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Uscire dalla Caverna

L’ultimo numero della rivista Una città – piaceva a Langer e piace a me – si apre con una citazione di Nicola Chiaromonte da “La situazione di massa e i valori nobili” apparsa su Tempo Presente di aprile 1956. Inizia così: “Ora, nella misura in cui l’esperienza che l’individuo ha della sua esistenza sociale è un’esperienza di non-verità e di atti non-liberi, egli non cerca la verità: vuole idee bell’e pronte, prontamente rassicuranti, così pure, egli chiede non la libertà, ma l’organizzazione di una forza capace di assicurare la soddisfazione dei suoi bisogni”.

Dunque negli anni ’50 l’esperienza era questa, con gravi conseguenze sui comportamenti sociali. Così la ricordo anche io. Ma descrive bene pure la situazione presente. Ora però, a nessuno verrebbe in mente di parlare di ‘valori nobiliì. La nostra “esperienza di non-verità e di atti non-liberi” si accresce quotidianamente, grazie anche al progresso tecnologico. Fa tutto l’algoritmo. Ci dice cosa ci piace, cosa dobbiamo acquistare, ci sostituisce nel lavoro e nella sua direzione, determina cultura e società. Ci conosce meglio di quanto ci conosciamo noi. Ci spia senza posa con lo smartphone, le App, la rete… Non si sfugge. I giovani a Hong Kong manifestano mascherati per sfuggire ai sistemi di riconoscimento facciale e, intanto, i loro telefonini dicono tutto di loro.

Tiziano Bonini, su Doppiozero.  segnala libri recenti sul tema:secondo Bernard Stiegler (La società automatica, Meltemi) la nostra vita “è completamente sovradeterminata dall’automazione, per esempio attraverso lo smartphone”. Noi esseri sociali sottomessi al capitalismo digitale siamo ormai ridotti a una condizione di automi sovradeterminati da meccanismi algoritmici che canalizzano i nostri comportamenti sociali. Per Shoshana Zuboff (Il capitalismo della Sorveglianza, LUISS): “un tempo il potere si identificava con la proprietà dei mezzi di produzione, oggi invece si identifica con la proprietà dei mezzi in grado di modificare i nostri comportamenti […] non è più sufficiente automatizzare l’informazione attorno a noi; l’obiettivo ora è automatizzare il nostro comportamento”. In inglese soltanto, è uscito Automated Media (Routledge) di Mark Andrejevic: se l’era industriale ha visto l’automazione del lavoro fisico, l’attuale era dell’informazione automatizza il lavoro cognitivo e comunicativo. Quando un algoritmo decide quale notizia, brano musicale o video proporci, siamo di fronte alla automazione della cultura.

Ho letto in passato del pensiero stesso: reificato, ridotto a cosa, a strumento, soggiogato al modo di produzione dominante: “l’animismo aveva vivificato le cose; l’industrialismo reifica le anime”. Così Horkheimer e Adorno in Dialettica dell’illuminismo del 1947. Letto avidamente con l’ausilio di un fratello maggiore, Eugenio Azzaroli, nei passi più impervi. L’illuminismo ha fallito nel suo intento liberatorio: “Nel mondo illuminato la mitologia è penetrata e trapassata nel profano. La realtà completamente epurata dai demoni e dai loro ultimi rampolli concettuali, assume, nella sua naturalezza tirata a lucido, il carattere numinoso che la preistoria assegnava ai demoni […] La valanga di informazioni minute e di divertimenti addomesticati scaltrisce e istupidisce nello stesso tempo”. Così lo sviluppo materiale genera gruppi di potere in luogo del ‘soggetto sociale’ (popolo, massa, coscienza sociale diffusa). Sono “la minaccia internazionale del fascismo”, il capovolgimento del progresso in regresso. Lo si vedeva già allora, oggi è del tutto evidente.

Che sia questa, con tutti gli aggiornamenti e le App presenti e future, la condizione umana in ogni tempo è più di un sospetto.

“ […] immagina degli uomini in un’abitazione sotterranea a forma di caverna la cui entrata, aperta alla luce, si estende per tutta la lunghezza della facciata; son lì da bambini, le gambe e il collo legati da catene in modo che non possano lasciare il posto in cui sono, né guardare in altra direzione che davanti, perché le catene impediscono loro di girare la testa; la luce di un fuoco acceso da lontano ad una certa altezza brilla alle loro spalle; tra il fuoco e i prigionieri corre una strada elevata lungo la quale c’è un piccolo muro, simile a quei teli che i burattinai drizzano tra loro e il pubblico e al di sopra dei quali fanno vedere i personaggi dello spettacolo.”.

“Vedo, disse.”.

“Immagina adesso che lungo questo piccolo muro degli uomini portino utensili di ogni tipo al di sopra dell’altezza del muro e statuette di uomini e di animali, in pietra, in legno, di tantissime forme; e naturalmente immagina che alcuni di questi uomini parlino tra loro ed altri stiano in silenzio.”.

“Il tuo è un racconto proprio strano e parli di strani prigionieri, disse.”.

“Eppure ci somigliano, risposi. Tu pensi infatti che in questa strana situazione abbiano visto di se stessi e dei loro vicini altro che le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che hanno di fronte?”.

“E come potrebbe essere diversamente, se sono obbligati per tutta la loro vita a stare con la testa immobile?”.

È il noto dialogo tra Socrate e Glaucone.

Resta il problema di come liberarci, posto che lo si voglia, dalle catene che ci teniamo ben strette. Per avere un’indicazione, riprendo la citazione di Nicola Chiaromonte che apre Una città. “Della verità, come della libertà, egli non sente che la privazione, ma, anche questa, solo di fronte a se stesso: nella mancanza di ragione e di senso che allora scopre nella sua esistenza. Una situazione così viziosa non muta per virtù di idee pure, né di colpo, bensì unicamente ‘secondo l’ordine del tempo’, a forza di soffrire in comune la sorte comune, cercando di comprenderla”.

Non sarà facile. In quasi quattro quinti di secolo non sono riuscito a fare molto. Incoraggia in conclusione Chiaromonte: “Rimane il fatto che, dalla caverna, non si esce in massa, ma solo uno per uno”. Mi riuscisse, direi come fare e cosa vedo fuori.

[Anche su Azione nonviolenta, febbraio 2020 qui  ]

Una modesta proposta

Dublino, Irlanda, anno 1729. Il reverendo J.Swift (l’autore di Gulliver) pubblica uno scritto satirico titolato “Una modesta proposta per impedire che i bambini della povera gente siano di peso per i loro genitori o per il Paese, e per renderli utili alla comunità”. La proposta consiste nell’ingrassare i bambini denutriti e darli da mangiare ai ricchi proprietari terrieri anglo-irlandesi. I figli dei poveri sarebbero venduti ad un anno di età in un mercato della carne appositamente predisposto, e, così facendo, si solleverebbero le famiglie dal costo di nutrire ed allevare i figli, garantendo loro un piccolo reddito aggiuntivo derivante dalla vendita dei pargoli; si migliorerebbe così l’alimentazione dei ricchi, si combatterebbe la sovrappopolazione e la disoccupazione e si contribuirebbe al benessere economico della nazione irlandese. Il feroce sarcasmo di Swift si spinge a fornire dati e statistiche circa il peso ideale, il numero e i possibili modi per cucinare i bambini suggerendo ricette e consigli. Ipotizza infine che la realizzazione del progetto possa contribuire a risolvere i problemi irlandesi di ordine politico, sociale ed economico meglio di qualsiasi altra misura, con ricadute positive anche sulla moralità familiare, poiché i mariti tratteranno meglio le mogli e i bambini saranno valutati come un bene (economico) più prezioso.
Lo scritto, che suscitò critiche e polemiche feroci, anticipò di soli 12 anni la catastrofica carestia del 1740-41 e di poco più di un secolo quella ancora peggiore del 1845-46 (La grande carestia Irlandese) che causò, su una popolazione di circa 8,2 milioni di abitanti, la morte per fame di un milione di persone e la migrazione forzata di un altro milione verso l’Inghilterra e il nord America. All’epoca della modesta proposta la popolazione mondiale era stimabile in 790 milioni di persone (di cui il 20% circa residente in Europa).
Italia, 2018. Un paese con 60,6 milioni di abitanti che si trova in una posizione geografica tornata ad essere strategica. Non siamo più in un economia agricola di sussistenza caratterizzata dal rapporto diretto con la terra, ma in un economia globale, digitalizzata e interconnessa; abitiamo su un pianeta con oltre 7,6 miliardi di persone (di cui il 10% in Europa). Viviamo all’interno di un ambiente artificiale in costante sviluppo, un interfaccia tecnologica che media il rapporto tra i corpi di miliardi persone e ancor più il rapporto di queste con una natura che sembra ora addomesticata e distante. Le capacità produttive dell’attuale sistema tecnico-scientifico planetario sono davvero sbalorditive se paragonate con i tempi in cui fu redatta la “modesta proposta”. Esso funziona perché strutture tecniche, organizzazioni, macchine e persone agiscono in modo finalizzato, per produrre e commercializzare ogni tipo di bene e servizio che deve poi essere consumato per consentire l funzionamento e la crescita dell’intero sistema. La cifra di tale consumo deve essere costantemente ampliata: servono sempre nuovi mercati che, in un processo di sistematica distruzione creativa, sono alimentati costantemente attraverso i meccanismi del marketing, della moda e dell’obsolescenza programmata.
L’impellenza del consumo richiede consumatori dotati di potere d’acquisto che, finora, è stato garantito in gran parte del reddito ricavato attraverso il lavoro. La rivoluzione digitale e tecnologica in atto sta però sostituendo lavori, prima svolti da umani, con macchine e con processi automatizzati regolati sempre più spesso e sempre meglio dagli algoritmi della nascente Intelligenza Artificiale; in ogni settore i lavori traducibili in procedure e codici vengono sostituiti sempre più frequentemente da questi dispositivi tecnici.
Questo enorme sistema globale dal quale dipende la vita di miliardi di persone, che non sarebbero in grado di sopravvivere nel caso di un suo collasso, abbisogna di due risorse fondamentali per poter funzionare quotidianamente: la prima è l’energia, la seconda l’informazione.
L’energia è indispensabile a far muovere le macchine e a far funzionare i sistemi di calcolo e trasmissione dati che avvolgono il pianeta come una ragnatela; il flusso di informazione in forma di bit consente il funzionamento ordinato del sotto-sistemi; le informazioni fluiscono, vengono elaborate, prodotte, scambiate, per coordinare il lavoro di macchine e persone e per dare vita a quel mondo virtuale in cui viviamo già immersi. Ma dietro la leggerezza del mondo digitale non può altro che esserci la pesantezza, la massa, la solidità dei dispositivi hardware e delle macchine che producono l’enorme quantità di energia necessaria a farli funzionare.
Con l’avvento di internet e l’affermarsi del cosiddetto internet delle cose (IOT) la quantità di informazione prodotta e movimentata in modo automatico è aumentata esponenzialmente al punto che ognuno di noi è diventato un produttore di informazione suo malgrado.
Ogni nostro tocco sulla tastiera del pc o dello smartphone è già informazione che forniamo al sistema; ogni volta che usiamo la carta di credito, che visitiamo un sito, che facciamo un acquisto online forniamo informazione; ogni volta che postiamo qualcosa, interagiamo sui social o mostriamo di gradire qualcosa con un like, ogni volta che guardiamo la trasmissione preferita alla TV forniamo informazione al sistema.
Ma forniamo informazione anche tramite il navigatore delle nostre auto, attraverso i dispositivi e le app personali, quando passiamo sotto l’occhio delle telecamere o passiamo attraverso lo spazio controllato dai tanti sensori dislocati nello spazio reale. Forniamo informazioni quando paghiamo le tasse, facciamo un prelievo al bancomat, facciamo una visita medica o un qualsiasi check up.
Nella società interconnessa dell’informazione noi siamo diventati i produttori – spesso poco coscienti – del bene primario necessario a farla funzionare: l’informazione appunto. Man mano che la tecnologia digitale evolve, diventeranno sempre di più le informazione assolutamente personali e private che consegneremo al sistema, partendo da quelle che riguardano i nostri comportamenti per arrivare a quelle che riguardano il nostro corpo diventato, ora, produttore di informazioni.
Ancora una volta dietro all’apparente leggerezza del mondo digitale c’è dunque – e ancor più ci sarà nel futuro – la realtà di miliardi di corpi connessi, la pesantezza e la densità della stessa materia biologica che i corpi compone.
Eppure fino a poco tempo fa tutto questo sarebbe sembrato fantascienza. Chiunque abbia un età sufficiente a ricordare il periodo precedente l’avvento di internet ricorderà bene quanto fosse difficile raccogliere informazioni e quanto questo sforzo fosse costoso in termini di tempo, risorse e competenze. Oggi siamo tutti produttori diretti ed indiretti di informazione ma, paradossalmente, questo lavoro costante di produzione non viene né riconosciuto né remunerato anche se è, indubbiamente, più indispensabile che prezioso per la sopravvivenza stessa della società digitale. Una serie di stereotipi ereditati dalla società industriale e dalle società precedenti ci impedisce di vedere che siamo diventati tutti, nostro malgrado, produttori di valore economico per il semplice fatto di essere connessi; ci impedisce di pensare che questo valore, generato inconsapevolmente, potrebbe essere, in qualche forma, remunerato. Eppure le colossali fortune generate dagli imprenditori dell’era digitale dipendono esattamente da questo: da miliardi di operazioni fatte ogni secondo da milioni di persone connesse alla rete che producono informazioni, che vengono elaborate automaticamente, vengono aggregate, vendute ed utilizzate dalle imprese per generare nuove forme di profitto. Noi continuiamo a credere che tutto questo sia un servizio che qualcuno ha fatto per noi, ci stupiamo della gratuità di certe risorse digitali, ignorando che ciò che viene venduto siamo noi stessi, le informazioni su di noi che gratuitamente cediamo.
Certo, anche oggi servono cibo ed acqua come nell’Irlanda del diciottesimo secolo. Ma la loro disponibilità dipende assai di più dallo stato dei sistemi tecnici menzionati che dal lavoro diretto delle persone che lavorano innanzitutto nel settore agricolo, base indispensabile per la produzione di cibo.
Prendendo a prestito lo spirito provocatore di Swift, lancio allora una nuova “modesta proposta” mirata a far si che in un tempo caratterizzato dalla straordinaria abbondanza di beni prodotti la possibile liberazione dalla necessità del lavoro non si trasformi per molti in un incubo.
Un reddito (o una rendita) universale da prestazione digitale passiva pagato (in forme tutte da inventare) ai produttori di informazione (a tutti noi connessi nostro malgrado alla rete a prescindere da età, religione, censo, razza, etnia, nazione, genere, lingua, orientamento sessuale, credo politico, zona di provenienza, cultura, gruppo e appartenenza), per garantire uno standard di vita minimo ad ognuno anche in mancanza di lavoro, e per far si che nessuno precipiti al di sotto della soglia di povertà assoluta nel bel mezzo di un’abbondanza materiale che non ha precedenti nella storia.

ELOGIO DEL PRESENTE
Il lavoro che non c’è più

La questione del lavoro è una delle più serie per le prospettive di un paese. Per affrontarla seriamente (non con qualche costoso e poco utile escamotage di breve periodo) bisogna capire cosa sta succedendo. I cambiamenti non possono essere ignorati. L’era dei robot riduce il peso del lavoro: insieme ad una sostanziale erosione del suo valore (un operaio cinese costava un decimo di un americano, una macchina dieci volte meno di un cinese) assistiamo ad una sua sostituzione ad opera delle macchine.
Un volume di McAfee e Brjoson, “The race of machine” di qualche anno fa recitava nel sottotitolo: “Come la rivoluzione digitale sta accelerando l’innovazione, guidando la produttività e trasformando in modo irreversibile lavoro ed economia”. Gli esempi sono numerosi: dal controllo automatizzato del magazzino al commercio on line, molti altri si stanno profilando. Le tecniche di riconoscimento vocale rivoluzionano i call center: gli addetti alle informazioni sono sostituiti da call center digitali che fanno progressi rapidi sulla base di una comprensione semantica che cresce velocemente. Si riducono i costi: le aziende che utilizzeranno questi dispositivi saranno in grado di fornire servizi a un prezzo inferiore del 60% e con maggiore efficienza: il tempo che intercorre dalla domanda alla soluzione di un problema cala da 18 a 4,5 minuti.
Il rapporto tra innovazione e lavoro è emblematicamente esemplificato dal fatto che la sproporzione tra numero di lavoratori e valore economico di una azienda non è mai stata così forte. Gli esempi sono numerosi: Kodak negli anni 80 aveva 140.000 dipendenti, Instagram ne aveva 13 al suo avvio nel 2012. Quando Youtube è stata comprata da Google per 1,65 miliardi di dollari, la sua forza lavoro consisteva di 65 persone per la maggior parte ingegneri (25milioni di dollari a testa che è anche il valore medio di un dipendente di Facebook). Whatsapp è stata comprata per 19 miliardi di dollari, il valore di ognuno dei dipendenti tocca i 345 milioni di dollari. Oggi i 3.300 dipendenti di Twitter producono un valore di 32miliardi di dollari.
Amazon impiega 14 dipendenti per ogni 10 miliardi di dollari generati, contro i 47 dei negozi tradizionali. La spesa sarà fatta sempre di più on line e la consegna a casa potrà essere fatta con i droni, ma ciò non sarà senza conseguenze per il milione di addetti al trasporto in Italia. Inoltre i droni sapranno fare rilievi sui terreni per costruire palazzi, sapranno prelevare campioni di acqua nei torrenti per rilevare l’inquinamento, fare riprese dall’alto per i giornalisti (che peraltro saranno molti meno di oggi perché sostituiti dai computer). Google Car, l’auto autoguidata sarà sul mercato nel 2026 ed entro una generazione la guida sarà sostituita, con vantaggi per la sicurezza ma con tagli enormi nei trasporti.
Il risparmio di lavoro riguarda già un largo numero di mansioni anche qualificate. Secondo le previsioni della McKinsey entro il 2025 250 milioni di posti di lavoro saranno rimpiazzati da software. Può sembrare un orizzonte futuro lontano rispetto alla situazione odierna, ma non è così: questi temi impongono la necessità di sistemi di istruzione in grado di valorizzare le opportunità dell’innovazione per non subirle e, per il sindacato, riflessioni serie sulle forme di rappresentanza e di tutela.

Maura Franchi insegna Sociologia dei Consumi presso il Dipartimento di Economia. Studia le scelte di consumo e i mutamenti sociali indotti dalla rete nello spazio pubblico e nella vita quotidiana.
maura.franchi@gmail.com

Il tramonto della pubblicità, il trionfo dei consigli fidati: Rudy Bandiera spiega il web reputazionale

Che viviamo in un mondo completamente digitalizzato e regolato dalle dinamiche di internet, oggi, lo abbiamo compreso tutti ed è quasi scontato ricordarlo: Facebook supera il miliardo e mezzo di utenti iscritti, cioè oltre un settimo della popolazione mondiale; nella giacca di chiunque è gelosamente custodito almeno un tablet o uno smartphone; addirittura i bambini, già dalla tenera età, si stupiscono se il giornale cartaceo non si sfoglia scorrendo il dito sulla pagina. Meno scontato è domandarsi se noi, utenti della rete, siamo realmente consapevoli di ciò che facciamo ma soprattutto di ciò che accade in internet. E se questo vale per gli adulti, ancora meno scontato è pensare che i cosiddetti ‘nativi digitali’, oltre alle funzioni, siano perfettamente in grado di capire anche le dinamiche (soprattutto sociali) che caratterizzano il web.

IMG_0329In questo frangente il Comune di Ferrara si è dimostrato particolarmente sensibile e attivo soprattutto grazie a ‘Pane e Internet’, un’iniziativa promossa dalla Regione Emilia-Romagna che, come si legge dal sito ufficiale [vedi], ha come finalità quella di offrire opportunità di prima alfabetizzazione informatica e apprendimento continuo sull’uso delle tecnologie digitali e l’accesso a Internet. Tra gli eventi proposti dal questo progetto e dopo un primo incontro dedicato ai genitori il 28 novembre scorso, mercoledì 13 gennaio è stata la volta dei ragazzi delle scuole superiori: relatore, anche in questo caso, il noto blogger ferrarese Rudy Bandiera, probabilmente tra le figure più qualificate in Italia per affrontare tematiche come questa, soprattutto con i più giovani.
A fare gli onori di casa in una Sala Estense riempita da oltre trecento studenti delle scuole ferraresi sono stati Roberto Serra e Annalisa Felletti, rispettivamente assessore ai servizi informatici e alla pubblica istruzione; il primo si è dimostrato entusiasta di questo evento in quanto “momento fondamentale che Ferrara mette a disposizione dei cittadini per colmare il gap di alfabetizzazione digitale”, la seconda ha ricordato come tali occasioni siano “preziosi incontri dove poter fare vera e propria ‘educazione civica digitale’, necessaria poiché internet è tanto utile quanto pericoloso se utilizzato in maniera scorretta”.

“Oggi viviamo in un mondo completamente incomprensibile. Voi siete il business“. Con queste parole ha debuttato Rudy Bandiera, dedicando doverosamente una lunga prima parte del suo intervento a sette personalità del nostro tempo che hanno letteralmente rivoluzionato il mondo: l’ideatore del World Wild Web Tim Berners Lee, il fondatore di Apple Steve Jobs e quello di Microsoft Bill Gates, Mark Zuckerberg padre di Facebook, Larry Page e Sergey Brin ideatori di Google e Jeff Bezos, proprietario di Amazon. Una carrellata di nomi e marchi oramai molto noti ma che, proprio grazie allo strapotere da loro acquisito, è necessario conoscere a fondo per meglio comprendere la realtà e i dati che padroneggiano il mercato digitale odierno.
Una volta quindi sottolineato come – grazie all’acquisizione di piattaforme quali Instagram e WhatsApp – Facebook si candidi ad essere sempre più “il contenitore con il maggior numero di cose al suo interno“ del mondo, mentre Google con i suoi servizi “sa tutto di noi, compresi spostamenti e interessi e ciò che ci scriviamo in privato”, Bandiera ha ammonito i ragazzi circa il fatto che “tutto ciò che facciamo sui social ha una ricaduta sulla vita delle persone”; per il blogger è quindi necessario ricordarci che fenomeni come il Fomo (Fear of missing out), la dipendenza cioè da social, la paura di essere ‘tagliati fuori’, sono sempre più diffusi e da prevenire, così come importantissimo nell’epoca del digitale è il concetto di reputazione, poiché colossi come quelli citati sopra “hanno successo in quanto ci fidiamo di loro. Questo è un valore assoluto che, comunque, rimane sempre a rischio”.

IMG_0325Quali sono questi rischi? Per elencarne alcuni, cyberbullismo, il cyberbashing (la registrazione video di aggressioni postate sui social), il catfish (la creazione di profili falsi), il sexting (rischio di ricatti dopo l’invio di immagini sessualmente esplicite per vie private) ed infine il furto d’identità. Dati alla mano questi fenomeni sono in costante aumento e, tra i tanti casi citati da Bandiera, spiccano anche note vicende di cronaca avvenute nel nostro Paese.
Tuttavia non vi sono solo negatività in questo mondo iperconesso: “Noi per la prima volta possiamo fare davvero tutto ciò che vogliamo” ha puntualizzato Bandiera riferendosi alle incredibili opportunità che la rete oggi ci offre, anche se per coglierle è necessario “essere il più creativi possibile, essere cioè in grado di non copiare ciò che fanno gli altri ma saper inventare prima degli altri”. Tra i concetti fondamentali anche l’identificazione, il ritorno della centralità dell’individuo e, molto importante soprattutto nell’era dell’informazione, l’auto-formazione. “Tutto questo – ha affermato il blogger – è possibile perché ognuno di noi ha qualcosa di bello da raccontare, quello che conta oggi è saperlo raccontare. Riuscire a fare storytelling oggi è tutto”. A corredo di quanto appena detto, immancabili i numerosissimi esempi di youtuber – nella maggior parte addirittura minorenni – divenuti negli ultimi anni vere e proprie star capaci di racimolare milioni di visualizzazioni.
Per confermare le proprie tesi, Bandiera ha concluso l’evento ricordando che oggi “solo il 14% della popolazione mondiale si fida della pubblicità, mentre i due terzi si fida esclusivamente dei consigli personali”, statistiche che lo inducono ad etichettare il nostro tempo come “rivoluzione TripAdvisor”. E’ la reputazione che fa la differenza.

Tra i tanti applausi dei ragazzi, sicuramente entusiasti e consapevoli dell’importanza delle tematiche affrontate, si è infine concluso questo primo – come più volte specificato dagli organizzatori – ‘esperimento’. Ben vengano quindi esperimenti analoghi, in grado di sensibilizzare e informare in maniera adeguata grandi e meno grandi a un mondo come quello digitale, tanto bello quanto insidioso per le proporzioni raggiunte.
Per concludere, e per dirla con Rudy Bandiera, quasi riprendendo Jobs, “siate creativi, siate consapevoli, siate responsabili”.

Dove vanno a finire le pizze. Il collezionista di celluloide

“Il cinema non morirà mai, ormai è nato e non può morire: morirà la sala cinematografica, forse, ma di questo non mi frega niente.” (Mario Monicelli)

Per tutti noi il film è sinonimo di pellicola; siamo abituati a pensare che il cinema sia fatto di quel lungo nastro di fotografie che alla velocità di 24 fotogrammi al secondo riproducono e/o creano la realtà. Se poi ci pensiamo, mettiamo a fuoco che, da molto tempo, non è più così.

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Pellicola cinematografica
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La mitica ‘pizza’

Più di 30 anni fa il formato vhs irruppe, portando la novità dell’home video; ora sembra normale, ma per gli analogici, per quelli che registravano la musica dalla radio alla cassetta con un microfono, e che il cinema lo vedevano solo in sala, fu una magia.Poi venne, per pochi anni e con non molto successo, nonostante la ottima qualità della riproduzione, il laser disc, un piattone delle dimensioni di un altro mito, il long playing in vinile; funzionava bene, ma l’eccessivo ingombro ne decretò il rapido declino. Poi il dvd, il blu-ray, per non parlare delle tv, delle piattaforme sul web, i telefonini, i pc, etc.; il film si è liberato dal servaggio della pellicola.
Ma proprio in questo nostro secondo decennio del secolo XXI, è avvenuta la rivoluzione, il digitale; macchine da presa molto più leggere, nessun limite materiale di metri-pellicola; con la pellicola si poteva lavorare, dopo il girato, sulla fase di sviluppo e stampa, ma poi il prodotto era quello, immodificabile; col digitale si ha la possibilità di lavorare sul girato praticamente illimitata, basti pensare ai film in computer grafica.

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Dcp, file cui si accede con un codice
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Dcp, dispositivo elettronico per proiettore digitale

Nelle nostre sale, salvo le più piccole che ancora sopravvivono magari con la videoproiezione, oramai si proietta in Dcp, acronimo di Digital cinema package: un file custodito in un contenitore cui si accede con un code; si sta rapidamente sviluppando anche la proiezione tramite invio elettronico del file del film al proiettore in sala.
Ma, dagli esordi degli ultimi anni dell’Ottocento sino a noi, girare un film su pellicola e poi proiettarlo, dopo sviluppo e stampa del negativo, è stata una delle tecnologie più longeve e di successo nella storia moderna. Un film di normale durata occupa 5/8 pizze, che messe insieme fanno una bella colonna, alta e pesante; se si pensa che un film poteva essere normalmente distribuito in alcune centinaia di copie, e che, una volta terminato lo sfruttamento del film nelle sale, che spesso si compie in pochi mesi, questo materiale diventa sostanzialmente inutile, sorge una domanda: dove vanno a finire le pizze?

Ce lo racconta Graziano Marraffa, un appassionato cinefilo, fondatore e animatore dell’Archivio storico del cinema italiano, una importante cineteca con sede in Roma, che ha realizzato la pazza idea di farsi cineteca tutta sua.
“Fin da bambino vedevo con assiduità e attenzione i film in televisione, ed ero attirato in modo irresistibile dai quelli più importanti, diciamo i classici. Compravo le riviste specializzate e ritagliavo gli articoli e le foto; poi, piano piano, è diventata una professione. Ho imparato a girare nei mercatini di tutta Italia, dove ho trovato memorabilia, locandine, foto di scena, soggetti e sceneggiature.
Poi, anche frequentando professionisti del settore, ho recuperato e raccolto i trailer, quelli che una volta chiamavamo “pezzi”, che spesso contengono scene o frammenti non inclusi poi nella versione montata del film; immagini e battute dunque che altrimenti sarebbero andate perdute per sempre. Il mio interesse al recupero e alla conservazione mi ha portato poi a raccogliere altre testimonianze, non solo i film, ma le scenografie, i costumi, le foto di scena, attualmente ne conservo 750.000, tutte con copyright; ho i backstage di film di Fellini, Pasolini, De Sica, di attori come Totò, Magnani, Sordi, originali e inediti. Sì, è stata proprio una pazza idea.”

Di seguito alcuni manifesti originali conservati all’Archivio storico del cinema italiano di Roma. Clicca le immagini per ingrandirle. Si ringrazia Graziano Marraffa per la gentile concessione.

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SEGUE

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

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