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Minarelli in versione gattopardo, ma l’autoconservazione porta alla disfatta

di Alessandra Tuffanelli

Dom. 13 Ott. 2019 – Estense.com:
“Nicola Minarelli è il nuovo segretario provinciale del Pd. […] rigenerare un partito in crisi non solo di voti. E per farlo il Pd riparte con un volto nuovo, quello di Nicola Minarelli, eletto sabato mattina nuovo segretario provinciale.”
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Mar. 22 Ott. 2019 – La Nuova Ferrara:
“Pd, Minarelli lancia Calvano e Zappaterra per il bis in Regione. Il segretario: si parte dai consiglieri uscenti, poi nomi nuovi”

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Squadra vincente non si cambia!
Alla faccia della discontinuità auspicata dal nuovo segretario nazionale e richiesta a gran voce da iscritti e simpatizzanti nei territori (o, quantomeno, da quelli che di voce ne hanno ancora un po’, tra ciò che rimane di iscritti e simpatizzanti).

Dunque, un’operazione di facciata, finta, a mio avviso. Pura simulazione di cambiamento, che però nasconde – e neanche troppo velatamente – una manovra di strenua autoconservazione di una classe dirigente che, pur gravata da un consenso che ha raggiunto i minimi storici, non accenna ad un minimo di autocritica, non arretra di un millimetro rispetto alle proprie posizioni e rimane ancorata con le unghie e con i denti ai ruoli acquisiti. Quanto sia salda quella presa lo scopriremo con certezza solo il prossimo gennaio con l’esito del voto regionale. Si finge di cambiare tutto, insomma, per non cambiare niente. Non sia mai che gli elettori ci credano ancora. Ma temo non accadrà.

Un grave errore politico quindi, a mio avviso, la scelta di riorganizzarsi e costruire una nuova proposta politica e programmatica per la regione, partendo dai consiglieri uscenti, così come lo è stata quella di confermare il candidato uscente Bonaccini. Che, al di là delle sue capacità e competenze come uomo politico e amministratore regionale, nel merito delle quali non voglio entrare qui ora, è assolutamente espressione di piena continuità con il precedente assetto del partito e soprattutto di quella ideologia renziana cui il popolo del centrosinistra ha detto no, in maniera chiara e forte, più e più volte, oramai.

Un errore che rischia di far fallire un’eventuale alleanza delle forze di centrosinistra per le prossime elezioni regionali e di consegnare, dopo la città, anche la regione in mano alle destre.

Ferrara economicamente arretrata? E’ una fake news

Mancano ormai pochi mesi alla scadenza delle elezioni amministrative nel Comune di Ferrara e ancora la discussione stenta a procedere. O meglio: si sente discutere più o meno pubblicamente di possibili liste e candidati, ma rimane ancora molto sottotraccia il merito delle idee o delle proposte da mettere in campo.
Proprio per questo vorrei invece provare a proporre qualche riflessione sulla condizione socio-economica del territorio ferrarese, sulla base di un approccio un po’ diverso da quelli utilizzati in passato.
Si è soliti infatti, ormai da molto tempo, descrivere quello di Ferrara come un territorio economicamente e socialmente depresso, almeno nel confronto con le altre province dell’Emilia-Romagna. Senza dubbio in questa affermazione sta un nocciolo di verità. Tuttavia a me sembra che si sia poco riflettuto, sinora, su ciò che distingue il capoluogo dal resto della provincia. Da questo punto di vista qualcosa di profondo è cambiato rispetto agli anni ’70 e ’80 del secolo scorso.
Oggi, al contrario di quanto alcuni dicono e molti pensano, Ferrara (intesa come capoluogo) non è una città economicamente arretrata, neppure relativamente all’avanzato contesto regionale. Basta guardare i dati ultimi disponibili sui redditi dichiarati, riferiti al 2016: il reddito imponibile per contribuente del Comune di Ferrara (21.933 euro) è più alto di quello medio regionale (21.269), non parliamo di quello medio nazionale, fermo a circa 19.500 euro; è più alto anche rispetto a quello di altri capoluoghi di provincia della regione; ma soprattutto va evidenziato che la differenza tra il reddito imponibile per contribuente del capoluogo e quello del resto dei comuni della provincia (17.626 euro) è la più alta di tutta la regione.
Se guardiamo poi al tasso di occupazione, il 71,6 registrato nel 2017 è largamente superiore non solo a quello medio provinciale (67,6%), ma anche a quello regionale (68,6%) e, ovviamente, a quello nazionale (58%); al contrario risulta praticamente allineato con il tasso provinciale di Bologna, che è il più alto d’Italia dopo quello di Bolzano. Anche da questo punto di vista, quindi, non si può proprio dire che il Comune di Ferrara stia in fondo alla classifica. Inoltre, guardando le serie storiche si nota una certa tendenza al miglioramento, in particolare a partire dal 2013, momento più acuto della crisi, quando cresce il divario tra il tasso del capoluogo e quello del resto della provincia e il primo si allinea progressivamente a quello regionale fino a superarlo.

Fonti: elaborazione su dati Istat e Ufficio Statistica del Comune di Ferrara

E’ chiaro che questo non significa che non ci siano problemi e criticità, peraltro in gran parte simili a quelli del resto dell’economia nazionale e regionale: squilibrio nella distribuzione dei redditi; ampia presenza tra gli occupati di lavoro precario e a part-time; difficoltà ad assorbire uno stock di disoccupati quasi raddoppiato rispetto a quello di 10 anni fa, a causa soprattutto di un forte incremento della forza-lavoro determinato dall’aumento del tasso di attività. E altri se ne potrebbero aggiungere, a cominciare dagli squilibri demografici.
Tuttavia, considerare gli elementi da cui siamo partiti ci consente di porre e di porci delle nuove domande, che riguardano la traiettoria evolutiva della città.
Come si spiegano infatti quei dati?
Un tema chiave è certamente quello della crescente mobilità lavorativa.
Sia i redditi sia il tasso di occupazione fanno riferimento infatti ai residenti, ma non è affatto scontato che l’attività lavorativa sia prestata e i conseguenti redditi siano percepiti nel territorio di residenza.
E infatti nel 2017 dei quasi 60.000 occupati residenti nel Comune di Ferrara, quasi un quarto lavorava fuori dal Comune stesso e la tendenza è alla crescita di questa percentuale, visto che dieci anni prima, nel 2007, essa era ferma al 21,9%1.
E’ molto probabile quindi che la più facile e più veloce mobilità delle cose e delle persone (per non parlare degli asset immateriali) abbia fatto sì che oggi la condizione socio-economica del capoluogo sia molto meno che in passato connessa con quella del territorio della sua provincia e lo sia viceversa molto di più con quella di altre realtà regionali, in particolare con il forte polo d’attrazione rappresentato dal capoluogo regionale, Bologna.
Uno studio presentato l’anno scorso dalla Camera di Commercio di Ferrara e ripreso dall’annuario del CDS indicava in oltre il 30% la percentuale di lavoratori dipendenti di aziende private residenti nel Comune di Ferrara e occupati in altre province, dei quali circa la metà nella provincia di Bologna.
Questo conferma il ruolo centrale che le infrastrutture per la mobilità sempre più rivestono nel determinare le linee di sviluppo dei sistemi territoriali.
Ferrara città gode dunque della fortuna di trovarsi a distanza relativamente breve da un importante polo produttivo e di servizi come quello di Bologna e questo spiega in buona parte i dati positivi da cui siamo partiti.
Naturalmente vedere le cose da questo punto di vista obbliga a riconsiderare questioni centrali nel governo della città ed anche della Regione, per inserire le scelte da fare in futuro dentro una esplicita strategia e un quadro di coerenze conseguenti.
Perché è ovvio che accanto alle opportunità, stanno anche i rischi.
Delle opportunità si è detto: più occupati e più ricchezza.
I rischi possono essere diversi. Uno evidente riguarda una parte del territorio provinciale, che – anche per effetto dello storico deficit infrastrutturale che lo caratterizza – rischia di andare alla deriva: spopolamento, estremo invecchiamento della popolazione residua, riduzione delle imprese attive sono tutte componenti di una spirale recessiva che nell’ultimo decennio ha registrato una decisa accelerazione in alcune aree della provincia di Ferrara ad est del capoluogo.
Un altro rischio, forse meno evidente perché certamente ad uno stadio meno avanzato, riguarda proprio lo stesso capoluogo. Il processo descritto potrebbe infatti indurre nel tempo un indebolimento del suo profilo identitario, trasformarlo in una sorta di periferia metropolitana, quasi indistinguibile da altre periferie. E’ un rischio da non sottovalutare, anche se ad oggi non sembra immanente.
Ma gli anticorpi di Ferrara sono da questo punto di vista sono robusti.
Stanno prima di tutto nel suo patrimonio storico, artistico, culturale, nella sua qualità urbana, nella ricchezza di proposte e di iniziative che ne hanno fatto anche negli ultimi anni in modo crescente meta importante del turismo nazionale ed estero; stanno nella presenza di una piccola ma qualificata università che recentemente ha visto ulteriormente crescere le immatricolazioni; stanno infine nell’insediamento decennale di attività produttive ad altissimo valore aggiunto.
Sono esattamente i fattori identitari che andrebbero preservati e valorizzati nel momento in cui si delinea nei fatti l’esistenza di una vasta area subregionale integrata dal punto di vista sociale ed economico, un processo già ad uno stadio avanzato e a cui comunque sarebbe disastroso opporsi in nome di un riflesso difensivo e di un neo-campanilismo corporativo.

ECOLOGICAMENTE
Acqua e agricoltura

Bello il supplemento sull’agricoltura della regione Emilia Romagna. Lo ha pubblicato Arpa Emilia Romagna dedicandolo al tema dell’irrigazione con il titolo “Le nuove frontiere dell’irrigazione”. Nella rivista si propongono temi inerenti alla ricerca e all’innovazione del settore del risparmio idrico nell’irrigazione, nonché alla gestione ottimale dell’acqua finalizzata al risparmio idrico. Si tratta di un tema di grande interesse anche per persone sensibili al rispetto dell’ambiente e non solo per addetti ai lavori.
Da molti anni (dal dopoguerra) la gestione irrigua in agricoltura è un tema delicato e critico in quanto si sono succeduti vari effetti negativi a partire da una crescente temperatura estiva e da fenomeni temporaleschi brevi e intensi che non hanno favorito l’irrigazione, anzi hanno portato siccità. Da tempo dunque si studiano strumenti innovativi che consentano di incrementare la capacità di adattamento (resilienza) del sistema e facilitare l’adeguamento alle nuove condizioni climatiche.
Ci ricorda Arpa che quest’estate e l’estate scorsa sono state le più calde da trenta anni e che le rare e pesanti piogge non hanno aiutato il terreno. Anche la primavera di quest’anno ha portato la metà delle piogge attese. Anzi, i temporali con grandine del maggio scorso hanno rovinato i raccolti. Per valutare tutto questo si sono ampliati i monitoraggi dai satelliti e le informazioni irrigue sul territorio. Sulla base di queste valutazioni è stato avviato un nuovo progetto denominato Moses. Cito una frase del prof. Viaggi di Unibo che mi pare renda bene il tema: “La disponibilità e i costi dell’acqua sono molto differenziati sul territorio a causa della diversa accessibilità delle risorse idriche. L’evoluzione del contesto produttivo negli ultimi decenni ha aumentato l’attenzione agli aspetti economici dell’irrigazione e ne ha cambiato la configurazione”.
Per questo, come coordinatore scientifico, l’ho invitato a tenere un seminario ad H2O il 19 ottobre prossimo. Il convegno intende discutere le prospettive di innovazione nell’uso dell’acqua da parte del settore agricolo, sia in un’ottica di competitività del settore e delle industrie ad esso collegate, sia in un’ottica di sostenibilità. Tra i temi che verranno trattati: approvvigionamento idrico e riuso delle acque reflue depurate in agricoltura; agricoltura di precisione; valutazioni economiche e decisioni sull’uso delle acque; gestione e uso delle informazioni agrometeorologiche; tecniche agronomiche per la gestione della risorsa idrica; ruolo dell’ecofisiologia, della genetica e della nutrizione delle piante; legame tra uso dell’acqua e difesa delle colture; gestione dell’acqua negli edifici agricoli e agroindustriali; qualità delle acque e gestione degli inquinanti.
Sempre il prof. Viaggi ha scritto:”Molti dei temi affrontati mettono in evidenza che la gestione economica dell’irrigazione non è un problema risolvibile solo a livello aziendale, ma richiede un approccio coerente sul territorio e una visione aggregata delle scelte delle diverse aziende. Di per sé questa esigenza non è nuova. Il tessuto costituito dai Consorzi di bonifica e irrigazione costituisce un esempio storicamente consolidato di tale necessità”. Ecco perché in occasione della Fiera internazionale dell’acqua ho invitato anche Anbi, l’associazione che riunisce i Consorzi di Bonifica, che offrirà il suo importante contributo il giorno dopo, giovedì 20. L’evento è interessante fin dal titolo “Il cibo in Emilia Romagna è irriguo” perché larga parte del cibo in Emilia Romagna viene prodotto da terreni irrigui. 500.000 ettari irrigabili, per i due terzi gestiti dagli 8 Consorzi di Bonifica e dal Canale Emiliano Romagnolo, producono l’80% della produzione agricola della Regione.
Insomma un tema importante in una Fiera importante
Per il futuro sarà infine utile seguire il Programma di sviluppo rurale 2014-2020 che raccogliera’ le iniziative volte a sostenere interventi per un uso più efficiente dell’acqua in agricoltura all’interno del macro tema ambiente e clima, dedicando a queste operazioni la specifica focus area “P5A”.
Speriamo che sui temi dell’uso dell’acqua in agricoltura sappiamo crescere nella cultura della sostenibilità e soprattutto che cresca l’attenzione da parte del territorio ferrarese storicamente di alta vocazione agricola.

Il supplemento sulla agricoltura della regione Emilia Romagna lo si può scaricare su: http://agricoltura.regione.emilia-romagna.it/archivio-agricoltura/2016/giugno-2016/SpecAgric_irrigazione_2016ok.pdf/at_download/file/SpecAgric_irrigazione_2016ok.pdf
Mentre per approfondire su H2O si può andare sul sito www.accadueo.com

ECOLOGICAMENTE
I rifiuti speciali: 8 milioni di tonnellate, il 10% sono pericolosi

Il tema dei rifiuti speciali spesso viene sottovalutato o addirittura non trattato. Proprio i rifiuti industriali, invece, rappresentano un problema ancora non risolto e una criticità ambientale di dimensione crescente, il cui volume supera quattro volte la dimensione dei rifiuti urbani.
La gestione dei rifiuti speciali è soggetta alle regole del libero mercato, la responsabilità del loro corretto recupero, trattamento e smaltimento è a carico del produttore/gestore stesso, nelle forme consentite dalla normativa. I rifiuti speciali prodotti ogni anno ammontano a oltre otto milioni di tonnellate e per il 90% sono costituiti da rifiuti non pericolosi.
La produzione dei rifiuti industriali per unità di valore aggiunto cresce con un andamento detto di “kusnets ambientale”, ovvero cresce molto nella prima fase per poi stabilizzarsi e talvolta decrescere all’aumento rilevante del valore aggiunto. Il problema si rileva maggiormente nei periodi in cui l’economia è debole o comunque quando ci sono difficoltà di mercato. Certo è che al crescere della produzione di questi rifiuti, cresce l’incapacità sia gestionale che di controllo da parte delle istituzioni; infatti mancano gli impianti di trattamento e mancano soluzioni sufficienti a livello operativo per affrontare questo grande problema.
Per quanto riguarda l’Emilia-Romagna, vogliamo evidenziare un dato rilevante, se confrontato con quello dei rifiuti urbani: i rifiuti speciali, ossia quelli che provengono dal settore produttivo, costituiscono il 73% di quelli complessivamente prodotti, pari a quasi tre volte la produzione dei rifiuti urbani. La produzione di rifiuti speciali risulta soprattutto concentrata nelle province di Modena, Ravenna e Bologna. Il sistema impiantistico dedicato alla gestione dei rifiuti indifferenziati residui è in grado di soddisfare completamente il fabbisogno di smaltimento in questa regione. Tale sistema è costituito da 5 impianti di trattamento meccanico-biologico, 4 impianti di trattamento meccanico, 8 inceneritori con recupero energetico, 17 discariche e 18 piattaforme di stoccaggio/trasbordo.
Per avere risposte concrete servirebbe una maggiore attenzione sul tema e una riflessione seria per capire i meccanismi e le dinamiche che producono tali criticità; oltretutto la normativa poco restrittiva di cui disponiamo, lascia ampi margini ad un mercato inaffidabile dal punto di vista ambientale.
Servono innanzitutto dati certi e censimenti severi, una rilevazione del fenomeno sia a livello quantitativo che economico. La dichiarazione dei produttori tramite il Mud (Comunicazione annuale dei rifiuti) non rappresenta certo una fonte concreta, anche perché alcune categorie di imprese sono esentate da questa stessa dichiarazione. A livello nazionale permane la grande differenza tra nord e sud, come emerge da uno specifico studio di Unioncamere che ha appunto analizzato la copertura del Mud rispetto al registro delle imprese per l’industria a livello provinciale ed in cui si evidenzia come nel nord–est vi sia la maggiore copertura; il problema comunque è criticamente diffuso su tutto il territorio.
A integrazione, si ritiene utile ricordare una importante norma spesso sottovalutata che riguarda la responsabilità del produttore (direttiva 2008/89/CE) art 8 comma 1: “Per rafforzare il riutilizzo, la prevenzione, il riciclaggio e l’altro recupero dei rifiuti, gli Stati membri possono adottare misure legislative o non legislative volte ad assicurare che qualsiasi persona fisica o giuridica che professionalmente sviluppi, fabbrichi, trasformi, tratti, venda o importi prodotti (produttore del prodotto) sia soggetto ad una responsabilità estesa del produttore. Tali misure possono includere l’accettazione dei prodotti restituiti e dei rifiuti che restano dopo l’utilizzo di tali prodotti, nonché la successiva gestione dei rifiuti e la responsabilità finanziaria per tali attività. Inoltre possono includere l’obbligo di mettere a disposizione del pubblico informazioni relative alla misura in cui il prodotto è riutilizzabile e riciclabile”

IL FATTO “Dieci anni per sanare le ferite del sisma. I nostri amministratori? Rassegnati”

“Avevo previsto servissero 10 anni per ripristinare i danni del sisma alle chiese di Ferrara, ora non so se basteranno…”, dice un battagliero don Stefano Zanella, che non nasconde il suo fastidio. “Completeremo l’opera il giorno della resurrezione dei morti”, gli fa eco, sarcastico, Aniello Zamboni. E’ stato scoppiettante l’incontro in biblioteca Ariostea organizzato da Ferraraitalia per fare il punto sulla ricostruzione post-terremoto. “Avere demandato al commissario regionale la gestione del procedimento è stato un autogol”, sostiene il presidente provinciale di Italia nostra, Andrea Malacarne. E spiega: “I problemi attuali sono in parte dovuti al terremoto, in parte al precedente degrado”. E siccome il commissario ha mandato solo per liquidare i rimborsi relativi al sisma, insufficienti per fare fronte alla situazione, la palla torna a Roma con significativa perdita di tempo.
In sostanza, le chiese (in particolare) e parte del patrimonio monumentale cittadino era già in stato di cattiva manutenzione prima del terremoto e l’evento sismico ha evidentemente peggiorato le cose. Ma le perizie distinguono fra i danni del 2012 e quelli preesistenti, così la trafila burocratica si complica e i tempi si allungano.

“C’è da piangere – ha affermato sconsolato Zamboni, direttore dell’ufficio Beni culturali dell’Arcidiocesi, introducendo il suo intervento – la situazione è tragica“. E poi ha snocciolato il rosario delle chiese in agonia: “Ancora ben lontane dal ripristino San Paolo, Santa Maria in Vado, Santo Spirito e San Domenico dove sono stati realizzati solo interventi preliminari. A San Benedetto i lavori non sono ancora iniziati nonostante il progetto sia stato approvato. Nella cattedrale la situazione è stata solo tamponata in attesa degli interventi veri e propri. E poi c’è la bellezza sfigurata delle Stimmate, di San Francesco, di Sant’Agnese, di San Giuseppe santa Rita e santa Tecla, l’oratorio dell’Annunziata… Non avrei mai immaginato che la permanenza di opere d’arte nei saloni arcivescovili, ove sono state temporaneamente depositate, si sarebbe prolungata per tanto tempo”.
Lo sconforto è grande, ma non lascia spazio alla rassegnazione: “Mi appello alle associazioni culturali e alla società civile affinché faccia sentire la propria voce e solleciti le istituzioni a intrervenire”. Il fatto di essere riconosciuti patrimonio Unesco non agevole le cose? domanda qualcuno fra il pubblico. “Posso ridere? – replica Zamboni – non godiamo di alcun privilegio, il patrimonio ecclesiastico è l’ultimo a essere considerato”.

Se possibile ancora più caustico è apparso don Zanella, vice del medesimo ufficio Beni culturali. Lucidissima la sua analisi: “Il ferrarese medio non ha riportato grossi danni dal sisma e non si è reso conto di quel che è accaduto. Qualcuno si è spaventato solo quando, dopo due anni e mezzo, è stata decisa la chiusura del duomo. Allora non era sicuro? si sono detti i nostri concittadini. No, non era sicuro. Ma lo abbiamo scoperto in ritardo, perché i primi soldi per fare analisi serie sono arrivati nel 2014″.
“Dobbiamo dire che non è vero che non abbiamo avuto danni importanti – esorta don Stefano – e dobbiamo considerare che le chiese non possono essere trattate alla stregua dei capannoni, la storia va rispettata“. Certo Ferrara rispetto al modenese, al bolognese o al mantovano ha patito meno crolli e meno vittime, ma questo è accaduto – spiegano in coro Zanella e Malacarne – “perché qui già dopo il terribile terremoto del Cinquecento si è costruito con criteri antisismici“. I danni, dunque, non sono risultati appariscenti, non ci sono stati crolli, ma molti edifici risultano comunque gravemente compromessi“.

“Le difficoltà maggiori in questi tre anni sono state causate dalla burocrazia – afferma con schiettezza Zanella – E quando dico burocrazia intendo procedure lunghe e tortuose, inefficienza…”.
Il ripristino è iniziato dalle chiese meno danneggiate: 11 su 14 sono state sistemate. Ora ce ne sono altre 22 da curare. Sono stati presentati 18 progetti, mancano quelli del duomo, del palazzo arcivescovile, delle chiese di Porotto e Viagarano Mainarda che necessitano ancora di verifiche”. “Bene, dei 18 progetti presentati sapete quanti ne sono stati approvati? Uno! Quello di Santa Maria Nuova e San Biagio. Se senti la Regione la colpa è dei tecnici che sono imprecisi, se senti i tecnici dicono che la Regione è puntigliosa. Io per non sbagliare dico che la colpa è di tutti. Risultato? Dei 21 milioni stanziati come anticipazione sul piano per la ricostruzione, per ora sono arrivati solo 900 mila euro“.

“Nonostante le buone tecniche costruttive adottate dopo il terremoto del Cinquecento che hanno evitato i crolli, Ferrara ha comunque patito danni consistenti e diffusi”, ha confermato Andrea Malacarne presidente di Italia nostra. “La situazione delle chiese è particolarmente grave, ma la progettazione – lamenta – poteva essere fatta in sei mesi, invece sono passati tre anni ormai…”. Che fare? “Gridare ovunque che Ferrara è stata terremotata e va aiutata, dallo Stato e dalla Regione. Pretendere che si mantengano le procedure emergenziali , scongiurare il rischio che si piombi nella gestione ordinaria perché tempi e procedure ci sarebbero avversi”. I nostri amministratori sono sul pezzo? “No, sono troppo timidi e rassegnati“.

Cosa attendersi in futuro in funzione della riprogettazione che farà seguito al ripristino del patrimonio storico? “L’ampliamento della biblioteca Ariostea con l’integrazione di casa Nicolini e casa Minerbi” spiega ancora Malacarne. “E poi il pieno recupero di palazzo Schifanoia e palazzo Massari. Italia nostra vigilerà e solleciterà“. Ma Malacarne sollecita giustamente anche un salto di qualità nella progettazione: “Non basta ripristinare, bisogna ragionare in grande, osare, come si fece ai tempi delle Mura…” . Roberto Soffritti, presente in sala fra il pubblico, gongola… “L’anno prossimo ricorre il cinquecentenario rossettiano, Italia nostra ha lanciato un progetto sulle basiliche ideate da Biagio Rossetti, potrebbe essere un volano attrattivo per il turismo”.

In apertura di incontro, di turismo aveva parlato la coordinatrice delle guide ferraresi, Virna Comini, lamentando la latitanza delle istituzioni: “Dopo il terremoto, per un anno e mezzo di turisti a Ferrara non ne sono arrivati. Ci siamo sentite abbandonate a noi stesse. Abbiamo il contatto diretto con chi visita Ferrara, ma il Comune non ci consulta mai, né per avere valutazioni né per condividere la progettazione”. E’ stato fatto poco per propiziare una ripresa, dice in sostanza. Lamenta l’assenza di un percorso di visita delle chiese, ormai quasi tutte chiuse per lavori. E riferisce delle lamentele dei turisti per la presenza sulla piazza e sul corso del mercato del venerdì, che condiziona negativamente il godimento dei monumenti.

A margine del dibattito sul patrimonio monumentale, è stato riservato uno spazio di intervento per registrare la significativa testimonianza di uno sfollato centese, Massimo Vignola, che ha riportato il dramma delle famiglie che hanno vissuto sulla propria pelle gli effetti del terremoto. “La mia casa è stata resa inagibile dalla scossa, sono stato costretto a vivere per oltre due anni in un container di metallo. La situazione non è risolta. Secondo una perizia la mia abitazione è da abbattere, secondo un’altra ha un danno da 15mila euro…”. La burocrazia non risparmia nessuno. Ma dietro il mondo delle scartoffie c’è qualcuno che paga e soffre davvero.

LA PROPOSTA
“Il giardino dietro l’abside di San Paolo? Idea interessante, apriamo il dibattito”

“L’idea è interessante, apriamo il dibattito”, afferma l’architetto Natascia Frasson in risposta alla proposta formulata ieri da Ferraraitalia circa il riutilizzo e l’apertura al pubblico del cortile incluso fra l’abside e i chiostri della chiesa di San Paolo, via Capo delle Volte e corso Porta Reno. Quello spazio, all’ombra dell’antichissima torre dei Leuti, è oggi un anonimo sterrato, che con minima spesa potrebbe però essere reso gradevole e fruibile a tutti.
“Abbiamo in corso in Regione una richiesta di finanziamento, relativa ai danni del sisma, per tutto il comparto di San Paolo – spiega la responsabile comunale dell’unità operativa Beni monumentali centro storico -. Nei prossimi mesi si realizzeranno lavori importanti, a seguito dei quali ci sarà una significativa riorganizzazione delle funzioni: per uffici municipali e associazioni si prevedono trasferimenti e razionalizzazioni, in maniera da favorire l’accorpamento di settori che svolgono funzioni coerenti. Nello specifico, però, di una riqualificazione del cortile non si è mai parlato”.

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Eppure, se fosse aperto, fruibile e reso giardino, potrebbe costituire il punto d’ingresso a un percorso di accesso al centro storico alternativo e sostanzialmente parallelo a quello tradizionale di Porta Reno; un cammino che si snoderebbe dal cortile – che si apre su via Capo delle Volte – attraverso i chiostri, consentendo di raggiungere la piazza del Municipio dall’antica via Boccaleone.
“Suggestivo – ammette l’architetto -. Il fatto è che quel cortile, banalmente, è sempre stato considerato una sorta di retrobottega e non lo si è mai concepito diversamente. Certo, andrebbe trovata una diversa sistemazione per la auto di servizio che ora sostano lì. Non so se questo possa rappresentare un ostacolo, in ogni caso ritengo non sarebbe un problema insormontabile. L’ipotesi è interessante e vale la pena di ragionarci. Oltretutto fare un giardino costa meno che pavimentare…”.

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Il cortile di San Paolo e sullo sfondo l’abside della chiesa

Le funzioni di servizio ora svolte in quell’area – spiega ancora la Frasson – non sono essenziali o inamovibili, e quelle necessarie potrebbero con eleganza essere integrate. “Abbiamo uno studio, quello dell’architetto Paolo Arveda, che sta lavorando al progetto complessivo di risistemazione: è un tecnico incapace di fare cose brutte, quindi se si decidesse di perseguire questa soluzione certamente troverebbe una valida quadratura”.

La sollecitazione di Ferraraitalia è dunque tempestiva e incontra l’attenta considerazione del responsabile dell’intervento, che ribadisce: “Parliamone pubblicamente, raccogliamo idee, sentiamo opinioni. L’ipotesi merita indubbiamente di essere valutata”.

Leggi la proposta e guarda le imamgini [qui]

Ex Sivalco, c’è ancora l’eternit nell’ecomostro del Delta

E’ ancora carico di eternit, ma un po’ meno pericoloso, l’ecomostro del Parco del delta del Po, l’impianto pilota dell’ex Sivalco di Valle Campo, dove in passato si è cercato di allevare l’anguilla in cattività. Oggi il rudere ha un nuovo recinto e dopo 18 anni, diverse segnalazioni e denunce dei media, è stata sgomberata una piccola parte dell’amianto che lo ricopre. Le lastre usurate si erano staccate dal corpo centrale del capannone – esponendo alle intemperie trattori e marotte, le imbarcazioni adibite al trasporto di anguille vive dalle stazioni di pesca ai mercati di vendita – e avevano cominciato a svolazzare tutto intorno. I fogli verdi e le pericolose fibre di cui sono composti sono stati smaltiti dopo il sopralluogo della padrona di casa, la Regione, e della Provincia che ha messo mano alla parziale bonifica. Ma la sostanza non cambia, la “verde” Sivalco è ancora lì, quasi immutata, a fianco della finestra dei fenicotteri, il garofano all’occhiello del Parco.

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Blocco centrale con copertura di eternit

L’amianto può attendere e anche i rifiuti speciali, rimanenze di laboratorio ancora chiuse nelle bottiglie con tanto di etichette farmaceutiche, le barche sfasciate e i macchinari ridotti a rottami. Restano lì, divorati dalla ruggine e dall’umidità, ospiti di fatiscenti palazzine a un piano dalle porte divelte, dove acqua, topi e arbusti vivono in simbiosi. E’ il degrado, ma non è emergenza. E la crisi non facilita i lavori di bonifica. E’ vero, ma va pure scritto che fino al 2008 il portafogli della pubblica amministrazione non risultava leggero come quello attuale. C’è da chiedersi come mai, l’invocato sviluppo del turismo naturalistico non abbia reclamato, in anni meno difficili, la trasformazione dell’ecomostro in un pezzo di archeologia industriale come è successo altrove.

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Macchinario di laboratorio
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Flaconi di medicinali

Gli esempi non mancano, basti pensare al villaggio operaio di Crespi d’Adda e al Museo dell’arte della lana ricavato nello stabilimento dell’ex lanificio di Stia per capire quanto una metamorfosi possa incontrare le simpatie di un pubblico curioso e appassionato di scoprire l’identità di una terra diversa dalla propria. Invece il ritornello è sempre lo stesso: niente soldi, niente opere. Possibile che le decantate joint venture pubblico-privato non diventino l’occasione di un recupero a misura di turismo slow? Eppure la cultura può essere business, lo sostengono da tempo gli stessi imprenditori rivieraschi. L’attenzione però sembra concentrarsi tutta sulla costa e sull’atteso riconoscimento Unesco della riserva del Delta, vissuto come la panacea del pacchetto turistico da spendere tra i due parchi emiliano e veneto

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Vasche per l’allevamento delle anguille

Nel frattempo, per migliorare la situazione dell’ex Sivalco, basterebbe un pannello scritto con cui spiegare la storia della struttura, la cui presenza e condizioni d’abbandono contrastano con la bellezza della valle oggi mèta sempre più frequente di villeggianti e visitatori stupiti dal trovarsi improvvisamente di fronte a un “fantasma” di pietra dalle tettoie ondulate. Mica gli si può dar torto, magari qualche spiegazione sì.

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Con o senza l’ombrello Unesco, una cosa è chiara: è mancata la volontà politica di trovare una soluzione per gli edifici in disarmo dell’impianto. In un passato nemmeno troppo lontano la dirigenza del parco ne aveva chiesto l’affido alla Regione, c’era l’idea di usare la struttura per realizzare progetti legati all’energia alternativa o a un mix di storia e arte, che prima della crisi avrebbero trovato finanziamenti con maggior facilità. Non se ne è fatto nulla e la struttura è diventata il monumento di uno dei tanti sprechi di denaro pubblico, tanto da aver chiuso i battenti nel 1996 con un debito di 17 miliardi di ex lire. Fallimento su tutta la linea.

Sivalco, società che vedeva insieme Regione, Comune, Provincia, Ersa e Sopal, gestiva l’impianto sperimentale divenuto centro ricerche a fine corsa; i dipendenti vennero assorbiti da Arpa di Ferrara e Ravenna e della liquidazione della spa se ne occupò il consorzio Azienda speciali Valli di Comacchio, partecipato da Regione e Comune. Di storie così ce ne sono tante, ma quando si consumano a pochi passi da casa diventano più amare. Soprattutto in tempo di crisi.

L’OPINIONE
Le colpe dei padri

Sono state pubblicate sulla stampa le intercettazioni “clandestine” [leggi] del consigliere regionale del M5s Defranceschi che raccolgono i “commenti”, se così si possono definire, dell’ex capogruppo Pd in Regione, Monari, sulla vicenda delle cosiddette “spese pazze” dei gruppi consiliari della passata consigliatura. Diciamo subito che non è un bello spettacolo: per il tono generale di sprezzo e di fastidio nei confronti di chi deve controllare, per la greve ed imbarazzante mediocrità di alcuni commenti, per la concezione distorta che pare emergere dell’impegno politico, in cui all’etica si sostituisce il timore della sanzione.
Indignarsi, oltre che del tutto naturale, è quindi doveroso, almeno per chi è convinto che gestire la cosa pubblica rappresenti una delle occupazioni più nobili a cui possa essere chiamato un individuo. Ma non basta, a maggior ragione se si appartiene ad una delle generazioni che hanno guidato il Paese negli ultimi 20-25 anni. Perché accanto alle specifiche responsabilità etiche e penali che attengono alle singole persone e di cui ciascuno è chiamato a rispondere individualmente, ne esistono di più generali che riguardano l’intero corpo sociale; certamente non tutti nella stessa misura, ma nessuno escluso. Difficile uscire da questa situazione se non si riesce a rendersene conto, accettando di conseguenza anche le critiche aspre delle generazioni più giovani, che si ritrovano a pagare il prezzo dei nostri errori ed a cui troppo spesso molti reagiscono quasi sdegnati, protestando la loro assoluta estraneità.
Viene da chiedere a costoro, ma tu, dov’eri mentre succedeva tutto questo? Se avevi capito cosa stava capitando, cos’hai fatto per impedirlo? O, se no, come hai potuto non vedere? Non era possibile fare qualcosa di più e di diverso? Perché la deriva che ha portato all’emersione e al consolidamento delle tante caste che da parecchi lustri fanno il bello ed il cattivo tempo in Italia ha radici lontane ed è per troppi una consolatoria quanto patetica menzogna affermare che sia stata tutta colpa di Berlusconi e del suo baraccone affaristico-mediatico, scrollandosi così di dosso ogni responsabilità per il solo fatto di averlo sia pur inutilmente contrastato.

L’OPINIONE
Voltate pagina!

Settembre 2012. La Guardia di Finanza ha appena compiuto un blitz negli uffici della Regione di viale Aldo Moro. In quei giorni si tiene una drammatica riunione dei capigruppo. Marco Monari (capogruppo Pd), non immaginando di essere registrato dall’ex grillino Defranceschi, fa una serie di dichiarazioni gravi e inquietanti. La registrazione è stata consegnata agli inquirenti, ed è agli atti dell’inchiesta in corso per peculato. Ecco alcune delle affermazioni di Monari. “Tutto quello che non è raccontabile non si può più fare. Ora tutto quello che è stato fatto fino adesso è difficile da raccontare. Se vado da un consigliere e gli dico: con chi sei andato a mangiare? Quello mi risponde: ‘Fatti i cazzi tuoi!’.” “Oltre a non fare nulla e a non capire nulla, spendono un sacco di soldi, questo è il punto.” “Quello della politica è un concentrato di idioti. Il Pd è un partito grande, ci sono molti idioti, è proporzionale.” “L’incrocio dei dati, i rendiconti, sono le nostre mutande, è chiaro? Quando loro hanno i rendiconti dei gruppi, questo lo dobbiamo sapere… quando ce li ha uno che capisce di quella roba lì, ha tutto. Noi alla Corte dei Conti gli stiamo dando non le chiavi di casa, ma la casa.” Monari non trascura niente. Alla fine non poteva mancare l’attacco alla stampa. “Se fossi Berlusconi con cinque reti andrei tutte le sere in tv a dire che quelli della carta stampata sono delle teste di cazzo.” Matteo Richetti, in quell’anno presidente dell’Assemblea Regionale, dice nelle conclusioni: “La parte più critica delle spese ce l’abbiamo su questo: pranzi, cene e rimborsi chilometrici.” Non è necessario commentare. Mi parrebbe di infierire. Solo una considerazione personale. Domenica andrò a votare perché per me l’esercizio del voto è un atto sacro. Ma il grido che si sta levando, in una regione dal passato virtuoso, è forte e chiaro: voltate pagina! Prima che sia troppo tardi per la credibilità delle Istituzioni democratiche e per l’affidabilità di chi dovrebbe sentirsi onorato di rappresentarle.

Fiorenzo Baratelli è direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara

IL DOSSIER
Le mafie in Emilia: cronaca di un insediamento

La lista “L’altra Emilia Romagna” ha presentato al ristorante 381 di piazzetta Corelli il dossier 2012-2014 “Emilia Romagna: cose nostre. Cronaca di un biennio di mafie in E.R.”. Il documento non è un’esauriente indagine scientifica, ma “una cassetta per gli attrezzi” dal carattere e dalla passione militanti per aiutare chiunque sia interessato a capire “come sono arrivate e come si muovono le mafia in Emilia Romagna”, ha spiegato uno degli autori, Gaetano Alessi di AdEst, che insieme all’Associazione Pio La Torre e al Gruppo dello Zuccherificio ha curato la realizzazione del documento.
“Nelle scuole spesso diciamo che la mafia è una montagna di merda, è vero, ma bisogna fare i conti anche con il fatto che la mafia è una montagna di soldi, di interessi, di affari”, continua Gaetano, animato da quell’indignazione che spinge all’impegno: nel suo caso, prima per realizzare tre dossier e ora per parlarne, spostandosi da una parte all’altra della regione dopo il lavoro.
In Emilia Romagna le mafie hanno mostrato entrambe queste facce, per questo ormai non si può più parlare di un’infiltrazione serpeggiante e di colletti bianchi: 9 attentati, 221 danneggiamenti seguiti da incendio, 301 incendi e 1.149 rapine, questi nel 2011 i cosiddetti ‘reati spia’, cioè commessi con metodi chiaramente mafiosi (Fonte: Mosaico di Mafie e Antimafia-Dossier 2012, curato da Fondazione Libera Informazione e Osservatorio Nazionale sull’informazione per la legalità e contro le mafie).
Gaetano ha elencato le attività della criminalità organizzata, che vanno dal “traffico d’armi e uomini nel porto di Ravenna” all’usura al gioco d’azzardo, fino ad arrivare al loro ‘core business’, del quale fanno persino “fatica a riciclare i proventi”: il traffico di droga, con Bologna trasformata in un “centro internazionale del narcotraffico”, dove si tenevano veri e propri summit fra i capi delle organizzazioni criminali italiane e straniere. Una regione che, nel 2012, era “prima in Italia per lavoro nero, seconda per l’impiego di irregolari e al quarto posto per il riciclaggio di denaro sporco”, in cui “il 70% delle opere pubbliche viene dato in subappalto con il sistema del massimo ribasso”, non può stupire più di tanto che gli stessi mafiosi affermino che “il modello emiliano va esportato perché funziona”, come rivela Alessi. Forse a sorprendere è il fatto che, secondo quanto riportato su “Emilia Romagna: cose nostre”, delle 5.192 operazioni sospette segnalate nel 2012 la quasi totalità proviene da sportelli bancari e uffici postali, mentre meno di 15 sono segnalate da avvocati, commercialisti, notai, revisori ecc. Oppure, per quanto riguarda l’usura, il fatto che secondo il Magistrato Lucia Musti “le intimidazioni denunciate sono state pochissime, quello che abbiamo trovato l’abbiamo trovato grazie alle operazioni di ascolto, alle intercettazioni”. Per SoS impresa l’8,6% degli esercizi commerciali o paga il pizzo o è vittima di usura, ma la “gente con il naso spaccato dice di essere caduta per le scale”, afferma Gaetano. E dovrebbero quantomeno sorprendere anche le affermazioni di Marcello Coffrini, sindaco Pd di Brescello, che parlando di Francesco Grande Aracri – fratello del boss Nicolino Grande Aracri, condannato in via definitiva per associazione di stampo mafioso e sorvegliato speciale del tribunale di Reggio Emilia – lo definisce “uno molto composto, educato, che ha sempre vissuto a basso livello”.
La concretezza si fa stringente arrivando all’affare della ricostruzione post-sisma: nel complesso gli uffici antimafia delle Prefetture della regione hanno ricevuto oltre 32.000 istanze nel 2013 adottando 28 interdittive, mentre secondo i dati forniti dalla Prefettura di Bologna nel giugno 2014 sono 31 le aziende non ammesse alle ‘white list’: 11 a Modena (1.360 le iscrizioni su 4.200 richieste), tre a Ferrara (677 su 1.228) e 7 a Bologna (453 su 788). Il pericolo più concreto è che chi deve verificare che le aziende che si aggiudicano appalti e cantieri per la ricostruzione dell’Emilia terremotata siano ‘in regola’ non abbia le risorse per farlo. Come spesso accade in Italia, dice Gaetano “si fa una buona norma, ma poi non la si mette in grado di funzionare. Il rischio è che con la scusa delle pastoie burocratiche si tolgano i controlli e si bypassino le white list”, lasciando che la ricostruzione venga gestita da una mano invisibile: a questo punto c’è da sperare che sia ancora solo quella del mercato.

L’INTERVISTA
L’incomodo Balzani:
“L’Emilia deve tornare
a pensare in grande”

Balzani, come possiamo definire la sua candidatura a presidente della Regione? Solo coraggiosa, di testimonianza o si pone obiettivi più ambiziosi?
Non credo assolutamente che sia di testimonianza, le primarie sono imprevedibili, l’ho sperimentato a Forlì, la mia città, nel 2008. Corro per vincere, oggi come allora, e ho già dichiarato che non sono interessato né a un posto da assessore regionale né da consigliere. Ho invece un progetto politico: quello di ristabilire un contatto tra uno spazio civile ed economico, molto cambiato negli ultimi anni, e la politica. Superando l’autoreferenzialità e la gestione del potere fine a se stessa che ha contraddistinto in questi anni la nostra Regione. Vorrei che si tornasse ad una Regione come ad un ente di progettazione e di programmazione, come fu alle origini l’Emilia-Romagna di Guido Fanti. Un’era grandiosa.

Per tanti anni l’Emilia-Romagna è stata addirittura un modello europeo. Il famoso riformismo emiliano fondato sui servizi sociali, su di un welfare ammirato e copiato ovunque, sulla progettazione urbanistica, sulla programmazione territoriale, eccetera. Da un po’ di tempo non si pensa e non si progetta più in grande e la nostra regione oggi arranca in molti settori. E’ cosi?
Sì. Ed è il vero motivo per cui mi candido. Occorre recuperare la grande dimensione culturale che aveva questo riformismo. E’ la caratura culturale di una classe dirigente che mette insieme diversità o interessi apparentemente contrastanti, evitando una negoziazione che quasi sempre avviene al ribasso. Sono i progetti, le ampie visioni che possono consentire il rilancio ed autentiche unità. Occorre ricreare un nuovo modello per la nostra regione.

Cosa la divide da Bonaccini, dato quasi unanimente per vincente?

Ci sono differenze che derivano dalle esperienze di vita, assai diverse. Io non sono un politico di professione. Credo che la politica non debba divenire mai una professione, anche quando viene esercitata per molti anni. Penso ad essa come ad un ruolo di servizio reso ai cittadini. Il mio obiettivo è di essere l’interlocutore non di un ceto politico ma di una vasta opinione pubblica, da un lato, e di un mondo di attori economico sociali, dall’altro.

La grandezza dell’Emilia Romagna si è sempre sostenuta sulla piccola e media impresa, ricca di tante eccellenze e di un mondo del lavoro responsabile e qualificato, e ha beneficiato dell’iniziativa di un ceto politico intelligente e credibile per capacità e respiro culturale. Condivide?
Sono d’accordo. Non esiste una buona politica e quindi una buona classe dirigente priva di cultura. Per il resto, nella mia esperienza da sindaco sono sempre stato vicino alle imprese e al mondo del lavoro. L’impresa vera, quella che esporta, che produce reddito, che fa ricerca e che conquista mercati, ha sempre potuto contare sulla mia collaborazione. Purtroppo, lo debbo dire, talvolta il mondo economico ha prodotto poi istituzioni che sono diventate parapolitiche anch’ esse e sono talvolta state di ostacolo ad un dialogo ed un confronto più ampio ed aperto.

Oggi però i temi all’ordine del giorno sono la riforma del lavoro e quella sulla giustizia. Temi caldissimi. Sul lavoro si rischia un’ulteriore precarizzazione specie per i giovani, la ventilata riforma della giustizia non convince. Lotta alla corruzione, rafforzamento della legalità, non sono affrontati con la dovuta fermezza. Lei peraltro si candida in un momento in cui anche l’Emilia è coinvolta in vicende non esemplari. Che ne pensa del ‘riformatore’ Renzi? E che ne pensa delle ventilate riforme di Renzi?
Sulle riforme istituzionali, la complessità delle società moderne e i grandi cambiamenti (si pensi al crollo dei partiti di massa, per esempio), pongono problemi non più rinviabili. La nostra pur bella Costituzione va aggiornata avviando una modernizzazione consona ai tempi. Trovo efficace la comunicazione politica di Renzi su alcuni temi, apprezzo la sua voglia di fare. Sulla giustizia, la riforma di Orlando sta su di un crinale particolare. Guarda anche ad una parte del Parlamento che non è certo quella del centrosinistra storico. Personalmente, credo che nel nostro Paese il ruolo della magistratura sia importante e vada tutelato. Sul lavoro, il confronto rischia di essere distorto dalla politicizzazione in atto sull’articolo 18. La vera posta in gioco sta nell’evitare la precarizzazione, soprattutto per i giovani. Ravviso la necessità di entrare più e meglio nel merito, perché il lavoro oggi non è più garantito per nessuno. Lavoro e diritti non possono essere scissi.

L’ultima domanda è quanto mai di attualità. Se lei fosse raggiunto da un avviso di garanzia, che farebbe?
A suo tempo, da sindaco, fui indagato per una strana cosa: peculato immateriale. Avevo partecipato ad una trasmissione televisiva. Se fossi stato rinviato a giudizio mi sarei dimesso immediatamente. Resto di quell’idea.

L’OPINIONE
Il dito e la luna…

Bufera sulle primarie del Pd dell’Emilia Romagna. E’ giusto ricordare che siamo in presenza di indagini, non di condanne. Ma è altamente apprezzabile il gesto di farsi da parte in attesa di chiarire la propria posizione. Così ha fatto Richetti. Così dovrebbe fare Bonaccini. Continuano invece le dichiarazioni fuori posto dell’assessore di Sel Massimo Mezzetti. Si era già distinto nell’attacco ai giudici dopo la sentenza che portò alle dimissioni di Errani. Ora rincara la dose: “Per risparmiare tempo chiediamo alla Procura di Bologna chi vuole alla presidenza della Regione…”. E bravo Mezzetti! Non ti accorgi che continui a replicare la storica frase della destra berlusconiana dopo ogni iniziativa della Magistratura: “Ecco la giustizia ad orologeria!”? In attesa delle decisioni del Pd, a fronte della difficile situazione che si è venuta a creare, inviterei a non guardare il dito, ma la luna… E la luna di questa storia corrisponde non a poche centinaia di euro, ma alla vergogna di una Regione che negli anni scorsi partecipò insieme a tutte le Regioni d’Italia ad approvare quel sistema di privilegi che fu portato a conoscenza dell’opinione pubblica dopo gli scandali che colpirono le regioni del Lazio e della Lombardia. Per me è politicamente e moralmente più grave il sistema legale di benefit che fu approvato a fari spenti da tutte le Regioni che non le singole responsabilità di violazione della legge. In Emilia Romagna il Pd si difende dicendo di essere stata la prima Regione ad iniziare a tagliare questi privilegi. E’ vero. Ma ciò non assolve da due peccati politici e morali imperdonabili: l’averli approvati a suo tempo; non averli mai denunciati prima che arrivassero i magistrati. Eppure Errani fu anche Presidente nazionale della Consulta delle Regioni… Caro Mezzetti, senza l’azione della Magistratura questo Paese sarebbe peggiore di come la casta politica l’ha ridotto in questi decenni di sciagurata corruzione e di sprechi del denaro pubblico.

proteste-ospedale-comacchio

A muso duro

da: Manrico Mezzogori*

Lettera aperta relativa al comunicato stampa del 19 gennaio scorso a cura dell’assessore regionale alla Sanità dal titolo: “Ospedale di Comacchio. Lusenti: Decisioni frutto di un percorso democratico e partecipativo”

Egr. Sig. Lusenti,
come tutti coloro che si innalzano sul Monte Athos,lei finisce per perdere di vista la realtà, preferendo farsela raccontare,filtrata,dai suoi sottoposti già gratificati da lauti incentivi economici. E’ così che funziona il meccanismo che trasforma tutto in realtà virtuale. Come i suoi vuoti slogan imparati a memoria e ripetuti all’infinito.

Sull’ospedale di Comacchio non c’è stata nessuna decisione frutto di un percorso democratico e partecipativo come lei asserisce nel suo pomposo comunicato. L’ennesima bugia che contraddistingue purtroppo un lunghissimo percorso che perdura da 23 anni!
“Per deliberare occorre conoscere”. ( Luigi Einaudi – II° Presidente della Repubblica italiana)
Tutto è stato studiato a tavolino nella segreteria del Partito dominante sin dal 2007! Lasci stare le frottole sulla Spending review e gli interventi legislativi intervenuti in questi ultimi due anni. E’ una materia che conosciamo meglio di lei. (Alleg.n.1) Lei sa benissimo, come sappiamo noi,che tutto prende l’avvio dalla apertura di Cona 1 e 2. I politici del neo Ducato estense di Ferrara sono sempre stati consapevoli che tale struttura ospedaliera è stata ideata, progettata e realizzata in sovradimensione sia in termini di superficie che in dotazione di posti-letto.
Quest’ultimo parametro addirittura fuorilegge rispetto all’indice di 5 pl per 1000 abitanti vigente in questa Regione nell’anno 2000! ( Protocollo d’Intesa tra Regione,Comune di Ferrara,Provincia di Ferrara,Università,AOSP e ASL Ferrara – 11 gennaio 2000). Certo comprendiamo assai bene che il ceto politico di Ferrara non possa dichiarare all’opinione pubblica le vere motivazioni che stanno alla base della cosiddetta Programmazione strategica sanitaria provinciale,che altro non è la riproposizione di quella già decisa dai vecchi Comitati di Gestione nel 1990! Certo fa specie coprirsi di “millantato futuro” ritornando al passato.
Ad un certo punto vi siete accorti dell’insostenibilità economica ( e programmatoria ) della vostra creatura ( insostenibile lo era già nel 2000) e così è stato architettato il “golpe sanitario” incapsulato nel solito involucro di luoghi comuni, sempre uguali da 23 anni, da scaraventare contro i cittadini di Comacchio.

NON C’E’ MAI STATO UN PERCORSO DECISIONALE DEMOCRATICO.

Tutto viene deciso con l’insediamento della nuova dirigenza Asl nel settembre 2010. L’8 settembre 2010, il dottor Foglietta al termine del suo mandato quale direttore generale Asl di Ferrara (2004-2010), e per il quale è stato lautamente pagato (in 6 anni possiamo azzardare, con gli incentivi economici,1,5 milioni di euro) presenta il progetto di rimodulazione futura dell’ospedale di Comacchio in un assemblea pubblica nell’aula del Consiglio comunale di Comacchio. (Alleg.n.2)
Esattamente il progetto già sostenuto dal suo presidente di Regione nel corso dell’inaugurazione del nuovo ospedale di Comacchio, che le ricordo essere costato circa 13 milioni di euro alle casse regionali, cioè soldi di tutti i cittadini di questa Regione. L’intervento del signor Errani, già sottoscrittore di due accordi regionali con la comunità di Comacchio, è disponibile in versione video integrale sul sito web: www.consultasancamillo.it.
Dubito che lei abbia il coraggio di ascoltarsi tale intervento. Ma semmai le rimanesse un po’ di tempo libero dopo aver assolto al suo impegno di volontario nella cura dei suoi pazienti privati, forse potrebbe aumentare il suo tasso di umiltà nel giudicare i cittadini di Comacchio.
Può forse sostenere che un direttore generale che per 6 anni ha governato la sanità ferrarese, in stretta relazione con i vertici amministrativi e sanitari della Regione, fosse uno sprovveduto? Può forse sostenere che non fosse al corrente dell’imminente apertura di Cona e delle conseguenze che ciò avrebbe comportato nel quadro complessivo della sanità ferrarese? E’ pro-
babile invece che il dottor Foglietta avesse una visione della sanità ferrarese più tecnica che partitica. Già. Può capitare qualche scheggia impazzita, non controllabile dal sistema parti- tocratico.
Il dottor Foglietta viene quindi surrogato dall’attuale direttore generale, ferrarese e pensionato Asl. In pratica due stipendi. Una manna di questi tempi. E come rifiutare? Certo che i suoi “datori di lavoro” (che pagano con i soldi degli altri) non avevano evidentemente altre alternative. O forse c’erano ma non erano adatte allo scopo.
Dopo pochi mesi dalla pubblicazione del progetto sull’ospedale di Comacchio da parte del precedente direttore generale Asl di Ferrara, tutto viene capovolto con la Conferenza pro-
grammatica provinciale del PD del 29/30.04.2011. La Spending review doveva ancora essere inventata. Così come i vari deliberati regionali che lei cita nel suo comunicato. Ma l’apertura di Cona veniva sbandierata nel giornalino dell’Azienda ospedaliera di Ferrara per l’ottobre 2011. Senonchè, come lei sa, tale apertura verrà rinviata di cinque mesi a causa dell’accertata presenza di legionella in alcuni settori degli impianti idrici del magnifico nuovo ospedale di Cona. Presenza della quale era a conoscenza, informalmente (sic),il direttore generale Aosp, Rinaldi, il quale comunque darà avvio alle procedure per il trasloco. Non sarà l’Aosp a darne informazione pubblica ma una fuga di notizie.
Lo slittamento dell’apertura di Cona di quasi cinque mesi costerà non meno di 2 milioni di euro che si poteva evitare di sperperare inutilmente. Nessun responsabile, come sempre. Paga lei? Paga Errani? Pagate voi? Ma di tutte queste cose, di quello che succede a Ferrara ne sono a conoscenza i presidenti di Provincia e Regione? Lei ha informato “quelli che sono stanchi di pagare per i costi sanitari di una Provincia con il più alto indice di vecchiaia della popolazione” ma che non sono stanchi di pagare per lo spreco gratuito, oserei dire da Impero romano, di importanti risorse economiche regionali solo per tappare i buchi del vostro sistema di potere?
Sono stati informati che la Regione ha staccato un assegno da oltre 30 milioni di euro per ripianare il buco di bilancio dell’Azienda ospedaliera di Ferrara per il 2012? Sono informati che la Provin- cia di Ferrara è l’unica che annovera un assessore regionale e un sottosegretario alla Presidenza come nessuna altra provincia della regione può annoverare? Neppure le tre Province romagnole messe assieme hanno questo potente influsso. Per non parlare delle potenti Province emiliane?
Nella Conferenza Territoriale socio-sanitaria del febbraio 2012 che lei cita, il Comune di Comacchio era rappresentato dal commissario prefettizio, che depositerà in quella riunione un documento sottoscritto da tutte le forze associative e politiche – compreso il suo partito – di Comacchio con il quale si chiedeva di attendere l’insediamento della nuova Amministrazione prima di prendere decisioni definitive. Tale legittima richiesta non venne accolta dalla Presidente della Conferenza territoriale sociosanitaria.
In sostanza, uno dei più importanti Comuni della Provincia di Ferrara,e per di più interessato da due accordi regionali sottoscritti dal presidente di Regione (unico caso in tutta la Regione), ratificati dalla stessa Conferenza territoriale sociosanitaria, è stato completamente esautorato da qualsiasi percorso di confronto e condivisione e lei ha pure il coraggio di continuare a millantare di “percorsi democratici decisionali” attivati. Voi che avete stracciato unilateralmente persino i vostri accordi sottoscritti. Nel suo comunicato arriva persino a millantare percorsi istituzionali inesistenti.
Consigli comunali aperti; commissioni sanitarie speciali. L’unica Commissione sanitaria speciale che comprende oltre ai rappresentanti politici,rappresentanti della società civile (associazioni di volontariato) esistente in Provincia è quella di Comacchio. Tutti i tentativi fatti in altri Comuni sono sempre stati vanificati da sindaci di partito. Ma i sindaci non sono sindaci di tutti i cittadini? Evidentemente è la solita frase retorica. Il suo sottoposto, pensionato Asl – direttore generale di Ferrara, per quanto invitato più volte sia nella Commissione sanitaria che nei Consigli comunali straordinari non si è mai presentato. Adducendo a pretesto in alcuni casi l’imminenza di tornate elettorali. Un direttore generale Asl che si preoccupa di elezioni. Appunto la dimostrazione del fallimento del D.lg. 517/1993 con il quale si soppiantavano i vecchi Comitati di gestione (politici)
nominati non attraverso bandi di concorso ma in quota politica.

Il suo direttore generale Asl ha partecipato ad altri Consigli comunali, dove poteva contare su sindaci amici. Dall’agosto 2012, al suo presidente di Regione, quello che dichiara continuamente “chiamatemi e io ci sarò” (video sito Consulta) sono state inviate ben sei richieste di incontro da parte del Consiglio comunale di Comacchio, sempre cestinate. Ma è bastata una telefonata, nel corso delle elezioni amministrative 2012, al suo presidente di Regione da parte dei rappresentanti locali del suo partito per aprire le porte della Amministrazione regionale “di tutti i cittadini”, come dire che la Regione in fin dei conti è soltanto una sezione allargata di Partito. Solo dopo 16 mesi, dopo sei richieste, dopo i tafferugli con le forze dell’ordine avvenuti presso l’ospedale di Comacchio e dopo che voi avevate organizzato il “vostro golpe sanitario per salvare Cona” vi siete decisi, bontà vostra, democratici di Partito, ad acconsentire a un incontro “tipo G8 di Genova” nella sede della Prefettura di Ferrara con i legittimi rappresentati delle istituzioni locali di Comacchio. A decisioni già avvenute.
Un comportamento volgare, sprezzante delle istituzioni locali comacchiesi. Degno di un nuovo ceto di feudatari del bene pubblico. Perché siete questo. Egregio singnor Lusenti, lei non sa che cos’è “un percorso democratico istituzionale”, perché è troppo abituato a confondere tali percorsi con quelli di partito. Sistemi di potere tramontati a Est ma ancora in auge a Ovest. Una Conferenza territorialie sociosanitaria che approva un piano strategico anonimo, senza intestazione,e del quale non si sa chi sia l’ente proponente, senza nessuna delibera di adozione dell’atto, in netta violazione del regolamento di funzionamento della Ctss stessa. Un Presidente di Ctss che esclude il pubblico dalle assemblee inventandosi regolamenti personali e che gestisce le pubbliche istituzioni come se fossero una proprietà di partito. Sindaci che approvano atti fondamentali per il futuro della sanità provinciale senza nessun mandato da parte delle rispettive assemblee elettive. Una dirigenza Asl che modifica e corregge, successivamente all’approvazione, tali atti all’insaputa degli stessi sindaci.
E lei signor Lusenti cincischia di percorsi democratici?
Smettiamola con questa farsa che sa di regime. Come solo un regime ha potuto in questi 23 anni organizzare la più colossale truffa ai danni dello Stato in materia di appalti sanitari. Uno squallido e vergognoso attacco ai diritti legittimi della comunità di Comacchio. Lei è soltanto un “citatore” di democrazia, noi la democrazia quella Costituzionale la pratichiamo da 23 anni.
Noi cittadini la democrazia la difendiamo perché è da 23 anni che lottiamo per difendere la legalità istituzionale in questa provincia e in questa regione, legalità troppo spesso calpestata e sovvertita proprio da coloro che avevano l’obbligo di rispettarla. E da chi aveva l’obbligo di perseguire per via giudiziaria i reati contro le leggi dello Stato e le stesse leggi regionali.

La falsificazione del censimento del patrimonio edilizio sanitario regionale sui dati tecnologici dell’ospedale di Comacchio a cura di Sts-Techint spa

Egregio signor Lusenti, in queste due relazioni è descritto, seppur benignamente, tutto il marciume eversivo che è stato scaraventato contro la comunità di Comacchio. Un romanzo di illegalità. Una vera organizzazione addentellata in ogni ganglio della pubblica amministrazione per perseguire scopi illeciti. (Perizia d’ufficio commissionata in data 4/2/1997 dal Pm inquirente “Conclusioni…in relazione alle considerazioni fatte sui singoli fatti riguardanti l’appalto per la costruzione del nuovo ospedale di Valle Oppio e l’andamento dei lavori…si possono trarre le seguenti conclusioni che mettono in luce le irregolarità sintomatiche di fatti illeciti”.)
Successivamente l’autore coraggioso di quelle due relazioni riservate verrà “democraticamente” spostato in altra sede.
Il Censimento regionale è la fase propedeutica al Piano investimenti regionali di cui all’art.20 L.67/88. Con il Decreto ministeriale numero 321 dell’8 agosto 1989 vengono stabilite le procedure per l’attuazione dell’art.20 con il quale sono stanziati 30 mila miliardi di lire per il riammoder- namento del patrimonio edilizio sanitario nazionale. Il Censimento ne è la fase iniziale. Per poter dimostrare l’impossibile ristrutturazione (e ampliamento) dell’ospedale di Comacchio inaugurato il 31 maggio 1970 e pertanto il più moderno dell’intera Provincia (ospedale vocato all’emergenza-urgenza per il Basso Ferrarese nel II° Piano sanitario regionale) vengono volutamente alterati i dati edilizi e tecnologici del San Camillo.
E’ da chi Sts ha ricevuto le informazioni sull’ospedale di Comacchio? Perché gli addetti di Sts non si sono recati presso l’ospedale di Comacchio come si fa durante un vero censimento prescrive? Non si sono accorti che erano in corso da alcuni anni lavori per miliardi di lire per la realizzazione di tre nuove sale operatorie, 500 metri quadrati, e la realizzazione della rianimazione e dell’Utic (Unità terapia intensiva coronarica). Attrezzature che neppure il Sant’Anna di Ferrara potrà annoverare. Non si sono accorti perché le informazioni falsificate verranno trasmesse da Codigoro.
Da qui parte l’interminabile trafila del piano eversivo organizzato contro i legittimi diritti della comunità di Comacchio.

La sintesi del lungo elenco di reati penali mai perseguiti per via giudiziaria

1) Falsificazione delle procedure per l’ammissione al finanziamento dei progetti di edilizia sanitaria.
2) Falsificazione delle procedure per la valutazione tecnica degli studi di fattibilità , nel mentre il cosiddetto nucleo tecnico di valutazione m ministeriale doveva ancora concludere l’esame dello studio di fattibilità originale, l’ex Usl 33 di Codigoro ne approvava un altro totalmente diverso e aggiudicava l’appalto alla cooperativa Costruttori
3) Falsificazione delle procedure stabilite dal decreto ministeriale 389/89 sull’aggiudicazione degli appalti
4) Varianti urbanistiche illegittime approvate dal Consiglio comunale di Lagosanto in violazione della legge regionale numero 47/78 (allora vigente) delle norme di attuazione tecnica del Piano regolatore e dello stesso regolamento edilizio comunale.
5) Falsificazione dei pareri del Co.Re.Co. sulle delibere ex Usl 33
6) Rilascio di concessioni edilizie illegittime da parte del Comune di Lagosanto per illegittimità delle procedure propedeutiche a tale rilascio
7) Falsi cartelloni di inizio lavori
8) Impedimenti illegittimi ai rappresentanti del Comune di Comacchio nell’accesso agli atti pubblici
9) Truffa ai danni dello Stato nel progetto di variante di riduzione del nuovo polo ospedaliero di valle Oppio da 340 posti letto (in contrasto con la stessa programmazione sanitaria regionale) a 270, approvato dalla giunta regionale nel 1996, nel richiedere sempre lo stesso finanziamento a carico dello Stato nonostante la consistente riduzione dei costi, grazie alla connivenza degli apparati ministeriali che ne erano a conoscenza. L’allora assessore regionale alla Sanità darà una dimostrazione casereccia di come si governano le istituzioni regionali. Dal momento che i soldi sono stati stanziati perché ridarli indietro?
Si va fino alla violazione del capitolato speciale d’appalto che vietava il recupero degli arredi e delle attrezzature degli ospedali in dismissione. E alla vergognosa messinscena attuata con la delibera di giunta regionale n.2384 del 19 dicembre 2000, “Misure per l’attivazione del Polo ospedaliero di Valle Oppio” con la quale vennero stornati dal bilancio regionale ben 15 miliardi di lire per l’acquisto di attrezzature da destinare al nuovo ospedale, giustificando tale finanziamento con l’accusa infamante e diffamatoria contro i cittadini di Comacchio rei “di aver impedito il trasloco di tali attrezzature dal San Camillo a Valle Oppio”. Bugiardi. L’ennesima menzogna contro i cittadini di Comacchio. Non era il mancato trasloco di alcune attrezzature vecchie del valore complessivo di 2,7 miliardi di lire a impedire l’apertura di un ospedale nuovo che le leggi dello Stato finanziavano “chiavi in mano”. Un ospedale privo delle opere di urbanizzazione primaria quale la viabilita, che verra’ realizzata dopo l’apertura con 15 miliardi di lire stornati dai Patti d’Area.

Egregio singor Lusenti,
i suoi predecessori sapevano bene che i soldi destinati alle attrezzature tecnologiche erano stati divorati nel corso dei lavori di costruzione. (Documenti di studio sito web consulta ndr). Si confronti la lunghissima lista della spesa allegata alla delibera regionale con l’elenco delle attrezzature da traslocare. Nella lista mancavano solo le matite e le gomme da cancellare. Anche allora, come oggi, avevate orchestrato l’ennesimo imbroglio per coprire il quale sono stati picchiati donne e anziani inermi. Voi democratici di partito. Allora come oggi la stessa tecnica di trasformare l’impegno dei cittadini in un problema di ordine pubblico. Siete voi il vero problema di ordine pubblico. Siete voi i sovversivi della legalità costituzionale. E lei signor Lusenti dall’alto del suo scranno pretende di farci paura. Pessimo amministratore e pessimo politico. La comunita’ di Comacchio ha dato martiri nella grandiosa epopea del Risorgimento. Ha dato martiri nella lotta per la Resistenza. Ha dato martiri in epoca repubblicana nelle battaglie per il lavoro. E’ per questa ragione che non abbiamo avuto paura a difendere la legalita’ di questo Paese contro di voi.
Dall’alto del suo scranno cincischia di percorsi democratici. In una Regione dove si permette la vigenza di Piani Regolatori tutt’ora illegali approvati dai vostri amici della Provincia di Ferrara. In violazione delle stesse Leggi regionali. Dove un Ptcp (Piano Territoriale di Coordinamento per la Provincia) vigente, è in contrasto con le stesse leggi regionali, approvato da dirigenti amici degli amici. Dove una presidente di Provincia si permette di inoltrare alla UE progetti illegali per volontà politica. Dove si approva una legge sui Consorzi di Bonifica, ma da due anni non si può applicare perché la sua Giunta regionale, furbescamente, non ha ancora deliberato le linee guida per la formulazione dei Piani di classifica permettendo al Consorzio “Pianura di Ferrara” di rubare soldi dalle tasche dei cittadini comacchiesi. Dove i dirigenti di un Consorzio di Bonifica si possono permettere di dichiarare il falso a Commissioni tributarie provinciali accondiscendenti. E mi fermo qui, perché sono stanco. Risulta evidente da quanto scritto che siamo in presenza di una sfida mortale. Il vostro sistema di potere e noi cittadini. Noi non molliamo. Avete trasformato il Comune di Comacchio in una sorta di Terra dei Fuochi. Dove l’illecito,l’illegalità si sono trasformati in sistema di gestione della cosa pubblica. Una guerra mortale che auspico vivamente che trovi riscontro in un’aula di tribunale

In fede
Manrico Mezzogori presidente della Consulta popolare del San Camillo.
Consulta popolare San Camillo

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Lavoro, l’assessore Bianchi incontra una delegazione di esodati

da: ufficio stampa giunta regionale Emilia Romagna

Bologna – L’assessore regionale alla Scuola, Formazione professionale, Università e ricerca, Lavoro Patrizio Bianchi ha incontrato una delegazione di rappresentanti dei comitati territoriali dei cosiddetti esodati. Nel corso dell’incontro è emersa la necessità di avviare un percorso finalizzato al raggiungimento di alcuni obiettivi condivisi. In primo luogo si è deciso di procedere ad un censimento della platea di persone che a livello regionale vivono questa condizione, pur con situazioni differenti tra loro. Si è inoltre condivisa la necessità di verificare, insieme alle autonomie locali, possibili strade per favorire l’attivazione di forme di sostegno economico per coloro che hanno esaurito i periodi di tutela connessa agli ammortizzatori sociali, e di valutare la mobilità in deroga quale strumento per raggiungere i requisiti pensionistici o le politiche attive per favorire il reinserimento nel mercato del lavoro.
“Il Governo – ha detto l’assessore Bianchi – deve affrontare e risolvere il problema per restituire a queste persone non solo la dignità di chi ha lavorato per tutta una vita, ma anche la tranquillità per affrontare il futuro. Per questo siamo pronti a renderci interlocutori rispetto all’esecutivo nazionale perché assuma questo problema in via definitiva, come priorità non più eludibile”.
L’assessore ha ritenuto opportuno, con la riunione di oggi, istituire un tavolo di lavoro per condividere le fasi del percorso, dalla definizione dei criteri per avviare il censimento che permetta una conoscenza approfondita del fenomeno a livello regionale, all’individuazione di tutte le misure che la Regione, nel rispetto delle proprie competenze e disponibilità, può attivare per supportare le persone che vivono questa condizione di difficoltà e individuare soluzioni idonee per superarla. /BM

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