Tag: risparmiatori

Se mi lasci i tuoi soldi ti apro il conto,
se me ne lasci troppi te lo chiudo

 

Non ti meravigliare se la tua banca nei prossimi giorni ti manderà una lettera in cui ti comunica due novità: primo, se tieni più 100.000 euro sul conto corrente ti verrà applicata una commissione aggiuntiva; secondo, con un breve preavviso, la banca potrebbe decidere di chiuderti il conto, perchè le costa troppo.(NB Per adesso questa decisione riguarda i conti aziendali, non quelli intestati a persone fisiche. Per adesso.)

Prima di cominciare a inveire contro le banche ladre (ho pochi soldi e non me ne danno, gli lascio tanti soldi e non solo non me li pagano, ma me li fanno pagare), conta fino a dieci e respira. Dal punto di vista puramente industriale la scelta ha una sua razionalità: i tuoi soldi la banca li depositava presso la Banca Centrale Europea, che questo deposito lo remunerava – poco, ma lo remunerava.
Adesso invece siamo in una inedita situazione di tassi negativi: vuol dire che la BCE accetta il deposito della banca, ma invece di remunerarlo si fa pagare dalla banca – poco, ma si fa pagare. Si tratta di una misura di politica monetaria espansiva: in questo modo la BCE, in una fase di economia stagnante, stimola le banche a prestare i soldi ai clienti (da cui incasserebbero degli interessi: pochi, ma li incasserebbero) anzichè lasciarli dormire in BCE, dove da ora in avanti saranno le banche stesse a dover pagare per il deposito.

Come tutte le misure di politica monetaria, il riflesso sull’economia dei tassi negativi dipenderà da come si comporteranno le banche, ma anche da come andrà l’economia reale. E’ uno stimolo, non è un automatismo. La misura in sè potrebbe indurre le banche a riaprire i cordoni della borsa del credito: ma non si prestano soldi a qualcuno che, interessi o meno, non appare in grado di ridarteli. Non lo fareste neppure voi per un vostro amico, figuratevi se lo farebbe la banca, di cui non siete nemmeno amici. Di conseguenza, tu che stai imprecando perchè ti vogliono far pagare il deposito dei tuoi soldi, non passare dalla rabbia all’esaltazione pensando che il tuo sacrificio aiuterà tuo figlio ad avere il mutuo che gli è stato negato. Se nutri troppa fiducia in questo automatismo, potresti dover aspettare troppo: i soldi a tuo figlio fai prima a darglieli tu, così intanto abbassi il saldo del tuo conto e non rischi di pagare la commissione di elevata giacenza.

A questo punto potresti sollevare un’obiezione: ma perchè mi fanno pagare se lascio tanti soldi e non mi fanno pagare se ne lascio meno? Se la gestione di un conto per la banca è un costo, lo è anche se il conto ha una giacenza bassa. L’obiezione è sensata, anche se la banca non può arrivare al parossismo di chiudere tutti i suoi conti correnti perchè le costano troppo (non è scema). Infatti, la banca si riserva la facoltà di chiudere il tuo conto (quello con troppi soldi dentro) solo se non gli affianchi almeno un investimento. Se hai anche dei soldi investiti (in fondi, polizze, gestioni patrimoniali) il conto non te lo chiude (ancora una volta, non è scema), anche se la commissione di giacenza potrebbe fartela pagare lo stesso, allo scopo di convincerti a dirottare parte della tua liquidità in uno strumento finanziario, che serve a dare un rendimento al tuo denaro.

Cosa non quadra in questo discorso? Nulla, se non fossimo in piena epidemia mondiale, e se il mercato dei prodotti finanziari fosse efficiente. In effetti il conto corrente non è uno strumento di investimento (non lo è mai stato), ma uno strumento di servizio. C’è però un problema contingente, che speriamo resti contingente e non diventi strutturale: l’enorme incertezza economica, che mantiene i detentori di denaro costantemente all’erta, e non propensi ad impegnare i soldi  – e questa è senza dubbio una concausa dell’aumento dei depositi liquidi.  Inoltre c’è il problema dell’efficienza del mercato finanziario: il quale, almeno in Italia, è caratterizzato da una eccessiva complicazione dei prodotti al dettaglio, da una scarsa trasparenza e da una “consulenza” spinta, dai piani altri, verso la pura vendita.

L’eccessiva complicazione è sempre sospetta. Ad essa si associa regolarmente una scarsa trasparenza, il che rende il sospetto una certezza: se nel contratto mi viene omesso qualcosa, o mi viene scritto in caratteri minuscoli con una nota a piè di pagina, o mi viene scritto in modo incomprensibile per una persona di cultura media ma inesperta di finanza (ma chiedete a molti “esperti” se vi sanno decodificare le clausole di un prodotto finanziario), vuol dire che la complicazione non è nel mio interesse.

La consulenza inquinata dalle pressioni non è una responsabilità dei bancari – che peraltro sono dei “consulenti” in termini atecnici: possono più propriamente essere definiti degli esperti dei loro prodotti, quelli che la banca mette loro a disposizione, i prodotti della casa o delle case con le quali esistono degli accordi commerciali. Sotto questo profilo essere cliente della banca A o della banca B può fare differenza, se in genere i prodotti della banca A sono più efficienti(cioè hanno un miglior rapporto tra rischio e rendimento) di quelli della banca B. Ma tutte le banche hanno prodotti dignitosi e altri meno buoni. Altri ancora, roba da cui stare alla larga. Un consulente preparato, che dia dei suggerimenti sull’intera gamma di prodotti disponibili e che sia realmente indipendente dalle pressioni (e dai regali) delle case di produzione sarebbe l’ideale. Peccato che la sua consulenza giustamente debba essere pagata, e nel nostro paese non è ancora maturata la convinzione secondo la quale è meglio pagare due volte ma in modo trasparente (una per la consulenza e una per le commissioni del prodotto, che ci sono sempre) in cambio di uno strumento efficiente, piuttosto che pagare senza accorgersene, pensando che sia gratis e per uno strumento che forse, per efficienza, non è nella parte alta della gamma.

In tutto questo non vi è nulla di scandaloso: se siete in giro per cambiare macchina e andate alla Fiat, il “consulente” non vi proporrà mai una Renault. Basta che il rapporto sia chiaro. Quella che è scandalosa è la quantità di disastri finanziari che hanno coinvolto i risparmiatori in questi decenni, il che fa riflettere sulla qualità del nostro management (quello al top, perché gli scandali finanziari non sono mai colpa degli sportellisti, che però sono quelli che si beccano gli insulti) e sulla cultura di base delle persone, che una certa parte del sistema ha interesse a mantenere ignorante, e quindi manipolabile. Questa situazione rende ancora più urgente un cambio di paradigma, nella direzione di un’alleanza di interessi tra chi rappresenta i bancari onesti, coscienziosi e desiderosi di lavorare per la clientela (la stragrande maggioranza), e chi rappresenta i risparmiatori “normali”, senza velleità speculative.
Solo una saldatura tra questi interessi può contrastare la deriva delle vessazioni commerciali, che spingono le reti di vendita (persino in tempi in cui la legge vieta gli spostamenti non necessari) a convocare clienti per piazzare loro prodotti ad elevato commissionale, con buona pace della sbandierata ‘centralità del cliente’ e delle ‘risorse umane’.

SCHEI
Bancari e clienti di tutto il mondo, unitevi

I pompieri di Chicago Fire, famosa serie televisiva, spengono incendi in mezzo a strade innevate, al punto che il fuoco sembra essere l’unica fonte di calore di una città altrimenti gelida. E’ curioso che le teorie monetariste, di cui Milton Friedman è la punta di diamante, e la McKinsey, principale agenzia di consulenza sui modelli di business finanziario del secolo appena trascorso, abbiano entrambe la loro origine a Chicago (James Mc Kinsey, il fondatore, insegnava all’Università cittadina). Non a caso il filone monetarista di Friedman è chiamato anche “scuola di Chicago”. Evidentemente il clima di questa città, famosa per il suoi inverni rigidi, ha influito sul carattere di alcuni dei suoi abitanti, rendendo la spietatezza un tratto antropologico distintivo di una certa concezione dei rapporti economici, che trovano un paradigma nella dinamica di certe banche. Nel testo Strategic Management: A Stakeholder Approach, Edward Freeman diede la prima definizione degli stakeholders, vocabolo che abbonda sulle bocche degli amministratori delegati e banchieri: “soggetti senza il cui supporto l’ impresa non è in grado di sopravvivere”. Si tratta di una definizione che risale ai primi anni sessanta, ampliata poi in “portatori di interessi” e successivamente oggetto di una divaricazione di senso tra estremi opposti. Ad uno degli estremi, una concezione “etica” per cui l’impresa deve tenere conto delle conseguenze che le sue scelte hanno su soggetti (persone e ambiente) che non sono direttamente coinvolti nel processo di produzione. All’estremo opposto, una concezione “privatistica” imperniata sulla società per azioni. Milton Friedman (che, ricordiamolo, nel 1976 vinse il premio Nobel per l’economia) rifiutò l’idea di una responsabilità sociale dell’impresa. Friedman affermava che i manager sono agenti per conto terzi e dipendenti dei proprietari-azionisti e che devono agire nell’interesse esclusivo di questi ultimi. Utilizzare il denaro degli azionisti per risolvere problemi sociali, anche se l’impresa ne fosse in parte la causa, significherebbe fare della beneficenza con i soldi degli altri, senza averne il permesso. In questa concezione, non solo i portatori di interessi sono tutti dentro l’impresa, ma c’è una rigida gerarchia di importanza: gli azionisti vengono al primo posto (i grandi azionisti, meglio precisare).

Non è difficile dire quale concezione abbia prevalso in questi decenni. Ha talmente prevalso che un altro Nobel per l’economia, Joseph Stiglitz, ha detto che se non si abbandonano le teorie di Friedman, che danno luogo ad una ossessione tossica per i risultati a breve termine, non sarà possibile combattere le crescenti disuguaglianze. Ma senza allargare troppo il campo, rimaniamo in banca. Più volte su queste pagine, nel periodo Covid, abbiamo ricordato (e in qualche modo evocato) esperienze meritorie fiorite nella disperazione, come la Bank of Italy di Amadeo Peter Giannini, nata sulle macerie del terremoto di San Francisco del 1906 come la banca che dava fiducia agli immigrati italiani rimasti senza un soldo. Lo abbiamo fatto perchè la situazione attuale è quella di una economia che ripartirà sulle macerie di un gigantesco terremoto planetario di origine biologica. Il sistema bancario, comprese le regole che ne governano i processi, procede in maniera schizofrenica, e anche questo lo abbiamo già scritto: da una parte, regole che introducono una più sensata e minore ponderazione dei rischi di credito garantiti da stipendi e pensioni (le c.d. cessioni del quinto); dall’altro un inasprimento insensato delle regole che, dopo soli 91 giorni di un modesto sconfino, rendono il debitore un “cattivo pagatore”. I banchieri italiani, dal canto loro, muovono a grandi passi le loro strutture verso aggregazioni progressive miranti alla creazione di due o tre grandi poli bancari (Intesa San Paolo che ha incorporato UBI, Bper-Bpm, forse Unicredit-Monte dei Paschi). Queste megalopoli del credito potrebbero in effetti rafforzare la solidità patrimoniale degli istituti, ma si tratta di una eterogenesi dei fini, l’effetto involontario di un’azione intenzionale. E in cosa consiste l’azione intenzionale?

L’intenzione originaria appare quella di rafforzare la posizione dominante, nella scala di interessi, degli stakeholders ai quali pensava con amorevole premura Milton Friedman: i grandi azionisti. Come se ce ne fosse bisogno. Come se non fosse già così, come se gli altri due portatori di interessi (clienti e dipendenti) non fossero già abbastanza sacrificati sull’altare dei profitti. Tutti gli indici di redditività degli ultimi tre anni delle principali banche italiane segnano un incremento importante, nonostante il basso costo del denaro ed il conseguente modesto differenziale tra tassi attivi e passivi (la tradizionale fonte di guadagno per le banche) sia un dato ormai strutturale. Come è stato possibile? Basta leggere i numeri, ma siccome è noioso, un ottimo succedaneo è il commento ai risultati di bilancio di qualche banca. Quella che citiamo è Intesa, ma potrebbe essere anche un’altra: “…miglioramento della qualità del credito, aumento dell’efficienza puntando sui ricavi commissionali come principale voce di entrata”. Canoni dei conti, commissioni di istruttoria e di incasso rata sui prestiti, costi di ingresso sugli investimenti, retrocessioni sulle polizze.

Sarebbe un prezzo che si paga anche volentieri, se garantisse in generale l’intoccabilità del capitale investito dai clienti; se fosse in generale la contropartita di un incremento dei rendimenti riconosciuti; in sostanza, se le commissioni in aumento fossero il costo che si paga per una prestazione più efficiente. Sfortunatamente, i costi sono certi, i benefici incerti. La pressione assurda, spesso vessatoria, che alcune strutture esercitano sui dipendenti per collocare ai clienti prodotti ad alto ritorno commissionale rende impossibile la vita di molti bancari, ma non migliora quella dei clienti. A questo vanno aggiunte le sempre più ricorrenti inefficienze del sistema, aggravate dal fatto che ormai si verifica una fusione all’anno, ed i problemi di allineamento tra sistemi operativi causano disservizi che si scaricano sulla clientela per settimane o per mesi. Le banche sono ormai delle strade con l’asfalto sempre in manutenzione: dei cantieri costantemente aperti. Il rapporto tra costo e qualità del servizio è spesso drammaticamente inadeguato, ed apre la strada a soluzioni mordi e fuggi, ma di maggiore efficienza e rapidità, almeno in termini di risposta iniziale, con cui molti giganti del web si apprestano a cannibalizzare parte della clientela. Poco importa se la customer care del dopo vendita sarà inesistente: purtroppo anche quella delle banche si sta pericolosamente degradando.

I dipendenti e i clienti al dettaglio delle banche, quelli più colpiti dalla crisi, quelli a volte turlupinati da prodotti opachi o da aumenti di capitale mirati a scaricare sul risparmiatore il rischio di insolvenza dell’istituto, prima o poi la dovranno smettere di guardarsi in cagnesco, di diffidare gli uni degli altri, e comprendere che devono fare un pezzo di strada insieme. Prima succede, meglio è. Prima le associazioni di tutela dei consumatori la smettono di dare dei ladri ai bancari, meglio è. Prima i sindacati dei lavoratori la smettono di considerare i consumatori e le loro associazioni come dei nemici, meglio è. Se non si troverà il modo di saldare gli interessi dei due stakeholders deboli, ovvero clienti al dettaglio (rappresentati dalle loro associazioni e anche dalle istituzioni del territorio) e dipendenti, contro lo strapotere dello stakeholder forte (il capitale di rischio), il futuro delle fusioni bancarie sarà fonte di progressive espulsioni dal mercato dei lavoratori, di ulteriori restrizioni nell’erogazione di credito e di nuovi scandali finanziari.

Il tradimento di una banca nel romanzo di Nicola Cavallini

Sullo sfondo di Bankabbestia di Nicola Cavallini c’è Ferrara, la sua aria umida, i tic degli abitanti, una certa ripetitività del vivere e la fiducia nella stessa banca che tradisce tutti. Si rompe un patto di alleanza non solo tra i risparmiatori e chi doveva essere il custode dei risparmi, ma fra le persone che condividono un progetto, una vita insieme.
I personaggi tradiscono l’un l’altro, si ingannano ingabbiandosi in ruoli e facendo finta di crederci. Marco, Alice, Davide, Cristiana, Leonardo, Francesca sorreggono un grande bluff e lo sanno. Marco recita se stesso, accetta la finzione e la costruzione che ha fatto della propria identità, così la moglie Alice, ma la vita intanto procede per direzioni che non coincidono con la statuto che la coppia si è data, sfuggendo a ogni previsione.
Per Davide e Cristiana, invece, la vita li ha preceduti, inventandosi strade alternative in cui trovare rifugio. Ciascuno ha un vissuto nel vissuto che non è solo una storia parallela, ma una condizione pregressa che ha reso inevitabile la sofferenza del presente.
I confini dei diversi mondi in cui la stessa persona si muove non sono netti, le situazioni si ribaltano in continuazione in uno scambio inarrestabile tra la facciata che ha sempre più crepe e ciò che si vorrebbe vivere a pieno.
Marco ammette di avere messo la sua vita tra parentesi, una vita custodita, arginata, sorvegliata, ma non è l’unico, anche gli altri provano a mantenere un certo equilibrio formale, un bilico doloroso che non può reggere all’infinito.
Bankabbestia è anche un romanzo sui rapporti di coppia come impalcature che tentano di tenere in piedi palafitte pronte a essere travolte dalla prima mareggiata. Nella coppia, le visioni a specchio di lei e di lui viaggiano nell’incomunicabilità e completano un quadro rimesso nella mani di chi legge.
Tutti i protagonisti sono in qualche modo legati, anche senza saperlo, e quando si trovano a convergere nello stesso punto tragico, che è il momento della verità, ci pensa il caso a mandare tutto in frantumi. C’è qualcosa che scoppia e azzera, proprio quando era arrivato il momento di scegliere finalmente che strada prendere.

Bankabbestia sarà presentato lunedì 23 luglio alle 21,30 al Ray gelato di Santa Maria Maddalena, via Eridania 187

“Azzerati ma non rassegnati”: intervista a Katia Furegatti del direttivo Risparmiatori Azzerati di Carife

E’ passata poco più di una settimana dall’incontro fra il sindaco Tiziano Tagliani, il sottosegretario dell’Economia e delle Finanze Pier Paolo Baretta e gli Azionisti Azzerati Carife. Cerchiamo di fare il punto sulla vicenda partendo proprio dalla voce dei risparmiatori, quelli ‘azzerati’ o ‘traditi’ o ‘attivi’ come essi stessi si sono definiti.
Mancati controlli, operazioni troppo ‘allegre’, un Governo forse troppo tempestivo nell’applicare la regola europea del bail-in, ricapitalizzazioni inutili e aperture di linee di credito per decine di milioni di euro a gruppi finanziari poco solidi. Questo il mix che ha portato all’azzeramento di due secoli di storia bancaria ferrarese e alla vaporizzazione dei risparmi di 28mila azionisti e 4mila obbligazionisti subordinati.
Tante apparenti responsabilità ma, come sempre, nessuna responsabilità.

Le banche guardano al futuro e il futuro non vuole garanzie statali, tutele, differenze troppo marcate tra operazioni finanziarie e raccolta risparmio. Vogliono essere svincolate dall’economia reale e dai territori, pensare globale e in grande. E mentre noi ci chiediamo a chi conviene tutto questo e la Bce rilancia chiedendo la rimozione della tutela dei conti correnti fino a 100.000 euro. Parliamo con chi ha vissuto sulla propria pelle un assaggio di questo futuro: Katia Furegatti, membro del direttivo dei ‘Risparmiatori Azzerati di Carife’, un gruppo di persone che si sono aggregate volontariamente dopo il 22 novembre 2015, data dell’azzeramento dei risparmi di 32mila famiglie ferraresi, diretta conseguenza del Decreto Salvabanche del Governo Renzi.
Katia rappresenta un gruppo di cittadini che non si sono arresi e anzi continua a impegnarsi affinché “siano restituiti i soldi sottratti. Ci consideriamo un gruppo di ‘Cittadinanza Attiva’ che si impegna per ripristinare un diritto civile sancito dalla Costituzione: il diritto alla tutela del risparmio”.

Ci eravamo lasciati con la fiaccolata del 30 luglio (leggi QUI l’articolo). In quell’occasione ci si lamentava dell’assenza della politica sia nazionale sia locale. Ricordo soprattutto che allora numerosi cartelli rimarcavano l’indifferenza dimostrata da politici locali attualmente sulla scena nazionale, come Franceschini e Marattin.
L’obiettivo della Fiaccolata del Risparmio Tradito realizzata poi il 30 luglio scorso era riaccendere i riflettori della città, della politica e delle istituzioni sia nazionali sia locali su una vicenda drammatica che sembrava fosse sparita dalle agende dei politici e dall’elenco dei gravi problemi da risolvere.
Alla Fiaccolata parteciparono circa 500 persone, alcune provenienti anche dalla Toscana e dal Veneto, e in quei giorni presentammo un documento ai giornali con le nostre proposte che ebbe un buon risalto mediatico. L’obiettivo di riportare l’attenzione sul nostro caso e far sapere sia alla città sia ai politici nazionali che non eravamo disposti ad arretrare sulle nostre posizioni fu ampiamente raggiunto.

Nella conferenza stampa che ha presentato l’iniziativa avete reso pubblico il documento che rappresentava la vostra base programmatica (clicca QUI per leggerlo)
Lo abbiamo presentato all’Arcivescovo di Ferrara Gian Carlo Perego, che si è dimostrato solidale con la nostra vicenda, usando anche parole forti definendola “un’operazione finanziaria vergognosa”. Abbiamo chiesto e ottenuto incontri per consegnarlo a diverse forze politiche locali: Lega Nord, Movimento 5 Stelle, Forza Italia, Partito Democratico. Siamo riusciti a incontrare anche rappresentanti delle Istituzioni nazionali, in primis i parlamentari ferraresi, il Presidente della Regione e poi consiglieri e assessori regionali e ovviamente il Sindaco di Ferrara. Da tutti abbiamo avuto dichiarazioni di sostegno alle nostre proposte e anche l’impegno di adoperarsi per risolvere la vicenda.

Di quali impegni si sono fatti carico e, soprattutto, ci sono stati aiuti concreti?
Devo dire di sì, ci sono stati interventi da varie parti politiche, comunali, regionali e nazionali.
Alan Fabbri, (Consigliere Regione Emilia Romagna della Lega Nord, ndr) ha ottenuto l’istituzione del fondo regionale per il rimborso delle spese sostenute per le pratiche di rimborso e per le cause avviate.
Il Movimento 5 stelle ha, fra l’altro, supportato gratuitamente gli azzerati nella presentazione delle istanze di ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’uomo.
Il Coordinatore regionale di Forza Italia, Elio Massimo Palmizio, ha inviato un’interrogazione al Ministro Padoan sulle nostre proposte.
Anche da Pier Luigi Bersani, leader di Mdp-Articolo 1, incontrato nel corso di un’iniziativa cittadina, è arrivato un impegno a sostenere le nostre proposte.

Che ruolo si è ritagliato il nostro Sindaco?
L’incontro con il sindaco Tiziano Tagliani e con l’assessore regionale Patrizio Bianchi ha prodotto un coinvolgimento diretto del Presidente della nostra Regione, Stefano Bonaccini, che abbiamo anche incontrato personalmente, e del Sottosegretario al Ministero dell’Economia e Finanze, Pier Paolo Baretta.
In particolare è stato decisivo l’incontro con il deputato del Partito Democratico Alessandro Bratti, da sempre una voce fuori dal coro per le sue posizioni in merito alla vicenda Carife rispetto ai leader ferraresi del suo partito. Con lui abbiamo avviato un dialogo costruttivo con i Dem ferraresi che ci ha portato poi a incontrare sia il vicesegretario nazionale del Pd Maurizio Martina, sia il Ministro Dario Franceschini, il grande assente sull’intera vicenda, e infine il segretario nazionale Matteo Renzi, l’incontro è avvenuto il 9 novembre scorso.

Come è andata con Renzi?
Abbiamo organizzato un sit-in di protesta durante la visita di Matteo Renzi a Ferrara e, contemporaneamente, una delegazione del nostro gruppo è salita sull’Intercity ‘Destinazione Italia’. In quell’occasione, dopo avergli ricordato che lo riteniamo il principale responsabile del nostro azzeramento, gli abbiamo chiesto cosa intendesse fare concretamente per dimostrare, come ha recentemente dichiarato, di essere dalla parte dei risparmiatori. Un’inversione a 360 gradi visto che fino a poco tempo fa ci aveva etichettato come “speculatori”.
Il Segretario del Pd si è impegnato a introdurre un “fondo per il risparmio tradito”, questo il termine da lui usato, nella Legge di Stabilità 2018 per il rimborso anche degli azionisti azzerati.
Il fondo, che avevamo prospettato anche nel nostro documento programmatico, è stato poi presentato ufficialmente dal Sottosegretario Pier Paolo Baretta il 16 novembre all’incontro organizzato in Municipio dal Sindaco Tagliani. Durante quell’incontro abbiamo anche proposto al governo di esercitare la ‘moral suasion’ nei confronti degli istituti che hanno avuto per 1 € le banche messe in risoluzione. Pensiamo che anche Bper debba intervenire a sostegno degli azzerati, attraverso l’assegnazione di titoli a parziale ristoro dei risparmi perduti, come ha fatto Banca Santander in Spagna e come in parte sembra farà Bankintesa in Veneto.
A questo proposito bocciamo le iniziative commerciali proposte da Bper agli ex azionisti Carife perché le riteniamo inadeguate e fuorvianti. Bper ha dichiarato alla stampa di aver aumentato del 47,3% l’utile rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, anche grazie l’acquisizione di Carife. Dimostri concretamente, quindi, di volere effettivamente riconquistare la fiducia dei ferraresi.

Chi potrà usufruire di questo fondo?
Il Fondo annunciato da Baretta sarà rivolto a chi ha perso i propri risparmi a causa di una mala gestio degli istituti bancari, ovvero a seguito di pratiche bancarie scorrette. Include quindi anche gli azionisti e sarà finanziato da chi ha creato questi problemi, ovvero dal sistema bancario stesso.
Il prossimo passaggio che faremo sarà quello di chiedere al sottosegretario Baretta di presentare alla città, in un’assemblea pubblica, che cosa prevede nel dettaglio l’emendamento presentato dal governo sul fondo e, in particolare, quale sarà la dotazione finanziaria, chi i destinatari e quali le modalità per ottenere i rimborsi.

Ad oggi cosa è stato ottenuto e chi invece è ancora in attesa di una soluzione?
L’82,98%, stessa percentuale anche a Ferrara, degli obbligazionisti subordinati hanno ottenuto il rimborso diretto dell’80% del valore delle loro obbligazioni dal Fondo Interbancario. Si tratta di coloro che rientravano in una delle seguenti condizioni:
– patrimonio mobiliare di proprietà dell’investitore di valore inferiore a 100.000 euro al 31 dicembre 2015;
– ammontare del reddito complessivo dell’investitore ai fini dell’imposta sul reddito delle persone fisiche nell’anno 2014 inferiore a 35.000 euro.
Per gli altri obbligazionisti l’11 novembre scorso è scaduto il termine per la presentazione delle procedure di Arbitrato all’Anac.
I 28.000 azionisti non hanno ancora ottenuto nulla ed è a questi in particolare che è rivolto il nostro impegno.

I prossimi passi?
Abbiamo in programma altre iniziative di denuncia e di approfondimento che organizzeremo in città, insieme ad altre assemblee che faremo in provincia per coinvolgere tutti gli azzerati. Nell’ultimo periodo abbiamo realizzato quattro assemblee, a Portomaggiore, Ostellato, Copparo e a Ferrara, e abbiamo parlato a circa 500 persone. L’ultimo incontro lo abbiamo realizzato il 16 novembre a Ferrara e hanno partecipato circa 200 persone. Il nostro slogan è: “Azzerati ma non rassegnati”.
Attraverso questi incontri stiamo rafforzando la nostra rete organizzativa. Mai come in questo periodo di campagna elettorale, infatti, è necessario continuare a esserci per fare pressing a tutti i livelli, in particolare alla politica affinché alle parole seguano atti concreti.
Non trascuriamo, inoltre, ciò che sta avvenendo sul fronte delle azioni legali. E’ in corso un processo contro Carife in cui circa 1200 ex azionisti si sono costituiti parte civile e c’è un’ordinanza emessa dal Tribunale di Ferrara che ha dato ragione ad un ex azionista azzerato che dovrà essere rimborsato in toto del capitale investito, oltre che degli interessi maturati e delle spese legali.
Riteniamo poi il ricorso all’Arbitro per le Controversie Finanziarie, istituito recentemente presso la Consob, una strada utile da perseguire, anche perché non costa nulla, si può fare on-line e può essere molto utile anche per eventuali cause civili.

È stata recentemente istituita anche una Commissione Parlamentare d’inchiesta sulle banche.
Si. Abbiamo inviato un ‘Dossier su Carife’ al suo Presidente, Pier Ferdinando Casini, e a tutti i componenti della Commissione. L’Onorevole Casini ci ha risposto con una lettera in cui ha scritto che saremo invitati in audizione e siamo in attesa di essere convocati.

Salvatore Rossi e Carife, ovvero l’ennesima ‘beffa’

di Alice Ferraresi

Salvatore Rossi ha pubblicato un volumetto – scritto a quattro mani con Anna Giunta – intitolato ‘Che cosa sa fare l’Italia’. In esso (perlomeno, nella parte nella quale dovrebbe avere maggiore competenza specifica, come scopriremo poi), Rossi scrive tra l’altro che il prezzo dei crediti deteriorati attribuito alle banche in risoluzione (tra cui Carife) fu fissato da alcuni funzionari della Commissione Europea “a un prezzo irragionevolmente basso, meno del 18% del valore di libro, utilizzando come benchmark per le poste più significative dati del mercato sloveno”. Un fatto molto grave, visto che è fondamentalmente per questa ragione – ipersvalutazione dell’attivo – che in Carife si è dovuto ipersvalutare una parte del passivo, cioè azzerare parte dei debiti verso i clienti (le famose obbligazioni subordinate, emesse a Ferrara negli anni 2006 e 2007).
Verrebbe da pensare: chi è questo Rossi giustamente indignato e così bene informato sui meccanismi che hanno portato allo scellerato bail in all’italiana? Un giornalista d’inchiesta? Un economista con fonti informative riservate? Un redattore di Report?

Niente di tutto questo. Salvatore Rossi è (da maggio 2013, attenzione) nientemeno che il Direttore generale di Banca d’Italia!
Ma Rossi l’ineffabile non si limita a questo. Scrive anche, nello stesso volumetto, che i tecnici dell’istituto da lui diretto hanno formulato obiezioni scritte al bail in retroattivo che si prospettava in Italia; ma che tali obiezioni non furono prese in considerazione dal Consiglio dei Ministri Finanziari e dal Consiglio Europeo. Ancora: “non si vedeva alcun profilo di violazione delle regole sugli aiuti di Stato” nell’intervento del Fondo Interbancario (fatto approvare dai commissari di Banca d’Italia all’assemblea dei soci Carife il 30 luglio 2015, ndr), “essendo il Fondo un ente costituito da tutte le banche del sistema e da queste finanziato, che interveniva per un interesse privato, ossia per scongiurarne l’onere sicuramente maggiore che sarebbe caduto su di esso, e dunque ancora su tutte le banche del sistema, se le banche in difficoltà fossero state liquidate e avesse dovuto rimborsare tutti i prestiti garantiti”. Purtroppo, scrive Rossi, “ci si è dovuti piegare alla volontà della Commissione per una ragione assai semplice: nel caso di contenzioso davanti alla Corte di Lussemburgo, le norme contabili internazionali prevedono che i fondi apportati dal soggetto in odore di statalità vengano coperti da appositi accantonamenti, rendendoli quindi del tutto inutili”.

Alcune osservazioni sorgono spontanee.
Primo: che cosa faceva Salvatore Rossi mentre il sistema bancario italiano, o almeno parte consistente di esso, naufragava sotto il peso della mala gestio e della crisi? Cosa faceva quando Zonin, padre padrone della Popolare di Vicenza franata sotto il peso delle operazioni baciate prestiti contro azioni, acquistava per oltre 9 milioni di euro palazzo Repeta, allora immobile prestigioso (ma vuoto) di proprietà di Bankitalia? Parliamo del 2014, non di vent’anni fa.
Secondo: se le osservazioni scritte di Banca d’Italia (peraltro non disponibili per la visione) non servono a nulla perché tanto la Commissione Europea non le considera, a cosa serve la Banca d’Italia? Se la cessione di sovranità finanziaria è talmente totale da rendere pregiudizialmente privo di ogni significato anche un ricorso alla Corte Europea, a cosa serve la Banca d’Italia? (verrebbe da aggiungere: a cosa servono il governo e lo Stato Italiano, ma allargheremmo il tema…).
Terzo: come si giustifica la remunerazione del Direttore Generale della Banca d’Italia, nella migliore delle ipotesi ente inutile secondo le stesse deduzioni del medesimo Salvatore Rossi, nella sua veste di saggista fustigatore di costumi? Parliamo di circa quattrocentomila euro.

E’ già abbastanza scandaloso quello che sta avvenendo nel sistema bancario sotto la supervisione di quello che dovrebbe esserne l’organo di vigilanza. Appare addirittura beffardo che il direttore generale di questo istituto si erga a osservatore accademico, con punte ridicolmente “pamphlettistiche” di critica sociale, di vicende delle quali porta una pesantissima corresponsabilità.

Le mille e una perplessità finanziarie
oltre la nebbia di complottismi e tecnicismi

In rete gira una voce attribuita al miliardario Jacob Rothschild, uno che per posizione e tradizione familiare si suppone la sappia piuttosto lunga in tema di finanza e di potere globale: “Il mondo vive il più grande esperimento di politica monetaria della storia”: un esperimento del quale non si sa quali potranno essere le conseguenze posto che “oggi ci troviamo in acque totalmente inesplorate”.

E’ sempre difficile esprimere considerazioni e giudizi quando si parla di finanza ed è arduo rimanere ancorati a qualche fatto concreto che pure potrebbe essere trovato se solo si selezionassero con molto discernimento le informazioni disponibili. Questo è invece il vero territorio del cosiddetto complottismo (termine sul quale bisognerebbe riflettere seriamente) e terreno di cultura delle ipotesi e delle teorie più fantasiose. Ed è proprio questo proliferare di discorsi e narrazioni sotterranee, che strisciano al di fuori del pensiero ufficiale, che rende ancora più difficile argomentare seriamente su un tema che diventa sempre più inquietante man mano che passa il tempo.
La celebrazione ufficiale e quotidiana della finanza ci presenta una realtà descritta con un proprio linguaggio – una neolingua – fatta di termini tecnici che i media diffondono a piene mani, che il pubblico orecchia, ma che solitamente non comprende: il glossario on line del Sole24Ore ad esempio, riporta centinaia di termini – la maggioranza, ovviamente, in inglese – che costituiscono un alfabeto alieno per i neofiti. Si va da ‘acid test’ e ‘advisor’ a ‘zero coupon bond’ passando per i vari ‘equity’, ‘junk bond’, ‘opa’, ‘takeover’, ‘trading’. E senza dimenticare ‘call, ‘warrant’, ‘blue chips’,’bond’, ‘Basilea2’, ‘hedge found’, ‘offshore’, con qualche concessione agli italianissimi e classici ‘aggiotaggio’, ‘tasso di interesse’, ‘manleva’, ‘sottostante’ e, udite udite, ‘speculazione’. Il possesso di questo linguaggio è il meccanismo attraverso il quale gli esperti e i professionisti ridotti a meri ruoli tecnici si riconoscono e si riproducono.
Contro questo muro di tecnicismi si schianta ogni tentativo di comprensione da parte dei non addetti ai lavori. Eppure, anche la finanza è un prodotto della creatività e dell’attività umana, che può e deve essere analizzato con le procedure intersoggettive trasparenti (o se si preferisce: scientifiche) di discipline quali la sociologia e l’antropologia e che, inoltre, deve essere sottoposta al vaglio di una razionalità discorsiva pubblica e non solo decisa nell’ambito di una razionalità esclusivamente tecnica.

Malgrado i tecnicismi, che la rendono impenetrabile ai più, la finanza appare però anche con un volto molto semplice ed accattivante: tutti sono in grado di capire se un indice relativo ad un prodotto finanziario sale o scende, guadagna o perde; e le azioni da compiere in questo mondo si riducono in fondo a due: comperare o vendere al momento giusto. Ciò che tutti capiscono fin troppo bene è che la salute dell’economia dipende dal comportamento dei numeri che stanno dietro a quei nomi, che povertà e ricchezza delle nazioni e delle famiglie sono determinati in buona parte dagli output generati da quel sistema che, dietro l’apparente semplicità che appare in superficie, si mostra quantomai opaco e poco trasparente; un sistema che si illustra quotidianamente attraverso grafici e statistiche digitali, che è mediato dalle parole di qualche ineffabile esperto, che è associato alle trame della speculazione (alzi la mano chi non ha mai sentito parlare di Soros), che è sempre ricondotto alla domanda delle domande che sembra assillare tutti, fino a condizionare pesantemente le scelte dei governi: a fronte di una decisione o di un evento, come reagiranno i mercati?

Eppure nel sistema finanziario globale lavorano centinaia di migliaia di persone che danno il loro piccolo o grande contributo a prescindere dai risultati e dalle conseguenze attese e inattese generate dal sistema. Il modesto cassiere di banca, il direttore della filiale sotto casa, l’assicuratore, il consulente finanziario e assicurativo con cui facciamo l’aperitivo, il banker, il trader, il quant, il broker (termini che fanno parte dello slang della city), il Ceo della grande banca, i manager e i dirigenti del FMI e della BCE, gli esperti delle agenzie di rating, gli avvocati specializzati non meno dei grandi speculatori fanno porte di questa grande industria finanziaria altamente interconnessa.
E inoltre informatici, matematici e fisici che in gran numero sono stati assunti per inventare gli algoritmi di calcolo che consentono di generare complicatissimi prodotti finanziarie e, minimizzando i tempi delle transazioni, permettono di estrarre profitti speculando sulle diverse piazze mondiali giocando sul filo dei millesimi di secondo.
Anche su molti di questi lavoratori cade la scure del licenziamento, in alto per l’alto rischio insito nel gioco, in basso sia per gli effetti dell’automazione che elimina posti di lavoro, sia per le strategie aziendali di taglio del personale che caratterizzano anche le imprese del settore finanziario (per massimizzare il valore in borsa nel breve periodo).

Non va dimenticato infatti che nel sistema agiscono soprattutto grandi capitali e imprese private (come banche ed assicurazioni) il cui scopo è appunto quello di massimizzare il profitto, ma agiscono anche centinaia di milioni di risparmiatori diventati piccoli speculatori e spinti. non di rado, da una insana avidità. Ma nella grande industria finanziaria che rappresenta il lato più avanzato (e impersonale) della globalizzazione agiscono attori, oltre le banche, che il pubblico ignora e con i quali molti di noi hanno rapporti ben più stretti di quel che sembra. Fondi pensione, assicurazioni, fondi comuni di investimento, casse previdenziali, venture capital, private equity per non citare che i più noti.
Molti di essi sono troppo grandi per fallire, un modo piuttosto viscido per dire che non sono controllabili né dai meccanismi di mercato, né da regole legali (sempre aggirabili), né tantomeno da procedure democratiche.

Nessuno dei soggetti che dirige l’industria finanziaria che può imporre le proprie scelte ai governi legalmente eletti è stato mai eletto, nessuno di loro risponde dunque agli elettori; nessuna procedura democratica trova facilmente posto (e dignità) nell’industria finanziaria che conta. Grandi e piccoli manager del circo finanziario rispondono invece ai livelli gerarchici superiori e, soprattutto, ai grandi azionisti che detengono la proprietà delle organizzazioni finanziarie. E rispondono senz’altro ai codici culturali che nel mondo finanziario sono assai forti: chiusura verso l’esterno, discrezione, riservatezza, competizione, difesa del clan; un codice che – nella city londinese – è stato ricostruito e presentato da Joris Luyendijk sul blog del Guardian; un codice dove la reputazione è essenziale ma che alimenta spesso un clima di paura, una cultura tossica, che si sposa con l’amoralità che accompagna (quasi) sempre il trionfo del tecnicismo autoreferente. Un quadro rappresentato dal cinema (chi non ricorda il banchiere d’assalto Gordon Gekko del film Wall Street?) ma suffragato da (pochissime) indagini antropologiche, etnografiche e sociologiche.

Riassumiamo. Se la finanza è la disciplina attraverso cui si gestiscono i flussi finanziari, il sistema all’interno del quale questi flussi scorrono è straordinariamente complesso ed in esso la tecnologia digitale gioca un ruolo sempre più forte; è tuttavia un sistema sociale istituzionalizzato fatto di organizzazioni, norme, persone. Al suo interno esistono meccanismi incentivanti e un cultura specifica che indirizza i comportamenti delle persone che decidono orientandolo verso pratiche volte alla massimizzazione del profitto a breve termine. Nel sistema agiscono attori così grandi e forti che non debbono temere più di tanto le conseguenze del loro agire mentre le lobby che li rappresentano sono in grado di influenzare pesantemente la produzione di leggi e normative, comprese quelle che ne dovrebbero regolare i comportamenti. Anche gli Stati sono obbligati a rispondere a regole dettate da questo sistema e sono addirittura valutati dalle agenzie di rating che ne sanciscono efficienza ed affidabilità. La velocità con cui tutto questo si muove è l’esatto contrario delle lente procedure democratiche utilizzate dai governi; infine, non esiste una diffusa consapevolezza pubblica di come sia strutturato e funzioni questo sistema, di chi ne detenga il potere, di come venga prodotto e gestito il flusso di denaro, mancando in tal modo qualsiasi forma di controllo democratico dal basso.

Sembra che oggi tutto questo complicatissimo meccanismo sia sfuggito non solo al controllo dei politici eletti ma anche dei potenti stessi che lo hanno voluto e gestito e si stia indirizzando verso direzioni che nessuno riesce più a prevedere; sembra che la crisi non abbia insegnato nulla se non che le perdite continueranno a riversarsi sugli Stati e sui cittadini. Dunque, ancora una volta la domanda è: che fare? Una domanda che, si suppone, i decisori del sistema finanziario si saranno posti più di una volta e che i politici seri dovrebbero porsi ogni giorno. A meno che, come sostengono i cosiddetti complottisti – e lo diciamo cercando di usare un certo sense of humor – tutto questo non corrisponda ad un piano (!) ben preciso. A meno che, come sosteneva con tutt’altra legittimità Luciano Gallino, non ci sia passato sotto il naso un colpo di stato silenzioso ordito da banche e governi a danno dei cittadini lavoratori e della democrazia.

Salvare le banche è di sinistra

di Alice Ferraresi

Giorgio Gaber cantava “se la cioccolata svizzera è di destra, la nutella è ancora di sinistra” e snocciolava altri luoghi comuni su cosa è considerato di destra e cosa di sinistra.
“Salvare una banca” non è considerato né di destra né di sinistra: è impopolare e basta. Il concetto è la conseguenza di due postulati, entrambi errati: che salvare una banca significhi salvare i banchieri; che la banca sia un’azienda come tutte le altre.

Primo postulato: salvare una banca significa salvare i banchieri. Dovrebbe essere il contrario. Infatti, se si riuscisse a riportare nel capitale della banca almeno parte dei denari sottratti dalla mala gestio o dalla malversazione dei cattivi banchieri, tra punizione e sanzione dei primi e cura delle seconde ci sarebbe una relazione diretta: recupero capitali sottratti alla buona gestione e li reimmetto nella banca. Purtroppo in questo recupero l’attuale legislazione di diritto privato commerciale (anche internazionale) è gravemente carente di strumenti idonei a colpire gli interessi di chi ha soldi da nascondere. Semplicemente, gli strumenti della “libera finanza” sovrastano gli anticorpi normativi.
Peraltro questa è solo una parte del problema. La cattiva gestione dilapida denaro aziendale che non può essere tutto recuperato dalle tasche dei top manager: l’azienda che perde valore e capitalizzazione perde infatti tanto denaro, perchè scelte sbagliate la depauperano profondamente. Tuttavia sarebbe già un grande passo in avanti se alcune retribuzioni milionarie venissero rigorosamente agganciate al raggiungimento di risultati di buona gestione (che non significa la massimizzazione dei profitti di breve periodo). Invece, anche in questi giorni di grandi crisi bancarie, assistiamo a scandali come il trattamento economico – preceduto da un incredibile “bonus in entrata” – dell’AD di Pop Vicenza Iorio, che in 18 mesi di reggenza in una banca in grave dissesto (e nella quale i dipendenti rischiano posto di lavoro e parte della retribuzione) ha percepito circa diecimila euro al giorno. Una follia, un insulto. Un pactum sceleris tra privati che dovrebbe essere reso giuridicamente impossibile, dentro aziende in crisi. Non parliamo delle banche commissariate: qui la gravità delle sperequazioni è accentuata dalla segretezza da cui vengono circondati i compensi della compagine commissariale – che non aiuta una banca a guarire, casomai la aiuta a sprofondare; ma di questo parleremo magari un’altra volta…
Secondo postulato: la banca è un’azienda, quindi se è in dissesto deve poter fallire, come qualunque altra azienda. La banca è un intermediatore di denaro: raccoglie i soldi di proprietà dei suoi clienti, e li impiega prestandoli al territorio che ne ha bisogno per svolgere le sue attività economiche. Se una banca viene lasciata fallire, le due conseguenze immediate sono le seguenti: primo, una parte dei risparmi dei clienti viene espropriata, esattamente alla stregua di un credito che viene succhiato ed attratto nella massa di crediti di una procedura fallimentare, che verranno pagati se e quando sarà realizzato un attivo (questo drammatico effetto si è già visto a Ferrara, con la crisi Carife); secondo, la banca chiede ai suoi clienti di rientrare (ad un certo tempo) dai prestiti erogati, ma soprattutto ed immediatamente interrompe il sostegno economico ai suoi affidati. Questo secondo effetto è ancora più drammatico, perchè si porta dietro l’implosione del tessuto economico di un territorio. E’ infatti strettissimo il legame tra sistema produttivo e banche (specie banche del territorio): le imprese del territorio funzionano a debito. Pochissime sono quelle che lavorano esclusivamente con mezzi finanziari propri.
Questa descrizione dovrebbe far percepire una banca per quello che è realmente: una infrastruttura del territorio, esattamente come un tessuto stradale, una fognatura, una ferrovia. Questo rischio è tanto più alto quanto più la banca che entra in crisi finanzia ancora (anche se non esclusivamente) la maggior parte delle aziende di un territorio. E’ questo il caso di banche grandi(come MPS) ma anche di banche più piccole ma di estrazione territoriale (le due venete, Cassa Ferrara), che sostengono in maniera decisiva, piaccia o no, le aree di riferimento. Lasciare andare una banca del genere al suo destino equivale a far crollare un’autostrada ad alta percorrenza, un sistema viario. Sarebbe come far deragliare i treni perchè ci sta sulle scatole l’AD di Ferrovie dello Stato. Equivale a staccare il bocchettone dell’ ossigeno alle aziende del territorio. E’ quindi mistificatoria l’opinione di chi ritiene che il salvataggio di una banca non debba gravare sulla collettività, perchè è esattamente il contrario: è il dissesto irrimediabile di una banca che scarica tutto il suo fardello sulla collettività.

Per liberamente interpretare Giorgio Gaber: credo che salvare un cattivo banchiere sia di destra, mentre credo che salvare una banca sia di sinistra, perchè significa salvare i risparmi dei cittadini e il tessuto economico. Il nuovo governo, che nasce nel segno della continuità con il precedente, afferma di essere di centro-sinistra. E’ auspicabile che decida di affrontare la crisi del sistema bancario con un salto di qualità rispetto alla passata gestione. Le premesse purtroppo non sono buone.

Il “vaffa” dell’economia al cittadino: crisi pilotate, schiavitù monetaria e dulcis in fundo… reimpasto di governo come piace all’Europa

Come ha avuto modo di dire lo stesso Monti, per fare riforme strutturali hai bisogno di una crisi, altrimenti diventa difficile farle accettare. Del resto, quando ti dicono che dovrai andare in pensione a 70 anni con la metà della retribuzione non la prendi proprio bene. Quindi si crea il problema della crisi e poi in piena emergenza si presenta la soluzione che, guarda caso, è sempre sfavorevole al cittadino. Soluzione, ovviamente, da attuare in fretta e senza pensarci troppo, altrimenti questi ultimi potrebbero avere il tempo di ragionarci su e capire che magari ci sono altre strade a loro più favorevoli.

I 5 miliardi necessari al Monte Paschi Siena, per esempio, diventano una delle ragioni alla base dell’affidamento al Ministro Gentiloni di un incarico pieno a Presidente del Consiglio. Il perché si arriva a questo, ovviamente, è relegato agli esperti o ai soliti catastrofisti antisistema e antieuro. Quindi non se ne parla o si rende la strada alla comprensione troppo tortuosa.In realtà basta fare un po’ di considerazioni per mettere le cose al posto giusto e farlo serve anche a capitalizzare il no al referendum. Ovvero di capitalizzare la pretesa di non essere continuamente ignorati e che il popolo non è un’entità astratta da manipolare a piacere da un gruppo di politici che si ritiene insostituibile.

Attualmente il sistema prevede che lo Stato non debba intervenire nei salvataggi delle banche, anzi bisogna affidare il tutto ad azionisti, obbligazionisti ed eventualmente risparmiatori. In un sistema del genere piano piano non sarà possibile neppure più garantire i correntisti fino a 100.000 euro perché saranno troppe le banche a fallire e perché l’Unione Bancaria non prevede la necessaria liquidità. Ma del resto bisogna comprendere che i risparmiatori non sono nei pensieri di chi sta scrivendo le regole (almeno non quanto lo sono i loro risparmi).

Regole che:
– affidano tutto al mercato e non prevedono interventi statali, gli unici che possono stabilizzare il sistema. E’ utile ricordare che per i mercati sono un affare anche i crediti deteriorati e che questi guadagnano sia quando la borsa va giù che quando va su. La speculazione non dorme mai, come invece fanno risparmiatori e onesti cittadini;

– invece di alzare un muro, come ci si aspetterebbe, a difesa del risparmio e contro i mercati finanziari e la speculazione, abbattono le barriere e lo rendono sempre più attaccabile, con l’aggravante delle dichiarazioni di chi ci dovrebbe difendere che descrive tutto questo come interventi a nostro favore;

– deregolamentano il sistema bancario in nome della concorrenza libera e spietata, dove vince il più forte e il più debole perisce, i reali responsabili di crack si salvano e i risparmiatori pagano i danni, la mano invisibile del mercato crea boom e crisi. Dove in piena filosofia neoliberista si legittima un sistema per cui, semplicemente, i cittadini saranno i pagatori di ultima istanza, sostituti di una banca centrale e stabilizzatori di un sistema monetario privatizzato;

– prevedono la scomparsa delle piccole banche territoriali a favore di poche, enormi istituti “too big to fail” che possano decidere a chi fare credito, quando farlo e come condizionare le scelte degli Stati. Ricordiamoci sempre che chi controlla il denaro controlla tutto il resto. Meno persone lo controllano, meno persone sono al comando.

Purtroppo da questo non si uscirà finché troppi continueranno a credere che non vi sono altre soluzioni, che bisogna fare in fretta, senza fermarsi a ragionare e che bisogna invece pretendere come prima cosa la partecipazione e quella democrazia, quel potere decisionale che Padoan e soci non vogliono proprio concederci.
Una banca non fallisce se ha delle regole chiare e sostenibili, se ha delle leggi alle spalle che le vietino di investire i soldi depositati in operazioni rischiose e quando ha alle spalle uno Stato che si sia dotato di leggi in grado di intervenire e punire chi le violi. Non fallisce se in ultima istanza esiste una Banca Centrale, di proprietà dello Stato, che non solo controlla e agisce, ma che ha mandato di intervenire a sostegno della liquidità in caso di imprevisti. Una Banca Centrale che non permetta gli oligopoli, l’accentramento bancario, ma al contrario permetta e sostenga la proliferazione di piccole banche territoriali, gestibili in termini di liquidità e che si faccia carico, quando serve, di acquistare i crediti deteriorati in maniera tale da salvare subito la banca e poter anche guadagnare sull’acquisto di tali crediti.

Questo è l’ordine naturale delle cose. Un ordine naturale che mette al sicuro sia le banche che i risparmiatori. Perché la logica dice che uno Stato non dovrebbe preoccuparsi di dove andare a trovare 5 miliardi se ha una ricchezza privata stimata di 9.000 miliardi di euro, immobili di proprietà dello Stato, artistici e non, demanio inestimabile, ecc. ecc.. Siamo un Paese solvibile e con garanzie di tutto rispetto, che altri Paesi si sognano. Dire che abbiamo un problema in tal senso è strumentale alla volontà di farlo credere per gli interessi di qualcuno.
Chi ha interesse a che le banche diventino mercato aperto e in preda a fallimenti facili? Forse gli stessi che ignorano i voti e le richieste popolari?

Il nostro Parlamento e la maggioranza di cui godrebbe Gentiloni in fondo è lo specchio della realtà, per chi vuole vederla ovviamente. Il Pd si rimescola in quanto principale imputato della disfatta referendaria ma si ripropone come se stesso, come se nulla fosse accaduto, Ncd è inamovibile con i suoi ministri e il suo centro di potere, supera governi e maggioranze e permette al Pd di continuare il suo piano fino a quando non si metteranno in discussione le sue poltrone. Verdini per adesso viene messo da parte perché i suoi numeri non servono, altrimenti pur di rimanere al comando Gentiloni gli avrebbe offerto un ministero di sicuro. Anche a tutto questo siamo indifferenti? Pensiamo non ci sia soluzione e che sia l’unica possibilità?

Un esecutivo dunque nel pieno delle sue funzioni che gioca sull’ineluttabilità dei problemi economici e delle richieste dell’Europa. Per questo anche Padoan diventa inamovibile. L’uomo che ha lavorato per il Fmi e per l’Ocse, che ha avuto responsabilità per la Grecia e il Portogallo (che probabilmente gli sono molto grati per la loro situazione attuale fatta di lavoro precario, salari al ribasso e pensioni ridotte al lumicino).
Ma di sicuro anche qui, per la Grecia, non c’era altra scelta che colpevolizzare i cittadini e renderli partecipi al risanamento dei disastri creati da altri. E questo resta ineluttabile. E’ l’unica via riconosciuta ufficialmente, anche dopo che televisioni e giornali hanno reso pubblico il fatto, per esempio, che le centinaia di miliardi pagati dagli Stati per risanare i problemi greci sono serviti invece a risanare le banche tedesche e francesi.

Questo grafico tratto dal Sole24ore mi sembra abbastanza chiaro

grafico-pisapia

Fino al 2009 i cittadini (Stato) non avevano esposizione nei confronti dei titoli greci ma i problemi erano solo delle banche, dopo gli interventi europei il problema è passato dalle banche ai cittadini (Stati). Il bello è che l’Italia è passata da un’esposizione delle sue banche di poco meno di 7 miliardi ad un’esposizione dei suoi cittadini (Stato) di quasi 41. Di questo dobbiamo ringraziare i governi Monti, Letta, Renzi che hanno operato nel pieno “interesse dell’Italia”.

Ma torniamo ai ministri che non lasciano mai, tantomeno quando dichiarano di farlo, e ai messaggi inascoltati dei cittadini, e vediamo che addirittura è rimasta Boschi come Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e che Vittoria Fedeli diventa ministro dell’Istruzione, dopo che aveva dichiarato poche settimane fa che una vittoria del no sarebbe stato un messaggio chiaro di sfiducia. Si sa il ‘Gattopardo’ insegna, cambiare tutto per non cambiare nulla.

Quindi non è un problema che i cittadini abbiano richiesto un cambiamento che non viene concesso. Ma sono un problema i 5 miliardi di euro per MPS. Un problema così grande, insieme ai soldi per la falsa accoglienza dei migranti e per la messa in sicurezza del territorio, che consente di sovvertire per l’ennesima volta la volontà popolare (come per il referendum per l’acqua o per il finanziamento pubblico ai partiti). Al grido degli impegni europei, del “ce lo chiede l’Europa”, tutto è permesso e tutto viene prima.
Quindi anche la possibilità di dover chiedere soldi al Mes (fondo salva-stati) con conseguente e previsto commissariamento.

Anche qui si vede tutta l’assurdità del costrutto: non è stato un problema aderire a questo meccanismo che ci costa la promessa di pagare 125 miliardi di euro, se richiesti, in quanto per adesso ne sono stati versati solo 80 divisi per quote tra gli aderenti (quindi diamo dei soldi che se richiediamo indietro ci costa interessi a usura e sovranità). Ma accettiamo l’idea che ci potrebbero costringere ad altre manovre lacrime e sangue se gliene chiediamo indietro 5 oppure 15! E sarebbe anche il caso di ricordare che abbiamo versato dal 2000 ad oggi circa 75 miliardi in più all’Unione Europea di quello che abbiamo ricevuto indietro.
Insomma, come si diceva, è un problema tutto quello che si vuole lo sia. Diamo soldi a Unione Europea e vari fondi che dovrebbero salvarci in caso di bisogno ma se ne chiediamo indietro ben meno di quelli che abbiamo dato, allora siamo poco seri, poco affidabili e deve venire qualche commissario europeo a sospendere la nostra democrazia (in ogni caso arrivano in ritardo perché ci hanno già pensato i nostri governanti….).
A quale scopo tutto questo? Ancora qualche dubbio? Ovviamente togliere ai cittadini qualsiasi tipo di protezione statale, consegnarli alle bizze dei mercati in pieno stile neoliberista e far sì che tutti i loro patrimoni siano attaccabili. Basti osservare quello che succede nella realtà, quindi banche che falliscono, imprese che vengono assimilate da gruppi stranieri e sovranazionali, totale impunità di chi crea i disastri e responsabilizzazione di cittadini e risparmiatori, leggi sempre più a favore della parte alta della società, privatizzazioni e calo costante delle tutele sociali.

Carife, Mingozzi il donchisciotte accusa Bankitalia e dei politici dice: “Sparano patacche per tenerci buoni”

“L’assemblea pubblica del 30 luglio scorso dopo tre anni di silenzio e di ombre finalmente sembrava potesse segnare una svolta: in quella fase le azioni erano rischio, e sono state di fatto azzerate, ma solo di quelle si parlava, non delle obbligazioni. E ancora non si delineavano i fantasmi di Etruria, Banche Marche e Carichieti. Abbiamo firmato un patto col sangue, noi azionisti, accettando che i nostri titoli fossero svalutati da 41 euro fino a 27 centesimi. Lo abbiamo fatto perché ci avevano assicurato che con quel sacrificio la banca si sarebbe salvata. Ma ci hanno preso in giro…”

Mentre banche e fondi di investimento in questi giorni hanno presentato le loro offerte per la gestione della ‘Nuova Carife’, restano aperte e brucianti le ferite dei creditori della ‘bad bank’ e senza concrete risposte le loro richieste di risarcimento. Con Franco Mingozzi, piccolo imprenditore e titolare di un’officina meccanica in città, presidente nazionale di Unione Cna servizi, spesso interpellato dalle tv nazionali, uno fra i pochi azionisti che lo scorso luglio all’assemblea dei soci espressero senza troppi giri di parole il proprio pensiero in merito alla gestione dell’istituto di credito ferrarese, riprendiamo il filo del ragionamento facendo un passo indietro.

“Sì ci hanno proprio preso in giro – ribadisce – Avevano garantito che con il nostro sacrificio avremmo propiziato il salvataggio della banca, invece sappiamo tutti com’è andata finire…
Ma loro lo sapevano anche allora, conoscevano già il finale. Ecco vorrei almeno che quei due signori che hanno rappresentato la Banca d’Italia pagassero un po’ anche loro il conto del disastro…”

In quell’assemblea lei – con la premessa che nella vita aveva avuto tre certezze (suo padre, Berlinguer e la Carife) e due di queste non c’erano più – ha parlato chiaro e puntato l’indice, additando colpe e colpevoli, con la speranza che almeno la banca si salvasse…
Ho accusato la ‘mia’ politica ferrarese. Se non intervenivo io non diceva niente nessuno. E l’indomani diversi hanno mi hanno chiamato, mettendo in vista la loro coda di paglia. Oltretutto mi hanno dato risposte incoerente, perché non c’erano e non sapevano nemmeno bene di che cosa si era parlato. Forse non avevano nemmeno letto bene i giornali, magari si erano limitati ai titoli per non perdere tempo… Io in verità non ho accusato nessuno, ho espresso il mio parere, ma loro si sono sentiti presi in mezzo perché erano consapevoli delle responsabilità che avevano. Qualcuno ha persino provato a giustificarsi dicendo di non essere stato invitato all’assemblea… Ma come, ho obiettato, ti dovevi legare al portone della Carife per entrare! Qualcun altro ha spiegato che non aveva potuto esserci perché era impegnato altrove… Ma ti pare possibile? Con quel che stava succedendo. Eppure hanno sentito il bisogno di giustificarsi con me, perché non ero stato zitto e avevo denunciato la latitanza della politica. Io ripeto solo che quel giorno i nostri politici dovevano esserci e spendere le loro parole, mettendoci la faccia. Invece tutto è scivolato via. E poi è successo che qualche mese dopo, una bella domenica alle cinque del pomeriggio, si azzera tutto in 20 minuti, il governo decide e i risparmiatori si ritrovano con le tasche vuote. Cosa poteva capitare di peggio? Secondo me hanno agito con leggerezza, senza soppesare bene le conseguenze. E questo comportamento scriteriato sta determinando ora una fuga generalizzata dal sistema bancario. Oltretutto adesso è uscito fuori tutto e si è capito che i problemi non sono solo per le quattro banche fallite, ma anche per tanti altri istituti, da Popolare Vicenza a Veneto banca a molti altri…

Quali peccati di gestione sono stati commessi in Carife?
Siamo passati improvvisamente da un sistema di riferimento provinciale a uno nazionale, allargando gli orizzonti di azione. Forse non avevamo le competenze sufficienti o forse ci si è affidati troppo ai consulenti. Il risultato è che ci siamo impantanati in cose che non ci appartenevano. La nostra è sempre stata una banca del territorio, una vera istituzione per la città, un punto di riferimento importante. Forse gli amministratori sono stati indotti a credere a cose che erano valide solo sulla carta. Ma fra la teoria e la pratica si sa bene che c’è una grossa differenza e le scelte compiute – alla luce di ciò che accaduto dopo – sono state indubbiamente tragiche. Disastrose. Se fatti così succedono in una famiglia, quando ci si accorge di aver sbagliato si torna indietro. Qui invece si è perseverato, si è andati ostinatamente avanti a dispetto di tutti i segnali. Così fra il 2009 e il 2012 la Cassa ha progressivamente perso la propria autonomia fino a passare nel 2013 dal controllo al commissariamento della Banca d’Italia.

E che valutazione dà dell’operato della Banca d’Italia?
Banca d’Italia, direttamente o indirettamente, è stata vari anni dentro a Carife. Mi rendo conto che ci siano problemi per rivoluzionare gli assetti, le prassi organizzative e cambiare il management. Apparentemente qualche segnale di inversione di rotta c’è anche stato, tant’è che a un certo punto la Banca d’Italia ha chiesto – non semplicemente autorizzato ma chiesto – un aumento di capitale di 150 milioni. Una somma precisa, predeterminata quella che evidentemente, secondo i loro calcoli, doveva servire per sanare il deficit. I soldi sono stati raccolti, ma a raccolta finita sono arrivati i commissari. Perché? Avevano visto male? Avevano contato male? Se se l’esito era incerto, allora perché richiedere l’aumento di capitale che ha determinato un ulteriore indubbio impoverimento di un territorio che già aveva sopportato negli anni recenti il peso del crack della Costruttori e di altre importanti imprese del territorio, oltre al terremoto, alla siccità e alle alluvioni… Colpi durissimi, e quello della Carife è stato un acceleratore dell’agonia del territorio, ci ha praticamente ammazzati.

Gli affidamenti bancari, alcuni dei quali fatti forse senza le necessarie cautele, quanto hanno inciso?
Parecchio. È vero che Carife in quanto banca del territorio doveva avere un occhio di riguardo per le imprese locali, ma alcune hanno usufruito di finanziamenti importanti senza offrire le necessarie garanzie. E persino grandi imprese non ferraresi hanno goduto di un metro di misura piuttosto elastico, come Caltagirone e Siano. Ribadisco il concetto: siamo usciti dal nostro territorio seguendo una tendenza e ci siamo trovati invischiati in un terreno paludoso. Siamo stati polli, per non dire di peggio… Ripeto: la banca del territorio deve essere vicino alle imprese locali ma chi chiede troppo e tutto in una volta va guardato con molta circospezione. Invece qualcuno è stato trattato con speciale riguardo.

Abbiamo parlato dei peccati. I peccatori hanno nome?
Non c’è dubbio che il problema nasca dentro Carife. Credo che molti guai siano sorti con la gestione Murolo. Poi magari le carte dei giudici diranno altro, ma io la penso così. Il Cda? Evidentemente responsabilità ce ne sono state anche lì. Alla base forse anche una certa impreparazione al ruolo: c’era gente abituata a fare altro, senza esperienza nella gestione degli istituti di credito, che magari ha valutato l’importanza di chi aveva davanti piuttosto che le garanzie che poteva offrire. Poi c’è da dire che quando il direttore generale afferma con convinzione la propria linea i consiglieri sono indotti ad assecondarlo.

Santini?
Era un duca sui generis, avallava anche cose sconvenienti. Tutto di lui si può pensare tranne che sia un ingenuo, come egli stesso invece ha cercato di dipingersi.

E adesso?
Ora il problema è la Banca d’Italia. E’ stata partecipe in modo incredibilmente importante, non solo controllando in maniera forse non appropriata, ma contribuendo all’aumento del deficit. Il patrimonio – accresciuto con l’aumento di capitale di 150 milioni di euro sollecitato proprio Bankitalia – dopo due anni si era completamente azzerato, non c’era più nulla. Di tutto ciò che si erano impegnati a fare nulla si è avverato. Solo sui prepensionamenti sono stati di parola, bei fenomeni! Non sapevano nulla del territorio, ma hanno messo lì i loro geni della finanza altamente pagati a comandare. La Banca d’Italia ha contribuito a peggiorare la situazione. E noi creditori siamo stati fregati da loro e dalla politica.

Confida nei risarcimenti? Ha intrapreso iniziative per tutelarsi?
Nessuna. Non credo più a nulla, sparano patacche solo per tenerci buoni.

 

Leggi anche: “Suicidio di una banca…”

Risparmi a rischio, ecco perché

Oltre alle banche, che come si è visto falliscono, a creare preoccupazioni al risparmiatore – come qualcuno comincia a segnalare e come vedremo – ci sono anche le cooperative. E’ il caso di chiedersi perché questo succede, perché sta diventando così difficile trovare un posto sicuro dove depositare i propri soldi e al contempo così facile vederli sparire. La prima cosa da fare è risalire alle cause senza soffermarsi sugli effetti, in modo da capire come si dovrebbe agire. E’ ormai evidente a tutti che il fallimento di una banca è frutto di comportamenti sbagliati o poco corretti dei suoi amministratori e di inadeguati controlli della Banca d’Italia. Ma ciò accade a causa di una legislazione che ha allentato vincoli e divieti che in precedenza garantivano maggiore tutela al risparmio nel rispetto dei risparmiatori. Per comprendere come siamo arrivati a questo punto dobbiamo individuare il vero nocciolo – il risparmio – e ricordare che esso è davvero una cosa importante, al punto che per la sua tutela si impegna parte dell’articolo 47 della nostra Costituzione che recita testualmente “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito.”

Nel passaggio dalla sovranità nazionale a quella europea, dunque dalla tutela della Costituzione della Repubblica italiana alla vigilanza operata dall’Unione Bancaria, non solo il risparmio è meno garantito, ma assistiamo anche ad altre trasformazioni che cancellanno le vecchie leggi ‘sociali’, cioè quelle leggi che prestavano attenzione alla crescita e alla tutela dei suoi cittadini e che ci hanno dato ad esempio la scala mobile, lo statuto dei lavoratori e l’articolo 18. Un lungo periodo in cui tutto cambia; un tempo durante il quale – per capirci – la forbice di diseguaglianza tra capitalista e prestatore di lavoro inizialmente accettabile arriva sino a Marchionne e alla riduzione dei minuti di pausa degli operai della Fiat! Un processo lento in cui le differenze si sono talmente amplificate da non vederle nemmeno più.

E anche le leggi bancarie erano diverse da quelle attuali. La banca:
– aveva un’alta specializzazione (cioè esisteva una diversificazione nell’erogazione del credito a ben precisate categorie di lavoratori e imprenditori);
– era sottoposta al diritto comune e al ferreo controllo della Banca d’Italia, resa pubblica fin dal 1936;
– aveva una vocazione territoriale;
– doveva rispettare dei limiti nella creazione del denaro poiché le era imposta una elevata riserva obbligatoria;
– la banca commerciale era distinta e separata dalla banca d’investimento.

Il concetto di base cui si ispirava tutta la legislazione era quello di una “istituzione-funzione”, con rilevanti risvolti di carattere sociale. La banca insomma aveva una funzione specifica nel fare credito a determinate categorie economiche ed in determinati territori. Secondo il professor Renzo Costi, questo sistema di lacci e lacciuoli frena crescita e sviluppo ed è contrario al principio della libera concorrenza. Come dire, ‘troppo Stato’, Senza considerare, evidentemente, che quello che definisce “immobilismo degli anni che vanno dal dopoguerra ai ’70” ci aveva in realtà portato al boom economico, e che forse la concorrenza aiuta interessi diversi da quelli dei risparmiatori.

Si arriva al 1985, quando lo Stato italiano, recependo col Dpr del 27/06/1985 n° 350 la Direttiva Ue del 1977 nr. 80, da una svolta a tutto questo, e si noti, non ultimo, che cominciamo a fare le cose nel nome dell’Europa. A questo punto, per esempio, per aprire una banca sono richiesti tre requisiti fondamentali: fedina penale limpida, esperienza economico-finanziaria, fondi necessari. Un po’ vago, direi, ma i cambiamenti avvengono in nome di principi che invece ad enunciarli sembrano molto seri, ovvero: sana e prudente gestione, concorrenza, efficienza e stabilità complessiva. Parte insomma anche in campo bancario la cultura dello slogan da far diventare luogo comune ed accettare come cosa ovvia.

Il buon senso del risparmiatore comune ci dice invece che:
– l’alta specializzazione assicurava ad esempio all’agricoltore di trovare soddisfatti i suoi bisogni perché trovava un istituto bancario specializzato nel suo settore;
– che una banca sottoposta al diritto comune piuttosto che ad un diritto speciale diverso da quello dei mortali assicurava vicinanza al comune cittadino;
– che il passaggio da banca funzionale e territoriale a banca multifunzione e senza limiti territoriali ha fatto sì che non più l’imprenditore locale ma la speculazione sui mercati finanziari sia diventata il centro dell’interesse della banca;
– l’eliminazione della differenza tra banche commerciali e banche d’investimento ha permesso che il risparmio della famiglia depositato in una banca popolare potesse andare in finanza, ed infine;
– il sapere che al di sopra di tutto c’era la banca delle banche, sottoposta solo allo Stato e non ad altre banche private, che ha il dovere di controllare il risparmio così come dettato dall’art. 47 della Costituzione assicurava… sicurezza, almeno fino a quando non è stata di fatto privatizzata.

Certo il tutto era da migliorare e migliorabile ma quanto meno non sarebbe stato il caso di buttare via il bambino con l’acqua sporca, invece in nome dell’Europa e degli interessi avulsi dai piccoli risparmiatori abbiamo sacrificato buone leggi, controlli e radicamento sul territorio e permesso che il risparmio diventasse una preda alla mercé del libero mercato, dovunque esso venga depositato, non più un bene da difendere.

E cosa dire poi del ‘prestito sociale’ della coop? Il risparmio è forse l’unica cosa che banche e coop hanno in comune, per un errore diffuso, perché le famiglie che lasciano soldi alla coop scambiano in buona fede quel libretto che gli viene consegnato con una specie di deposito bancario. Si tratta di famiglie e pensionati che lasciano somme contenute, non di investitori. Di sicuro i ‘prestiti sociali’ non ha niente a che fare con i prodotti bancari, sono tutt’altra cosa. Chi dà i soldi ad una cooperativa lo fa perché condivide i suoi scopi e il modo in cui saranno impiegati i suoi fondi, e quindi, sono a rischio i risparmi depositati alle cooperative o sono più sicuri dei depositi bancari? Una coop può fallire, come qualsiasi altra attività, non è costretta a fallire come una banca. Tutte le banche, infatti, grazie agli sforzi legislativi di cui abbiamo un po’ tracciato le linee, sono diventate un luogo davvero poco sicuro, è solo questione di tempo.

La cooperativa dà le sue belle garanzie e un po’ di interesse sulla cifra depositata, assicura una liquidità del 30% (le banche dal 1947 hanno avuto un obbligo di riserva medio del 20%, oggi praticamente 0%) e non possono ricevere più di 36.500 euro da ogni socio. Ma chi garantisce? Non certo “aiuti di Stato”, vietatissimi. E sopratutto non è previsto un Fitd (Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi) come per le banche. La garanzia è il patrimonio delle coop stesse e si tratta di un credito chirografario. Dunque in caso di fallimento dovrebbero essere soddisfatti prima dipendenti e altre tipologie di creditori.
Quindi la garanzia del deposito in una coopeerativa è collegato alla “solidità” della particolare coop a cui stiamo prestando il nostro denaro, perché esse non sono tutte uguali e non possono certamente essere assimilate ad una banca.

Per quanto riguarda le banche, dal 2016 si ufficializza il bail in e l’Unione Bancaria, di cui abbiamo cominciato a vederne gli effetti anche con la Carife, ed in merito al Fitd, costituito dalle stesse banche e tutelato dallo Stato, comincerei ad avere qualche dubbio perché:
– il fondo può essere utilizzato solo per garantire i depositi fino a 100mila euro;
– non ha però portata sufficiente a coprire l’ammontare complessivo dei depositi nelle banche “a rischio”, cosa succederebbe allora se fallissero più banche contemporaneamente? O se la banca fosse troppo grande?;
– altri aiuti sarebbero “aiuti di Stato” e quindi vietati.

Per concludere: se fossi in uno Stato rispettoso della sua Costituzione, potrei anche scegliere di avere i risparmi nella mia coop di prossimità e sentirmi tranquillo, perché si sto finanziando una cooperativa ma pur sempre di risparmio si tratta e quindi degno di tutela statale. In questo Stato non ci sarebbe l’Europa dei banchieri, concorrenza o libero mercato da considerare e temere, ma solo il risparmio, il sudore e la fatica dei cittadini da tutelare: in tutte le sue forme.
Ma se invece vivo nel mondo in cui vivo adesso, senza garanzie né tutele statali per il risparmio, forse per sentirmi più sicuro i soldi dovrei lasciarli sotto il materasso.

INTERVENTI
Crisi delle banche: ecco a quanto ammonta il conto per i risparmiatori

di Paolo Ermano (Centro studi Impresa Lavoro)

Tre miliardi e 900 milioni è il controvalore complessivo di titoli azionari e obbligazionari subordinati di Banca Marche, Banca Etruria, Cassa di Risparmio di Ferrara e Carichieti, andati interamente in fumo nel weekend del 21-22 novembre, in seguito ai provvedimenti di risoluzione emanati dal Governo e da Banca d’Italia per salvare la parte buona delle quattro banche dell’Italia centrale da anni in stato di crisi. Il computo fornito da ImpresaLavoro è stato realizzato sulla base dei dati contenuti negli ultimi bilanci pubblicati dalle banche cadute in liquidazione, nonché degli ultimi aumenti di capitale e dei dati Reuters sui titoli obbligazionari colpiti. I soci delle quattro banche, oltre agli obbligazionisti subordinati, si sono visti infatti letteralmente azzerare il valore dei propri investimenti, senza per loro alcuna chance di recupero poiché sulle nuove banche (che hanno raccolto la parte buona dei vecchi istituti) non possiedono alcun diritto, né patrimoniale né di voto.
La procedura di risoluzione adottata in novembre rappresenta una sorta di anticipo rispetto a quanto potrebbe accadere dal 2016 anche per altre banche con l’entrata in vigore delle norme sul bail-in, ovvero sulle procedure di salvataggio interno che limitano drasticamente – se non annullano – le possibilità di intervento del contribuente al ripianamento delle perdite degli istituti in difficoltà. In realtà, l’applicazione rigida del bail-in alle quattro banche avrebbe avuto dei risvolti ancor più drammatici poiché avrebbe comportato delle perdite anche per i titolari di obbligazioni ordinarie e, probabilmente, anche di una parte dei correntisti con giacenze superiori a 100mila euro.
Le quattro banche oggetto del “salvataggio” hanno bruciato circa 3,1 miliardi di valore in capitale azionario (di cui oltre 500 milioni raccolti – quasi tutti da piccoli risparmiatori – solamente tra il 2011 e il 2013), mentre a quasi 800 milioni corrisponde la perdita per le obbligazioni “junior”, ovvero subordinate rispetto alle più comuni ordinarie, anch’esse collocate per gran parte a piccoli risparmiatori. Il dissesto sarà certamente ricordato tra i più gravi della storia finanziaria del nostro paese, tanto da essere già stato paragonato ai casi di Parmalat e Cirio, anche se il confronto più azzeccato – fatte le dovute proporzioni – è quello con il crac del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, intervenuto nel 1982. Anche allora il valore delle azioni fu azzerato, ma i soci ricevettero il diritto di partecipare al capitale del Nuovo Ambrosiano, che dopo un lungo risanamento e una serie di operazioni di fusione con altri istituti ha contribuito alla nascita dell’odierno gruppo Intesa Sanpaolo.
Le quattro banche oggetto, lo scorso mese, della procedura di risoluzione erano state da tempo commissariate da Banca d’Italia (Carife lo era addirittura dal 2013). L’amministrazione straordinaria, del resto, segnala un grave stato di crisi e negli ultimi anni ha portato metà delle banche coinvolte a chiudere i battenti, mentre l’altra metà si è salvata riprendendo la normale attività oppure trovando acquirenti come nel caso recente di Banca Tercas e Caripe, acquistate dalla Popolare di Bari. Ad oggi tuttavia sono ancora dieci gli istituti bancari in tutta Italia sottoposti a questa procedura, e per i quali dunque perdura la situazione di crisi.
Non sono commissariate ma stanno affrontando una situazione molto delicata anche Veneto Banca e Popolare di Vicenza, le due grandi popolari del Nordest che figurano tra le società ad azionariato diffuso (ovvero tra i cui soci figurano una moltitudine di piccoli risparmiatori), che prevedono di quotarsi in Borsa solo nella primavera del 2016, momento nel quale emergerà il reale valore di mercato delle stesse. Dal 2014 infatti, il meccanismo interno di rivendita delle azioni di tali istituti si è sostanzialmente bloccato, sotto il peso di svalutazioni di bilancio e perdite sempre più consistenti, e della consapevolezza ormai diffusa che il prezzo delle azioni fissato “a tavolino” dal Cda negli ultimi anni è oggi ampiamente fuori mercato, e per questo tale da scoraggiarne l’acquisto.
Agli inizi di dicembre il Cda di Veneto Banca ha determinato il prezzo di recesso per le azioni in 7 euro e 30 centesimi, con una gravissima perdita (pari all’81,5%) rispetto al prezzo di 39 euro e 50 che gli stessi titoli avevano solo nove mesi prima. Viste le numerose analogie tra i due istituti, si teme che una proporzione del genere possa applicarsi anche a Banca Popolare di Vicenza; in entrambi i casi oltre al danno si aggiunge anche la beffa, dal momento che gli scambi delle rispettive azioni sono comunque ancora bloccati e potranno riprendere solamente tra qualche mese con l’approdo in Borsa, dove potrebbero subire peraltro nuove riduzioni di valore. Il conto delle perdite, dunque, per i soci delle grandi popolari del Nordest, potrebbe essere già oggi stimabile in 6,2 miliardi di euro, nonostante i quasi 1,9 miliardi versati dagli azionisti negli ultimi 2 anni sotto forma di aumenti di capitale e di rimborso anticipato (in azioni) di obbligazioni convertibili. Entrambe le banche inoltre si apprestano a richiedere ai soci altri 2,5 miliardi di capitale nei primi mesi del 2016, al fine di ripristinare i livelli di patrimonio e garantire la continuità aziendale.
Al di fuori delle due popolari venete (che a dispetto della denominazione hanno nel tempo assunto una dimensione nazionale e tale da essere incluse tra le 15 “big” italiane vigilate direttamente dall’Europa), vi sono una quarantina di istituti non quotati ma con azionariato diffuso, e dunque con una compagine sociale costituita in gran parte anche da piccoli risparmiatori. Oltre alla Popolare delle Province Calabre (commissariata), tra questi istituti non risultano altre crisi in corso paragonabili a quelle di Vicenza e Veneto Banca, ma la trasparenza dei prezzi e nelle quantità di azioni di questi istituti, scambiate attraverso i loro “borsini interni” più o meno evoluti, risulta in media molto scarsa (seppur variando significativamente tra istituto e istituto). Oltretutto, il prezzo di tali azioni risulta in media più alto rispetto ai multipli di borsa ed è dunque possibile che, a fronte di eventuali nuove svalutazioni, emergano perdite per i loro piccoli azionisti per un totale di altri 2,5 miliardi di euro.
Molto più trasparente, ma anche molto più grave, il conto per le più grandi banche italiane quotate in Borsa. Il mercato azionario ha punito i loro investitori sin dai primi inizi della crisi finanziaria, ovvero dal 2007. Nonostante il netto recupero che si sta materializzando sui titoli quotati sin dal 2013, secondo i dati di Borsa Italiana il settore delle banche italiane risulta aver bruciato, rispetto al 2007, ben 100,1 miliardi di valore, a cui si devono aggiungere i 48,9 miliardi versati dai soci tramite aumenti di capitale dal 2008 a oggi. Tra le quotate, oltre alla già citata Banca Etruria caduta in liquidazione, a presentare le perdite più vistose sono state Banca Carige e il Monte dei Paschi, che hanno però superato i più recenti test europei sul capitale. Inoltre, vanno citati anche gli azionisti di Banca Popolare di Spoleto, che vivono nell’incertezza da almeno due anni, con il titolo sospeso dalle quotazioni e con il commissariamento di Banca d’Italia (conclusosi nel 2014), ora impugnato dagli ex-vertici.
Ma la vera spada di Damocle che incombe sulle nostre banche sostanzialmente comune a tutto il sistema ed è ancora quella dell’elevato volume dei crediti deteriorati, problema ad oggi irrisolto, che corrisponde, secondo le recenti stime della European Banking Authority, addirittura a oltre 17 punti del nostro Pil. Nella sostanziale impossibilità di un aiuto pubblico in soccorso dei dissesti bancari, rimarcata dalle nuove regole del bail-in, una cosa è certa: i piccoli risparmiatori dovranno necessariamente aumentare il proprio grado di consapevolezza, e ricordarsi che in base alle nuove norme gli unici strumenti davvero tutelati saranno i conti correnti e depositi (e solo entro i 100mila euro per istituto), mentre gli altri titoli bancari come azioni e obbligazioni (ancor di più se non quotati), già oggi possono presentare un grado di rischio più alto di quanto inizialmente prospettato.

provincia-ferrara

IL COMUNICATO
Una lettera inviata dai sindaci della Provincia di Ferrara al ministro Padoan e al governatore della Banca d’Italia sul caso Carife

da: Ufficio Stampa Provincia di Ferrara

Una lettera inviata al ministro Pier Carlo Padoan, al governatore della Banca d’Italia, Vincenzo Visco, e al presidente Abi, Giancarlo Patuelli.
È la decisione presa dall’assemblea dei sindaci del territorio riunita in Castello Estense, che ha risposto in questo modo alla convocazione del presidente della Provincia, Tiziano Tagliani, sulla situazione della Cassa di Risparmio di Ferrara.
Nella lettera i primi cittadini di tutti i 24 Comuni del Ferrarese condividono “lo sconcerto” derivante dalle decisioni prese recentemente e concretizzatesi con il decreto legge “Salva banche”.
Durante l’assemblea si è condiviso anche di rendere disponibili le singole amministrazioni mettendo a disposizione spazi per assemblee e incontri con le associazioni dei consumatori e di categoria, nonché, nelle sedi di competenza, per la tutela dei risparmiatori.
Di seguito il testo della lettera:
I Sindaci della provincia di Ferrara riuniti in assemblea intendono con la presente dare veste istituzionale e condividere lo sconcerto dei concittadini ferraresi derivante dalle decisioni che la Banca di Italia ed il MEF hanno adottato concretizzandole nel D.L. “Salva Banche”, in ottemperanza, leggiamo, ad indicazioni vincolanti della UE.
Siamo testimoni del venir meno della fiducia nelle Istituzioni bancarie che hanno collocato presso il pubblico dei risparmiatori “retail” prodotti a rischio senza adeguata informativa con la conseguente “evaporazione” di risparmi delle famiglie, investimenti effettuati su titoli accreditati dalle istituzioni preposte alla vigilanza, di rating di assoluta solidità, ed altresì di un vero e proprio tradimento, apparentemente imposto da UE con una valutazione in contrasto con altre anche di questi giorni, delle proposte che la stessa Banca d’Italia, tramite i commissari CARIFE, avevano presentato all’assemblea degli azionisti della Cassa di Risparmio di Ferrara il 31 luglio scorso ed alle quali la stessa Fondazione CARIFE diede assenso autorizzata dal MEF.
Dopo il via libera ad un aumento di capitale “risolutivo” a suo tempo avvallato da Banca d’Italia reso del tutto inutile ex post e dopo un “commissariamento” sui cui presupposti già pende un contenzioso, si trattava infine di un percorso preciso, già utilizzato per TERCAS, dal Fondo Interbancario che prevedeva l’intervento del Fondo medesimo con una erogazione di 300 milioni di euro, per consentire il mantenimento del valore residuo delle azioni Carife pari a 27 centesimi di euro ed una opzione di acquisto vantaggiosa funzionale alla ripresa dell’Istituto.
Ciò avrebbe consentito agli azionisti di mantenere un rapporto con l’Istituto di Credito, così da coinvolgere il territorio nell’ipotesi di rilancio della banca ferrarese, e, dato non trascurabile, la assoluta salvaguardia degli obbligazionisti.
Questo percorso, lo vogliamo ribadire, è stato proposto agli azionisti Carife dagli organi nominati da Banca d’Italia, ha dato corso a transazioni sui titoli e sulle opzioni ed illustrato a Sindaci ed operatori economici chiamati a condividerne la efficacia.
Per quattro mesi i risparmiatori ferraresi, invece, sono stati in balia di un silenzio incomprensibile, per poi vedersi modificata quella proposta in termini assolutamente peggiorativi.
Crediamo che tutto questo, oltre che incoerente, sia gravemente lesivo dei diritti degli interlocutori, lesivo di quello spirito di leale collaborazione di valenza costituzionale che le Istituzioni ferraresi hanno sempre assicurato agli organi commissariali, inducendoli a confidare su quelle proposte operative, che evidentemente risultano oggi, alla luce di quanto espone la stessa UE a confutazione della posizione di Banca d’Italia, frutto di approssimazione ma anche di omessa trasparenza nei confronti delle comunità economiche locali alle quali furono taciuti per mesi, nonostante espresse istanze, le reali ragioni del ritardo nella esecuzione del primo piano di salvataggio.
Perciò intendiamo esprimere: da un lato tutta la nostra solidarietà attiva verso i risparmiatori, tra i quali numerosissimi pensionati e famiglie, dall’altro la nostra ferma intenzione di sostenere le iniziative che saranno da svolgere nelle sedi di competenza anche al fine di identificare le singole responsabilità.
Non ultima è la nostra preoccupazione per le ripercussioni che tale situazione potrà avere verso la nuova banca CARIFE, al cui futuro noi per primi vorremmo guardare con fiducia nello spirito di quello che voleva essere il provvedimento del Governo. In considerazione di ciò e della situazione di rinnovata operatività della banca stessa, confidiamo di avviare prima possibile con i vertici di CARIFE un percorso di incontri che, quanto meno, ci rassicurino sul ruolo che la stessa vorrà assumere nel contesto locale..
Avv. Tiziano Tagliani (Il Presidente della Provincia e Sindaco di Ferrara)
I Sindaci della provincia di Ferrara sottoscrivono:
Comune di Argenta Antonio Fiorentini
Comune di Berra Eric Zaghini
Comune di Bondeno Fabio Bergamini
Comune di Cento Piero Lodi
Comune di Codigoro Rita Cinti Luciani
Comune di Comacchio Marco Fabbri
Comune di Copparo Nicola Rossi
Comune di Ferrara Tiziano Tagliani
Comune di Fiscaglia Sabina Mucchi
Comune di Formignana Marco Ferrari
Comune di Goro Diego Viviani
Comune di Jolanda di Savoia Elisa Trombin
Comune di Lagosanto Maria Teresa Romanini
Comune di Masi Torello Riccardo Bizzarri
Comune di Mesola Gianni Michele Padovani
Comune di Mirabello Angela Poltronieri
Comune di Ostellato Andrea Marchi
Comune di Poggio Renatico Daniele Garuti
Comune di Portomaggiore Nicola Minarelli
Comune di Ro Ferrarese Antonio Giannini
Comune di Sant’Agostino Fabrizio Toselli
Comune di Tresigallo Dario Barbieri
Comune di Vigarano Mainarda Barbara Paron
Comune di Voghiera Chiara Cavicchi

IL CASO
Salva banche: no a misure umanitarie ma rispetto dei diritti dei risparmiatori

da: ufficio stampa Altroconsumo

Il Governo si attivi per far ottenere il rimborso totale delle perdite subite dagli investitori delle quattro banche salvate e di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza.

Governo e Banca d’Italia, per salvare Banca delle Marche, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, Carife e Carichieti, hanno applicato in parte e anticipatamente le nuove regole delle crisi bancarie che entreranno in vigore dal 1° gennaio 2016.

Azionisti e obbligazionisti subordinati coinvolti dalle crisi si sono trovati a dover pagare in prima persona con l’azzeramento del valore dei titoli sottoscritti, subendo un danno ingiusto, a causa di gravi violazioni degli obblighi informativi in fase di sottoscrizione previsti dalla direttiva Mifid.

Come emerge dalle testimonianze che Altroconsumo sta raccogliendo sul proprio sito, a pagare non sono speculatori o investitori consapevoli del rischio ma piccoli risparmiatori, pensionati e casalinghe che inconsapevoli hanno visto andare in fumo i risparmi di una vita.

Altroconsumo oggi in una lettera chiede al Governo:

  • di farsi parte attiva costituendo un fondo ad hoc finanziato dal sistema bancario, per far ottenere ai risparmiatori il rimborso totale delle perdite;
  • di inserire nella legge di Stabilità un emendamento, una norma di giustizia che rimedi alle lesioni subite da persone inconsapevoli colpite nel loro patrimonio e cerchi di rinsaldare la fiducia nel sistema bancario gravemente messa a rischio da questa preventiva applicazione del bail-in.

L’organizzazione nella lettera attira l’attenzione anche su quanto sta accadendo ai risparmiatori di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza. Ad oggi oltre 750 azionisti delle due banche ci hanno segnalato il proprio caso.

Nonostante la riduzione dei prezzi stabiliti, gli azionisti non hanno la possibilità di liquidare i titoli acquistati anche se in perdita.

Per gli azionisti di Veneto Banca c’è inoltre l’impossibilità di avvalersi del diritto di recesso in caso di difficoltà della banca, un’esposizione di fatto al rischio di applicazione delle nuove normative (tra le quali il bail-in) a partire da gennaio.

Secondo Vincenzo Somma, direttore di Altroconsumo Finanza “l’emendamento da introdurre nella legge di Stabilità deve comprendere le quattro banche salvate ma anche Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Tutti i risparmiatori vittime della mancata trasparenza e delle violazioni degli obblighi informativi delle banche devono essere rimborsati delle perdite subite. Banca d’Italia e Consob devono chiarire come mai non siano emerse prima le anomalie e le problematiche che hanno portato alle perdite subite dai risparmiatori”.

Altroconsumo si riserva di fare valere i diritti dei risparmiatori che si stanno rivolgendo all’organizzazione nelle più opportune sedi giudiziarie.

L’INCHIESTA
Carife vestita di nuovo lascia lo sporco sotto il tappeto dei ferraresi

Attualmente sono due i temi oggetto di polemica a Ferrara: l’albero di Natale in vetro di Murano che campeggia davanti alla Cattedrale e la “nuova” Cassa di Risparmio di Ferrara. Due simboli di una città che si adatta – volente o nolente – a un cambiamento necessario, non per esigenza di popolo, ma per decisione di altri.
Tralasciando l’albero e il gusto estetico di ognuno di noi, parliamo di Cassa di Risparmio di Ferrara. Per chi non la conoscesse è stata la banca della città e del suo territorio dal 1838 (114 anni, mese più mese meno), aveva sedi e filiali nei capoluoghi di provincia dell’Emilia Romagna e del Veneto, oltre che a Mantova, Milano, Roma e Napoli. E’ stata co-protagonista della crescita di Ferrara, nel 1976 è stata la prima banca italiana a installare un punto Bancomat, ha dato lavoro a migliaia di persone ed è stata, attraverso la Fondazione che porta il suo nome, partner di importanti progetti culturali della città.
Nel maggio 2013, su proposta della Banca d’Itala, la Cassa di Risparmio di Ferrara è stata commissariata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. “Per gravi violazioni delle disposizioni legislative, amministrative e statutarie che regolano l’attività della banca e per la previsione di gravi perdite del patrimonio”, si leggeva nel documento licenziato dal ministro dell’economia e delle finanze, all’epoca Fabrizio Saccomanni, per “la grave crisi aziendale che trae fondamentale origine dai imprudenti scelte allocative compiute nel periodo 2007-2009 in cui è stata realizzata una rapida espansione degli impieghi”, in un “contesto permeato da una serie di disfunzioni che derivavano dal passato e da elementi che in chiave prospettica risultano suscettibili di ulteriori peggioramenti”. In pratica, i denari messi in circolo dalla Carife erano per la maggior parte a servizio di investimenti privati non redditizi o addirittura fallimentari (tanto per citare un dato, nella sola Ferrara l’istituto aveva 28 milioni di euro ‘parcheggiati’ nelle imprese di Roberto Mascellani, fallite). Questo perché la Cassa, per non dover entrare a forza nel processo di acquisizioni mosso dai grandi istituti di credito e rimanere autonoma, crescendo, si era affacciata su territori diversi e distanti dalle politiche societarie fino ad allora mantenute. Questo espansionismo era andato a cozzare con la visione “ferrarese” delle stanze dei bottoni, legate agli interessi locali.
Da quel maggio 2013, le grosse incertezze rispetto al futuro della banca non sono state mai dissipate e – assieme alla crisi economica congiunturale che ha attanagliato Ferrara – questa situazione ha pesantemente gravato sull’economia generale della città: impiegati in cassa integrazione, tagli, fermi i finanziamenti, fermi i partenariati, fermi i prestiti e i mutui alle imprese e ai privati. Lo stallo. E poi per “la Cassa” dei ferraresi sono arrivati il Bank Recovery and Resolution Directive, il Bridge Bank, la Bad Bank e la Good Bank, il bail-in e il bail-out, per qualcuno anche il bail-over. Alzi la mano chi sa cosa significano questi termini. Per capire, al netto delle polemiche, cosa è accaduto nell’ultima settimana è necessario leggere con attenzioni le comunicazioni della stessa Cassa di Risparmio di Ferrara e della Banca d’Italia.
“La Banca d’Italia, con provvedimento del 22 novembre 2015, ha determinato, ai sensi dell’art. 32, comma 2, del D.Lgs. 180/2015, la decorrenza degli effetti del provvedimento di avvio della risoluzione della Cassa di Risparmio di Ferrara S.p.a., in amministrazione straordinaria, con sede in Ferrara, dalle ore 22.00 del 22 novembre 2015” .Tradotto in parole povere la Cassa di Risparmio di Ferrara praticamente non esiste più.
“La Banca d’Italia, con provvedimento del 22 novembre 2015, ha disposto la cessione di tutti i diritti, le attività e le passività costituenti l’azienda bancaria Cassa di Risparmio di Ferrara S.p.a. (….) (ente in risoluzione) a favore della Nuova Cassa di Risparmio di Ferrara S.p.a., con sede in Roma (ente ponte o good bank). Restano escluse dalla cessione dell’azienda soltanto le passività, diverse dagli strumenti di capitale, (….) in essere alla data di efficacia della cessione, non computabili nei fondi propri, il cui diritto al rimborso del capitale è contrattualmente subordinato al soddisfacimento dei diritti di tutti i creditori non subordinati dell’ente in risoluzione. L’ente ponte succede, senza soluzione di continuità, all’ente in risoluzione nei diritti, nelle attività e nelle passività ceduti (….)”. In pratica gli affari ‘buoni’ della Carife passano alla Nuova Carife, che viene definita “ente ponte” o “buona banca”. La Nuova Carife viene provvisoriamente gestita, sotto la supervisione dell’Unità di Risoluzione della Banca d’Italia, da amministratori da questa appositamente designati: la carica di Presidente è rivestita dal dottor Roberto Nicastro, ex direttore generale di Unicredit.
“Gli amministratori hanno il preciso impegno di vendere in tempi brevi al miglior offerente, con procedure trasparenti e di mercato, e quindi retrocedere al Fondo di Risoluzione i ricavi della vendita”, dice Banca d’Italia. Il “Fondo di Risoluzione” è un istituto previsto dalle norme europee e italiane ed è amministrato dall’Unità di Risoluzione della Banca d’Italia. Esso è alimentato con contribuzioni di tutte le banche del sistema.
“Con il decreto legge approvato ieri dal Consiglio dei Ministri, il progetto elaborato dalla Banca d’Italia e dal Ministero dell’Economia per il rilancio delle quattro banche commissariate, è stato avviato con decisione ed ha messo a disposizione oltre 3 miliardi e mezzo di capitale. In quest’ambito nasce la Good Bank Nuova Cassa di Risparmio di Ferrara.” Quindi il capitale della Nuova Carife è supportato da nuova linfa (proveniente in gran parte da un prestito elargito da Banca Intesa, Unicredit, e Ubi Banca. In gran parte…).
E quindi, come per magia, sul sito di Carife leggiamo: “La nostra banca da questa mattina dispone di un capitale fresco di 191 milioni di Euro, l’indicatore Core Tier 1 sta al 9% e siamo dotati a questo punto di ingente nuova liquidità. L’operazione prevede che la Nuova Cassa di Risparmio di Ferrara venga pienamente neutralizzata dalle sofferenze attraverso il loro conferimento in una Bad Bank. La minaccia di possibili rischi per i nostri depositanti che qualche giornale (e qualche concorrente) aveva paventato è da oggi definitivamente sventata. A breve saremo nuovamente controparte della Bce. La protezione dei depositanti e dei detentori di obbligazioni senior ha poi richiesto da parte dell’Autorità di Risoluzione sacrifici agli azionisti ed ai possessori di obbligazioni subordinate. Ci pare sia stata una scelta senza alternative, che ha evitato di mettere a repentaglio tutti i depositanti e in ultima analisi di danneggiare gravemente lo stesso tessuto economico dei nostri territori. Da oggi la vostra “Nuova Cassa di Risparmio di Ferrara” è nuovamente “attrezzatissima” per rafforzare il proprio tradizionale ruolo di banca vicina allo sviluppo dell’economia del territorio”. Tradotto: abbiamo scaricato tutti i nostri pasticci in una specie di sala per la quarantena, la Bad Bank, in realtà priva di licenza bancaria nonostante il nome, dov’è stato ammucchiato il portafoglio crediti peggiore; da qui si cercherà di recuperare questi crediti, il cui valore in euro risulta svalutato del 60% e per i quali è previsto un rientro del 13%. La Bad Bank resterà in vita solo per il tempo necessario a vendere o a realizzare le sofferenze in essa inserite. Per fare ciò è stato anzitutto necessario riassorbire le perdite con l’azzeramento delle azioni e dei prestiti subordinati, quindi sacrifici chiesti ai ferraresi.
L’ultimo capitolo della vicenda Carife si lega alle regole imposte dalla Comunità Europea, come chiarisce la Banca d’Italia in una informativa pubblica. “La soluzione adottata assicura la continuità operativa delle banche e il loro risanamento, nell’interesse dell’economia dei territori in cui esse sono insediate; tutela pienamente i risparmi di famiglie e imprese detenuti nella forma di depositi, conti correnti e obbligazioni ordinarie; preserva tutti i rapporti di lavoro in essere; non utilizza denaro pubblico. Le perdite accumulate nel tempo da queste banche, valutate con criteri estremamente prudenti, sono state assorbite in prima battuta dagli strumenti di investimento più rischiosi: le azioni e le “obbligazioni subordinate”, queste ultime per loro natura anch’esse esposte al rischio d’impresa. Il ricorso alle azioni e alle obbligazioni subordinate per coprire le perdite è espressamente richiesto come precondizione per la soluzione ordinata delle crisi bancarie dalle norme europee (“Direttiva europea sulla risoluzione delle crisi bancarie” – BRRD), recepite nell’ordinamento italiano dallo scorso 16 novembre con il Decreto Legislativo 180/2015”. La Comunità Europea ha infatti decretato che dal 1° gennaio 2016 i salvataggi delle banche non saranno più finanziati dallo Stato, ma dagli istituti stessi (il cosiddetto bail-in), cioè in prima battuta dagli azionisti degli istituti di credito coinvolti, poi dagli obbligazionisti, infine, se necessario, dai correntisti con depositi superiori ai 100.000 euro (al di sotto di quella cifra infatti vige la garanzia sui depositi). Il testo italiano recepisce 56 direttive e 9 decisioni quadro della Ue, andando verso una ulteriore riduzione delle procedure d’infrazione a carico dello Stato.
La Banca d’Italia poi garantisce che “Lo Stato, quindi il contribuente, non subisce alcun costo in questo processo. L’intero onere del salvataggio è posto innanzitutto a carico delle azioni e delle obbligazioni subordinate della banca, ma è in ultima analisi prevalentemente a carico del complesso del sistema bancario italiano, che alimenta con i suoi contributi, ordinari e straordinari, il Fondo di Risoluzione. Questa è la soluzione compatibile con le norme sugli aiuti di Stato che è emersa dopo che altre proposte erano state ritenute non compatibili durante le discussioni con la Commissione europea. Infine le Autorità italiane hanno adottato questa soluzione che ha effetti immediati ed evita il prolungamento dello stallo per le banche, al fine di risolverne la crisi”.
Riassunto: la Cassa di Risparmio di Ferrara fra il 2007 e il 2009 si è impegnata anche i gioielli di famiglia per restare autonoma. Nel 2013 è stata commissariata, nel 2015 è stata vivisezionata e nella prospettiva aziendale non c’è che l’acquisizione da parte di un’altra banca.
A voi lettori le considerazioni del caso.

CASO CARIFE
Salvataggio di quattro banche in crisi: i rischi per risparmiatori e investitori

Da Altroconsumo Finanza

Crisi bancarie e prove di bail-in. Per salvare quattro banche in crisi, Governo e Banca d’Italia hanno applicato una parte delle nuove regole di risoluzione delle crisi bancarie, tra cui il bail-in, che entreranno in vigore il 1° gennaio 2016.

Con questo nuovo provvedimento azionisti e obbligazionisti “subordinati” di Banca delle Marche, Carichieti, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio e Carife, pagano in prima persona (vedi tabella) perdendo tutto il capitale investito, da una notte all’altra.

Il resto delle perdite non ricade su obbligazionisti “senior” e correntisti perché queste saranno coperte dal Fondo di risoluzione.

Nell’operazione sono inoltre state separate le attività “buone” da quelle “cattive”. La banca buona ha tutte le attività esclusi i prestiti in sofferenza che rimangono dopo la copertura di azionisti e obbligazionisti subordinati. I prestiti in sofferenza rimanenti saranno ceduti ad una bad bank che si occuperà di recuperare i crediti.

“Si tratta di un’operazione con parecchi punti oscuri” commenta Vincenzo Somma, direttore di Altroconsumo Finanza. “In primo luogo il coinvolgimento della collettività: lo Stato, ufficialmente negandolo, garantisce l’operazione attraverso la Cassa Depositi e prestiti. Andrebbero inoltre definite in modo più trasparente le modalità di valorizzazione e scelta dei crediti svalutati e passati alla bad bank”, continua Vincenzo Somma.

“Infine Banca d’Italia dovrebbe chiarire perché le ispezioni non hanno mai messo in luce le anomalie nella gestione delle quattro banche che hanno portato a queste perdite”.

Le regole del bail-in, in vigore dal 1° gennaio 2016, prevedono che gli oneri di salvataggio incidano sui risparmiatori secondo una gerarchia ben precisa: chi investe in strumenti finanziari più rischiosi (azioni) sostiene prima degli altri le perdite. Dopo gli azionisti, sono coinvolti i possessori di titoli di debito subordinati, poi gli obbligazionisti “senior” e infine i depositanti con depositi superiori a 100.000 euro per ciascun correntista.

In vista dell’entrata in vigore della nuova normativa e alla luce di quando già fatto da Governo e Banca d’Italia, sarà molto importante scegliere bene la propria banca.

Ecco alcuni consigli di Altroconsumo Finanza:

  • non superare i 100.000 euro depositati sul conto corrente per ciascun intestatario. Se si possiede una cifra più alta conviene investirla altrove. Ciò vale anche per i conti deposito;
  • fare attenzione allo stato di salute della banca: di fronte alle prime avvisaglie di problemi seri, meglio cambiare;
  • non comprare obbligazioni bancarie: solo pochissime offrono un rendimento adeguato al rischio. Su Altroconsumo Finanza un aggiornamento settimanale.obbligazioni straordinarie il cui valore è stato azzerato

 

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013