di riconoscimento e apparizioni di invio missionario.

Manifestazioni per esprimere le quali è usato il verbo ‘vedere’: fu visto o si fece vedere. Il riferimento non è però a una visione che viene da loro, ma da lui: l’iniziativa è sempre del Risorto. Così coloro che avevano conosciuto quaggiù Gesù di Nazareth, durante tutto il suo ministero, attestano che egli è proprio lo stesso, sebbene divenuto altro, e che è lui, con tutto il suo messaggio, la sua persona indimenticabile e i suoi segni, ad essere stato risvegliato dai morti.

E ancora vorrei sottolineare come la descrizione e le immagini aurorali, con cui si apre il racconto nel vangelo di Marco, fanno pensare ad una nuova creazione iniziata con la risurrezione di Gesù: «Di buon mattino, (le donne) il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole», (16,2).

Come pure le ultime parole ci mettono sotto gli occhi la nuova comunità dei discepoli in uscita missionaria: «Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano» (16,20). Si noti la reciprocità del dono: quasi un ospitarsi l’uno nello spazio aperto dell’altro. Il Cristo e il suo vangelo nei discepoli; i discepoli e il loro buon annuncio nel Cristo.

Si trasmette solo ciò che si vive. Così è pure del dono del vangelo. L’annuncio chiede la testimonianza della vita. Scrive Roberto Repole [Qui]:

«La testimonianza viene qui affidata ai cristiani nei quotidiani e affatto normali contatti con le persone con cui convivono nei diversi ambienti della vita. È qui ed è così che può essere reso disponibile il dono, anche nel suo debito dell’annuncio: il quale avviene solo dal di dentro di questa testimonianza.

Se ciò che si deve donare nell’annuncio è lo spazio che si è aperto in Cristo (con la Pasqua), questo non verrà “detto” se non laddove ci siano dei cristiani che si fanno essi stessi spazio ospitale per altri uomini: l’annuncio non può avvenire senza questa testimonianza; e viceversa.

Ciò che si tratta di annunciare non può essere trasmesso se non con una vita che attragga per la capacità di essere realmente ospitale nei confronti dell’altro, per una presenza che gli fa spazio e gli consente di essere, per uno spendersi per l’altro che sia un ascoltarlo profondamente, per un offrire che mostri di vivere, al pari del destinatario dell’annuncio e dunque nella sua compagnia, nel costante bisogno del dono divino per essere…

Tale ridondanza del dono risulterà reale a misura che si realizzi nella stessa forma: nella gratuità e nel disinteresse, ma anche nella speranza che il destinatario possa, nella sua libertà, corrispondere al dono offerto e nella disponibilità della Chiesa a lasciarsi trasformare dal donatario» (La chiesa e il suo dono, Brescia 2019, 343; 7).

Il dono del Figlio

Il suo dono a Pasqua è proprio lui stesso, il Figlio amato, dato per noi, consegnatoci unitamente alla sua missione di prossimità e intercessione. Suoi doni trasmessi non solo alla cerchia dei discepoli, alla sua chiesa, ma a tutti quelli che stanno transitando un valico di prossimità e intercessione verso una umanità sofferente, e così facendo divengono collaboratori di quella incorporazione misteriosa al corpo stesso del Cristo cosmico e universale.

È Gesù stesso che ricorda a Nicodemo di essere dono del Padre: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare (daret) il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3,16-17).

Il verbo greco usato è didomi’, nel latinodo/datum/dare’. Il biblista Léon-Dufour [Qui]  afferma che «con questo verbo viene messo in rilievo propriamente l’aspetto di “dono”, un dono in cui si ricapitola tutta intera la missione del Figlio nel mondo. Di fatto nel versetto seguente, il verbo parallelo ‘inviare’ non allude direttamente alla sua passione, ma piuttosto a tutta l’opera del Figlio nel suo insieme. Secondo l’angolazione giovannea, e anche qui, Gesù è eminentemente il Rivelatore del Padre, è Colui la cui parola risveglia l’uomo alla comunicazione divina» (Lettura dell’evangelo secondo Giovanni. I, San Paolo, Milano 1990, 412).

Occorre infine rilevare che questo dono che è “il Figlio dato” non separa i cristiani dagli altri uomini. Basterebbe leggere la Lettera a Diogneto [Qui] per cogliere questo legame strutturale dei cristiani con l’umanità tutta; un legame che li rende membra, secondo il concilio, gli uni degli altri nel cammino spirituale di incorporazione al Cristo di tutta l’umanità [Qui].

Così nel dono del Figlio si dà il dono della testimonianza dei cristiani: Leggiamo nel documento Ad gentes 11 del Concilio:

«È necessario che la Chiesa sia presente in questi raggruppamenti umani attraverso i suoi figli, che vivono in mezzo ad essi o ad essi sono inviati. Tutti i cristiani infatti, dovunque vivano, sono tenuti a manifestare con l’esempio della loro vita e con la testimonianza della loro parola l’uomo nuovo, di cui sono stati rivestiti nel battesimo, e la forza dello Spirito Santo, da cui sono stati rinvigoriti nella cresima; sicché gli altri, vedendone le buone opere, glorifichino Dio Padre (cfr. Mt 5,16) e comprendano più pienamente il significato genuino della vita umana e l’universale legame di solidarietà degli uomini tra loro.

Ma perché essi possano dare utilmente questa testimonianza, debbono stringere rapporti di stima e di amore con questi uomini, riconoscersi come “membra” di quel gruppo umano in mezzo a cui vivono, e prender parte, attraverso il complesso delle relazioni e degli affari dell’umana esistenza, alla vita culturale e sociale.

Così debbono conoscere bene le tradizioni nazionali e religiose degli altri, lieti di scoprire e pronti a rispettare quei germi del Verbo che vi si trovano nascosti; debbono seguire attentamente la trasformazione profonda che si verifica in mezzo ai popoli, e sforzarsi perché gli uomini di oggi, troppo presi da interessi scientifici e tecnologici, non perdano il contatto con le realtà divine, ma anzi si aprano ed intensamente anelino a quella verità e carità rivelata da Dio.

Come Cristo stesso penetrò nel cuore degli uomini per portarli attraverso un contatto veramente umano alla luce divina, così i suoi discepoli, animati intimamente dallo Spirito di Cristo, debbono conoscere gli uomini in mezzo ai quali vivono ed improntare le relazioni con essi ad un dialogo sincero e comprensivo, affinché questi apprendano quali ricchezze Dio nella sua munificenza ha dato ai popoli; ed insieme devono tentare di illuminare queste ricchezze alla luce del Vangelo, di liberarle e di ricondurle sotto l’autorità di Dio salvatore».

Quel Figlio dato − Parola che dice la misura di se stesso e nostra, chi egli sia e chi siamo noi, ed il comune destino di vita-morte-vita che ci lega per sempre − proprio lui a Pasqua ci chiede di fare ancor più nostre, carne e sangue nostro, le incredibili sue parole, quelle del Padre nostro e delle Beatitudini, affinché in lui, sovrabbondanza e smisuratezza del dono, nella sua Parola ci sia dato vedere, come le donne il mattino di Pasqua, il suo volto (“Verbe visage” direbbe Pierre Emanuel).

Volto del Verbo
La misura vera dell’uomo è Cristo
Ugualmente la vera misura del Cristo è l’uomo.
Dalla battaglia nasce la proporzione
Due abissi si sondano, due abissi si donano
L’uno all’altro forma e sostanza, uomo e Dio.
Giacobbe non può donare che la sua miseria
Incommensurabile a lui – degno di Dio
Dio dona il suo Spirito fermento di Dio
Che rende Giacobbe commensurabile alla sua miseria
Giacobbe è ferito all’anca
il Cristo inchiodato alla croce
Ciascuno innestato all’altro per ferita.
Parola di Dio e linguaggio di uomo
Parola umana nella Parola di Dio
Il combattimento è buona notizia
Proferita, contestata e raccolta.
Ogni vocabolo reso chiaro nella stessa carne
Sofferto, odiato e adorato
Volto del Cristo unica somiglianza
Che non finisco mai di decifrare
Sulle tue labbra la nostra tutta santa identità.

(Pierre Emmanuel “Verbe Visage”, in Jacob ed du Seuil, Paris 1970, 163.)

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui] 

Per ricordare Piergiorgio Cattani
Niente sta scritto. Libertà e limiti della condizione umana
Sabato 6 novembre, Biblioteca Cedoc, ore 16.00

Gruppo SAE di Ferrara e  Biblioteca Cedoc
Sala parrocchiale di Santa Francesca Romana, Via XX settembre 47, Ferrara
Sabato 6 novembre ore 16.00
A un anno dalla scomparsa  di Piergiorgio Cattani (1976-2020), inaugurazione del lascito librario presso la Biblioteca Cedoc

Niente sta scritto.  Libertà e limiti della condizione umana
Proiezione di alcune sezioni del documentario “Niente sta scritto” di Marco Zuin
dedicato a Martina Caironi e Piergiorgio Cattani.
Intervento di Vito Mancuso

Accesso  consentito con  il green pass. Non occorre prenotazione

Le persone anziane sanno che tra dieci o vent’anni non ci saranno più, nessuno però è tanto vecchio da non immaginarsi ancora in vita l’anno prossimo. In questo clima ha vissuto a lungo anche Piergiorgio Cattani, che di anni però non ne aveva tanti, era nato nel 1976. Aveva tuttavia dentro di sé una dura compagna: la distrofia muscolare di Duchenne che gli procurò, in maniera crescente, l’impossibilità di muoversi e lo obbligò a ricorrere a un apposito ventilatore per riuscire a respirare. Sapeva che le sue aspettative di vita erano limitate; tuttavia quando, per decenni, all’oggi succede il domani, si è nelle condizioni di proiettarsi in un futuro sia pur breve. Domenica 8 novembre 2020 il cuore di Piergiorgio si è improvvisamente fermato quando la sua mente era piena di progetti.
Le battaglie etiche e civili di Cattani, scrittore, giornalista e uomo politico nel suo Trentino, hanno avuto un centro: fare spazio nella vita pubblica a tutti coloro che, per un motivo o per l’altro, sono ai margini.
Molti condividono questa posizione, ma c’è chi è in grado di sostenerla con le stimmate di verità di cui altri sono privi. La dignità umana cessa allora di essere un principio astratto per diventare testimonianza e impegno concreto.

… a Mantova … al Festivaletteratura!
Un’emozionante lezione en plen air

 

Apre oggi la 25° edizione del Festivaletteratura di Mantova [qui il programma completo]. Di festival è ormai piena l’Italia, ogni borgo e città si inventa una materia, un argomento, e chiama a raccolta scrittori, critici e professori di chiara fama. Il Festivaletteratura è qualcosa di più e di diverso. E non solo perché è il capostipite, il primo di tutti i festival sorti sulla scia del suo successo, o per l’inarrivabile ricchezza degli appuntamenti in programma, ma per quello che ci sta dietro. Non uno scaltro manager culturale, o un assessore in cerca di gloria riflessa, ma un gruppo di lavoro appassionato e competente. Da qui nasce un’offerta culturale – sociale e culturale – che riesce a parlare tante lingue per tanti pubblici diversi: lettori resistenti, appassionati di libri, bibliotecari, studenti, insegnanti, adolescenti, fino ai piccoli e piccolissimi.
Si va a Mantova per assistere a quel particolare incontro, evento, reading, per ascoltare dal vivo l’autore preferito, per partecipare a un’intrigante iniziativa collaterale. Ma si va, e si ritorna ogni anno, anche per respirare un’aria tutta particolare, un garbato profumo di cultura che sembrava scomparso, fagocitato dal divismo o dallo sciocchezzaio dei media.
Roberta Barbieri, assieme ad altri due redattori inviati di
Ferraraitalia, seguiranno il festival nei prossimi giorni. Ma Roberta è una veterana, per oltre 10 anni ha partecipato attivamente al Festivaletteratura, andando regolarmente a Mantova assieme ai suoi studenti del liceo. Ecco il suo racconto.
( Francesco Monini)

– Arrivati! Forza ragazzi, bisogna scendere.  L’ho detto per molti anni di seguito all’arrivo a Mantova, o l’ho sentito dire alla mia collega, ogni volta che siamo sbarcati dal treno alla stazione ferroviaria. Sempre di mercoledì, nella tarda mattinata del primo giorno del Festival.
– E’ lontana la palestra, profe?
– No, ci carica i bagagli un pulmino dell’accoglienza volontari che è già fuori dalla stazione. Noi lo seguiremo con le bici fino al Piazzale Gramsci, la palestra è lì vicino. Ci staremo poco, il tempo di sistemare le nostre borse; poi dobbiamo passare in Piazza Leon Battista Alberti a ritirare la lista dei nostri servizi per i cinque giorni e di corsa in mensa, che non è vicina. Qualcuno di noi potrebbe avere già il primo servizio oggi nel primo pomeriggio. Coraggio.
– Chi ci dirà cosa dobbiamo fare, profe?
– Il vostro capo squadra vi darà gli incarichi. In genere si accoglie il pubblico stando all’entrata, si  gestisce la cassa, oppure si rassetta la platea ogni volta e la si prepara per l’incontro seguente. Cose così. Chiamate pure se avete bisogno, ma vedrete che vi inserirete bene nella squadra a cui sarete assegnati.

Volontari Festivaletteratura
Mantova, settembre 2019: Foto ricordo di un gruppo di ragazzi volontari del Festivaletteratura

Il gruppo si muove, in media sono quindici tra ragazze e ragazzi del nostro Liceo, che anche quest’anno abbiamo scelto con fatica tra i tanti che si sono candidati, più noi due docenti che li accompagnamo. Lo dico meglio: ogni anno, almeno dal 2003, siamo diciassette appassionati di lettura, che vengono qui a fare i volontari, con la voglia di essere dentro agli ingranaggi del Festival:  incontrare autori già conosciuti tramite le letture, oppure autori nuovi e chiedere loro un contatto telefonico o una mail per invitarli a venire a scuola durante l’anno scolastico, fare la conoscenza di altri relatori e delle loro idee sul mondo e di altri giovani volontari, perché no.
C’era da dormire (poche ore) sui letti di cartone pressato nella palestra che ci veniva assegnata ogni anno; tutti insieme a esibire i nostri pigiamini leggeri per le prime notti fresche di settembre; a darci il cambio per le docce con spugne e biancheria di ricambio tra le mani. Non ricordo che ci fosse tutto questo imbarazzo: si parlava fitto fitto di eventi già avvenuti e di come era andata.
Chi aveva avuto incontri carismatici, o era rimasto folgorato da un autore nuovo non la finiva più di dare dettagli. L’anno in cui ci venne dato un buono acquisto per i libri esposti in piazza Castello, sotto il tendone della libreria del Festival, fu tutto un citare titoli o mostrare gli acquisti già fatti, anche se era la mezzanotte passata e alcuni crollavano per la stanchezza accumulata in dieci ore di servizio, più le lunghe corse in bici per spostarsi in città.

Non ricordo alcuna lamentela. L’unica, ma è successo di rado, quando la postazione assegnata a qualcuno di noi era un po’ defilata e non dava l’opportunità di fare grandi incontri. Una volta mi sono lamentata io perché mi era toccato il servizio all’evento delle 5.30 al Campo Canoa e la sveglia andava puntata alle 4.30. La sera, però, ho dovuto ritrattare il mio disappunto. Avevo visto sorgere il sole dietro le torri della città, una meraviglia, attraversando a piedi il ponte sul Mincio insieme al gruppo dei visitatori. Molti, in realtà, venuti in quella mattina di settembre del 2008 ad assistere a Sottosopra Mantova e a seguire la guida mirabile di Stefano Scansani.

Voglio ricordare così tutti i ragazzi che sono venuti a Mantova insieme a me, come dei lettori appassionati e adulti e voglio sperare che abbiano percepito noi docenti come delle giovani e appassionate lettrici.
Avevano sedici anni o poco più. Scavalcate le ansie delle famiglie, che prima di partire chiedevano dove dormirete, dove mangerete, starete insieme o sarete sparsi per la città; superate le enormi difficoltà del viaggio per ferrovia, neanche Mantova fosse di là da un oceano; trovate in loco o portate in qualche modo le bici da Ferrara, i cinque giorni del Festival, dal mercoledì alla domenica della prima o seconda settimana di settembre, erano un intenso tempo magico, uno spazio magnetico, in cui ad avere importanza erano prima di tutto gli eventi.

Qualcuno posso ricordarlo.
Per esempio quella volta al Blurandevù, di sera tardi. Tutti di corsa verso la Piazza Virgiliana sulle bici stanche come noi alla fine dei rispettivi servizi in diverse postazioni nella città.
C’è David Grossman [Qui] e due delle nostre ragazze sono nel gruppo che ha preparato l’intervista. Arriviamo e ci sediamo a terra, ai margini della siepe che il pubblico ha formato con le schiene accalcate. E comincia un dialogo intenso tra lui e i giovani che gli fanno domande, un dialogo che ascoltiamo nel silenzio totale che si è fatto.
Grossman estrae uno alla volta dei bigliettini da un’urna di vetro che i suoi intervistatori hanno preparato: ogni foglietto contiene una parola chiave, che diventa una domanda. Quando l’ospite risponde alla parola pace siamo tutti rapiti dalla profondità delle sue parole, dalla semplicità con cui si apre a noi.

Era forse l’edizione del 2006: ricordo a flash che parlando della situazione in cui si trovava l’area arabo palestinese si disse molto preoccupato per i suoi figli; che lo scrivere romanzi gli permetteva di allontanarsi dalla sua città, Gerusalemme, e dalla bruttezza del mondo circostante e di cercare nella dimensione dell’immaginario la propria identità. Ricordo la sua intensità nel dare le altre risposte su parole come amicizia, diritti e altre così. Alla fine fu un applauso liberatorio per tutti, lungo e bello. Che bravi i ragazzi a fare così l’intervista, continuavamo a dirci nel fresco della notte tornando più tardi del solito, tutti in fila indiana verso la palestra.

Per esempio quella volta che ritrovai nel ruolo di capi squadra, nonché responsabili della postazione al teatro Ariston, due ragazzi che erano venuti inizialmente col nostro gruppo dell’Ariosto, poi avevano ‘fatto carriera’ e ora da universitari continuavano ogni anno a esserci. Che bei ricordi abbiamo rispolverato insieme, ricordando gli aneddoti della loro prima volta al Festival.
Poi non posso non ricordare in parata le esperienze del mio servizio presso il Cortile della Cavallerizza, quando era ancora agibile, e in seguito a Palazzo San Sebastiano. Lì ho conosciuto e ascoltato tanti intellettuali, scrittrici e scrittori, economisti, giornalisti, attori e interpreti bravissimi, che hanno non solo fatto la traduzione simultanea in italiano, ma hanno animato il dialogo tra ospite e pubblico.
E un compositore, che mi avevano tanto invidiato i ragazzi; avevo l’incarico di raccontare come si era svolto l’evento per filo e per segno, al rientro in palestra. Era Giovanni Allevi [Qui], di cui poi ho ascoltato quasi tutto.

Festivaletteratura volontari
Mantova, settembre 2019: Foto ricordo di un gruppo di ragazzi volontari del Festivaletteratura

Non posso tacere dei pranzetti alla mensa, e perché no delle cene. Quando si arrivava alla spicciolata e ci si cercava con lo sguardo se i posti liberi erano sparsi tra i tavoloni che occupavano il cortile della scuola alberghiera. Quando si mise al tavolo accanto al nostro Stefano Rodotà [Qui], che aveva appena finito di parlare in Piazza Castello. Fu un momento: ci vide preparare le mani per applaudirlo e con un cenno ci fece no, continuate a mangiare. Vengo a pranzo dove pranzate voi. E i ragazzi per primi lo lasciarono essere uno di noi, che mangiava alla mensa del Festival.
Devo chiudere con due ricordi personali, ai quali tengo particolarmente. Del primo non so dire la data: finisco il mio ultimo servizio la domenica mattina e mi precipito a sentire Gianni Clerici [Qui], che parla della sua carriera di commentatore sportivo e di scrittore. Trovo anche posto a sedere ed è da lì che verso la fine, quando la parola passa al pubblico, mi vedo alzare la mano e mi sento dire che leggo da talmente tanti anni i suoi articoli sul tennis nella pagina sportiva di Repubblica da avere assorbito alcuni suoi modi di dire. Il che fa di lui nella mia carriera di lettrice un compagno di viaggio, e di questo vorrei ringraziarlo. Si alza e si mette la mano sul cuore guardando nella mia direzione. La gente applaude. Mi alzo e sul cuore metto la mia. Quando viene portato il microfono a Beppe Severgnini, che si è prenotato dopo di me, non sento quello che dice e non sentirò nient’altro fino alla fine dell’incontro.

Dell’ultimo ricordo dico invece luogo, data e ora esatta: Teatro Bibiena, ore 11.30 di sabato 6 settembre 2008. Una delle sue allieve, Elia Malagò [Qui], dialoga con Ezio Raimondi [Qui] “della sua avventura di insegnante e dell’ininterrotta pratica della lettura”, così recita il programma. Che dice anche: “Ezio Raimondi è uno dei pochi intellettuali italiani di respiro davvero europeo”.

Sono cose che so dal primo giorno in cui ho seguito la sua lezione delle 9.00 alla Facoltà di Lettere di Bologna, all’aula 2 del primo piano. Erano gli ultimi anni Settanta e io per due anni accademici mi sono seduta in prima fila: arrivavo con grande anticipo, dopo avere preso un treno all’alba e riguardavo gli appunti della lezione precedente mentre aspettavo.

Mentre ci parlava e ci affascinava (e ci dava saggi su saggi da leggere, tanto da venire soprannominato il libridinoso) le lunghe mani del professore si muovevano davanti a me. Gliele ho anche strette: il giorno della laurea quando ha proclamato il mio voto e una volta per strada a Ferrara, molti anni dopo. Era venuto per una Lectura Dantis alla Biblioteca Ariostea, nell’incontro casuale che ne era seguito lungo la Via Mazzini mi aveva riconosciuta e salutata. E ora ero qui, seduta ad applaudirlo nel teatro gremito di suoi ex allievi, in una atmosfera così struggente da essere elettrica. Durante l’applauso finale che non finiva mi sono scese due belle lacrime e le ho lasciate scorrere.

Di mercoledì, quest’anno il giorno 8 settembre, comincia l’edizione n.25 del Festivaletteratura e io, anche se da un anno non insegno più e non posso portarci i ragazzi, non posso nemmeno mancare.

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari della rubrica di Roberta Barbieri clicca [Qui]

Il lungo racconto di Piazza Fontana

L’esercizio della memoria è un qualcosa che va coltivato giorno per giorno. Proprio da questa idea nasce l’esigenza di riportare oggi questo “racconto”: una conversazione avuta con una delle firme più autorevoli di questo giornale, Gian Pietro Testa, il 25 aprile del 2019, nell’anno del cinquantennale della strage di Piazza Fontana. A farlo siamo stati in due, lo scrivente, e Simone Buonomo, studente dell’Università di Bologna, con l’intento di recuperare la testimonianza di un giornalista che per primo raccontò la strage e che per primo si dichiarò contrario a percorrere la “pista anarchica”, cercando di capire anche quale fu il rapporto proprio della stampa con la narrazione della strage che avrebbe cambiato per sempre le sorti dell’Italia post bellica.

I fatti

12 dicembre 1969, ore 16.37. Una bomba esplode all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano uccidendo 17 persone, ferendone 105. Ciò segnerà per sempre la storia della Repubblica Italiana. Quello che poteva sembrare un gesto omicida isolato, rappresenterà una commistione di intenti che porteranno all’inizio di quel momento storico in cui si attuò la “Strategia della Tensione.” Anni dopo, in fase processuale, si proverà la partecipazione dei servizi segreti e di membri del Governo unitamente a gruppi di estrema destra nel compimento di alcuni attentati.
Tra i primi ad entrare come giornalista ci fu proprio Gian Pietro Testa.

“Un pomeriggio milanese”

Giampietro, come ricorda quel giorno?
“Era un pomeriggio alla milanese. Io avevo la febbre e avevo avvertito la redazione che non sarei uscito di casa. Casualmente abitavo nei pressi di Piazza Fontana. Mi chiamarono dal giornale parlandomi di un incidente nella Banca dell’Agricoltura e corsi a vedere cos’era successo. Arrivato sulla piazza incontrai un mio collega de “Il Giorno”, il quale mi disse che c’era stato uno scoppio, dovuto dalle caldaie. Riuscii ad entrare facendomi largo tra la polizia, ero il primo giornalista a introdurmi nel luogo della strage e capii subito che non potevano essere state le caldaie ed infatti, chiedendo ad un pompiere, costui mi disse ‘ma quali caldaie? È stata una bomba’. Sotto il tavolone in mezzo alla sala circolare c’era il buco, il cratere dov’era scoppiata. Il Prefetto di Milano, Libero Mazza, intervenne immediatamente addossando le responsabilità del gesto agli estremisti di sinistra e agli anarchici. La stampa iniziò a cucire sulla pelle degli anarchici la storia della strage a partire da quelle affermazioni. Insomma bisognava trovare un colpevole e subito, per tranquillizzare l’opinione pubblica, ed i media non ci misero molto a tessere queste tele che coinvolgevano gli anarchici: erano coloro che avevano, per le loro rivendicazioni ideologiche un identikit perfetto per essere i colpevoli che andavano bene a tutti”.

Probabilmente Piazza Fontana rappresenta lo spartiacque per la Repubblica italiana, ma come si arrivò a questo?
“La strage di Piazza Fontana non è arrivata improvvisamente, era nell’aria da tempo. C’erano stati attacchi furibondi all’Italia. Si è arrivati alla strage perché si voleva fare un’azione propedeutica ad un’azione politica. L’avanzata della sinistra, soprattutto con i giovani, aveva portato all’esasperazione le vecchie strutture mentali del paese. C’era questa situazione incredibile. Prima della strage, nel 1962, bisogna ricordare il primo attacco alla democrazia con la bomba che uccise Enrico Mattei, amministratore dell’Eni, vicenda mai del tutto chiarita. Sette anni lunghissimi, fino al ’69, di attesa, ma l’aria era satura. L’Italia era maciullata dagli scontri politici. Tra l’altro, nel 1969, a causa delle manifestazioni di piazza si era creato un aspro conflitto tra i giovani dell’università e le forze di polizia, e di attentati e crisi della democrazia si parlava spesso. Bisogna ricordare anche gli attacchi degli altoatesini che hanno creato molta confusione. La questione dell’Alto Adige, alla fine degli anni ’50, aveva visto un’escalation di violenza che vide protagonisti i gruppi secessionisti germanofoni. Questa situazione portò a numerosi attentati, come la strage di Cima Vallona il 25 Giugno del 1967. Ci fu una serie continuativa di attacchi che si protrassero addirittura fino al 1988.”

Si parlava spesso di stragi sui giornali?
“Si parlava di attentati tutti i giorni. Erano cominciate le stragi e quella di Piazza Fontana fu solo la prima di un periodo lungo cinque anni fino all’Italicus, in questo periodo nel quale fu attuata la cosiddetta “Strategia della Tensione” si viveva in uno stato di incertezza.”

La stampa e le “piste”

Prima di proseguire con le parole di Testa, bisogna ricordare come la stampa, per la gran parte, seguì la pista degli anarchici, i quali cercarono di difendersi dopo i primi arresti. Quest’ultimi fecero una conferenza stampa il 17 dicembre, in cui fornirono la loro versione dei fatti. Dicevano, sostanzialmente, di essere innocenti sia per quanto riguardava l’attentato alla Fiera Campionaria, avvenuto il 25 aprile dello stesso anno, sia per quanto riguardava la strage di Piazza Fontana.

Rispetto alla bomba alla Fiera Campionaria, poi, possiamo trovare ben due elementi di congiunzione con la strage di Piazza Fontana: in primis le indagini sull’attentato del 25 Aprile 1969 furono assegnate al Commissario Calabresi, lo stesso protagonista delle indagini sulla strage di Piazza Fontana, ed anche in questo caso, Calabresi, puntò sulla pista anarchica. Solo successivamente si scoprì che si era trattato di una strage ordinovista. Il secondo elemento di congiunzione è un articolo del “The Guardian”, pubblicato il 6 dicembre sempre del ’69, nel quale si preannunciavano una serie di eventi terroristici successivi alla fiera e denunciava rapporti tra i gruppi fascisti italiani e i Colonelli Greci. Questo articolo fu quasi del tutto ignorato in Italia, tranne che da pochissime testate, tra le quali proprio “Paese Sera” dove lo stesso Testa ha lavorato.
Tutta la stampa, comunque, iniziò a percorrere la pista anarchica. Anzi, quasi tutta tranne Idro Montanelli, il quale a poche ore dalla strage rilasciò un’intervista a Tv7 nella quale diceva che gli anarchici erano innocenti, e proprio Gian Pietro testa, il quale dopo essere stato sul luogo scrisse l’articolo “Un Infame provocazione” aprendo l’ipotesi della pista nera.

Perché scrisse quell’articolo?
“Ricordo la conferenza stampa che fece in Prefettura l’allora Presidente del Senato Amintore Fanfani, il quale ad un certo punto disse: ‘Come lor signori sanno, noi non smetteremo mai di cercare i colpevoli’. Io lo guardai e gli dissi ‘ma non si vergogna di dire una cosa del genere? Sono anni che abbiamo stragi e voi non avete fatto niente e non fate niente’. Lui voltò le spalle e se ne andò silenziosamente. Comunque io ero convinto che fossero stati i fascisti. Alcuni giornalisti seguirono immediatamente la pista anarchica e spesso si ritrovarono ad essere d’accordo con ciò che dicevano la polizia e le autorità. Io ho visto con i miei occhi l’attentato. Non mi tornava niente di quello che si diceva con le accuse agli anarchici e ho scritto un articolo come provocazione, che poi si è rivelata esatta. Il 13 Dicembre, all’indomani della strage, vennero fermati gli anarchici del gruppo ’22 Marzo’ che furono accusati per la strage. Nelle ore successive la Questura di Milano cercò le prove e interrogò i componenti del gruppo: tra questi c’era anche Giuseppe Pinelli, che poche ore dopo l’arresto morirà precipitando dal quarto piano della Questura. Caduta che non ha trovato mai un vero colpevole.”

Quale fu il ruolo della stampa nella costruzione della figura di colpevole addossata a Pietro Valpreda invece?
Pietro Valpreda era un anarchico che apparteneva al gruppo ‘22 Marzo’. Da anni veniva seguito come uomo socialmente pericoloso ed era in stato di massima sorveglianza, quindi si conoscevano tutti i suoi spostamenti e tutti sapevano che il 12 Dicembre era stato convocato in Tribunale a Milano e che l’11 dicembre aveva viaggiato in treno per recarsi in città. Hanno creato un mostro con Valpreda. Fu una creazione giornalistica, mediatica. Ed anche lui non aveva fatto assolutamente niente. Alcuni colpevoli sono stati costruiti sulla carta. Per esempio, mi viene in mente il caso del ‘Corriere della Sera’, il cui direttore Di Bella diceva, anche a distanza di qualche anno: ‘È stato lui, è stato Valpreda. È stato Pinelli’. E così buona parte della stampa italiana. Dovevano trovare un colpevole e così hanno fatto. Tanto è vero che Valpreda fu riconosciuto forzatamente dal tassista Cornelio Rolandi: in mezzo ad alcuni volti rassicuranti c’era anche Valpreda, riconoscibile nel suo stile anarchico. Rolandi disse ‘È lui’, al che gli chiesero ‘Sei sicuro?’. Rolandi disse: ‘Se non è lui, qui non c’è’. Una frase mai riportata dai verbali.”

Con gli appartenenti ad ordine nuovo va ricordato, a questo punto, che la stampa si comportò in maniera diversa rispetto a come descrisse Valpreda e gli anarchici. Attivò la macchina del fango contro i primi. Successivamente, con le svolte processuali, non si trova la stessa reazione nei confronti degli appartenenti ad ordine nuovo. Non si capisce se il motivo è da ricercare nel fattore temporale, e cioè nella non “mediaticità” della notizia, dopo molti anni dai fatti, o perché non si voleva ammettere che alcuni comparti dello Stato avevano partecipato attivamente alla costruzione di questo disegno stragista.

Giuseppe Pinelli

Va ricordato, ora, però, chi fu la “diciottesima” vittima della strage, gettato dalla finestra della Questura di Milano e come fu raccontato dalla stampa. Anarchico, ferroviere, tra i fondatori del Gruppo “Ponte della Ghisolfa”. Marcello Guida, il Questore di Milano all’epoca, organizzò una conferenza stampa il giorno della caduta di Giuseppe Pinelli dal quarto piano della Questura, alla quale parteciparono anche il dott. Antonino Allegra e il Commissario Luigi Calabresi. La prima versione che fu data alla stampa fu quella che raccontava di un Pinelli incapace di convivere con la responsabilità delle morti causate dalla bomba nella banca, una colpa così grande da decidere di suicidarsi. Fu una versione che la stampa accettò costruendo, sull’onda delle responsabilità degli anarchici nella strage, la personalità pericolosa di Pinelli. Solo a seguito delle contro-inchieste del gruppo anarchico di Pinelli e delle Brigate Rosse, fu riconosciuta la sua estraneità nella strage di Piazza Fontana. La sua morte segnò la storia delll’Italia, non solo per le circostanze misteriose, ma anche perché legata indissolubilmente all’omicidio di Luigi Calabresi e del presunto coinvolgimento dei servizi segreti.

Su tutto questo quale fu la sua idea?
“Io fui convinto da subito che Pinelli fosse stato buttato giù dalla finestra. Il racconto di Calabresi non era credibile. Ricordo la conferenza stampa che fece Calabresi. Venne su nell’ufficio del Questore e cominciò a parlare e dire che era stata tutta colpa di Pinelli ed è iniziata questa storia nella storia. Pinelli fu preso perché erano convinti che i colpevoli fossero gli anarchici, ma non c’entravano nulla in realtà. Bisognava, però, difendere la versione della Questura. Calabresi si tradì l’anno successivo, quando in un’intervista disse che Pinelli era innocente e che da lì a poco sarebbe stato mandato a casa perché non c’erano motivi per trattenerlo. Da questo momento si attivò una macchina del fango mediatica nei confronti di Calabresi che fu accusato, grazie all’intromissione dei servizi segreti, di avere rapporti con la Cia. Calabresi e Pinelli sono i figli della tragedia nella tragedia: entrambi innocenti, ma entrambi vittime di un sistema che stava crollando e che viveva una confusione nella costruzione politica. Mi è dispiaciuto ed è stato un errore uccidere Calabresi, un errore tragico. Calabresi sapeva come stavano le cose, ma non le ha dette e questa è la sua colpa. Gli anarchici lo hanno ammazzato, ma è stato sciocco farlo”.

Ordine nuovo

Arriva, così, il 27 febbraio del 1979. A distanza di dieci anni dalla strage, dopo che il processo fu spostato a Catanzaro per incompetenza territoriale di Milano, la corte d’Assise condanna all’ergastolo: Franco Freda, Giovanni Ventura e Guido Giannettini.

Quale fu la sua idea sullo spostamento del processo e sull’inserimento nello stesso degli ordinovisti?
“Farlo a Bologna e Milano sarebbe stato una provocazione che non si è voluta seguire. Erano momenti di assoluta confusione mentale, con le forze dello Stato particolarmente in difficoltà. Questa era la situazione e si optò, quindi, per il trasferimento a Catanzaro del processo. Le Br, unitamente ai gruppi anarchici, non si fermarono un minuto per trovare i veri responsabili e il Governo si cautelò istituendo la Commissione Stragi. Da lì fu scoperta la verità. La Commissione Parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi indagò e ha una durata di quattro legislature dal 1988 al 2001.”

La vicenda di Piazza Fontana, però, è difficile da analizzare dal punto di vista giuridico. Ci sono stati tanti risvolti e molti episodi successivi che appartengono alla strage, un evento che è iniziato nel 1969 e le ricerche non si sono mai fermate. Si può provare a riassumere così:

  • Prima l’arresto degli anarchici e la responsabilità data a Valpreda;
  • Poi la confusione delle dichiarazioni di Rolandi, il tassista, e la tesi che a mettere la bomba fosse stato Antonino Sottosanti, meglio conosciuto come “Nino il Fascista”, il quale era un infiltrato fascista nei gruppi anarchici, cosa molto diffusa in quegli anni. Ipotesi, però, mai riscontrata.
  • Nel 1974, a Catanzaro, ci fu il primo processo agli ordinovisti e furono condannati all’ergastolo dalla Corte d’Assise Giovanni Ventura, Franco Freda e Guido Giannettini.
  • Freda nel 1978 scappa durante il processo e inizia la sua latitanza in Costa Rica. Sarà trovato l’anno successivo. Per la prima volta Pietro Valpreda fu assolto dall’accusa di aver piazzato la bomba.
  • Nel 1987 la svolta: la Cassazione assolve tutti gli imputati per mancanza di prove. Nonostante varie riaperture delle indagini, le piste ipotizzate che portavano a Stefano Delle Chiaie, fondatore di Avanguardia Nazionale, ci fu sempre un’assoluzione per mancanza di prove.
  • Il Processo si riaprì nel 2000 e si concluse nel 2005: questa volta le inchieste del Giudice Guido Salvini si incentrarono sulle dichiarazioni di Carlo Digilio, ex neofascista di ordine nuovo. Digilio sosteneva di aver ricevuto una confidenza in cui Delfo Zorzi, altro ordinovista, gli confidava di aver piazzato materialmente la bomba, ribadendo le responsabilità di Franco Freda e Giovanni Ventura nella costruzione della strage.
  • Nel processo del 2000 furono condannati all’ergastolo Delfo Zorzi, come esecutore della strage; Carlo Maria Maggi come organizzatore e Giancarlo Rognoni come basista.
  • Il 12 marzo 2004 furono cancellati gli ergastoli per mancanza di prove.
  • Franco Freda e Giovanni Ventura, insieme al gruppo fascista ordine nuovo, furono riconosciuti come ispiratori ideologici della strage di Piazza Fontana, ma non più processabili perché erano stati assolti definitivamente dalla Cassazione nel 1987 per lo stesso reato.

Come commenta la vicenda processuale sulla strage di Piazza Fontana?
“Le ricerche effettivamente sono state molto difficili. Ricordo che Giovanni Ventura mi telefonò più volte per un’intervista che non gli ho mai concesso perché in quegli anni era bene non fidarsi, in quanto c’era da credere a tutti e a nessuno e a mio avviso era un personaggio pericoloso, perché aveva le mani sporche di sangue. Alla fine nessun processo ha evidenziato la persona che materialmente posizionò la bomba. Si è evidenziata solo la cellula che aveva organizzato il tutto, ma sicuramente non da sola.”

Ricostruire la strage di Piazza Fontana, come si legge, è difficile. Alla fine a pagare con la propria vita sono state le vittime innocenti ed è proprio per loro, unitamente alla memoria dell’anarchico Pinelli, che deve essere continuato il racconto della strage del 12 dicembre del ’69 e di tutto quello che ne seguì.

Coloro i quali sono stati riconosciuti colpevoli dall’iter giudiziaro hanno avuto altri destini, invece. Tra questi c’è la storia particolare di Franco Freda, il quale, tra l’altro, nel 2012, nonostante non si fosse mai pentito del suo passato dove si era definito “nazimaoista”, fu chiamato dall’allora direttore Maurizio Belpietro a tenere una rubrica sul quotidiano Libero, chiamata, stranamente, “L’Inattuale”.

Cover: Diapositiva della strage piazza fontana (da: resistenzeintenzazionali.it)

Occhi a cui non puoi sfuggire.
Perchè la giornata della memoria continua a interrogarmi

Non so se succede a tutti, ma ogni volta che arriva il 27 gennaio, giornata internazionale della memoria, provo una resistenza interiore forte. Guardare gli orrori accaduti soli 80 anni fa, perpetrati e voluti con una logica agghiacciante e premeditata, fa così male, fa così paura che viene voglia di sfuggire al ricordo, anche se è solo un ricordo che arriva tramite il racconto di altri.

Dunque mi interrogo: se io, che non ho parenti ebrei o comunque finiti nei campi di concentramento, provo una resistenza così forte a guardare quell’orrore inimmaginabile persino nei più terribili incubi, chissà quale resistenza deve aver accompagnato i sopravvissuti? Chissà il combattimento interiore che ha vissuto chi quell’orrore l’ha vissuto e ne è stato testimone. Chissà quanto avrà vacillato: da una parte il desiderio profondo, l’istintivo di rimuovere e cancellare, dall’altra il senso del dovere di urlare che l’indifferenza uccide quasi più della logica aberrante dello sterminio. Molti testimoni del lagher parlano del silenzio che ha sigillato, nel profondo di se stessi, quel pezzo della loro vita. L a stessa Liliana Segre con coraggio ha raccontato di un silenzio durato 40 anni e della rivelazione che fu per lei la lettura di “Se questo è un uomo“ di Primo Levi.

La battaglia, dunque, di chi ha voluto che non si seppellissero queste storie, di chi ha filmato, di chi ha raccontato e continua a battersi perché questi racconti circolino, vengano proiettati alla televisione e nelle scuole, diventino film (quante storie ci sono ancora da raccontare!) è una battaglia del coraggio che coinvolge tutti noi.
Parlare di sterminio attraverso i numeri non restituisce, non può restituire la realtà di quanto è avvenuto. È necessario vedere gli occhi di quei bambini, di quelle madri, di quei giovani e di quelle giovani, di quei padri, occhi, occhi e occhi. Occhi smarriti che quando ti fissano, ti terrorizzano perché ci vedi i tuoi stessi occhi.

Non so se succede a tutti, ma io mi sento quel bambino o quella bambina strappata alla mamma per pura ferocia, mi sento quella madre a cui strappano un figlio appena nato e lo affogano davanti ai suoi occhi, e l’urlo di disperazione mi muore ancora prima di giungere alla bocca, mi entra nelle viscere e me le attorciglia. Mi sento anche quei soldati guardiani, i loro occhi raramente sono inquadrati, eppure non oso guardarli, ho paura di vederci i miei occhi, vigliacchi. Avrei mai avuto il coraggio di ribellarmi agli ordini dei superiori?

Gli occhi che guardano dietro il filo spinato hanno fornito le parole a chi poi ha scritto e raccontato. Anche gli occhi spalancati dei morti ammucchiati come roba vecchia, ci parlano. A quegli occhi interrogativi anche se vitrei, non puoi sfuggire. Quegli occhi devono restare impressi dentro di noi perché orientano il nostro sguardo sulla vita presente, ci aiutano a individuare dove si insinua una narrazione che può portare alla giustificazione di tali orrori, a identificare i luoghi in cui, sotterranea, continua a sopravvivere. Ecco perché la giornata della memoria per me è così importante, perché mi mostra con chiarezza le mie paure, perché mi mette a nudo, ma anche perché mi conferma che non dimenticare è necessario non solo per onorare la sofferenza di tanti, troppi, bambini, donne e uomini, ma per l’oggi che viviamo, perché quell’indifferenza alla sofferenza umana non abbia il sopravvento.

Testimonianza: democrazia del pensiero e della parola

Per una sera il tempo sembra esseri fermato. Presento a Firenze un volume straordinario: gli atti del Convegno ‘Gli intellettuali/ scrittori ebrei e il dovere della testimonianza. In ricordo di Giorgio Bassani’, a cura di Anna Dolfi (Firenze University Press). Con me e la curatrice, David Palterer e Portia Prebys. La sala è strapiena: 90 persone. Ad assistere i nipoti di Bassani David e Dora Liscia, intellettuali ebrei come David Vogelmann della casa editrice Giuntina e una serie di studenti, allievi di un tempo e colleghi. In quasi due ore di colloquio si sviluppa un dialogo straordinario sul dovere-diritto della testimonianza che la recente decisione polacca riporta ad anni bui. A questo proposito scrive ‘La stampa’: “La Camera alta polacca ha approvato con 57 voti favorevoli contro 23 contrari e 2 astenuti la legge controversa sui campi di sterminio della Seconda guerra mondiale. La legge stabilisce pene fino a tre anni di carcere per chiunque si riferisca ai campi nazisti come campi “polacchi” o accusi la Polonia di complicità con i crimini della Germania nazista. Ora il provvedimento dovrà essere firmato dal presidente Andrzej Duda, che ha il potere di bloccarlo e imporre modifiche. “E’ negazione dell’Olocausto””. Una vicenda complessa che apre un non richiesto, per i tempi, contenzioso proprio nel momento nel quale i venti dell’ultradestra soffiano violenti su molte nazioni europee.

In questo modo la presentazione del volume al Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah-Meis che avverrà il prossimo 1 marzo assume una importanza significativa. E’ già stato autorevolmente affermato che i contributi degli Atti rivestono un significato scientifico, sociale ed etico di grandissimo valore ed è per questo che a parlarne al museo dell’ebraismo italiano saranno chiamati studiosi come Daniel Vogelmann, Giulio Busi oltre che la curatrice Anna Dolfi e, per il coté dedicato a Bassani, Portia Prebys e chi scrive queste note coordinati da Simonetta della Seta, direttore del Meis.
Per rendere più efficace il senso della giornata, prima della presentazione al Meis gli invitati saranno accolti in un’apertura straordinaria al Centro Studi bassaniani per una breve visita.
Sono momenti importanti di scelte che non solo confermano un percorso assai complesso ma dimostrano, se ce ne fosse bisogno, come Ferrara sia sensibile a quelle esigenze di una democrazia della parola e del pensiero in cui il tema della cultura ebraica-italiana risulta di estrema sensibilità.

Altre testimonianze rendono ricco questo fine settimana in cui l’incontro-scontro con gli avvenimenti artistici e politici assorbono clamorosamente le pagine dei giornali locali e nazionali. Ma è assai più proficuo osservare l’air du temps attraverso la riscoperta di alcuni film, due in particolare: ‘Cronaca di un amore’ di Michelangelo Antonioni del 1950 e la prima versione parlata del ‘Grande Gatsby’ di Elliott Nugent con Alan Ladd, Betty Field, Macdonald Carey, Ruth Hussey, Barry Sullivan, Howard Da Silva, Shelley Winter del 1949.

Rivisto dopo anni ‘Cronaca di un amore’ di Michelangelo Antonioni risulta un capolavoro ‘ferrarese’. Uno degli elementi di forza è rappresentato da Ferdinando Sarmi, costumista e attore nel film, dove interpreta il marito di Lucia Bosé. La sua audacia nell’inventare i costumi dell’attrice rimane unica; ma a quel mondo di lusso volgare a cui aspira la borghesia alta del dopoguerra, in fondo accarezzata pur nella evidente condanna, dal regista come da Bassani resta indissolubilmente legato il segno del tempo. Per chi come me è giunto al traguardo della trasformazione della cronaca in Storia colpisce ancora la nascita di certi miti del tempo: l’amaro Cora, il bianco Sarti, le sigarette Giubek dal pacchetto, giallo, l’eterno e irraggiungibile, per noi ragazzi, Negroni e i riti della joie de vivre dei ‘ragiunatt’ milanesi divenuti industriali, il bridge, ballare la rumba, trovarsi al bar degli alberghi di lusso. E ancora una volta l’occhio che li filtra è quello della provincia: Ferrara. Scrive Elisabetta Antonioni, nipote del regista: “Antonioni è sempre stato meticoloso nel suo lavoro. Bravo il costumista, ma posso assicurare che nulla è mai stato lasciato alla libera scelta del costumista. Tutto doveva passare al vaglio del regista. Per il film ‘Le amiche’ ci sono alcune foto che testimoniano la presenza di Antonioni nella sartoria delle sorelle Fontana. Ricordo una lunghissima ed accurata scelta per un indumento intimo che si doveva intravedere per pochi secondi, nel film ‘Identificazione di una donna’. Bravissima la Bosè, indimenticabile interprete di questo film”.

Testimonianza di un tempo, questa volta americano il film di Nugent, la prima versione parlata tratta dal capolavoro di Scott Fitgerald. Qui la volgarità del lusso si spiega in tutta la sua potenza americana. Alan Ladd, attore dal bellissimo viso totalmente inespressivo, s’innamora di Daisy e per lei gareggia col marito della ragazza in lusso e pacchianeria. Ancora una volta sono i tempi del sogno hollywoodiano a renderlo memorabile: le giacche ampie e tozze degli uomini, gli orrendi vestiti femminili – altro che i raffinati costumi del film di Antonioni! – gli ambienti dove sono accatastati il peggio di ciò che dovrebbe essere raffinato, il modo di ballare (stupendo il braccio alzato delle coppie…). Il vestire e l’abitare secondo il tempo e la classe sociale.

Non è un caso che, per esempio Melania Trump affidi all’abbigliamento il suo modo di fare politica e i segnali da inviare al marito fedifrago. Così, dopo la sua assenza minacciosa per l’evidente storiaccia del presidente con una porno diva, ecco che appare in uno stupendo vestito bianco, ovviamente francese. E pensare che il costumista Sarmi del film di Antonioni era divenuto il sarto ufficiale della Casa Bianca!
Un altro segnale o meglio testimonianza, l’abito bianco, contro le testimonianze delle women in black che protestano contro la brutalità maschile.

LA RICORRENZA
Testimonianza sulle foibe, orrido frutto della degenerazione ideologica

Alba del 14 maggio 1945. La salvezza contro l’impossibile. Graziano Udovisi e Giovanni Radeticchio (detto Nini) riescono a risalire dalle viscere della terra e ritornare nel mondo dei vivi.
Ecco la testimonianza di Udovisi, sopravvissuto all’infoibamento quando aveva solo 19 anni.

“…Eravamo in sei. Dopo una lunga notte di tortura ci fecero camminare verso la Foiba, una voragine dal fondo ricolmo d’acqua, nei pressi di Fianona. Camminammo tra rovi spinosi e sassi appuntiti, quasi nudi, riuniti in un assurdo gruppo con il filo di ferro che serrava e segava la carne dei polsi e delle braccia, picchiati con il calcio e le canne dei mitragliatori. Poi, sull’orlo della voragine… il crepitio assordante della mitraglia… Vedo la fiamma uscire dalla canna… Con lo slancio dei miei 19 anni mi butto nell’orrido ‘buco’ prima che la fiamma si faccia pallottola. Volo nell’abisso di calcare… Madonna… Madonna mia…
Cado su di un ramo sporgente che sembra rallenti quel precipitare nell’oscurità e voglia trattenermi… ma subito si strappa e rovina con me… Sono come piombo che cade… Giù, giù, giù in un sepolcro senza fine… Un tonfo… tanti altri tonfi. E l’acqua si chiude sopra sei poveri esseri umani. Sprofondo… annego… soffoco… o Dio.
Mi divincolo, scalcio, strappo con forza il filo di ferro legato al braccio, ai polsi. Annaspando nell’acqua, tocco una grossa zolla d’erba… No, tra le mia dita ci sono dei capelli. Li afferro e tiro verso di me un corpo quasi inerte… E’ il povero Giovanni Radeticchio, che io sollecito sottovoce con il nome di Nini. Gli metto un braccio attorno al collo e lo trascino, nuotando, alla ricerca di qualsiasi appiglio…Il rumore dell’acqua genera lassù, un’imprecazione: ” Maledetti, ancora non siete morti!”
La voce rabbiosa ci arriva da un universo dantesco che ormai avvolge tutto: l’inferno è quaggiù ed è ancor più terrificante lassù, in superficie, sopra la nostra agonia.
Urla e bestemmie giungono sottoterra, nella tomba dei vivi, assieme a una bomba a mano, che va ad esplodere nella profondità. Ancora un’altra bomba, questa volta scoppia a pelo d’acqua. Il viso e la testa sono colpite dalle schegge… le ossa spezzate. Adesso, Nini e io, non osiamo fare il minimo movimento, neanche quello che obbliga il respiro… La nostra tomba di calcare e acqua è ormai fatta di orrido silenzio. Restiamo in ascolto. Anche da lassù, dall’inferno sopra di noi, non giunge alcun rumore.
I nostri carnefici se ne sono andati?! Nini intravede una rientranza nella roccia. Ci trasciniamo. Ci arrampichiamo piano con immensa fatica. Nel buio. Nel freddo. In un tempo cancellato, perchè il nostro tempo è ormai diventato quello dei morti. Come solo Iddio sa, vediamo all’improvviso una fessura di cielo e portiamo in superficie una pietà infinita: per noi che abbiamo l’aspetto dei cadaveri e per i criminali titini.
Mi sono salvato e con me ho tratto a vita un ‘fratello’, Radeticchio Giovanni detto Nini. Sul fondo della foiba, dove sono precipitati, vivi assieme a noi, resteranno, scomparsi nell’acqua: Cossi Felice, Mazzucha Natale, Radolovich Carlo, Sabath Giuseppe. Pace, pace a voi, vittime inconsapevoli di un genocidio”.
(Testimonianza di Graziano Udovisi, sopravvissuto degli eccidi compiuti dai partigiani di Tito)

I politologi e gli storici ricordano che i grandi sconvolgimenti che hanno segnato il destino di masse di uomini, donne e bambini, sono stati originati, sempre e ovunque, da un disegno ideologico, di cui la politica è sempre stata informata. Le Leggi razziali di Norimberga del 1935 furono lo sbocco tragico della teoria e del ‘mito del sangue’ sul quale si esercitarono da L.Jahn fino ad Hitler.
“Il Capitale” di Karl Max generò la Rivoluzione d’ottobre e degenerò, ovunque si sia attestata quell’ideologia, in regimi dittatoriali.
Molti studiosi condividono l’opinione che la base ideologica del razzismo comunista jugoslavo e il know-how operativo (cioè le istruzioni per portare a buon fine le pulizie etniche compiute nell’area balcanica e in quelle del versante orientale dell’Adriatico), siano contenute in quel famoso trattato di pianificazione territoriale e umana che porta il titolo di “Piano di espulsione degli albanesi”. Quest’opera teorico-pratica venne elaborata dal bosniaco Vaso Cubrilovic, uno dei congiurati dell’assassinio a Sarajevo dell’erede al trono austriaco Francesco Ferdinando, e presentata nel 1937. Nel secondo dopoguerra Cubrilovic divenne la ramazza che ripulì dell’etnia italiana, con rigore scientifico e in maniera pressochè radicale, tutto il versante orientale dell’Adriatico.
Il Piano dette talmente fama all’autore da fargli meritare più volte la carica di ministro in diversi governi del maresciallo Tito. Il manuale Cubrilovic, venne tradotto, nel secondo dopoguerra, in azioni devastanti, in atti legislativi nelle terre dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia. Esso si stampò come stimmate sulla pelle di migliaia di esseri umani, di cultura italiana, che vivevano pacificamente da sempre.
L’esodo istriano, fiumano e dalmata non avvenne insomma solo per la rivalsa dei vincitori sui vinti o per l’urto di due mondi culturalmente diversi: le tecniche di quell’esodo erano state minuziosamente pianificate, sul pregiudizio razziale già nel 1937. E così si capirà anche che a determinare tale drammatico evento e a renderlo aberrante non fu solo una questione di ‘foibe’: voragini carsiche, profonde anche 200 metri, usate per gettare i ‘nemici del popolo’, dopo un processo sommario o addirittura con un processo fittizio fatto in data posteriore all’infoibamento…
Riflessioni da “Il Libro Bianco di Antonietta Marucci Vascon, ex Presidente del Consiglio della Provincia di Trieste.

LA STORIA
“Ho abbandonato mia figlia”: la bugia che salvò una vita

di Loredana Bondi

mamma-figliaHo provato una bella e intensa emozione ascoltando le parole dirette e chiare di una donna, Vaifra ‘Lilli’ Pesaro nata nel 1938, che ha avuto il “coraggio”, così lei sta stessa lo ha definito, di descrivere solo di recente la sua storia: quella di una bambina ebrea che ha vissuto nel periodo delle persecuzioni naziste durante la seconda guerra mondiale.
Ho potuto assistere mercoledì a questa narrazione, insieme a un folto gruppo di ragazzi e ragazze della scuola media “Bonati” dell’Itc “Perlasca” di Ferrara, che hanno affiancato a questa presenza, letture, musiche originali e canti davvero degni di esemplare esecuzione.
Ciò che mi ha commosso è stato sicuramente il ‘portato’ di profonda umanità di una storia personale che Lilli ha ripercorso, insieme a Sara Magnoli , scrittrice, ma soprattutto l’attenzione, il silenzio e la partecipazione dei ragazzi che traendo da questo testo le varie performance, ne hanno fatto un esempio di scuola attiva e responsabile.
Non si è trattato di un ‘rituale’ perché in questa commemorazione c’era il vero valore della memoria e di ciò che un giovane deve poter portare dentro e ricordare, quando è la storia ad indicare le conseguenze dei comportamenti che gli uomini scelgono di adottare e che mettono in gioco la vita e la dignità umana, come abbiamo potuto vedere con il grande dramma dell’Olocausto.
Sara Magnoli ha scritto e curato con Lilli Pesaro un libro davvero originale, “Il sogno di Lilli”, che raccoglie con parole e disegni, la memoria dei sogni e dei fatti che colpirono tragicamente la sua infanzia e che , attraverso il dolore profondo del ricordo, diventano ‘Memoria di tutti’.
La narrazione ha riempito di senso ed emozione profonda tutti coloro che hanno partecipato e ascoltato.
Credo che nel novero delle commemorazioni del 27 gennaio, Giorno della Memoria , questo incontro sia stato davvero importante per una serie di motivi. Il primo è che la testimonianza si è fatta vita vera, una pagina di storia che i ragazzi difficilmente dimenticheranno.

Si tratta di una storia narrata attraverso gli occhi di una bambina che ha sentito attorno a sé cose terribili, spesso sottaciute, a cui non sa dare una spiegazione: le dicono di non dire il suo cognome a nessuno, che non deve uscire dalla casa, non vede più il padre e la madre tenta di consolarla dicendole che deve lavorare e non può tornare, poi sarà la madre a scomparire e si ritroveranno con la fine della guerra. Questa realtà insinua la paura nella sua mente e nel suo cuore, la paura di tutto ciò che vede e sente e quella stessa paura le impedirà di ricordare, di riportare e di rivivere quella memoria e per tanti anni rimarrà sopita.

vaifra-lilli-pesaroDinnanzi ai ragazzi Lilli ora riesce a parlarne lucidamente: lei che, bambina, rimane nascosta per il periodo della guerra in casa di amici a Genova e non può sapere ciò che sta succedendo fuori, le viene nascosta la verità . Viene divisa dal padre e dalla madre perché catturati dai nazifascisti e verrà a sapere della morte del padre Canzio Pesaro, solo alla fine della guerra, perché finito in campo di concentramento ad Auschwitz, fucilato dai tedeschi in fuga, proprio pochi giorni prima della liberazione da parte dei militari sovietici. La madre ammalata, per salvare la bambina dalla cattura dichiara di averla abbandonata e la ritroverà solo dopo la guerra.

E’ una storia generata da una guerra atroce, forse come tantissime, troppe altre , ma ciò che più ha colpito nella Commemorazione di questa giornata, è stato l’atteggiamento degli alunni, che sicuramente ben preparati dai loro insegnanti , hanno dimostrato di saper ascoltare e partecipare, in una condizione socio-educativa ideale per la strutturazione del pensiero critico, della
costruzione di valori comuni alla base della dignità di un individuo.

Allora vorrei aggiungere qualche riflessione che tocca inequivocabilmente l’alto valore dell’educazione nella formazione di un individuo, fin dalla primissima infanzia e che famiglia, e scuola, istituzioni e direi ogni cittadino hanno il dovere di seguire e favorire.
Perché parlare di questo, perché portare alla memoria quanto di più terribile l’uomo può arrivare a fare contro i propri simili, altri che ritiene diversi? Cos’è in fondo la diversità? Perché l’assunto della diversità può rendere addirittura l’uomo folle e, allo stesso tempo, privo di un pensiero autonomo, per soggiacere al pensiero forte, unico e presuntuosamente superiore, che vede il diverso come qualcosa di minaccioso per l’esistenza del proprio potere?
Mi tornano alla mente molti altri testimoni a cominciare da Primo Levi che chiamava in causa anche se stesso sul piano della responsabilità di ciò che è accaduto in quel periodo, per non essere riuscito a reagire e a fermare l’orrore dell’Olocausto, pur essendone stato vittima.

La filosofa tedesca Hanna Arendt nel suo libro “La banalità del male” con intensa lucidità parla dell’orrore come di “normalità umana” che ha in fondo contraddistinto le ideologie naziste che hanno portato all’Olocausto, dopo aver assistito nel 1961 a Gerusalemme al processo al nazista Adolf Eichmann. Durante quel processo, Eichmann mostrò al mondo la sua vera personalità che, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, non aveva nulla di evidentemente demoniaco; in altre parole il male, secondo la Arendt, non nasce da un’innata malvagità, ma dall’assenza totale di pensiero e di idee e quel criminale nazista si rivelò una persona “banale”, mediocre e non come un demone capace di atrocità come quelle che ordinò ed eseguì contro gli ebrei e i diversi.
Le persone che come lui non riflettono, sono inclini ad eseguire gli ordini imposti dal potere senza nemmeno chiedersi se questi ordini siano giusti o sbagliati; ecco cos’è la banalità del male, nient’altro che la totale assenza di idee. Tale mancanza rende la persona un esecutore meccanico, un burattino. Furono proprio l’assenza di pensiero e l’incapacità di confutazione a rendere Eichmann un criminale.

Dal pensiero della Arendt si ricava che il bene proviene dalla mente, dalla riflessione e dal cuore; il male, al contrario, non si fonda su nulla, nemmeno sull’odio, ma è causato solo dalla totale incapacità critica.
Credo che l’appuntamento con la storia , attraverso la testimonianza diretta, il confronto, la lettura, la parola, pongano le basi del pensiero critico, delle idee di cui i giovani hanno bisogno per distinguere il bene dal male.
A un appuntamento del genere forse era augurabile una più folta partecipazione di genitori, ma la cosa davvero importante è che la scuola possa continuare a rappresentare per i ragazzi un punto fermo per costruire un futuro diverso e i ragazzi di oggi lo hanno dimostrato.

Grazie a tutti gli insegnanti, al dirigente, ai ragazzi e soprattutto a Lilli e Sara.
Quando la testimonianza offre emozione dà senso all’educazione.

 

Guarda il video di Tabloid con l’intervista a Lilli Pesaro

NOTA A MARGINE
La traversata di Moisé nel mare del dolore

La settimana scorsa ho avuto l’occasione di ascoltare la storia di un uomo che, durante la sua infanzia, ha dovuto confrontarsi con una realtá feroce e scioccante. Il suo nome è Cesare Moisè Finzi, oggi ha 85 anni, ma ricorda perfettamente la data del 3 settembre 1938, come se quel giorno fosse stato scolpito nella sua mente in maniera indelebile. Da un po’ di tempo ormai il signor Finzi ha deciso di diffondere la storia della sua vita; vuole che i giovani non dimentichino le persecuzioni razziali che negli anni ’40 hanno causato la morte di milioni di persone, la disintegrazione di interi nuclei familiari, la tortura di un numero indescrivibile d’innocenti. Oggi tiene incontri nelle scuole dove parla agli studenti, costringendosi ogni volta a confrontarsi con la sofferenza vissuta, ripercorrendo un viaggio a ritroso nel dolore, nell’incredulitá, nella vergogna.

Con “Il giorno che cambió la mia vita”, titolo del suo ultimo libro, Cesare Finzi si riferisce proprio a quella fatidica data, prima della quale conduceva una vita tranquilla e serena. Nacque nel 1930, anno in cui a Ferrara, sua cittá natale, vi era circa un ebreo ogni cento abitanti. A quel tempo Cesare si sentiva una bambino come tutti gli altri, andava alla scuola ebraica e al pomeriggio giocava al parco con i suoi amici. Per lui la differenza tra un bambino cattolico e uno ebreo stava solamente nel fatto che il primo andava in chiesa la domenica, il secondo in sinagoga il sabato; il primo recitava le preghiere in latino, il secondo in ebraico, entrambi senza comprendere una parola delle rispettive ‘lingue religiose’. Per il resto non vedeva molte differenze tra gli uni e gli altri, se non le diverse festivitá e l’obbligo d’indossare la divisa scolastica in giornate prestabilite. Finita la terza elementare Cesare chiese ai genitori di poter cambiare scuola; voleva lasciare quella ebraica e frequentare quella pubblica per il semplice motivo che, così, si sarebbe ritrovato in una classe più numerosa, con più amici con cui poter giocare. Ma il 3 settembre 1938, quando aveva solamente otto anni, andó ad acquistare il quotidiano per il padre e sulla prima pagina non poté fare a meno di leggere una frase: “Insegnanti e studenti ebrei esclusi dalle scuole governative e pareggiate”. Rimase colpito da quelle parole, ma il pieno significato lo comprese solamente qualche giorno dopo quando si recó, come d’abitudine, al parco Massari per incontrare gli amici. Ad una ad una le madri allontanarono i propri figli da Cesare e lui si ritrovò completamente solo. “Riuscite ad immaginare come può sentirsi un bimbo nel vedersi portar via tutti gli amici e sapere di essere la causa di quell’abbandono?” ha chiesto Cesare agli studenti dell’Einaudi durante il suo ultimo incontro. Dovette quindi proseguire i suoi studi alla scuola ebraica, ma da quel giorno smise di sentirsi come i suoi coetanei. Quel giorno la sua vita cambiò. Ogni ebreo fu in un certo senso costretto a “condannare” se stesso: era necessario compilare un documento in cui si dichiarava di essere ebrei. Provate ad immaginare il dolore di un genitore costretto a mettere nero su bianco che il proprio figlio appartiene ad una razza considerata inferiore. Quelle persone vennero bollate così che, quando la “caccia all’ebreo” divenne spietata, nessuno potesse sfuggire ai rastrellamenti. Paradossale è che il padre di Cesare fu uno dei primi fascisti italiani e combattè per l’Unità d’Italia. Già nel 1923 però cancellò il suo nome dal Partito perchè intuì che le cose sarebbero cambiate.

Tra le assurdità delle leggi italiane ve ne era una che stabiliva che gli studenti ebrei dovessero frequentare la scuola ebraica, ma sostenere l’esame di stato alla scuola pubblica, insieme agli altri studenti cattolici. Il 10 giugno 1940 l’Italia entrò in guerra e Cesare si recò, assieme al suo caro amico Nello Rietti, a dare l’esame di quinta elementare. Mussolini fece installare altoparlanti in ogni angolo della città, cosicché tutta la popolazione potesse ascoltare il suo discorso. Due frasi rimasero a Cesare molto impresse: “Vincere, e vinceremo” e “A me servono poche centinaia di morti per sedermi al tavolo dei vincitori”. Quest’ultima frase lo fece raggelare e lo pose davanti ad un grande dilemma: “Sono italiano e dovevo sperare che l’Italia vincesse, ma se così fosse stato le leggi razziali sarebbero rimaste. Dovevo quindi sperare che il mio stesso Paese venisse sconfitto?” ha domandato agli studenti, rapiti dal suo racconto.

Nonostante al tempo la scuola dell’obbligo terminasse con la quinta elementare, Cesare proseguì i suoi studi, sempre alla scuola ebraiaca di via Vignatagliata. Giorgio Bassani fu il suo professore di italiano e latino, che lui ricorda come un insegnante straordinario. Dopo i tre anni di scuola media si recò nuovamente alla scuola pubblica per sostenere l’esame finale. Quel giorno però, mentre il preside leggeva i nomi degli studenti in ordine alfabetico per accertarsi che fossero tutti presenti, il nome di Cesare e quello del caro amico Nello Rietti non si udirono. Dopo lunghi minuti di attesa i due nominativi vennero trovati nel retro dell’ultimo foglio, scritti in piccolo nell’angolo. “Nemmeno i nostri nomi potevano stare con quelli degli altri” racconta Cesare con afflizione e tristezza. Vennero così fatti sedere dal preside in fondo all’aula, ma la professoressa pensò fosse una scelta dei due studenti, così da potersi aiutare a svolgere l’esame. Quando domandò loro perchè si fossero isolati da tutti gli altri, Cesare rispose: “Siamo stati messi qui perché siamo ebrei”. Nell’aula scoppiò il caos: i due amici ricevettero fischi ed insulti dai loro stessi compagni. L’insegnante li spostò così in prima fila, affermando “Tanto non attaccherete la malattia”. Parole forti, accusatorie, dolorose, ma che nella sua tenera ingenuità, Cesare non comprese. Domandò allora a quale malattia ci si riferisse e la maestra, stupita, rispose: “Ma come, voi ebrei non avete la coda?” Una donna di cultura, laureata, un’insegnate di scuola media credeva ad uno dei tanti e stupidi pregiudizi del tempo, come quello che sosteneva gli ebrei fossero mezzi-animali. Nonostante tutto Cesare venne promosso a pieni voti e proseguì gli studi fino al conseguimento di una laurea in medicina, mentre per il caro amico Nello fu tutto inutile: morì a Buchenwald nell’aprile del 1945.

La disavventura dell’esame era stata per Finzi solamente l’inizio di una serie di tragedie.
Il 25 luglio del 1943 il Gran Consiglio dei Ministri, quello stesso organo che 5 anni prima aveva deciso che i ragazzini ebrei come Cesare non potevano frequentare la scuola pubblica, mise Mussolini in minoranza. L’8 settembre l’Italia firmò l’armistizio, ma la guerra continuò. Vennero imposte le leggi razziste tedesche, molto più rigide di quelle italiane perchè colpivano chiunque venisse classificato come “diverso”. Sulla testa di ogni ebreo pendeva una taglia, di conseguenza chiunque aveva interesse a denunciare uno di loro perchè in cambio avrebbe ottenuto un premio in denaro. Ciò che spinse la famiglia Finzi a fuggire fu la notizia della cattura dei loro parenti di Bolzano, tra cui la cuginetta Olimpia, di appena tre anni. Solo 30-40 anni dopo seppero che erano stati deportati in Austria in un campo di concentramento, poi ad Auschwitz, da cui non fecero ritorno.
Se Cesare è sopravvissuto è perchè ha avuto la fortuna di incontrare persone che hanno aiutato lui e la sua famiglia. Fuggiti da Ferrara hanno trascorso la prima notte a Ravenna dove, un conoscente dello zio di Cesare, li ospitò nella sua casa e per un anno li protesse (erano in 10, 4 adulti e 6 bambini). Se quell’uomo, il signor Muratori, li avesse denunciati, avrebbe guadagnato una somma di denaro enorme, per quell’epoca. Il giorno seguente proseguirono il viaggio e trovarono rigufio a Gabicce Mare. Quì un uomo, di cui Cesare non conobbe mai nè il volto nè il nome, li aiutò senza volere nulla in cambio. Procurò loro carte d’identità (con nomi falsi e senza il timbro di appartenenza alla razza ebraica) e la tessera annonaria, necessaria prima di tutto per ottenere generi alimentari. Purtroppo però a Gabicce i membri della famiglia Finzi erano conosciuti con i loro veri nomi; furono così costretti a fuggire nuovamente e arrivarono a Mondaino, un piccolo centro vicino a Rimini. Quì vissero mescolandosi con la popolazione locale, imparando a fare il segno della croce, andando in Chiesa e recitando l’Ave Maria. Presto però la popolazione civile fu allontanata da Mondaino e dovette attraversare la linea del fronte. Finirono nella cosidetta terra di nessuno: “le bombe che non cadevano sugli inglesi o sui tedesci, cadevano su di noi” racconta Cesare, con gli occhi lucidi per il dolore del ricordo. Una di quelle bombe colpì il piede del fratello e la situazione divenne drammatica. Dovevano a tutti i costi rischiare di attraversare la linea del confine per cercare aiuto. Cesare, quattordicenne, camminò così per 13 chilometri con il fratelllino di nove anni sulle spalle. Tornarono a Mondaino, liberata dalle truppe anglo-americane, e lì trovarono un ospedale da campo che poteva però curare solamente i feriti e i malati dell’esercito. Ancora una volta, nella tragedia che stavano vivendo, ebbero un colpo di fortuna. Un medico, capitano dell’esercito nemico, rischiò la sua vita e la sua carriera per salvare la vita di un bambino. Operò il fratello di Cesare da sveglio, senza alcun tipo di anestesia. “Ho fatto il medico, di operazioni ne ho viste tante, ma quell’intervento non lo scorderò mai”, così Cesare rammenta quel giorno infernale.

Finalmente la famiglia Finzi era libera, ciascun membro potè riprendere il proprio vero nome. Solamente dopo il 25 aprile 1945 fecero ritorno a Ferrara dove ritrovarono la loro casa e il negozio del padre. Cesare frequentò il liceo scientifico di Rimini, poi il Roiti di Ferrara, dove incontrò compagni meravigliosi che lo accolsero senza alcun pregiudizio. Cesare Moisè Finzi, 85enne dal volto rigato da delicate rughe, una voce dolce e piena di dolore, ha deciso di parlare ai giovani perchè in loro vede la speranza. Finito il racconto della sua vita, uno studente gli ha domandato quale fosse stato per lui il momento più difficile. Senza esitazione Cesare ha raccontato l’orrore del momento in cui durante il passaggio del fronte vedeva le bombe esplodere intorno a lui e ai suoi famigliari. Quel giorno però si aggrappò alla speranza di trovare un rifugio e mettersi in salvo. Ma niente è stato tragico e doloroso come il ritorno a casa, scoprire tutto ciò che era successo e perdere completamente la fiducia nell’Uomo. Se oggi Cesare è ancora vivo è grazie a tutte quelle persone che ha incontrato lungo il suo cammino e che hanno rischiato la vita per difendere chi al tempo era considerato il “nemico”. Ecco perchè serve la speranza; questa lui la ripone nei giovani d’oggi e li invita, con la voce rotta dal pianto, a combattere per la ragione, la giustizia e l’umanità.

LA TESTIMONIANZA
Parigi, scatti di libertà

di Cristina Venitucci*

da PARIGI – Mercoledì 7, il primo dei pazzi giorni parigini della settimana scorsa, ero al lavoro e poco prima di mezzogiorno stavo sbirciando ripetutamente il telefono in attesa di un messaggio. Nel pomeriggio infatti, mi sarei dovuta recare nell’11° arrondissement, non distante dalla redazione di Charlie Hebdo, per incontrare la Fede (Federica Veratelli di cui abbiamo scritto qui), altra ferrarese a Parigi, e non avevamo ancora stabilito l’orario del nostro appuntamento. Quando ho
ricevuto il suo Whatsapp quindi, mi è sembrato tutto normale. Il messaggio però, non riportava un orario, come mi aspettavo. « 10 morti, guarda le notizie », diceva invece.
Così sono stata io a dare la notizia ai colleghi francesi. Sgomento.
Ho finito di lavorare e verso le 16 e mi sono incamminata in strada. Anche se ero nel 9° arrondissement, ho avuto la netta impressione che l’atmosfera fosse completamente cambiata rispetto a sole poche ore prima.
Avevo una lista di commissioni personali da svolgere, ma vi ho rinunciato. Occuparmi di qualsiasi altra cosa mi sembrava stupido e irrispettoso. Così come anche rincasare. C’era troppa tensione nell’aria, e l’11° arrondissement era così vicino, così familiare. «Vengo comunque da te Fede», ho comunicato via Whatsapp.
Sono salita sul bus, dove regnava il silenzio. Dopo poco ho prenotato la fermata e il conducente non se ne era accorto. Ha tirato dritto. «Ha saltato la fermata.», gli ho detto, indicando il segnale rosso acceso.
«Scusi » mi ha risposto, centrando in pieno la mia comprensione.
Anche la metro 9, su cui sono salita per scendere a Voltaire, nell’11° arrondissement, è arrivata che pareva neanche toccare le rotaie. Silenzio, anche qui. Risalendo le scale dell’uscita eravamo veramente tutti zitti. Tutti attenti. Gentili. Silenti ma presenti. Ce lo riconoscevamo con lo sguardo.

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Ressemblement à République del 7 gennaio, ore 18.30
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Ressemblement à République del 7 gennaio, ore 18.45

L’idea di partecipare alla manifestazione spontanea era nata già qualche ora dopo l’accaduto. E’ stato in un tempo molto breve che le bacheche Facebook di numerose persone tra i miei contatti avevano cominciato a riportare l’adesione a questo evento, fissato per le ore 19 della stessa sera. Ressemblement de solidarité à Charlie Hebdo si chiama, ovvero Adunata di solidarietà per Charlie Hebdo. Nonostante il largo anticipo del mio arrivo sull’orario indicato, la piazza era già gremita, e molte persone continuavano ad arrivare da tutte le direzioni. E’ stata una marcia spontanea, e anche i cori erano, almeno in un primo momento, sparuti e poco organizzati. Qualcuno gridava “liberté d’expression”, altri “Charlie Charlie”. Ma più imponente di tutte le voci, era un forte e rispettoso silenzio.

Siete tutti CharlieIl pellegrinaggio verso la Place de la République non ha avuto sosta in questi giorni, così come l’espressione di solidarietà nei confronti della redazione e in ricordo di tutte le vittime degli attacchi. Candele, fiori, slogan, messaggi, disegni, vignette, simboli, matite, lettere luminose che sorrette una ad una compongono la scritta ‘not afraid’ o ‘solidarité’. Persino sms che invitavano a diffondere tra i propri contatti la lista dei nomi delle vittime e a manifestare con una candela accesa da posare ognuno sulla finestra di casa propria.

Charlie velo. Velo libreIl giorno dell’asserragliamento nella stamperia di Dammartin-en-Goele e della sparatoria nell’alimentari cacher di Porte de Vincennes, è stato scandito dai mille messaggi arrivatimi da amici e parenti in cerca di informazioni e di accertamenti: «Ma cosa succede realmente a Parigi?», mi chiedono, «Tu non uscire, resta in casa!». La maggior parte della città in realtà andava avanti come di consueto, anche se non era facile
capire cosa pensare, o se e come muoversi. Mentre chi vive qui cercava di mantenere la calma, più allarmanti erano invece le ricorrenti e accorate raccomandazioni di chi era lontano.

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Sedili della metropolitana con la scritta ‘Rip Charlie’

Una volta tutto finito, con gli amici abbiamo discusso se fosse il caso o meno di annullare la cena che avevamo in programma, concludendo che fosse simbolicamente importante non desistere. Così ci siamo ripresi la nostra normalità, siamo usciti, siamo andati al supermercato, abbiamo preso la metropolitana.
Spostandomi mi sono accorta che il sostegno e la solidarietà della cittadinanza non si limitavano ai luoghi dell’attentato o alla Place de la République, ma che erano diffusi lungo molti luoghi della città, e in varie forme. Il nome di Charlie si era fatto strada e moltiplicato sulle insegne dei negozi, nelle vetrine, nei mezzi pubblici, alle finestre, nelle targhe con i nomi delle vie.

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Avenue de la République, corte dell’11 gennaio, inizio corteo
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Avenue de la République, le matite guidano il popolo

La partecipazione alla manifestazione indetta per domenica pomeriggio, la Marche Républicaine, è stata notevole, senza precedenti. Il corteo ufficiale è partito da Place de la République per muoversi lentamente lungo due percorsi di circa 4 km, in direzione Sud/Sud-Est, ma anche tutti i boulevard che giungono alla piazza dalle altre direzioni e le vie adiacenti erano affollati, quasi da non distinguere che non si trattasse ancora del corteo. La marcia si è svolta senza nessuna traccia di agitazione. C’era molto silenzio, molti cartelli, bandiere, grandissime matite, vignette, e tanto tanto senso dell’umorismo.

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Matite

Certo non mancano le posizioni critiche nei confronti di questa manifestazione, soprattutto in merito alla strumentalizzazione politica e all’adesione ufficiale di alcuni capi di stato che di fatto sono portatori di valori ben lontani da quelli repubblicani, ma la partecipazione immensa di circa un milione e mezzo di persone, ha
dimostrato come fosse in ogni caso un evento necessario, fondamentale per ristabilire una non ancora sufficiente quotidianità emotiva tra la gente.
I fatti dei giorni precedenti avevano seriamente aggravato lo stato di tensione generale, e ancora oggi la città, in alcuni quartieri più che in altri, vede il dispiego massiccio di polizia ed esercito, con lo stato di allerta attentati del piano Vigipirate tuttora in vigore.
La marcia si è poi conclusa in Place de la Nation, dove intorno alle ore 18 sono state liberate venti lanterne volanti, una per ogni vittima dei tragici fatti che per quattro giorni hanno fermato e messo in subbuglio Parigi
e la Francia.

* Cristina Venitucci è nata a Ferrara e da due anni vive a Parigi, dove lavora nel settore della ristorazione e dell’organizzazione eventi.
Le foto sono quelle che lei stessa ha scattato nei giorni scorsi.

LA TESTIMONIANZA/2
Non voglio essere violento come mio padre

di Elena Buccoliero

LA TESTIMONIANZA DI ANDREA – SECONDA PARTE

SEGUE – Io figlio, io padre
Secondo me mio padre si è trovato tra capo e collo dei figli senza pensare bene cosa volesse dire. Per come l’ho conosciuto e per come ha trattato noi, non aveva in testa un progetto di famiglia. Aveva forse un progetto di coppia, all’inizio, nella sua ottica. Veniva da una famiglia a dir poco disastrosa, perciò… io posso, non giustificare ma capire. La cosa che non gli perdonerò mai è il fatto che non si è mai messo in discussione.
T’imbarbaglia. Se si convince di una cosa devi pensarla come lui per forza, se no te lo dimostra e se non ci riesce volano i bicchieri, i piatti. Ha un livello di perversione che rasenta la schizofrenia. È anche una persona in gamba e io sono convinto che ci seppellirà tutti, ma secondo me è proprio malato: un aspetto della malattia mentale molto difficile da scoprire specie per un bimbo, anzi per quattro bimbi, che ci sono nati, perché quello che fa tuo padre quando sei piccolo è quello che si fa, quello che va fatto. Non hai la capacità di dire: “non va bene”. Sono cresciuto in un ambiente che, per molto tempo non sapevo che cosa volevo e chi ero.
La mia paura è proprio quella di diventare… non dico come lui, perché qualche passo l’ho fatto, ma a livello viscerale so di essere molto lontano da tutto quello che leggo su Azione nonviolenta. Non mi piace la violenza, okay, ma mi scopro atteggiamenti verbali, con i miei figli e a volte con mia moglie, per cui capisco che ho un bel po’ di strada da fare.
In casa, a volte, do delle risposte violente, cioè non basate sul rispetto e ancora meno sull’ascolto, che a me è mancato tantissimo e che sto cercando di sviluppare il più possibile, però è faticoso. Ha a che fare con la tua pancia, la tua stanchezza, il fatto che devi rielaborare sul momento quello che sta succedendo perché i bimbi sono istintivi, devi essere pronto a capire la situazione.
Sono riuscito fino ad ora a non picchiarli mai e incrocio le dita di riuscirci sempre perché so cosa vogliono dire le botte di un padre, sono la cosa peggiore. Meglio forse la carica della polizia durante una manifestazione, meglio i lacrimogeni o il carcere. Le botte di un padre ti fanno male due volte, per il dolore fisico e perché quella sberla è dettata dall’ira. Almeno, nel mio caso non era la punizione che tanti genitori ritengono valida per educare i figli quando sbagliano. Era uno scoppio d’ira perché “hai osato contraddirmi, hai osato fare il furbo con me”. E la cosa più stronza è che quella cosa lì ti si mette nella pancia e non va mai via, è una collera inconsapevole. Nutri un senso di vendetta, nel tempo, che ti viene fuori quando hai dei figli. Prima puoi avere atteggiamenti scostanti, a volte arroganti, ma i figli sono lo specchio migliore: li guardi e sei davanti a te stesso.
Quello che mi fa paura, e vado da una psicologa per questo, è che non voglio ripetere gli errori di mio padre. Non voglio neanche mettermi la carta igienica in bocca piuttosto che urlare o picchiare, vorrei arrivare a dominare la rabbia. Non so se ci riuscirò ma so che un ceffone adesso vuol dire un disastro per i prossimi trent’anni, per i bimbi e per me, perché quello che fai ti torna indietro. Con mio padre ho trovato la strategia: ho chiuso del tutto, soprattutto per preservarmi.
Mi chiama al lavoro – non si è mai preoccupato di sapere che lavoro faccio e che orari ho, posso dirti che il capo per niente ti fa un cazziatone – quel giorno mi cerca sul cellulare sette volte ma in quel momento non posso parlare. Un’altra persona, se vede che non rispondi la prima volta aspetta che tu la richiami ma lui no, lui non accetta il rifiuto. Alla settima volta lascia un messaggio in segreteria e io chissà perché vado in bagno ad ascoltarlo.
Al di là delle parole, che non ricordo ma sono sempre le stesse, se avevo una pistola mi sparavo. Questa è l’unica cosa che sono riuscito a pensare per un quarto d’ora: la faccio finita. Quando sono tornato in me, nel me che conosco meglio, mi sono detto: “ma quanto potere ha ancora questo figlio di puttana su di me!?”. Perché vedi non ho pensato: gli sparo. Ho pensato: mi sparo. Da quel giorno non rispondo più, se lascia un messaggio in segreteria lo cancello senza ascoltarlo. O quasi. L’altro giorno ho fatto lo sbaglio di sentire le prime parole: “Bravo, sei proprio bravo… Tuo padre è anziano, non ti vergogni, non mi rispondi neanche…”.
Ho poca speranza che lui cambi, ma ammesso che succeda non penso che la sofferenza che ho dentro se ne possa andare. Lui è un vecchio, fisicamente non fa più paura anche se è ancora forte, però un messaggio in segreteria mi mette in queste condizioni.

VOLEVA ESSERE L’ARTEFICE DEL MONDO
Qualcosa di sano da qualche parte c’era. Forse nell’alchimia tra noi fratelli. La maggiore ha subito più di tutti: ingiurie, violenze psicologiche. Quando si laureò, a gran fatica studiando e lavorando, e con un buon punteggio, all’inizio viveva in una casa senza finestre perché era l’unico affitto che riusciva a permettersi quando è scappata di casa. Nonostante tutto ce l’ha fatta e noi fratelli le abbiamo preparato una festicciola di nascosto, dato che mio padre aveva ostacolato i suoi studi in tutti i modi. Non penso per gelosia. Semplicemente non tollerava che qualcosa succedesse intorno a sé fuori dal suo controllo.
Un giorno – ero alle medie, avevo 12-13 anni – dimenticai di dirgli che andavo con la scuola a fare una visita guidata in una zona che lui conosce benissimo. Quando tornai e glielo dissi furono botte, ma botte, tanto che mia a madre lo pregò di smettere. Non ha mai tollerato che qualcosa esistesse senza che lui ne fosse l’artefice.
Per tanto tempo non sono riuscito a spiegarmi l’origine di tutta questa cattiveria. La cosa che mi ha ferito di più è stata la perversione che gli psicologi chiamano malattia. È veramente perversa la sua tortura psicologica, gode a sottometterti.

Anche tu ti arrabbi quando non sei l’artefice del mondo?
No. Mia figlia ha una grande capacità di provocare. Sai l’atteggiamento tipico dell’adolescente? Quando ti svegli alle sei e venti ogni mattina, corri tutto il giorno come un cretino e vedi che alle undici e mezzo di sera non sono ancora a letto, t’incazzi. Quando chiami la più grande a tavola per cinquanta volte e c’è la pasta che a lei piace, e alla fine si siede e dice “che schifo” e non la mangia, t’incazzi. Però il modo in cui mi arrabbio ha la matrice di quello che ho vissuto. Lancio gli oggetti con la stessa rabbia di mio padre.
Lui arrivava, magari dovevi riferirgli una telefonata e te lo ricordavi un’ora dopo. Tirava il bicchiere dove capitava e se ti scansavi in tempo bene, sennò fa lo stesso. Poi continuava: c’erano altri sette bicchieri in tavola. Questa è l’ira che non mi riconosco.
La psicologa mi spiega che io non sono mio padre. Per fortuna o sfortuna ho mio padre dentro, per cui sono anche mio padre ma non soltanto questo e, comunque, devo stare attento. Per adesso cerco di arginare l’ira per non fare danni. Vedo però che l’atteggiamento dei miei figli almeno apparentemente non è di paura anche quando ho un attacco di collera, io invece avevo proprio il terrore.
Era una battaglia continua. Abitavamo in una villetta con due porte, sul davanti e sul dietro. Quella sul retro portava in garage ed era chiusa dall’interno con un catenaccio. Mio padre arrivava, suonava il campanello sul davanti, e noi dovevamo aprire dietro per farlo entrare con la macchina. Dopo un po’ non suonava più il campanello, dava un colpo di clacson e dovevi scappare dietro ad aprire nel tempo che lui arrivava. Dopo ancora non c’era nessun clacson, lui passava, noi dovevamo riconoscere il motore della sua auto e aprire. Se non trovava aperto erano botte. Ci eravamo organizzati che, quando lo sentivamo, noi ragazzi uscivamo dal davanti e andavamo al campetto, così potevamo dire che non eravamo in casa. Così, tutti i giorni a combatterci.
Magari un figlio sta guardando la tv e non si accorge del motore…
Già, ma i bimbi sono al servizio dei genitori. E devono obbedire in qualsiasi circostanza. Lui sapeva che lo sentivamo arrivare, noi sapevamo che lui lo sapeva: quando ti dico che era perverso.

LA PSCICOTERAPIA, LA MEDITAZIONE, IL DESIDERIO DI CAPIRE
Dopo sette anni di analisi ho avuto due figli. Prima facevo le condoglianze a chi era incinta.

Avevi paura di avere bambini?
Non paura, cinismo. Come ti permetti di mettere al mondo un figlio con tutta la sofferenza che c’è al mondo? Era un periodo in cui leggevo Huxley, Blake e cose del genere… E comunque un figlio assolutamente no, troppe tribolazioni ho visto nella mia famiglia. Mia moglie era convinta di volere dei bambini, poi mi sono convinto anch’io e sono ben contento di averli fatti ma c’è stato un lavoro analitico, dietro, anche tosto.
All’inizio della terapia mi ero appena laureato e facevo fatica coi soldi, volevo dimezzare le sedute ma la psicologa mi disse: è troppo poco. Così ho raddoppiato, sono andato in analisi due volte alla settimana e poi tutte le domeniche a camminare, ore e ore sui colli a buttare fuori la rabbia. Se ci ripenso non so come ho fatto, ci vuole una notevole energia emotiva per andare in analisi specie se stai molto male.
Tante volte sono uscito di lì pensando: passo dritto al rosso. Sceglievo il crocevia più pericoloso… All’ultimo frenavo e dicevo: ne parlo con la psicologa la prossima volta. Non so davvero cosa mi ha trattenuto. Una piccolissima parte di me ha tenuto a freno questa tendenza di dargliela su. Toccare la propria merda è faticoso anche perché non puoi dare la colpa a nessuno, capisci che è la tua.
Secondo il buddismo io ho scelto di nascere in questa famiglia. Ho sempre detto che quel giorno dovevo essere ubriaco. Non ho capito, non so, perché sono nato in una famiglia così perversa e violenta.

Sei buddista?
Non so nemmeno che cosa voglia dire. I cristiani li riconosci perché vanno in chiesa, i musulmani in moschea. E i buddisti?
Sono appartenuto per un po’ di anni ad una organizzazione che si considera buddista ma che non ritengo tale, però un po’ ho approfondito, questo sì. Ho conseguito una pratica buddista. Comunque in tante culture e filosofie c’è questa convinzione, che tu sei nato per uno scopo, e lo ritengo abbastanza vero.
Ma non riuscirò mai a sedermi a un tavolino, come con te, con mio padre, a dirgli quello che penso.

Che cosa vorresti dirgli?
Anche solo ricordargli dei momenti. Belli… Belli per lui. Non per mia madre che doveva preparare tutto. In qualunque gita lui pretendeva di mangiare le tagliatelle al ragù tenute in caldo da mia madre.

Come sei riuscito a scrivergli una lettera di ringraziamento?
Non lo so. Cambia tutto quando aspetti un bimbo. Ma non rinnego quella lettera, è vero che non ci è mai mancato niente fisicamente e capisco la difficoltà di mantenere quattro figli. Non mi posso lamentare da quel punto di vista, è vero.
Le lettere ai miei le ho volute scrivere identiche: “Carissimi genitori”. Volevo sapessero che stavo scrivendo a entrambi anche se erano già separati e sono contento di averlo fatto, lo farei ancora. Se il cibo e i vestiti sono quello che ti consente di sopravvivere, tanto di cappello, grazie. È chiaro che tutto il resto è mancato.
Ci ho messo un bel po’ a rendermi conto che non ho avuto un padre. Pensavo di averne avuto uno stronzo e cattivo, in realtà no. Non è un padre quello che tradisce la moglie, la picchia…
No, non ho avuto un padre. Lui è il contrario di quello che nella mia testa è il concetto di padre e anche di marito. Si vantava di essere il pater familia, usava anche il latino, ma giustamente, era proprio il padrone. Coerente.
È ancora stronzo adesso. Non cambierà mai. Devo togliermi l’illusione di parlare con lui e concentrarmi sul parlare con la parte di mio padre che è dentro di me.

LEGGI LA PRIMA PARTE

Elena Buccoliero è Sociologa e counsellor, da molti anni collabora con Azione Nonviolenta, rivista del Movimento Nonviolento. Per il Comune di Ferrara lavora presso l’Ufficio Diritti dei Minori. È giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna e direttore della Fondazione emiliano romagnola per le vittime dei reati.

Questa testimonianza è stata pubblicata la prima volta su Azione Nonviolenta, il periodico del Movimento Nonviolento che ha dedicato un numero tematico alla violenza di genere. La ripubblichiamo qui per gentile concessione dell’autrice, in occasione della “Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”.

Per saperne di più sulla nonviolenza in Italia e nel mondo [vedi]

Altri articoli pubblicati da ferraraitalia sulla ricorrenza della “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”: alcuni dati [vedi] e la celebrazione del 22 novembre a Ferrara [vedi]

LA TESTIMONIANZA/1
Non voglio essere violento come mio padre

di Elena Buccoliero

Certe conversazioni sono immersioni. Non è così un momento prima né un attimo dopo. Passeggi con quella persona, scambi qualcosa di tuo con cenni divertenti o profondi apparentemente qualsiasi: il testo di una canzone, un ricordo di scuola. È un percorso di avvicinamento, entrambi sappiamo che ci stiamo cercando come cerchi una stazione radio quando sei in viaggio. Poi ti fermi e stabilizzi il contatto e così con Andrea. Entri in quel territorio aspro dove insieme si è deciso di andare, che anzi ci si è incontrati apposta. Se ne uscirà poi, un poco straniti. Vicini e distanti, per quanto è stato forte tutto ciò che hai mostrato, tutto ciò che hai guardato in quel tempo insieme.
Così è stato incontrare Andrea, la sua ricerca interiore e la generosità con cui ha accettato di condividerla.

LA TESTIMONIANZA DI ANDREA – PRIMA PARTE

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Foto del concorso europeo indetto dalle Nazioni Unite per la lotta alla violenza sulle donne

Si dice nell’ambiente psicanalitico, e non ci volevo credere, che chi subisce violenza agisce violenza. Lo capisci nel tempo: chi ha preso le botte le ridarà. Nella vita familiare mi vengono degli attacchi d’ira improvvisi, furenti, che non mi riconosco.
Prima di avere una famiglia mia non ce li avevo. Da piccolo sì, ricordo un episodio in cui mio padre ha sforato e io ho spaccato un orologio, un’altra volta una porta – e guarda caso mio padre non mi disse niente. Ero impaurito da matti della sua reazione, ero un bambino, invece è stato zitto e ha cambiato la porta. Lì per lì non capivo ma adesso mi rendo conto che solo così ti ascolta. Sul piano della violenza, del sopruso, lui ti rispetta – perché ti riconosce. Se no ha la tendenza a sopprimerti con la sua violenza. Fisica, verbale di tutti i tipi. Anche al telefono, se lo mandi affanculo dopo ti richiama più tranquillo, se gli parli cercando di affrontare il discorso in termini pacati lo confondi. Non ha mai sviluppato la capacità di autoascolto, autoriflessione, è sempre scappato da se stesso e non è a suo agio con un “parliamone”.

IN FAMIGLIA
Sono il più giovane di quattro fratelli. È stata un po’ la mia fortuna. Tra me e la maggiore corrono nove anni di differenza e lei ci ha spianato la strada in molte cose. Le mie sorelle, che sono le due più grandi, hanno vissuto quelle briciole di ‘68 che in Italia è stato il ’77 perché erano già adulte, io avevo 13 anni e ho vissuto di riflesso una certa contestazione verso il sistema, il padre, il modello che i genitori stavano trasmettendo – e nel mio caso un non modello, basato sulla violenza. Mi hanno aiutato molto, da solo non sarei dove sono adesso.
Era un attimo. Anni che girava la droga e noi non siamo, nonostante tutto, dei disgraziati. Ognuno di noi ha le proprie paturnie, che cura o nasconde a suo modo, ma non siamo dei disgraziati e questo vuol dire che qualcosa di sano da qualche parte c’era. Forse proprio il rapporto tra di noi.
Una delle mie sorelle già a 16-17 anni contestava un po’ l’atteggiamento di mia madre. Studiando il comportamento animale si dice che a volte è la gazzella che “provoca” il leone, la vittima che cerca il carnefice. Con questo non ti sto dicendo che era colpa di mia madre, probabilmente era nel suo inconscio comportarsi da vittima ma in molti casi lei ha proprio provocato. Con il linguaggio, con un certo dargliela su ha avvalorato, per paura o per inconscio o per retaggi culturali, una famiglia come la mia. Poteva andarsene o reagire in vari modi molto tempo prima. L’ha fatto subito dopo che mi sono laureato io. Finché l’ultimo figlio era ancora da sistemare, nella sua logica di 17enne sposata incinta, è rimasta con suo marito.

Si erano sposati per amore?
C’è un’altra domanda? Io l’unica volta che li ho visti abbracciarsi e baciarsi ho provato ribrezzo, ce l’ho ancora fisso in testa.

Perché?
Non tolleravo che mio padre avesse quella faccia lì. Perché mio padre – a parte essere dall’esterno una persona splendida, la più simpatica del mondo – è davvero una persona violenta.

Era conosciuto così, come persona disponibile?
Gli altri non capivano assolutamente niente di quello che succedeva in famiglia. Lo vedevano sempre presente, il braccio destro del prete, iscritto – lui dice “convinto” – all’allora Dc, come ora è iscritto al Pd perché fondamentalmente sta dalla parte di chi governa. “È convinto di avere delle idee”, canta De Gregori.

Che lavoro faceva?
Lavorava in un ente regionale. In realtà si presentava in ufficio, staccava il telefono e andava in giro a fare altre cose, principalmente impianti elettrici e idraulici. Diceva sempre che guadagnava poco e in casa non dava niente, non ho mai capito come abbia fatto mia madre a mettere a tavola quattro bimbi – anzi cinque, lui compreso – tutti i giorni mattina e sera.

Era tirchio?
Non vedevamo quasi mai un soldo. Da grande mi hanno detto che con quegli impianti era molto bravo, e anche molto caro: non l’avevamo mai saputo. Ricordo che dopo la scuola a volte rimanevo in strada con i miei fratelli – facevo le elementari -, stavamo fuori delle ore saltando il pranzo perché mia madre diceva: “restate fuori che oggi dobbiamo discutere”, cose come “dammi un po’ di soldi che non so più come fare la spesa”, e noi terrorizzati su cosa avremmo trovato rientrando in casa.

UNA LETTERA DI RINGRAZIAMENTO
Quando rimasi incinto della mia prima figlia ho scritto una lettera, identica per mio padre e per mia madre, anche se erano già divorziati e io ero scazzato con lui, ringraziandoli perché non mi hanno mai fatto mancare niente dal punto di vista materiale. E non è mica scontato! Non ricordo un giorno che non ho avuto un posto che potessi chiamare mio, e il necessario per mangiare, vestirmi, e le tante cure mediche di cui ho avuto bisogno.
La casa era dei miei nonni materni. L’avevano proprio costruita loro. Alcuni dicono sia stato uno dei motivi, o l’unico, per cui mio padre ha sposato mia madre. Nel dopoguerra essere dei diciassettenni pimpanti voleva dire sposarsi, il principale obiettivo di quella generazione era mettere su famiglia, la mamma in casa coi bambini e il papà a lavorare, quando ancora bastava un reddito, adesso a volte non ne bastano due.
Io non sono sicuro di esser stato desiderato e tanto meno cercato. Era una cultura in cui un figlio, se capita, si accetta, e mia madre l’ha fatto. Non posso rimproverarle niente. Anche mio padre nel suo modo, ma fosse stato solo per mio padre la famiglia non andava avanti.
In compenso ha cercato di fare la persona acculturata. Partecipava a un gruppo di studio cristiano un po’ in contrasto con la chiesa ufficiale. Ma mio padre non ha niente di cattolico, se parliamo di compassione, di pietas.

Avete mai provato a parlarne fuori di casa?
Lo dicevamo ma non ci credevano. Io più volte da piccolo, con miei coetanei, ho detto “se potessi gli spaccherei la faccia”. Magari ci aveva rullato di botte, mia madre era al pronto soccorso, ma la risposta non cambiava mai: “è sempre tuo padre”. Però lui, non posso dire che sia stato un padre. Tutt’al più un genitore. Se il padre è chi sostiene la famiglia, la incoraggia, dà il buon esempio, educa (con l’accezione – secondo me discutibile – di dire ai figli cosa è giusto e cosa è sbagliato), non posso dire di avere avuto un padre. Prendeva a ceffoni mio fratello perché fumava, ma ha fumato anche lui e appena finite le botte gli metteva le sigarette in tasca. Era una contraddizione continua.
Penso che uno dei mali più grandi, oltre a picchiare un bimbo, siano le botte che un bimbo vede. Mi ha fatto male vedere mia madre presa a botte, e poi in un paese connivente. Quante volte abbiamo cercato di scappare di casa e i vicini non aprivano la porta! Tutti sapevano, sentivano. Nessuno ci ha mai aiutato. Io ho pensato tante volte di affrontarlo ma non l’ho fatto perché il suo tipo di violenza lo avevo talmente impresso che bastava alzasse la voce perché cominciassi a tremare.
Una volta in un litigio furente mia sorella ha chiamato i carabinieri, lo portarono in caserma e penso gli diedero un sedativo, per come tornò. Noi in fretta e furia abbiamo preparato due valigie, mia nonna materna compresa che era già anziana, e siamo scappati. Sulla scala di casa lo abbiamo incrociato. Noi terrorizzati, “ora ci riempie di botte”, sai cosa doveva essere per lui l’affronto, la denuncia, il disonore, invece è stato come se non ci avesse visti. Siamo scappati dalla mia sorella maggiore, ci potevamo sistemare tutti, invece mia madre decise di tornare da lui. Io mi sono trovato un appartamento un po’ fuori città e andavo da lei tutte le domeniche, sapendola a casa da sola con mio padre non eravamo tranquilli.
Sai quante volte l’ho accompagnata al pronto soccorso e lei ha dichiarato che era caduta? Lui la picchiava poi andava via. La accompagnavamo noi, diceva che era caduta. Il medico cercava di parlarci, “Se lei dichiara che l’ha picchiata noi facciamo la denuncia”.

Chissà quante volte avrai avuto voglia di dirlo tu, al medico, come stavano le cose.
Sì, ma devi pensare che ero un ragazzino. Abbiamo provato anche a farlo fuori, in maniera fanciullesca, senza riuscirci. Cose tipo svitargli le ruote della macchina… Non si è mai fatto male.
La tentazione di farla finita in maniera cruenta c’è stata. Una volta mia sorella gli è saltata addosso e io ho avuto proprio paura: questi si ammazzano. Non ho mai visto in mia sorella quella violenza lì. Gli è saltata agli occhi e lì lui ha smesso di picchiarci. Il nostro atteggiamento solito invece lo debilitava. Lo mandava in un mondo che non sapeva gestire, e reagiva con la collera. Quando qualcuno lo affrontava – anche con mio fratello qualche volta si sono picchiati forte – allora si fermava.

UNA SEPARAZIONE TARDIVA

Poi tua madre ha deciso la separazione.
Le poche volte che ho parlato a mio padre dopo la fuga di mia madre, non si dava pace che una donna potesse vivere da sola. Mio padre ha sempre avuto un certo concetto delle donne: sono tutte troie e devono servire l’uomo. Parlando a quattrocchi davanti a un bicchiere di vino te lo dice esplicitamente, ma traspira da ogni poro. Se sua moglie è scappata di casa dev’esserci un altro, non può dire a se stesso “è scappata da me”.

Quanti anni aveva tua madre quando è andata via?
Sessanta esatti. Ha aspettato la mia laurea, però lei già prima, piano piano aveva portato una camicetta dalla cugina, un maglioncino dalla zia… ha preparato tutto e un bel giorno non è più tornata. Ha cambiato città. È stata per un periodo in albergo, diversi alberghi per paura che lui la trovasse. Da noi figli lei non poteva venire perché lui l’avrebbe ripresa subito.

Anche prima della tua laurea eravate già tutti e quattro indipendenti.
Sì, ma restava in mia madre la dipendenza psicologica da un voto forse inconscio e poi divenuto consapevole, come se solo allora potesse dire: “il mio compito l’ho fatto, posso pensare a me stessa”. In maniera maldestra, perché poco dopo le è partita la testa. E per quanto si dica che il cosiddetto Alzheimer viene a chiunque, se per 43 anni non puoi chiederti cosa stai pensando e prendi le botte, la mente non è cosi contenta. Mia sorella dice che non è vero, per me un nesso con la malattia c’è ma se anche non ci fosse, mia madre meritava di vivere una vita pensando a se stessa per qualche anno. All’inizio aveva provato: qualche sera a teatro, le amiche, si era iscritta al circolo degli anziani… poi le è partita la testa e ormai non sempre mi riconosce. Fisicamente è in forma ma la testa non c’è’ più da tempo.
Meritava almeno altri trent’anni per recuperare la sua vita. Qualunque fosse, perché per me non lo sapeva neppure. Quando per quarant’anni non ricevi mai ascolto, sei sempre in conflitto e non in quello sano, costruttivo, ma nella violenza, non cresci la tua vita, cresci la vita di un altro. Nel suo caso quella dei figli. Lei ha dato la vita per i figli, veramente. Mi sono messo vagamente poche volte nei panni di mia madre e mi sono trovato anch’io a chiedermi chi cazzo sono e cosa penso.
Mio padre… Mangiavi all’ora che voleva lui, a cena c’era il tg e bisognava stare tutti zitti ad ascoltare perché dopo t’interrogava. Io passavo il tempo a dirmi: “se ora mi chiede cosa sto pensando posso dire questo. No, se dico questo s’incazza e mi mena mezz’ora. Allora quest’altro… No, non va bene”. Così, tutto il tempo a cercare qualcosa da dire. Perché di punto in bianco lui ti poteva chiedere: “Cosa stai pensando?” e se rispondevi magari la verità, ma non lo convincevi, attaccava: “Non fare il furbo con me!”. Volavano i bicchieri e le sedie, mai le parolacce. E penso, quelle poche volte nei panni di mia madre, come dev’essere vivere 43 anni così, senza poter pensare.
Tutti i giorni dopo pranzo andava al bar a fare la partita a carte, era il rito del padre di famiglia, mentre lei sgobbava. Poche volte l’ho vista sdraiarsi un attimo sul divano o leggere un libro, ma se in lontananza sentiva la macchina di mio padre che rientrava si alzava di scatto perché la donna deve sgobbare, non poteva farsi beccare in un momento di relax. Quarantatre anni cosi. Tradimenti, continuamente, dicono anche durante il viaggio di nozze a Venezia. Una ignominia indescrivibile.

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Elena Buccoliero è sociologa e counsellor, da molti anni collabora con Azione Nonviolenta, rivista del Movimento Nonviolento. Per il Comune di Ferrara lavora presso l’Ufficio diritti dei minori. È giudice onorario presso il Tribunale per i minorenni di Bologna e direttore della Fondazione emiliano romagnola per le vittime dei reati.

Questa testimonianza è stata pubblicata la prima volta su Azione Nonviolenta, il periodico del Movimento Nonviolento che ha dedicato un numero tematico alla violenza di genere. La ripubblichiamo qui per gentile concessione dell’autrice, in occasione della “Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”.

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LA STORIA
Giulianelli, da cent’anni
l’occhio sulla città

L’occhio sempre al centro. Prima fotografo, poi ottico e per passione anche pittore e disegnatore, Alberto Giulianelli ha avviato la sua attività in Borgo dei Leoni nel 1914. Ha attraversato due guerre e momenti complessi. Ma oggi i suoi eredi ne celebrano il centenario, sempre nella medesima sede. “Non sono tanti gli esercizi commerciali che vantano una così lunga continuità e per di più ancorati nello stesso luogo”, affermano con emozione e legittimo compiacimento il nipote Giampiero e la moglie Rula. In quello che fu tradizionalmente il negozio di foto per generazioni di ferraresi, oggi c’è un elegante e raffinato emporio che, accanto agli occhiali, espone pannelli e cimeli d’epoca che raccontano la storia dell’attività commerciale e insieme riflettono quella della città.

Sono i tasselli della mostra che i proprietari hanno voluto allestire per festeggiare la ricorrenza, affidandone la cura a Silvia Villani. “Qualunque ferrarese – afferma – conserva una foto celebrativa o ha nel portafogli una fototessera di Giulianelli, un marchio ben radicato nella storia cittadina, percepito come patrimonio comunitario. A questo studio infatti le famiglie hanno affidato nei decenni le loro memorie più care. Io sono andata alla ricerca delle testimonianze qui custodite, che mi hanno consentito di ricostruire un mondo. Fondamentale per questo è stato l’aiuto fornito dalla figlia Giuliana”.
In questa operazione si coglie l’orgoglio dell’imprenditore e insieme la consapevolezza di ciò che significa responsabilità sociale d’impresa. Una condizione che si realizza solo quando l’impresa concepisce se stessa non meramente in funzione del profitto, ma come entità sociale che vive in osmosi con la comunità e può arricchirla, arricchendo se stessa, perché è parte integrante e attiva di quel mondo.

La curatrice della mostra racconta di quando Ferrara, prima dell’Addizione erculea, finiva alla Giovecca e il Borgo dei Leoni, esterno alla città vera e propria, ancora si chiamava Borgo San Leonardo. “Divenne ‘dei Leoni’ dopo una battaglia vinta contro i veneziani per via di due leoni sottratti al nemico e qui tenuti e allevati”. Poi sottolinea come in età contemporanea, nel corso del Novecento, la via diviene tipicamente strada dei fotografi.
Il successo di Giulianelli passa attraverso la ritrattistica fotografica, la foto architettonica e industriale, i reportage degli avvenimenti culturali, politici e mondani. Dal dopoguerra, per impulso del figlio Giorgio, si avvia l’attività di “occhialeria”, che via via diventerà preponderante e poi esclusiva.

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Le autorità intervenute alla presentazione della mostra sui cento anni di attività della foto-ottica Giulianelli

Di tutto questo si trova traccia nella tavole appese alle pareti, attraverso le quali scorrono la vita famigliare e quella sociale della città, fino a sovrapporsi. L’archivio privato si intreccia con quello pubblico, il mondo di Giulianelli racconta la vicenda di Ferrara.
Ci sono i ricordi di eventi, festeggiamenti, incontri mondani, personaggi, luoghi. E c’è anche la testimonianza della bomba che il 28 gennaio 1944 sventrò il borgo e uccise 69 persone che avevano cercato la salvezza nel rifugio antiaereo della Banca d’Italia. Alla storia si uniscono i reperti: foto e stampe d’epoca, dipinti, disegni, bozzetti grafici…
A chiudere la rassegna, ecco i Google glass. Uno sguardo proiettato al futuro, al prossimo centenario, magari. Con fiducia. Nonostante tutto.

La mostra, salutata dall’apprezzamento del vicesindaco Maisto e delle autorità cittadine, sarà aperta al pubblico da domani (2 ottobre), in orario 9-20 allo storico numero 42 di via Borgo dei Leoni.

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