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Sorpresa! Compro Racconti di due Americhe, il volume curato da John Freeman e tradotto in Italia da Federica Aceto per Mondadori, e ci trovo un fumetto.

Il titolo è Ferite invisibili, il tema sono le ferite che il protagonista, un giornalista freelance che vive nella California del Sud, si porta dentro dagli anni in cui ha prestato servizio in fanteria in Iraq, tra il 1997 e il 2009.

Sono poche pagine che però rendono bene l’idea del sottotitolo della raccolta: Storie di disuguaglianza in una nazione divisa.

Di fumetti volevo già parlare come di una scoperta mia personale avvenuta in questa ventiseiesima edizione del Festivaletteratura aMantova. Non me ne vogliano gli appassionati del genere: meglio tardi che mai, scopro che al disegno vengono affidati libri di valore e capolavori.

Sono in servizio al Festival e l’evento n. 157 di sabato 10 settembre sta per cominciare: il pubblico entra a frotte e si sente che attende autori di rango. In tre arrivano e si avvicinano al tavolo dove dovranno salire e parlare alla gente che intanto ha riempito ogni posto disponibile.

I tre chiacchierano e si fanno cenni di assenso col capo, quando ci avviciniamo per farli accomodare uno di loro, Giacomo Keison Bevilacqua [Qui], sta sparando battute che fanno sorridere gli altri due.

Sarà così per tutto l’incontro: da vero mattatore terrà banco nel porre domande sia a Zerocalcare [Qui] e al fumettista e illustratore inglese Andi Watson [Qui], seduti alla sua destra, sia rivolgendosi al pubblico per coinvolgerlo nella conversazione.

È Una conversazione kafkiana di nome e di fatto: i due fumettisti nazionali battibeccano tra loro dal primo momento, alludono al firmacopie che ci sarà alla fine dell’incontro, uno più dell’altro palesano l’ansia di non avere nessuno che attenda la loro firma. Che strano inizio.

Dovendo rispondere ad alcuni ritardatari che prendono posto in platea seguo solo a tratti le loro battute, sarà questo che me le fa sembrare oscure. Poi capisco.

Stanno lanciando il libro del loro prestigioso ospite inglese, quell’Andi Watson che sta seduto tra loro e sembra seguire con la testa una partita di ping pong: stanno parlando del suo Book tour. L’autore incontra il suo pubblico, dove pare che il personaggio protagonista trovi deserta la prima libreria in cui va a promuovere il suo ultimo libro.

E così per tutta la conversazione i due fanno allusione alle situazioni inusuali e misteriose in cui si trova lo scrittore Fretwell, poi passano la parola a Watson, che spiega le proprie scelte narrative senza svelare troppo della trama. Men che meno del finale.

Facendo il giro attorno alla platea che ascolta e applaude mi avvicino al banchetto dove sono in vendita piccole montagne di libri, noto che sono disposti esattamente come i loro autori.

Dalla pila di copie sistemate al centro del tavolo prendo tra le mani Book tour, scorro le prime pagine e comincio a capire la chiave comunicativa di questo evento così particolare, dove la chiacchierata si è fatta surreale per fare il verso al libro che ne è l’oggetto.

Dove si parla di storie raccontate attraverso l’arte del fumetto per parlare anche di fumetto, la cosiddetta nona arte, al crocevia tra letteratura e pittura. Dove Zerocalcare, che le colleghe dell’Ariosto mi hanno spesso caldeggiato, parla per sottrazione della propria scrittura, della autobiografia che vuole metterci e rivela una modestia che mi pare essergli profonda.

Alla fine dell’incontro tutti noi volontari ci diamo da fare a disciplinare le lunghe code di pubblico che si è precipitato ad acquistare le copie e si è disposto in tre lunghe file.

Dopo un’ora i tre sono ancora lì: firmano e intanto scambiano due ulteriori chiacchiere col lettore di turno. Bevilacqua è sempre gioviale, Zerocalcare è più trattenuto e schivo quando riceve un apprezzamento, Watson sorride e ringrazia brevemente in inglese. La paura di non avere copie da firmare come accade nel libro al povero Fretwell, questa sì è la cosa rivelatasi più surreale.

La coda di un’ora al firmacopie non è nulla rispetto ai tempi che si prenderà Igort, dopo l’evento delle 17 con Francesca Mannocchi.

Il responsabile della nostra postazione a San Sebastiano ci dice di spostare sul prato accanto alla platea un tavolo e una sedia: Igort prende posizione armato di alcune matite e accoglie così i lettori in fila di fronte a lui.

Traccia uno schizzo su ogni copia che a mano a mano gli viene aperta davanti, è assorto e intanto fissa la propria mano. La moglie gli sussurra il nome del destinatario, chiude la copia già firmata e sorride al lettore successivo.

Stanno calando le prime ombre della sera, noi abbiamo fatto entrare il pubblico dell’evento successivo e Igort ancora disegna il proprio stigma sugli ultimi libri rimasti in coda ad attenderlo con devozione.

Prima ha parlato di guerra e di pace, e ora il suo schizzo non può che avere aggiunto un anello alla catena delle idee che si dipana come ogni anno qui a Mantova.

Di pace, la pace cercata tenacemente da Papa Francesco, hanno  parlato qui giovedì (nell’evento 30, La diplomazia della pace) anche Marco Impagliazzo [Qui], direttore della Comunità di Sant’Egidio, e Antonio Spadaro [Qui], direttore di Civiltà Cattolica.

E di poesia, di musica. Sono venuti poeti, esperti musicali, musici come Angelo Branduardi. Sono venuti nella mia e nelle altre postazioni in cui hanno prestato servizio gli studenti dell’Ariosto, con cui ho condiviso l’intera esperienza mantovana.

Nelle loro foto e nei loro racconti la mia collega ed io abbiamo raccolto entusiasmi, piccoli trionfi e anche qualche utile perplessità. Tutte esperienze che vorrebbero rifare, dalla foto con la poetessa Mariangela Gualtieri, alla intervista fatta a Roberto Saviano a Blurandevù, alle amicizie fatte con i loro coetanei e rafforzate durante i pasti e soprattutto durante la festa finale, domenica sera, alla mensa del Festival.

Questi sono i ragazzi che abbiamo accompagnato per la prima volta a Mantova, alcuni di loro sono già stati al Salone del libro di Torino e fanno confronti.

In un paio di luoghi del Festival ora sono diventati responsabili di postazione due studenti venuti col gruppo dell’Ariosto ormai parecchi anni fa. Uno di loro ha i capelli appena stempiati: mi fa pensare a quanti ragazzi abbiamo accompagnato qui in un tempo che ancora porta frutti.

Sabato Francesca Massarenti, una di loro che ora è diventata critica letteraria, ha conversato su due autrici straniere insieme a Vincenzo Latronico [Qui] nell’evento 170, La parte dei critici.

Sono schegge. Il mosaico dei 238 eventi del Festival è molto di più. Sono tornata però ancora più attaccata alla catena delle idee e delle parole. Nella postazione Una scuola al quadrato la mia collegamica Valentina e io ne abbiamo scelte due da mettere nel collage fotografico riferito alla scuola che potevamo comporre liberamente. Si tratta di due aggettivi bellissimi che possono essere rivolti anche alla iniziativa del Festival,  ‘inclusiva e appassionante’.

Nota bibliografica:

  • John Freeman, Racconti di due Americhe. Storie di disuguaglianza in una nazione divisa, Mondadori Strade Blu, 2022
  • Andi Watson, Book tour. L’autore incontra il suo pubblico, Edizioni BD, 2021 (traduzione di Simone Roberto)

La Prima Parte del reportage sul Festivaletteratura di Mantova puoi leggerla [Qui]

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari di Roberta Barbieri nella sua rubrica Vite di cartaclicca [Qui]

Cover: Zerocalcare, Andi Watson e Giacomo Keison Bevilacqua a Mantova per una chiacchierata kafkiana – foto dell’autrice

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Roberta Barbieri

Dopo la laurea in Lettere e la specializzazione in Filologia Moderna all’Università di Bologna ha insegnato nel suo liceo, l’Ariosto di Ferrara, per oltre trent’anni. Con passione e per la passione verso la letteratura e la lettura. Le ha concepite come strumento per condividere l’Immaginario con gli studenti e con i colleghi, come modo di fare scuola. E ora? Ora prova anche a scrivere

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Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e dà riconosce uguale dignità a tutti i generi e tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia, stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. .

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Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e  di ogni violenza.

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