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CONTRO VERSO
La mamma che non vuole stare senza

La mamma che non vuole stare senza

Ci sono donne che non riescono a staccarsi dal partner violento. Sono troppo prese dalla relazione, sperano di aiutare “lui” a cambiare, sono convinte che i figli non stiano soffrendo e restano lì, si lasciano fare del male ancora un anno, tre, dieci… a volte una vita intera.

Il papà le dà le botte
Lei lo cerca giorno e notte
Sputi e insulti per contorno
Lei lo invoca notte e giorno

Le ha spaccato qualche dente
“Questo? È stato un incidente”
La minaccia col coltello
“Il mio uomo è forte e bello”

Le arrovescia la credenza
Lei non vuole fare senza
Poi le dice: “Amore mio”
E lo vede come un dio

Le hanno detto: “Venga via”
Lei risponde: “È casa mia”
“Quando è amore non fa male”
“La mia vita cosa vale?”

E del bimbo nella culla
non importa proprio nulla.

Sul più grande che va a scuola
lei non dice, lui sorvola

Lui minaccia… poi piú nulla.
Resta un bimbo nella culla.

Ho conosciuto donne che sceglievano di non separarsi per non togliere un padre ai propri figli. E donne che sceglievano di separarsi per non imporre le violenze ai propri figli. A volte erano le stesse donne, a qualche anno di distanza. In breve si direbbe che i bambini sono un rinforzo, quasi un paravento, per la scelta che la donna vuole seguire innanzitutto per se stessa, perché non sempre è pronta per tagliare con una relazione, accettarne il fallimento. È tutto umanissimo e vero. Resta il fatto che i bambini sono esposti alla violenza assistita e a volte subita. Qualche volta mi è sembrato che fossero l’ultimo dei pensieri.

CONTRO VERSO, la rubrica di Elena Buccoliero con le filastrocche all’incontrario, le rime bambine destinate agli adulti, torna su Ferraraitalia  il venerdì. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

CONTRO VERSO
Filastrocca della coscienza sporca

Sì questa volta ero proprio arrabbiata. Una bimba prostituita riempe di sdegno e di pena, e se il datore di lavoro, diciamo così, sono papà e mamma viene spontaneo scoccare maledizioni.

Filastrocca della coscienza sporca

Immersa nel Dixan
la mamma maman
e il marito pappone
dentro al Last al limone.
Il cliente porcino
in un litro di Coccolino.
Sua moglie, senza sospetto,
nella bottiglia di Svelto.

Adulti indecenti?
Tonnellate di ammorbidenti!
Adulti trafficanti?
Quintali di sbiancanti!

Per chi vende ragazzine
in strada o in appartamento
proprio non abbia fine
l’orrore e il tormento
d’usar olio di gomito e
vedere quanto è dura
ripulirsi la coscienza
dalla propria lordura.

Vorremmo tutti credere il contrario ma i perversi esistono. Questa filastrocca nasce dall’incontro con una ragazzina che era stata costretta alla prostituzione dai propri genitori, prevalentemente dalla madre, abile a formare la propria bambina, a metterla sul mercato e a riscuotere i compensi. La signora è stata poi condannata a parecchi anni di carcere. La ragazzina si è ricostruita poco a poco. 

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CONTRO VERSO
La doppia appartenenza

L’adozione è un percorso mai concluso. Quando un bambino adottato diventa adolescente rivive tutta la sua storia, e a volte più che rifletterci sopra comincia a dibattersi.

La doppia appartenenza

Trenta chili ed un sorriso
m’han comprato dal Perù.
Dopo anni di buon viso
io non ce la faccio più.
Non lo so che mi succede
non so più cos’ho nel cuore
e se mamma me lo chiede
perdo tutto il buonumore.
So però che c’è qualcosa,
una smania ormai costante,
che m’insegue e non si posa
e per me è più importante
stare tutto il giorno in piazza
con gli amici, mia famiglia,
che fermarmi alla tivù
col pensiero del Perù.
Sarà forse la mia razza
che è ribelle ad ogni briglia?
Sarà forse che a accettare
di adeguarmi a tutto quanto
mi parrebbe di barare?
Per i miei sarebbe un vanto
però io sono diverso
gliel’ho detto e non c’è verso.
M’han comprato a caro prezzo,
anche questo l’ho capito.
Se mi piego o se mi spezzo
sento sempre che ho tradito
e sia chi mi ha generato
ma non mi ha mai dato niente
sia chi invece m’ha comprato
sotto gli occhi della gente.
Vorrei essere me stesso
non è tutta presunzione
e ricevere lo stesso
tanto amore e una ragione
per alzarmi domattina
dare retta, andare a scuola
zaino, libri, caffeina
tanto sai che il tempo vola.
Vola il tempo e posso dire
che domani è lunedì.
Sarà il giorno per capire
se i miei sogni sono qui?

 

All’origine di ogni adozione c’è un abbandono, un morso che non finisce di dolere. Perché non sono stato amato? Forse non lo merito. E perché questi che chiamo genitori dicono di volermi bene? Forse gli faccio comodo.
In adolescenza tutto questo può esplodere in modo veramente deflagrante e terribilmente faticoso per il ragazzo, o la ragazza, e per chi ha intorno a cominciare dai genitori. Vivere in una doppia appartenenza senza averla scelta è faticoso, c’è il rischio di non riconoscersi da nessuna parte, tanto più nell’adozione internazionale.

 

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CONTRO VERSO
Lo spaccino

I ragazzi osservano gli adulti più che non si creda e notano le loro incoerenze. Come quando parlano dei rischi di giocare con la droga, però poi uno studente spaccia e non succede niente.

Lo spaccino

Hai notato quel biondino?

Qui per tutti è lo spaccino.

Porta il fumo ai suoi compagni

con lauti guadagni.

Sanno tutto gli insegnanti

ma lo trattano coi guanti,

occhi chiusi e labbra strette

che non scattin le manette.

È venuto un genitore

a parlarne al professore

che l’ha detto al dirigente

e a sua volta ad un agente.

C’hanno fatto un bel discorso

che sembrava un predicozzo

e ora so che c’è una legge

e che questa ci protegge.

L’ho imparata, sì, in teoria

come la filosofia

perché poi niente succede:

anche la polizia non vede!

Ma io vedo quel biondino…

Sarà sempre uno spaccino?

 

Tanti insegnanti e operatori sono restii a segnalare un adolescente che cammina sul filo perché temono di farlo cadere. Nel caso da cui prende spunto la filastrocca, perfino la polizia municipale sapeva e non lo diceva a nessuno. Provo ogni volta a spiegare che la giustizia penale minorile è fortemente rieducativa e attenta alle persone, che il carcere è davvero l’ultima, ultimissima soluzione, e che le stesse opportunità non si danno ai maggiorenni, per cui un ragazzo che cammina sul filo se cade da minorenne trova una rete di protezione che a 18 anni e un giorno non avrà.

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Il figlio allungabile

Dare ragione a ciascun genitore a turno è una strategia che tanti bambini sviluppano quando i genitori sono divisi e in aspro conflitto tra loro.

Il figlio allungabile

Sono un figlio molto abile,
sono allungabile.
Coi dispetti che mastico
son diventato elastico
e quando mi sposto
dalla mamma al papà
io non mi riconosco.
A ognuno mostro metà
del loro figlio conteso.
Ma dico, per chi mi avete preso,
per un Cicciobello?
E sul più bello
comprendo il fattaccio:
i genitori, quando si separano,
gli dai un dito e si prendono un braccio.

Il compiacimento riduce il conflitto. In questo modo i bambini si modellano sul genitore che li guarda in quel momento, per poi trasformarsi nel passaggio dall’altro. Il prezzo per questi piccoli Zelig è evidente: non riuscire a sviluppare una propria personalità, non sapere più qual è la propria posizione di fronte a un bivio qualsiasi.

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Bambini contesi

Coppie in guerra quando la relazione finisce. Genitori che si umiliano e si squalificano per ogni cosa, coinvolgendo inevitabilmente i figli.

Filastrocca dei Bambini Contesi 

Ho sfoderato un sorriso
e se lo sono diviso.
Ho teso a entrambi una mano.
Mamma a papà: Sta’ lontano.
Ho tentato un ritornello.
Papà alla mamma: Al fornello!
Almeno lei, Vostro Onore,
mi ascolti per favore.
Ho pezzi di memoria
sbriciolati sul tappeto,
babbo con la sua boria
mamma col suo divieto
li pestano e li strapazzano
in men che non si dica
e io, sempre più piccolo,
mi sento una formica.

La legge prevede che, in caso di divisione della coppia, gli eventuali figli minorenni che abbiano compiuto almeno i 12 anni vengano ascoltati dal giudice. Per i bambini può essere un momento molto importante per far sentire la loro voce, muovendo dalla scomoda posizione di chi vede papà e mamma litigare continuamente.

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CONTRO VERSO
Filastrocca delle frazioni

La pretesa di una divisione matematica del tempo del bambino, al 50% tra la mamma e il papà, è spesso una forzatura che accontenta, forse, gli adulti, ma confonde i figli e irrigidisce le relazioni.

Filastrocca delle frazioni

Ho un piede con il babbo
un altro da mammà.
Mi sveglio e mi domando:
“Perché mi trovo qua?”
La maglia dalla mamma,
dal babbo i pantaloni
con me ci puoi illustrare
per bene le frazioni.
Con mamma storia e atletica
con babbo geometria
frequento l’aritmetica
e la ragioneria
di genitori inquieti,
costantemente persi,
che no, non si perdonano
di essere diversi.
Che più non si ricordano
quando si sono amati
e forse manco sanno
perché si son lasciati.
Che poi, siamo sinceri,
lasciati non sono.
Né divisi né interi
finché non c’è il perdono.

In una famiglia unita, in una condizione di convivenza, è del tutto normale che un figlio si avvicini di più alla madre o di più al padre in periodi diversi della crescita, o per aspetti differenti nel medesimo periodo. È quello che succede quando si tiene conto delle relazioni con una certa naturalezza.
Al momento della separazione sembra che questo sia improvvisamente inaccettabile. Mamma e papà vanno dal giudice col cronometro in mano. Chi resta incastrato, evidentemente, è il figlio. 

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I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – Due gradi di separazione

L’isolamento affettivo cosa diventerà quando sarà finito? In A due piazze Riccarda e Nickname si confrontano: chi deve stare lontano, chi invece sceglie di farlo e chi è abituato a ritrovarsi e perdersi ogni volta.

N: Si avvicina, non disperate. Si avvicina il giorno in cui voi due, divisi da mesi, potrete riabbracciarvi. Si avvicina il giorno in cui voi due, uniti da mesi, potrete separarvi. La prima situazione mi fa venire in mente un incendio, che divampa violento e potrebbe spegnersi con la stessa rapidità. La seconda situazione mi ricorda un detenuto che ritrova la libertà dopo un lungo periodo di detenzione. Assapora la libertà con una vertigine che presto, dopo averlo inebriato, lo lascia disorientato, smarrito, perduto.
Questi due non riescono più a vivere insieme, ma non riescono ormai più nemmeno a vivere l’uno senza l’altro. I primi due non riescono più a pensarsi insieme senza immaginare già di lasciarsi di nuovo.

R: Mi chiedo in questa visione di opposti estremismi, dove tu sia collocato: se tra quelli incarcerati che poi immersi nella libertà, sentono un senso di agorafobia, smarrimento da mancanza di pareti tanto chiuse quanto protettive o se, invece, sei vicino all’ustione, al fuoco che va spento con una nuova e programmata separazione fra gli elementi. Oppure potresti essere da un’altra parte ancora, quella che non ha bisogno di distruggere per ricostruire.

N: A parte che parlo di “voi” e tu mi chiedi di me, che sarebbe come chiedere a Rob Breszny cosa ne pensa dell’oroscopo che lo riguarda…
Non mi sento collocabile. Perché sono in una reclusione in parte volontaria, e perché la separazione ed il ritrovarsi fa parte integrante della mia esistenza sentimentale. Quindi potrei essere collocabile ovunque!

R: Ti racconto cosa sta succedendo a me, a noi. È una separazione forzata, c’è qualche migliaio di chilometri di mezzo, ci sono aerei da prendere che non volano più, una connessione che se non va, allora vabbè ci sentiamo domani. Poi c’è stata una Pasqua isolata e forse lo saranno anche i rispettivi compleanni, così vicini sul calendario da fare una festa unica come l’anno scorso, quando tu hai regalato a entrambi un mazzo di fiori. Anche noi non siamo collocabili né fra i detenuti né tra gli incendi pericolosi che vanno spenti. Però ti invito al nostro compleanno, seduto di fronte a noi, come un anno fa. Questa volta, uno schermo di mezzo.

Come state vivendo la separazione da chi amate? Il vostro isolamento affettivo come lo state gestendo? Apparecchiate con un monitor davanti per farvi compagnia?

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Lo spazio di un oblò

Abbiamo scherzato tante volte C. e io sull’uomo oblò, lei lo aveva in casa. Lo vedevamo ritagliarsi gli spazi più impensati, anche minimi, pur di affacciarsi da qualche parte, uscire all’improvviso.
C. accettava questo compromesso, era lo spazio di un oblò in cui lui si faceva sottile sottile rassicurando che non c’era niente di male in fondo. Ma sì, dicevo anch’io a C., lascia fare, ne ha bisogno, tra mezz’ora torna, dove vuoi che vada.
Poi, un giorno, da quell’oblò lui ha scelto il mare aperto. C. non era preparata, non lo ha neanche visto prendere la rincorsa, ha solo sentito il tonfo che tutto questo stava provocando dentro di lei.
È passata qualche settimana e C. sta mettendo in fila tutte le volte che, in tanti anni, lui stava facendo le prove generali per il grande tuffo, forse erano messaggi.
I compromessi, nella coppia, non si registrano mai a tavolino, sono accordi larghi che un po’ si dicono e un po’ no, ognuno si riserva la propria quota di interpretazione soprattutto in tema di libertà ed è giusto che sia così, perché fissarli troppo li renderebbe stringenti, chiusi e inaccettabili.
E se lo diventano, non è vero che basta essere chiari e dirselo, è difficilissimo fare capire all’altro che abbiamo già individuato la via di fuga definitiva, che è poi lo stesso oblò da sempre difeso con innocenza. L’oggetto del compromesso può diventare il motivo della rottura e ci troviamo a essere scesi a patti per qualcosa che aveva già insito il senso di una fine.
Non vuol dire che non si debba trovare un accordo tra le diverse spinte, di cui magari una centrifuga, ma dovremmo basare questo equilibrio sul dinamismo reciproco per evitare che quell’oblò si spalanchi all’improvviso su un mare in cui uno dei due rischia di affogare, mentre l’altro ha già preso il largo.

Che tipo di equilibri avete raggiunto nella coppia? E i compromessi sono sempre stati espliciti?

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Incroci pericolosi

Quattro vite si incrociano come un chiasmo, dove al centro c’è il punto di rottura che unisce e separa. In ‘Da soli’ (Einaudi, 2018) di Cristina Comencini, finisce il matrimonio tra Marta e Andrea e, parallelamente, tra Laura e Piero. I figli sono grandi, le vite ordinate e le conquiste ormai raggiunte. È per tutti una fase della vita, quella dopo i cinquanta, in cui si potrebbe tirare il fiato, godere di una corsa meno frenetica e di un incedere più compassato. Si potrebbero rivedere gli equilibri familiari e di coppia, ritararli a due, senza i figli da crescere e che dominano il cuore e la mente come quando sono piccoli.
E invece Marta rompe il matrimonio per la paura di morire, perché se anche tutti dicono che questa è la stagione della quiete, lei vuole ancora la libertà della tempesta. Anni di matrimonio in cui Marta ricerca la sua zona nascosta, quella che sfugge all’adesione totale all’altro, alla sovrapposizione e alla conoscenza reciproca nella coppia senza più sorprese. Questo pensa l’ex marito Andrea, che Marta abbia nutrito e coltivato la separazione dentro di sé fino a farla diventare reale e brutale per tutti.
Mentre Marta fugge dalle certezze di una vita con Andrea, Laura subisce l’ultima scelta di Piero e ha ben chiaro cosa sia stata la loro unione: è mancato il “mischiarsi”, il fare “noi”. E poi ci sono state le valigie separate, la fatica di lei a trascinare per tutti una famiglia sempre troppo pesante. Laura ha passato anni a cercare di riempire un bagaglio unico in cui stipare i giorni insieme, la vita a due, ma poi Piero faceva sempre la valigia da solo. Laura sa che i figli non valgono come pretesto per sentirsi noi, perché un io si unisca a un altro io tutta la vita, i figli non bastano. I motivi per essere coppia e mettersi insieme, una buona volta, in una grande unica valigia, non ci sono stati: “Che se non ci riesci prima, a costruire un noi, quando sei sola con un uomo, prima dei figli, prima della famiglia…allora è inutile appesantire il bagaglio perché il viaggio a un certo punto s’interrompe per forza”.
Se due individualità non si mischiano in qualche modo misterioso, tutto loro e insondabile, il noi non decolla, rimane la somma algebrica di uno più uno che fa solo due e non infinito.

Nelle vostre relazioni, siete riusciti a diventare noi o siete rimasti due binari che viaggiano paralleli senza incrociarsi?

Potete mandare le vostre lettere scrivendo a parliamone.rddv@gmail.com

Famiglia monogenitoriale, bigenitore o binucleare?

Di Cecilia Sorpilli

La costante evoluzione in atto nel rapporto uomo-donna crea le premesse per nuove formule familiari che si sviluppano e affermano nel moderno tessuto sociale. Cecilia Sorpilli ci fa il punto della situazione

Nell’epoca della modernità liquida, come la definisce Zygmunt Bauman, dove tutto si dissolve in una sorta di liquidità, anche i legami familiari si sciolgono facilmente e rapidamente. Convivenze che finiscono da un giorno all’altro, separazioni e divorzi in costante aumento sono il terreno su cui nascono e crescono le cosiddette famiglie monogenitoriali.
Oggi infatti, nella maggior parte dei casi, la famiglia con un solo genitore nasce da una separazione o un divorzio o, dove è possibile, da un’adozione di un bambino da parte di un single o una single.
Spesso i genitori soli sono donne, questo perché, in caso di separazione o divorzio, i figli solitamente vengono affidati alle madri. Diversamente da quanto accade nelle famiglie in cui la coppia è unita, nelle famiglie in cui la madre è sola con i figli si assommano due compiti per la donna: accudire i figli e mantenerli economicamente. Le madri sole sentono di dover rispondere ad un’alta aspettativa sociale che impone loro di ricoprire sia un ruolo materno che paterno e questo, talvolta, genera in loro vissuti di inadeguatezza, ansia, depressione che possono inficiare le loro competenze genitoriali. Molte donne separate però si dicono soddisfatte della loro capacità di affrontare un carico di responsabilità così gravoso, sono contente del rapporto che riescono ad instaurare con i figli e soprattutto si mostrano fiere di riuscire a mandare avanti la famiglia solo con le proprie forze. Molte donne attribuiscono alla separazione un significato di autonomia e libertà che non avevano mai potuto sperimentare prima della rottura della coppia coniugale.
Quando l’unione della coppia si rompe e il figlio rimane a vivere con la madre sola, risente anch’esso delle difficoltà che emergono. Spesso il figlio sperimenta un repentino cambio del suo stile di vita e questo può comportare il possibile insorgere di problematiche psicologiche e comportamentali che rischiano di segnare la carriera scolastica. La presenza di fratelli o sorelle può essere un fattore positivo perché permette ai figli di sfogarsi emotivamente e di condividere i propri sentimenti e i propri vissuti di sofferenza durante la separazione dei genitori. Se però la differenza di età tra i fratelli è elevata può accadere che i fratelli minori si appoggino al fratello maggiore considerandolo quasi come un sostituto del genitore che, in quel momento a causa della separazione, appare distante fisicamente e/o emotivamente.
A volte capita che, per ragioni economiche, il genitore affidatario decida di tornare ad abitare con la propria famiglia, dando origine al fenomeno della ri-coabitazione. La famiglia di origine pur essendo una risorsa fondamentale può divenire una limitazione sia per l’autonomia del genitore, che corre il rischio di regredire allo status di figlio/a perdendo così autorevolezza nei confronti della propria prole, sia per i nonni che si trovano per molte ore al giorno a doversi assumere la responsabilità educativa dei nipoti. I figli, allo stesso tempo, rischiano di trovarsi disorientati di fronte a ruoli educativi che diventano ambigui e davanti alla progressiva perdita di autorevolezza del proprio genitore.
Negli ultimi anni sono in aumento gli affidamenti dei figli ai padri. I padri che scelgono, e quindi lottano per ottenere l’affidamento dei figli, in genere appaiono più sereni rispetto alle madri sole e riescono a sfruttare meglio le risorse della rete parentale per l’accudimento dei figli. Anche i padri però che da soli debbono occuparsi dei figli incontrano le stesse criticità incontrate dalle madri sole; difficoltà nel posto di lavoro, poca disponibilità di tempo, limitazioni nella vita sociale. Inoltre i padri affidatari sono privi di modelli e percorsi di sola paternità per l’educazione dei figli e quindi è importante fornire loro un supporto pedagogico per aiutarli ad affrontare compiti nuovi per la storia personale e sociale della formazione paterna. Vanna Iori, Professore Ordinario di Pedagogia Generale e Sociale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, afferma che “Le pratiche educative messe in atto dai padri soli dimostrano che è possibile travalicare gli steccati che dividono le vecchie aspettative nei comportamenti di genere, che la contaminazione non è affatto lesiva dell’identità di genere, che la tenerezza e la cura possono essere espresse anche come virtù maschili”.
In Italia, rispetto ad altri paesi, i rapporti tra padri e figli continuano a perdurare anche dopo la separazione. Questo è un elemento molto importante perché da varie ricerche è emerso che i maggiori danni psicologici per i figli che vivono la separazione dei genitori siano dati sia dal livello di conflitto tra gli ex coniugi, che dall’impossibilità di continuare la relazione con il genitore non affidatario. Per questo motivo è necessario garantire ai figli, per il loro benessere psicologico, la possibilità di continuare la relazione con il genitore non convivente, dando così al ragazzo o bambino la possibilità di mantenere “rapporti validi e continuativi” con entrambi i genitori secondo il principio della cogenitorialità o bigenitorialità. Per tutelare la relazione dei figli con il genitore non affidatario la Legge 54 del 2006 ha stabilito che in via prioritaria i figli devono essere affidati a entrambi i genitori, i quali esercitano congiuntamente la potestà genitoriale (affidamento condiviso). Anna Laura Zanatta, docente di Sociologia della famiglia presso l’Università di Roma La Sapienza, apre un interrogativo: è giusto continuare a chiamare questi nuclei familiari “monogenitoriali” quando i figli mantengono le relazioni con entrambi i genitori? La docente infatti sostiene che “L’affermazione del principio della bigenitorialità mette in evidenza il problema di individuazione dei confini familiari: se dopo la rottura coniugale entrambi i genitori mantengono rapporti validi e continuativi con i figli, è improprio continuare a parlare di famiglia con un solo genitore e diventa più corretto usare il termine famiglia bigenitore o binucleare.”

L’amore impossibile dei ‘malati di tossico indipendenza’

Perchè secondo me l’unico motivo per cui due si possono lasciare dopo un anno e otto mesi è che non si amano più”. Così gli risponde lei quando si sente dire “sto meglio senza di te”, pur amandoti, forse amandoti per sempre. Valeria Parrella compie un viaggio fino a Buenos Aires nei luoghi di Borges, deve stare con Michele, vuole stare con Michele prima che tutto finisca.

Ma quale amore (Einaudi, 2014) è un conto alla rovescia verso quel momento che era stato annunciato da mille avvisaglie, rimaste lì a ricordare che qualcosa non va, perché un amore non finisce mai per caso.

Lei lo sa che per due “malati di tossico indipendenza” come sono loro, la distanza può diventare un abisso. Michele vuole spazio, lontano, sempre di più, è lo spazio che, in una storia, confina l’altro altrove senza possibilità di accesso, se non a singhiozzo. Una libertà vigilata al contrario, un domani che diventa sempre più spesso dopodomani. Lei non la vuole questa libertà, vuole lui, che fugge verso il suo spazio in più. Chissà se Michele l’ha capito che condividere qualcosa, quando si sta insieme, non toglie nulla, ma aggiunge.

Si sente intrappolata nel suo non amore, nella propensione di lui a farne a meno, a volersi bene anche da lontano, come in un anno sabbatico, quando si sceglie di partire e provare, tanto prima o poi si tornerà.

È la sera giusta per andare da Michele e lasciarlo. Ma un sms la anticipa, anzi la liquida. Pochi caratteri, che altro serve per mettere fine a una storia, a un amore? Ma quale amore.

È chiaro che si va avanti, si cancella il numero, si mette da parte tutto ciò che lo può anche solo lontanamente ricordare, guai a nominarlo, si normalizza il più possibile ciò che prima era parso speciale, si smette di dare valore simbolico a quelle cose che avevano unito, che avevano fatto sentire una coppia. Che saranno mai un compleanno, un natale e un capodanno senza quell’amore, basta non pensarci, dimenticare un po’ e considerare il viaggio concluso.

Poi arriva il colpo di coda. Forse non è tutto finito. Michele che stava bene anche da solo, Michele del “magari ci serve stare separati”, si fa vivo, rivediamoci. Ma allora non era il capolinea quello, c’è dell’altro. C’è tutto quello che da sepolto e rintuzzato che era, torna a galla in un attimo, prepotente: il viaggio a Buenos Aires, le sue vie monumentali, le madres di Plaza de Mayo, loro due che hanno saputo sentirsi vicini e sono stati capaci di amarsi.

Non è solo il ricordo di quell’uomo e di quell’amore a essere smosso, è un nuovo desiderio di bellezza, almeno un po’: “lucidare le ossa per riporle in una teca, oppure lasciarsi sorprendere da una fenice araba”.

Michele chiede scusa, ma non serve, si chiede scusa se si pesta un piede, non se si è tranciato un rapporto. Scusa fa fare pace a chi lo dice, è come mettere l’errore da parte, passarci sopra.

E dopo trecento notti, Michele non le fa più lo stesso effetto, Michele non fa più nulla, quella distanza è finalmente servita.

diego-de-silva-mancarsi

Amarsi un po’. E poi mancarsi

Due vite, quella di Nicola e quella di Irene che non si conoscono e che in una notte di fuochi d’artificio finiranno per sfiorarsi, poi chissà.
Mancarsi (Einaudi) di Diego De Silva è lo scorrere dell’esistenza che per quanto la determinazione e la volontà provino a indirizzarla, prenderà un’altra piega. La vita sterza all’improvviso, Nicola la subisce, Irene prova a cavalcarla. I matrimoni di entrambi saltano, quante cose lui non aveva mai detto a sua moglie, finchè c’era, pensieri camuffati per compiacenza e perchè è difficile dire esattamente quel che si pensa e che libererebbe da un peso enorme che finirà per generare altra incromprensione, altre reticenze schiave dell’autocensura. Nicola, rimasto solo, compila scientificamente l’elenco degli errori che ha commesso con sua moglie, brandelli di vita coniugale catalogata per sbagli, tra cui lasciare le cose come stavano e l’avere pensato che lei contasse più della felicità.
Irene ha cominciato a prendere la vita a partire da quello che non vuole. Non vuole più ridere per finta, come faceva un tempo quando ridere riempiva un imbarazzo o un silenzio perchè a forza di smussarsi e adattarsi perdendo un’originaria autenticità, si diventa “brutte copie di se stessi”, pian piano si spengono passioni e desideri. Così era stato nel suo matrimonio, avevano perso confidenza e si erano allontanati.
Non c’è un momento preciso in cui capita che un pezzo di rapporto si perda per strada, però poi ci si accorge che di pezzi non ce ne sono quasi più, si smette di interessarsi all’altro, si comincia a farsi un po’ da parte fino a non esserci, in mezzo solo un abisso.
E anche quando si comprende l’errore e lo si isola e viviseziona alla ricerca di tutti i suoi perchè, questo servirà a non ripeterlo? “Non siamo buoni docenti di noi stessi e le lezioni che crediamo di imparare sono imprecise e, in buona misura, truccate”. L’autoinganno è una forte tentazione, si sa. Solo il caso ci fa apprendere inciampando nella vita. Il “buon senso” a cui ci si appella nelle scelte è una comoda stampella, ma non è altro che calcolo, misura, valutazione delle possibilità, sta dall’altra parte rispetto alle aspirazioni, all’impulso e alla scintilla del cambiamento che non hanno argomenti a confronto, il buon senso ridimensiona, l’impulso spinge oltre senza la certezza del risultato.
Nicola e Irene hanno in comune un bistrot. Per Nicola è un luogo del passato in cui tornare fa male perchè rappresenta la sua vecchia quotidianità familiare finita di colpo. Per Irene è il posto scelto come punto di osservazione delle vite degli altri, è dove compila il suo personale catalogo degli uomini, una tassonomia di genere che le serve da discalia nell’approccio degli uomini. C’è il tipo alla Colin Farrel, alla Johnny Deep o alla Geroge Clooney, basta saperli riconoscere.
Una sera di festa, in un orario insolito, Nicola va al bistrot, anche Irene ci capita, deve scrollarsi di dosso l’inutilità di essersi concessa, quella sera, a un uomo che nemmeno voleva.
Lei non capisce perchè quella sensazione, come qualcosa che le stia arrivando addosso, lui non capisce perchè quel richiamo, come un invito che solo lui sente: si gira e la vede.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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