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L’Europa alla prova dei profughi

 

Sembra fatta apposta la direttiva, accompagnata da linee guida per renderla operativa. Prevede infatti protezione temporanea in forme semplificate, rispetto alle procedure di asilo, in presenza di afflusso massiccio di sfollati e condivisione dell’accoglienza tra gli stati membri. L’arcivescovo di Ferrara Gian Carlo Perego, sensibilissimo al tema e presidente di Migrantes, auspica che la decisione possa “aiutare ad aprire menti e cuori all’accoglienza dei profughi. Tutti”.

La Direttiva, 2001/55/CE del Consiglio, 20 luglio 2001, [vedi anche in Nota] è risvegliata dalle bombe russe da un sonno più che ventennale. La Comunità Europea l’adotta perché vicino è il ricordo delle guerre nell’ex Jugoslavia.
Quando gli arrivi però si fanno effettivamente massicci non viene affatto applicata. Una reazione tempestiva di tutela delle persone sfollate, evitando di pregiudicare il normale sistema d’asilo, non appare necessaria.

Quando gli arrivi divengono imponenti ogni paese è lasciato pressoché solo a farvi fronte. Lo si fa con diversa attenzione e ferocia. L’Italia non è tra i peggiori pur subendo una fortissima pressione. La destra, razzista e xenofoba, sfrutta a proprio vantaggio i timori che un’immigrazione inattesa comporta in un paese per più aspetti in crisi. Non solo economica. E questo avviene un po’ ovunque in Europa.

In vario modo gli stati cercano di sottrarsi, sulla pelle dei migranti, dagli obblighi di diritto internazionale, europeo, nazionale.
Chi giunge in un Paese dell’Unione e chiede asilo non può essere respinto. La sua domanda va esaminata secondo norme precise. È un diritto umano riconosciuto, ribadito dal diritto dell’Unione e del Consiglio d’Europa, particolarmente tutelato dalla Costituzione italiana.

Se entrano devi prenderli in considerazione. Allora è importante che non entrino, senza che questo sia respingimento. Di qui la tutela delle frontiere terrestri e marittime per far fronte all’invasione di disperati da tenere fuori, costruendo muri dove si può.
Di qui l’accordo con Stati che non si pongono il problema dell’asilo o dei diritti umani, per bloccare flussi verso paesi europei, in cambio di adeguati finanziamenti.
Oltre ai muri ai confini della fortezza Europa si creano frontiere interne per evitare i movimenti secondari, si esternalizzano le frontiere e dunque il diritto d’asilo. Colpisce il ruolo di avanguardia assunto dalla Danimarca. Si riduce complessivamente l’area della protezione internazionale nell’intera Unione Europea.

[oggi, n.d.r.] L’arrivo più massiccio di profughi ucraini è naturalmente in Polonia, che si mostra capace di adeguata prima accoglienza. Di lì i profughi proseguono il loro viaggio. Non sembra lo stesso governo che respinge nel modo più inumano i profughi alla frontiera con la Bielorussia. Anche se a quel confine, come a questo, il meglio della società civile polacca soccorre generosamente.
Il Governo polacco però non ha cambiato atteggiamento. Assieme ai suoi compari del cosiddetto gruppo di Visegrad, con l’aggiunta dell’Austria, memore del suo passato imperiale, ha ottenuto una modifica al testo originale di applicazione della Direttiva. Si prevede un possibile trattamento diverso per i cittadini ucraini rispetto ai residenti in Ucraina di altre nazionalità.
Sia mai che qualche colorato si insinui tra i profughi ucraini-ucraini.

Tra gli effetti della guerra non sembra esserci l’apertura di menti e cuori auspicata da Perego. Al contrario, l’emergenza guerra fa passare in secondo piano (dimenticare?) le misure dell’Unione per ricondurre Polonia e Ungheria al rispetto dello stato di diritto e dei valori europei, solennemente condivisi al momento dell’adesione.

Mi è parso doloroso il distacco della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Consola l’idea che questo possa agevolare la trasformazione dell’Unione in uno stato federale democratico e agente di pace, capace di sottrarre il popolo europeo ai deliri nazionalisti e guerrafondai. Leggo titoli come: Ucraina, profughi: i Paesi Ue ne hanno accolti 2,2 milioni, la Gran Bretagna solo 300 o anche: Guerra in Ucraina, Gran Bretagna: sì ad aiuti militari no ai profughi in fuga.

Anche in Italia c’è chi pensa che occorra combattere fino all’ultimo uomo, ucraino naturalmente. Invece per attuare la Direttiva, risvegliata dal sonno, occorre che tutti i Paesi europei concordino delle quote per farsi carico della prima accoglienza.
È questo il primo passaggio, fin che dura l’emergenza. Si deve favorire la scelta del profugo del paese dove stabilirsi. Il diritto di scegliere va garantito anche poi, per i rifugiati che non torneranno in Ucraina. Il loro ritorno, in sicurezza, dovrà essere accompagnato. Queste misure vanno estese ai rifugiati di tutte le guerre.

Fare fronte adeguatamente a quest’esodo è sommamente impegnativo. Mobilita le risorse pubbliche e della società che ogni tanto, merita l’aggettivo di civile. “Potrà raggiungere e superare i 5 milioni di profughi, che si aggiungono agli oltre 5 milioni di immigrati ucraini nel mondo” stima Perego. Ricorda pure la presenza rilevante di ucraini in Italia e il ruolo straordinario di molte donne, che si prendono cura dei nostri bambini e dei nostri vecchi, supplendo alle carenze di assistenza. “Tutti i rifugiati e profughi hanno la stessa storia”, tutti meritano l’aiuto di cui siamo capaci.

Nota
Direttiva, 2001/55/CE Norme minime per la concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati e sulla promozione dell’equilibrio degli sforzi tra gli stati membri che ricevono sfollati e subiscono le conseguenze dell’accoglienza degli stessi”

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LAGER LIBICI
Una antica vergogna che oggi si ripete

 

Aumentano gli sbarchi di persone in cerca di rifugio e assieme la detenzione nei lager libici, che ne trattengono, aggiungendo disperazione a disperazione. Le speranze dell’UE sono in una riforma costituzionale e in una legge elettorale che assicuri un governo stabile.

Nessun serio contrasto all’estrema violenza praticata, con soldi europei, nei centri di detenzione. È denunciata da tutte le organizzazioni internazionali e documentata anche dalle visite dei medici legali sui corpi torturati. (Ne ho scritto anch’io su Azione Nonviolenta). Cinquemila sono nei lager ufficiali, diverse migliaia in quelli non riconosciuti. Le condizioni in questi non sono certo migliori, e neppure in quelli organizzati dai colonizzatori italiani.

Draghi ci prova con Macron e tutta l’Ue. Ecco le foto dei bimbi morti, bisogna fare qualcosa, ma l’Europa guarda altrove scrive Alberto Negri.
Draghi va a Tripoli e Abdul Hamid Dbeibah restituisce, a Roma, la visita. Il pieno rispetto dei diritti di rifugiati e migranti è l’impegno ribadito.

Come fidarsi delle assicurazioni di un Paese che non riconosce le convenzioni internazionali sui rifugiati? Intanto questo dovrebbe, come minimo, fare. Abbiamo buoni motivi per diffidare dei loro impegni. Loro, forse, anche più dei nostri.
Nel momento di massima collaborazione tra i due Paesi l’Italia non esita ad appoggiare Usa, Gran Bretagna e Francia nella guerra alla Libia. La Libia è uno stato-mafia, ricorda Alberto Negri. Con la mafia si convive ovunque e si fanno affari, dentro e fuori il nostro paese e dunque perché no nella quarta sponda?

Il distretto dell’Emilia-Romagna è, a buon titolo, un distretto di mafia, dice la procuratrice generale reggente di Bologna inaugurando l’anno giudiziario. Non mi meraviglia. Non meraviglia neppure che i campi profughi libici siano campi di concentramento. Sappiamo che i campi di concentramento non sono una novità in Libia. Ce ne parla più volte il già ricordato Negri. Nei libri di Angelo Del Boca ne troviamo notizia. Così negli scritti di Giorgio Rochat, che ricordo straordinario docente a Ferrara. In particolare Negri segnala i lavori di Eric Salerno, io aggiungerei il più giovane studioso Matteo Dominioni, di Del Boca allievo.

Dagli scritti di Eric Salerno – i titoli sono eloquenti: Genocidio in Libia e Uccideteli tutti – oltre al documentato racconto sull’uso dei gas contro la popolazione civile e sulla deportazione dei libici in Italia, emergono oltre 100mila detenuti nei 13 campi di concentramento in Cirenaica e nella Sirtica e altrettanti assassinati. Non manca neppure un campo per gli ebrei: lì ne muoiono 600, ai sopravvissuti pensano i tedeschi a Bergen-Belsen. Salerno sente citare da Gheddafi El Agheila, un villaggio divenuto campo di concentramento e da lì parte la sua ricerca, che è molto nei territori interessati. Alla Farnesina molti documenti sono distrutti, fuori posto, difficilmente rintracciabili, ma qualche traccia emerge.

L’estesa rete di campi di concentramento risulta da documenti ufficiali. I funzionari, contrappongono alla richiesta di risarcimenti, una relazione accurata. Gli impiccati sono meno di quelli pretesi, le fucilazioni senza processo dei ribelli normali atti di guerra, i bombardamenti della popolazione civile episodi spiacevoli.
Quanto ai cosiddetti campi di concentramento non è vero niente, El Agheila come gli altri, sono luoghi di raccolta. A uomini, donne e bambini è garantita alimentazione controllata, assistenza sanitaria e scuola. Il fatto che ai carabinieri fosse affidato il servizio di guardia è, suppongo, un’ulteriore garanzia di legalità. Un risarcimento è tuttavia riconosciuto anche se, denuncia il regista libico Abo Khraisse, non compensa le vittime. Getta piuttosto, scrive Salerno, le basi per una nuova epoca di campi di concentramento finanziati dall’Italia con l’aiuto di collaborazionisti libici che vengono pagati generosamente.

Dalla ricostruzione del più giovane studioso Matteo Dominioni, fondata sugli studi di Rochat e su documenti ritrovati, ricavo qualche ulteriore elemento. Nel giugno del 1931 si creano campi di concentramento capaci di accogliere l’intera popolazione del Gebel, colpevole di appoggio alla resistenza, vent’anni dopo l’invasione. Sì, quella che commuove Pascoli, La grande proletaria si è mossa, ottiene l’adesione del nostro unico premio Nobel per la Pace, Teodoro Moneta.

È insufficiente l’opposizione. Si distingue per intransigenza, motivazioni, preveggenza e proposte Giacomo Matteotti. Dopo vent’anni l’Italia non si ritira, non è mica come gli Stati Uniti. Graziani con i tribunali volanti stabilisce la pena di morte per il possesso di arma o l’aiuto ai ribelli.
I campi mirano a troncare i rapporti tra popolazione e ribelli e impedire l’autosussistenza delle comunità. Il 90-95% del bestiame è eliminato tra il 1930 e il 1931. Per impedire i contatti con l’Egitto – 20mila libici vi si rifugiano – si costruisce un reticolato lungo 270 km e largo metri. È un’altra grande opera – dotata di fortini e sorvolata da aerei – realizzata in pochi mesi, sempre nel 1931. È imitata ancora oggi in Europa.

Badoglio è cosciente di quel che sta facendo: Non mi nascondo la portata e la gravità di questo provvedimento che vorrà dire la rovina della popolazione cosiddetta sottomessa. Ma ormai la via ci è stata tracciata e noi dobbiamo perseguirla fino alla fine anche se dovesse perire tutta la popolazione della Cirenaica.

Rochat stima in 100-120mila i deportati nei campi. Mancano i medici, forse quattro in tutto, c’è pure un’epidemia di tifo e non ci sono i mezzi per sterilizzare vesti e vettovaglie. Ai detenuti viene tolta, con la terra e il bestiame, la possibilità di vivere e imposto il lavoro, soprattutto nelle grandi opere del regime, con un terzo del salario dei lavoratori italiani. Le donne si esercitino nella tessitura. Le vittime della repressione sono stimate tra le 50 e le 70mila. Forse più, come scrive Salerno.
Nota Rochat: Questo non è l’unico genocidio della storia delle conquiste coloniali, se ciò può consolare qualcuno, ma è certo uno dei più radicali, rapidi e meglio travisati dalla propaganda e dalla censura.

NOTA 1
Sull’impero coloniale italiano, la guerra d’Africa, i campi di concentramento e gli eccidi degli italiani in Libia,
Franco Ferioli ha scritto per questo giornale un lungo saggio/reportage dal titolo: 25 APRILE A METÀ. Radici del razzismo e scheletri negli armadi”. Lo puoi leggere [Qui]

NOTA 2
Il presente articolo di
Daniele Lugli è uscito con altro titolo sulla rivista online Azione nonviolenta

L’OMBRA LUNGA DELLA “FORTEZZA EUROPA”:
immagini di un arcipelago antirazzista

cop-rifugio-finale copertina

 

 

 

Questo testo riprende alcuni spunti meglio approfonditi nel libro Quale rifugio? Razzismo di Stato e accoglienza in Italia. Una lettura antropologica, in uscita per i tipi Sensibili alle foglie alla fine di gennaio.

 

La fortezza, la tana

Il 22 Giugno del 2018 il quotidiano Il Manifesto pubblicava un inserto gratuito e interminabile: 56 pagine di nomi delle persone morte – documentate negli ultimi quindici anni – nel tentativo di raggiungere l’Europa attraverso il Mar Mediterraneo. 34.361 vittime, alle quali andrebbero aggiunte le circa 4.200 degli ultimi due anni. Ovviamente i numeri reali, che considerano anche le vittime non documentate, sono molto più alti. Nel titolo della ricerca si individuava una precisa responsabile: la ‘Fortezza Europa’ [1].

Colpisce la trasversalità di questa immagine: da una parte questo appellativo viene utilizzato in senso critico da chi richiede politiche migratorie europee meno disumane; dall’altra una “fortezza ancora più fortificata” è ciò che auspicano, con tanto di bandiere e magliette a tema, molti movimenti europei di destra apertamente razzisti.

L’origine è interessante: la Festung Europa, nella propaganda del Terzo Reich, indicava la parte del continente che era sotto il dominio della Germania nazista di Adolf Hitler e che avrebbe dovuto resistere agli attacchi degli Alleati. Il piano prevedeva la completa fortificazione della costa nord-occidentale dell’Europa, il cosiddetto ‘Vallo Atlantico’, al fine di impedire lo sbarco delle forze avversarie.

Fortificazioni, muri, sbarchi da impedire, morti: temi che ritornano

Immagine chiama immagine: in un racconto di Kafka intitolato La tana, il protagonista è uno strano animale che, nel costruire la sua ‘casa’, è ossessionato dall’idea che qualcun altro possa entrarvi. La paura è tale che l’animale escogita tutti i possibili sistemi di sicurezza: trasforma la tana in un labirinto e, di fatto, una casa in una prigione.
Ma non basta, e il personaggio si fa dunque sentinella di guardia all’entrata. Anche questo non è sufficiente. L’animale decide allora di uscire lui stesso dalla tana, nascondendosi nei dintorni, per meglio controllare l’unico accesso alla sua ‘fortezza’ e, paradossalmente, esponendosi così al rischio che cercava di evitare.
Il filosofo Pier Aldo Rovatti, in un libricino di poche ma intense pagine intitolato La follia, in poche parole, ne trae la seguente conclusione: «Più impazziamo a blindare il nostro Io (tana o casa che sia) più ci esponiamo all’invasione dell’altro, ottenendo dunque l’esatto contrario. […] La follia dell’altro, così bloccata in se stessa, ci renderà folli»[2].

Chi governa la Fortezza Europa dei nostri giorni pare comportarsi in maniera molto simile al protagonista kafkiano. Almeno dagli anni ’90 in poi, il processo di fortificazione del confine europeo al fine di contrastare l’immigrazione è avanzato a ritmi costanti, fino alla recente esternalizzazione delle frontiere. Respingimenti in mare e cancellazione delle vie regolari di ingresso non bastavano, e così siamo arrivati ai campi di prigionia libici, uno sconcertante esempio del più vasto processo di subappalto della gestione delle frontiere a paesi terzi. Altra nota ‘immagine’: il campo.

La “follia dell’altro” è davanti a noi, dentro di noi, avvolta in un velo di quotidianità raccapricciante: l’Altro siamo noi di fronte ad uno specchio onesto. L’assenza di scandalo, la normalizzazione e l’assuefazione sono sintomi della follia stessa: di fronte alla negazione dell’altro-straniero ecco riemergere l’altro-noi, il volto in ombra dell’Europa stessa, quello rimosso e non elaborato, che si pone in perfetta continuità col colonialismo e con i totalitarismi, con la caccia alle streghe e con le enclosures.
Quel volto nascosto sotto gli stendardi della civiltà, dei “Diritti Umani” e del progresso. Siamo noi che ammettiamo, finanziamo e organizziamo con criterio ed efficienza la morte dell’altro, come se fosse un principio inevitabile e necessario. Siamo noi a ignorare continuamente questo crudissimo dato di fatto, tra distanza, rimozione e rabbiosa legittimazione. Non abbiamo capito davvero quanto banale possa essere il male.

Le condizioni di possibilità

Nel 1951 Albert Camus poneva una questione che ancora oggi rimbalza senza risposta nell’inconscio collettivo della “civiltà occidentale” [3]: «Ogni azione sfocia nell’omicidio, diretto o indiretto, [e quindi] non possiamo agire prima di sapere se, e perché, dobbiamo dare la morte»[4]. Mentre l’Occidente sanciva – creando un enorme rimosso – che gli stermini della Seconda guerra mondiale e dell’Olocausto si dovevano ad un ritorno della barbarie e del selvaggio istinto animale nella culla della civiltà, alcuni critici del tempo offrivano un’immagine ben diversa e ben più onesta: “noi” in quanto “assassini”. Adorno, Horkheimer e la Scuola di Francoforte, Hannah Arendt, mostravano chiaramente come la barbarie del ‘900 non fosse un inciampo, una regressione o un vuoto all’interno del progresso, ma il punto di caduta preciso di un mo(n)do ben specifico.

D’altronde il nesso tra Illuminismo, razionalismo, colonialismo e capitalismo aveva già mostrato, fuori dai confini occidentali, la sua capacità distruttiva. La voce di Georges Snyders, filosofo ebreo sopravvissuto ad Auschwitz, aggiungeva una domanda ancora più paralizzante: «Auschwitz rappresenta forse un’eccezione nella storia del mondo? […] Si tratta piuttosto del punto culminante di una lunga catena di massacri, di guerre, di tratta di Neri, di secoli di schiavismo, di colonialismo – in fin dei conti di sfruttamento di uomini da parte di altri uomini?»[5].

Il razzismo del ‘900 fu certamente mostruoso, ma non nuovo. Averlo reso “mostruoso” in quanto inconcepibile, inspiegabile e folle, fa parte della follia stessa. Viene in mente Foucault quando dice che è molto più saggio e utile non perdere tempo a chiedersi, superficialmente, “come sia stato possibile”, quanto piuttosto andare a cercare le condizioni di possibilità di un certo avvenimento.

L’etnopsichiatra Piero Coppo ricostruisce un quadro piuttosto eloquente a riguardo: «La teoria dell’evoluzione giustificava esplicitamente l’organizzazione del dominio da parte della “razza eletta” e il meccanismo selettivo per eccellenza, la guerra. Hitler “era parlato” da ciò che molti in Europa sentivano, pensavano, facevano e lasciavano accadere […]. Non era un’improvvisa follia, ma la seria, metodica, esplicita applicazione dei principi del dominio, dell’organizzazione, dell’evoluzione, della gerarchia già operanti altrove, ma importati in Europa»[6].

La storia è ben raccontata, gli elementi sono a disposizione, l’operazione non è intellettualmente difficile. Eppure c’è qualcosa di più profondo che ci impedisce di elaborare collettivamente e consapevolmente la dimensione dell’assassinio. Forse ha a che fare con quel filo che arriva ai giorni nostri e che non si è mai reciso del tutto. Oggi come allora, la morte dell’altro non è frutto di un’improvvisa follia, ma di una cosmogonia radicata, di dinamiche che diremmo tanto materiali quanto epistemologiche, di una particolare concezione del sé, dell’identità, della “natura” umana e del suo posto nella relazione col mondo.

Un passo indietro: razzismo epistemologico

Lo storico George Fredrickson nel suo Breve storia del razzismo[7] definisce quest’ultimo a partire dal nesso tra “differenza e potere”: la differenza insormontabile di un “Altro” rispetto a un “noi” legittima un trattamento che, se applicato ai componenti del “noi”, riterremmo insopportabile. Ma il razzismo tra umani radica in qualcosa di molto più ampio. Potrebbe essere utile applicare la definizione in una prospettiva che diremmo antispecista: l’“Altro” è, prima di tutto, qualsiasi “alterità”. La “differenza” è qui una “radicale partizione” e il “potere” è, in realtà, polarizzato in forma di “dominio”.

Si tratta di ripartire dai presupposti del nostro mo(n)do, della nostra onto-epistemologia. Il quadro, con qualche semplificazione, può essere tracciato così: il pensiero occidentale si è caratterizzato, a partire almeno da 2.500 anni fa, per un approccio prevalentemente partitivo: soggetto/oggetto, natura/cultura, umano/ambiente, essere/non-essere. Uno dei perni centrali di questa partizione è l’istituzione di ciò che ancora oggi chiamiamo “natura”.

L’idea di “natura” – lungi dall’essere “naturale” – costituì nella polis greca l’ambito fondamentale per dare spiegazioni fisiche vincenti. I filosofi battagliavano: chi era più convincente aveva più allievi e quindi più prestigio e denaro. «Il modo di spiegare le cose dei naturalisti era superiore – o almeno così essi credevano – proprio perché restava esclusivamente in termini di natura. La loro spiegazione eliminava in teoria l’arbitrario, il premeditato, l’arcano in favore di ciò che era in linea di principio regolare e osservabile»[8].

L’ambito divenne progressivamente autoreferenziale ed escludente, fino a pretendere di includere tutta la realtà possibile. La “natura” in quanto alterità diventava così l’oggetto-mondo del quale poter dire la “verità”. La distinzione parmenidea tra essere e non-essere rappresenta forse l’emblema più chiaro di questa operazione: l’essere è unico, compatto, uguale a se stesso, non soggetto al divenire; ciò che è mutevole appartiene al regno dell’opinione, della non-verità. Attraverso la spiegazione razionale, la logica formale ed il principio di non-contraddizione si afferma, in definitiva, una forma di monismo: c’è un unico essere e un’unica verità su di esso.

Questa traccia non si perde nel tempo, anzi, si radicalizza con la scienza moderna: vi è un’unica natura e un unico metodo (corretto) per conoscerla, la scienza. Questa natura viene letta sotto la lente del riduzionismo: comprendiamo il mondo quantificandolo, frammentandolo in piccoli pezzi, ciascuno dei quali dotato di caratteristiche sue proprie. Il problema centrale di questo approccio è che si fonda sulla separazione. La relazionalità non è nel cuore del reale: gli enti possono intrattenere delle relazioni, ma la loro essenza non è relazionale.

Questi presupposti sono alla base di una particolare idea di “identità”. Come sottolinea Stefania Consigliere, in questo modo si «fonda la concezione atomistica dell’identità, in cui l’esistenza dipende dall’identità, e questa dipende esclusivamente dalle proprietà intrinseche dell’ente: ciascuna cosa è ciò che è in virtù delle sue qualità, indipendentemente dalle relazioni»[9].

La “natura” è spiegata in termini di natura, l’identità è definita nei termini del proprio: il campo della discussione (e la possibilità di deduzione) sono ben circoscritti – perciò controllabili – e “decisi in anticipo”.

È la stessa espressione che Horkheimer e Adorno usano nella Dialettica dell’illuminismo: questo è il più totalitario dei sistemi proprio perché in esso “il processo è deciso in anticipo”. Il ragionamento (la lettura del mondo e dell’umano) funziona molto bene se si tiene arbitrariamente fuori ciò che lo può far saltare. C’è un escluso, o meglio, ci sono molti esclusi: l’indefinibile, il non-oggettivabile, il continuo, il non-quantificabile, il contraddittorio, per certi versi quel “noi” che non si limita ad essere la somma di tanti “io”. È una forma di razzismo epistemologico: io sono io solo se pretendo di non essere anche altro; la natura è “quella cosa lì” se pretendo di poterne circoscrivere e sigillare i componenti. L’unica ragione ammessa è quella strumentale.

Questa lettura del mondo regge nella misura in cui separa ed esclude l’alterità. La storia ci mostra, però, come l’impalcatura scricchioli: “l’io non è padrone nemmeno in casa propria”, si dice con la nascita della psicoanalisi, mentre oggi l’ecologia radicale ci mostra come nulla “in natura” sia realmente circoscrivibile: il corpo umano contiene migliaia di “specie” diverse; l’Altro è in ogni “cosa”.

Assassini

«Questo è il tempo degli Assassini»[10], scrive Rimbaud alla fine del 1800. Sembra un invito a considerare onestamente il peso mortifero di buona parte della storia occidentale. Ai bambini di dieci anni nelle nostre scuole parliamo di “scoperta dell’America” quando raccontiamo il più grande genocidio della storia. Non riconosciamo nei volti dei migranti, che oggi respingiamo come illegittimi ladri, i segni della devastazione coloniale e postcoloniale. Accettiamo le scuse più banali riducendoci a distinzioni di forma inquietanti: il migrante economico no; quello di guerra sì, ma solo se… Non ci tocca minimamente che lo Stato democratico riconosca l’essere giuridico prima dell’essere umano, che i “diritti umani” valgono solo se vidimati burocraticamente. Non ci rendiamo nemmeno più conto che gli oggetti di consumo che tengono in piedi le nostre quotidianità sono intrisi di violenza, sfruttamento e morte. Se allarghiamo questa riflessione ad un’ottica antispecista la distruzione animale e vegetale in corso è annichilente. E se un dubbio sulla violenza in atto sorge, l’unica alternativa alla paralisi sembra essere il there is no alternative di thatcheriana memoria.

Separazione e assuefazione sono concetti fondamentali per accogliere la provocazione del nostro coinvolgimento omicida. Viene alla mente un’altra storia. Quella degli Assassini era una setta ismailita di cui scrive Marco Polo. I membri, cresciuti in una fortezza piena di godimenti di ogni genere, erano capaci dei peggiori assassinii pur di continuare a vivere nel loro “paradiso”. È un legame circolare tra consumo, assassinio e paradiso a far sì che il meccanismo non si fermi.

La fortezza si è espansa, l’assassinio è delegato, la dissociazione infinitamente maggiore, ma non trovo immagine più efficace per raccontare questo pezzo del nostro mo(n)do. Nel frattempo i cadaveri si posano sul fondo dei “nostri” mari e gli sfruttati si accalcano sui fili spinati delle frontiere, mentre una piattaforma interattiva su internet chiamata how many slaves work for you? ti permette di quantificare l’“impronta schiavistica” del tuo stile di vita. Chi siamo veramente?

Specchio, specchio delle mie brame

Quando lavoravo nei progetti istituzionali di accoglienza per migranti, una delle cose più interessanti era vedere come il contatto con l’alterità mostrasse prima di ogni altra cosa il nostro modo di essere. L’“Altro”, i suoi modi e le sue priorità, rimanevano per mesi un mistero; i nostri invece, con tutti i tic e le rigidità del caso, venivano subito a galla. Il primo “altro” a emergere era il nostro lato in ombra.

Abdelmalek Sayad scriveva negli anni ’90: «Abitualmente si parla di “funzione specchio” dell’immigrazione, cioè dell’occasione privilegiata che essa costituisce per rendere palese ciò che è latente nella costituzione e nel funzionamento di un ordine sociale, per smascherare ciò che è mascherato, per rivelare ciò che si ha interesse a ignorare e lasciare in uno stato di “innocenza” o ignoranza sociale, per portare alla luce o ingrandire (ecco l’effetto specchio) ciò che abitualmente è nascosto nell’inconscio sociale ed è perciò votato a rimanere nell’ombra, allo stato di segreto o non pensato sociale»[11].

I migranti che bussano alle porte della “fortezza Europa” proiettano sul nostro specchio collettivo almeno tre storie rimosse che rappresentano le ragioni materiali del razzismo: la tratta degli schiavi; l’imperialismo e il colonialismo (passato e presente); l’odierna e taciuta “inclusione differenziale”, ovvero quel governo istituzionale delle migrazioni che crea clandestinità al fine di produrre manodopera altamente sfruttabile, sempre essenziale al capitalismo.

Ad accomunare queste tre storie mortifere è la violenza, perennemente occultata, necessaria a tutte le ondate di accumulazione e creazione di capitale. Affinché violenza e dominio siano legittimati e sopportati, l’Altro dev’essere di volta in volta collocato in quella posizione di “differenza insormontabile”. Se lo sterminio degli indigeni d’America e la tratta degli schiavi furono accompagnati dall’idea che essi fossero non-umani (si pensi alle grandi diatribe sul possesso o meno dell’anima), per quel che avvenne successivamente le parole di Hannah Arendt nel suo Il razzismo prima del razzismo sono di una chiarezza disarmante: «L’imperialismo avrebbe richiesto l’invenzione del razzismo come unica possibile “spiegazione” e giustificazione delle proprie azioni, anche se nel mondo civile non fosse mai esistito alcun pensiero razziale. Essendo però esistito, il pensiero razziale si è rivelato un potente alleato del razzismo. […] serviva a occultare la forza distruttiva della nuova dottrina […]»[12].

Ragione strumentale: la “costruzione dell’altro” è sempre stata in qualche modo funzionale a ciò che dell’altro si voleva fare. Oggi il razzismo di Stato[13] non discute dell’anima dei migranti, ma del suo equivalente statale, il riconoscimento giuridico-burocratico, che legittima o meno l’annientamento di migliaia di persone. Come in una sorta di nevrosi collettiva, l’Europa si ritrova a ripetere gli stessi gesti che da secoli ne svelano il suo lato in ombra. La sostanza è la stessa, e nemmeno la forma cambia molto. L’impalcatura retorica ci permette di non vedere la crudezza di fatti altrimenti indigeribili.
Allora, per i “buoni”, le politiche razziste sono solo quelle dei fascio-leghisti e non l’intero governo istituzionale delle migrazioni; mentre i “fascio-leghisti” nel frattempo raccontano tutte le “ragioni” per cui il buonismo, nel “regime della scarsità”, non è più sostenibile. Mentre i primi non vedono, i secondi indicano il punto che gli fa più comodo.

Un posto per Pan

Oggi la scienza non ha solo dimostrato l’inconsistenza di qualsiasi teoria razziale, ma, andando ben oltre, pone in discussione persino l’idea di specie e svela tutta l’inadeguatezza di un’identità immaginata come chiusa e autonoma. Dagli studi di neuroscienze a quelli di filogenetica, appare sempre più evidente che l’alterità è in noi, ci costituisce ed è necessaria alla vita. Non che in precedenza siano mancate cosmologie che lo sostenessero.

Pan veniva spesso considerato il dio incarnante tutto ciò che non era (o non era più) umano: la bestialità, la natura, la sessualità selvaggia; l’alterità più radicale. Se disturbato, o escluso, era in grado di emettere un urlo terrorizzante, che spaventava persino lui stesso: il panico. Eppure gli ateniesi riuscirono a sconfiggere i persiani a Maratona solo dopo averlo accolto tra le divinità onorate.

Quando De Martino indaga la “presenza” dell’umano si appunta: «il singolo è il mai solo che rischia di essere assolutamente solo, il sempre comunicante che rischia di essere l’assolutamente incomunicabile»[14]. Il rischio è la chiusura, la fissità, la rottura di una relazionalità essenziale. L’alterità porta inevitabilmente con sé il terrore di Pan, la paura della perdita e della dissolvenza. Ma strutturare la nostra identità in termini di un’individualità chiusa fa sì che il rischio si concretizzi, esattamente come nel racconto di Kafka. Pan va accolto. Oggi costituiamo una società che, da una parte, si barrica in fortezze omicide, da un’altra distrugge ogni forma di vita “altra” in un ecocidio che mina la stessa possibilità della vita sulla Terra; e parallelamente, come individui, viviamo nel nostro intimo un’epidemia di panico sempre più diffusa. In tutti questi casi l’alterità è qualcosa con cui non sappiamo più relazionarci al di là del nesso di “radicale partizione” e “dominio”. Il razzismo è una postura che va ben al di là di ciò che comunemente intendiamo: è multidimensionale, è materiale ed epistemologico, sociale e psicologico.

Il movimento di fuoriuscita difficilmente può essere dei singoli. Il mo(n)do capitalista che abbiamo costruito, seppur nelle sue diverse declinazioni, si muove sulla partizione, premessa necessaria ad ogni quantificazione e capitalizzazione. Ha bisogno di quel binomio di “differenza e dominio” proprio del razzismo. E si muove sulla menzogna, sul racconto malefico di una “naturalità” della separazione e del dominio: “è sempre stato così”, si dice. Eppure ci sono segni, contorni, di possibilità diverse. C’è una pluralità di racconti che dai miti antichi alle scienze contemporanee ci parla di un modo non-razzista di essere e di abitare la Terra. Continuamente nascosti, attaccati, quasi sempre sconfitti, questi racconti non hanno tuttavia mai smesso di essere ereditati e di trasformarsi in pratiche. Ci dicono che nel nostro profondo più intimo non troviamo noi stessi, ma tutta l’alterità che siamo, lo sfondo comune. Per non perderci nel panico che l’apertura comporta dobbiamo riconoscere e negoziare con Pan. Il mondo fuori non fa che offrirci continuamente l’occasione per iniziare a lavorare su questa nostra imprescindibile “noità”.

Note:
[1] List of 34.361 documented deaths of refugees and migrants due to the restrictive policies of “Fortress Europe”, in http://www.unitedagainstracism.org/blog/2018/06/20/press-release-unitedlist-of-34361-refugee-deaths-published-in-the-guardian/ , consultato il 31/10/2018.
[2] Pier Aldo Rovatti, La follia, in poche parole, Bompiani, Milano, 2000, pp. 39- 40.
[3] Per quanto solo con un certo grado di semplificazione si possa dare una definizione di “Occidente”, rimandiamo al quadro che ne disegna la filosofa ed antropologa Stefania Consigliere: «Una prima definizione di Occidente potrebbe indicarlo come l’asse storico-culturale che percorre e lega l’ebraismo, la Grecia classica, il cristianesimo e la modernità scientifica, coloniale e capitalista. […] Esso dispone tuttavia di una certa coerenza tassonomica conferitagli da un insieme di elementi che hanno un’aria di famiglia e si ritrovano oggi in modo ubiquo, sedimentati e variamente combinati, quasi sempre attivi: il monismo ontologico (che si declina anche in monoteismo); l’essenzialismo; l’esigenza di universalità; il prestigio della dimostrazione; il risalto dei termini individuali atomici anziché della relazione tra di essi; il risalto tutto tondo dell’individuo rispetto allo sfondo; la superiorità accordata alla vista; la propensione a privilegiare la razionalità deduttiva e la ragione strumentale; l’integralità del bene; il tempo lineare; la progressione evolutiva dei processi; l’aspirazione palingenetica; la percezione degli esseri secondo una gerarchia di valore; il nesso scarsità-valore; l’enfasi sull’attività cognitiva e sulla sua regolatività rispetto a ogni funzione psichica; la verità come rappresentazione fedele dello stato delle cose nel mondo», in Antropo-logiche, Colibrì, Paderno Dugnano (Mi), 2014, p. 42.
[4] Albert Camus, L’uomo in rivolta, (1951), Bompiani, Milano, 1994, p. 6.
[5] In Piero Coppo, Passaggi. Elementi di critica dell’antropologia occidentale, Colibrì, Paderno Dugnano (Mi), 1998, p. 93.
[6] Ibidem.
[7] George Fredrickson, Breve storia del razzismo. Dall’antisemitismo allo schiavismo dalla Shoa al Ku Klux Klan, Donzelli, Roma, 2002.
[8] Una precisazione è fondamentale: 2500 anni fa, nella Grecia antica, così come per molti secoli successivi, vi era una compresenza di modi e quindi di mondi diversi. Probabilmente ciò è vero anche oggi, benché la coazione all’Uno sia sempre più forte e pervasiva.
[9] Stefania Consigliere, La piega logicista, in Rizomi greci, Colibrì, Paderno Dugnano (MI), 2014, p. 84.
[10] Arthur Rimbaud, Una stagione in inferno – Illuminazioni, (1886), Mondadori, Milano, 1990, p. 135.
[11] Abdelmalek Sayad, La doppia pena del migrante. Riflessioni sul “pensiero di stato”, “aut aut”, 275, 1996, p. 10.
[12] Hannah Arendt, Il razzismo prima del razzismo, Castelvecchi, Roma, 2018, pp. 75-76.
[13] Per un approfondimento sul tema si veda Pietro Basso, a cura di, Razzismo di stato. Stati Uniti, Europa, Italia, Franco Angeli, Milano, 2010.
[14] Ernesto De Martino, Scritti filosofici, Società editrice Il Mulino, Istituto Italiano per gli Studi Storici – Napoli, 2005, p. 3.

Questo contributo è uscito con altro titolo sulla rivista online Altraparola.

 

Dopo Covid: SI PUO’ IMBOCCARE UNA STRADA NUOVA?
Cominciamo dalla domanda di Troisi-postino al poeta Neruda

 

Postino: “Cioè voi che volete dire allora, che il mondo intero no? il mondo intero proprio… dico col mare, col cielo, con la pioggia, le nuvole…”
Neruda: “Ora tu puoi già dire eccetera eccetera…”
Postino: “Eh, eccetera eccetera… cioè il mondo intero allora è la metafora di qualcosa?

Chi ha amato Massimo Troisi avrà riconosciuto senz’altro uno dei dialoghi più belli tra il poeta Pablo Neruda (Philippe Noiret) e Mario Ruoppolo (Massimo Troisi) presenti nel film Il postino, vero e proprio testamento spirituale della sua parabola umana e artistica. Nelle righe seguenti vorrei giustificare come, nella domanda posta da Troisi-postino al poeta Neruda, possa essere ritrovato l’inizio di un percorso che conduca ad un ‘mondo diverso’, auspicato anche da quel #andràtuttobenesenontorneràtuttocomeprima,  lanciato pochi giorni or sono da questo giornale.

Il vecchio modello deterministico

Possiamo riconoscere, nella logica sottesa ai numerosissimi contributi comparsi sui media nelle ultime settimane sugli scenari successivi alla fase emergenziale della panidemia, l’adesione ad una impostazione deterministica, causa/effetto, dove in modo automatico si fanno discendere conseguenze positive nel caso in cui verranno presi certi provvedimenti o, al contrario, situazioni problematiche, in caso di scelte opposte.
Scrive sulle pagine del Financial Times Y. N. Harari [Qui]:L’umanità deve fare una scelta. Vuole proseguire sulla strada della divisione o prendere quella della solidarietà globale? Se sceglierà la divisione, non solo prolungherà la crisi ma probabilmente provocherà catastrofi ancora peggiori in futuro. Se sceglierà la solidarietà globale, la sua sarà una vittoria non solo sul nuovo coronavirus, ma anche su tutte le epidemie future e sulle crisi che potrebbero scoppiare in questo secolo.”.
In questa, ma in tantissime altre analisi, si presuppone cioè un cambiamento del modello produttivo e sociale così radicale e profondo che, per essere attuato, dovrà vieppiù basarsi su una mobilitazione sociale e politica sostenibile, a meno di dover pensare ad una auto-correzione del sistema decisamente poco credibile. Ma se da un lato si può convenire sulla direzione tracciata, auspicandone peraltro calorosamente la realizzazione, dal’altra parte il modello di interpretazione utilizzato, quello meccanicistico, lascia per forza di cose, muti sullo sfondo, i soggetti a cui consegnare tale portata innovativa, affidandone le modalità attuative alle stesse istituzioni economiche e politiche, le stesse che hanno condotto il pianeta a tale impasse, delegando proprio a loro l’eventuale conversione.
Il rischio sotteso a tale impostazione è che, dopo un primo periodo di esaltazione riformatrice seguente alla presa di coscienza nelle diverse comunità della profondità dei danni causati dal modello di sviluppo fin qui seguito, vi sia un riassestamento dei ‘poteri forti’, tendente solo ad un restyling economico-finanziario, i cui costi sarebbero semplicemente redistribuiti su più Paesi, ma sempre sui medesimi soggetti e soprattutto al di fuori di una differente presa in carico istituzionale delle nuove responsabilità politiche che un tale nuovo corso comporterebbe. Scrive S. Zizek che: “per cambiare davvero le cose bisognerebbe ammettere che all’interno del sistema esistente niente può esser davvero cambiato” (Come un ladro in pieno giorno,2019, p.22) .
Proviamo, quindi, a modificare l’approccio metodologico. Le soluzioni adottate dai governi per uscire dall’emergenza ci hanno posto di fronte a delle grandi novità, che prefigurano una soluzione basata su rapporti completamente diversi dal mondo fino ad oggi conosciuto. Un mondo fondato sostanzialmente sulla centralità dell’individuo, sull’interesse e sul mercato globale. Si vorrebbe invece dare inizio, prefigurare un mondo diverso, completamente nuovo.

Metafora di qualcosa d’altro

Nel dialogo proposto all’inizio di queste note, il postino Troisi chiede se il mondo della quotidianità presente “è metafora di qualcosa d’altro“. Proviamo a riproporre qui, all’interno di questo percorso, la stessa domanda. Nella nuova realtà che stiamo vivendo oggi, vediamo agire una comunità scientifica mai come ora così disposta a mettere in comune conoscenze utili a tutti; governi che nelle sedi internazionali tentano di superare tabù economici mai messi in discussione prima; cittadini che toccano con mano tutta la differenza esistente, di fronte a problemi vitali per la sopravvivenza, dall’essere guidati da leadership responsabili rispetto a imbonitori capaci solo a soddisfare pulsioni del momento. Bene, questa nuova realtà può essere considerata ‘metafora’ di qualcosa d’altro?
In un testo di H.J.Berman veramente fondamentale per la comprensione dello sviluppo delle istituzioni politiche e sociali, testo che fu molto amato dallo storico Paolo Prodi, troviamo scritto: E’ stato detto che le metafore dell’altro ieri, sono le analogie di ieri, e i concetti di oggi.” (H.J.Berman, Diritto e rivoluzione, Il Mulino,1998,p.175).
Ecco il percorso: dalla ricerca di ‘metafore‘, attraverso il riconoscimento di ‘analogie , per arrivare infine ai ‘concettiutili per passare dall’ignoto al noto. Pensare per metafore e analogie porta, nel corso del tempo, a superare una logica causale, a poter accogliere via via nuove relazioni che, collegando il ‘nuovo’ con il ‘vecchio’, possono individuare le altre idee che sono in grado di mantenere il cambiamento.
Negli ultimi tempi, è sempre più evidente e tangibile come gli aspetti del linguaggio siano fondamentali per comprendere la dinamica dei cambiamenti: non solo per gli apporti letterari, ma anche per quelli scientifici in generale. Osserva a tal proposito Alessandro Pascolini (uno ricercatore senior dell’Università di Padova, già docente di fisica teorica e di scienze per la pace) in una sua straordinaria relazione dal titolo Metafore e comunicazione scientifica: “Mentre le metafore proiettano il ‘noto’ verso ‘l’ignoto’, le analogie si sforzano di riportare ‘l’ignoto’ al ‘noto’: davanti a un oggetto o a un fenomeno ancora largamente sconosciuto ne tentano la spiegazione ricorrendo all’analogia con un oggetto o con un fenomeno conosciuto.”  [Qui]

Con la metafora viene attuato un  procedimento di trasposizione simbolica di immagini, ed ecco che, ad esempio,le spighe di grano ondeggiano, come se fossero un mare. Con tale espediente, da una realtà conosciuta (nella domanda di Troisi “dal nostro mondo”), dal mondo in cui viviamo, possiamo arrivare ad avere immagini di realtà non conosciute. Quello di cui siamo alla ricerca. Sempre seguendo l’interrogativo del film, attraverso la lettura metaforica, il mondo e tutto ciò che ci appare, lo possiamo interpretare come un indice dell’esistenza di ‘Qualcuno’ o ‘Qualcosa’ che, attraverso la natura e i suoi i dati sensibili, ci svela la sua esistenza.
Rapportato tutto ciò al nostro ragionamento, possiamo leggere quindi  la realtà di condivisione e di superamento degli interessi personalistici (‘nessuno si salva da solo’), che stiamo sperimentando nella situazione di epidemia, quale metafora di un mondo ancora a noi sconosciuto e di cui stiamo cercando la tracce. Con la trasposizione metaforica, quindi, ci è consegnato  l’elemento ignoto, il nuovo ordine che vorremmo costruire perché ci salva, e di cui già oggi abbiamo manifestazioni embrionali ma concrete nelle politiche collaborative tra le società coinvolte.
Adesso si pone il problema della costruzione di quel mondo nuovo e del come fare ad acquisirne altri elementi caratterizzanti la sua definizione.

L’analogia: come utilizzare il nostro passato per orientarci nel presente

Ed ecco il secondo momento con l’utilizzo dell’analogia. L’analogia, sfruttando elementi di somiglianza già accaduti in passato, permette di leggere un fenomeno ‘ignoto’ alla luce di uno ‘noto’, ci aiuta a comportarci in una situazione sconosciuta ma che abbiamo visto essere analoga ad una che abbiamo già sperimentata. L’analogia è lo strumento che ci permette di usare il nostro passato per orientarci nel presente. Quindi, per riferire tutto ciò ai fini del nostro discorso, a cosa ancoreremo quel mondo nuovo che oggi solo metaforicamente stiamo conoscendo? A quali analogie potremmo ricorrere? La ricerca è del tutto libera e aperta. Si propone qui a titolo di esempio un percorso tra i tanti possibili, con cui legare in modo concreto ‘analogie utilizzabili’ tra passato e presente.
Molto stimolante risulta essere il riferimento al processo di formazione dello Stato moderno, un processo che, avviatosi tra il 1400 e il 1600, si è concretizzato grazie al superamento delle frammentazioni politiche e delle frammentazioni territoriali precedenti, arrivando a compimento con lo Stato assoluto e poi via via, fino all’approvazione delle Costituzioni.

A tal riguardo, le analogie da prendere in considerazione sono molto interessanti. Certo, non rapportandosi più allo Stato nazionale ma ad una comunità più vasta, come l’Unione europea. Proponiamo di cominciare con la Carta  Costituzionale, punto di arrivo dello Stato nazionale moderno e punto di ri-partenza per la costruzione di una autentica comunità sovranazionale. Non a caso l’attuale establishment, legato soprattutto a tutelare propri interessi economici, non è riuscito fino ad ora ad arrivare all’approvazione di una  Carta Costituzionale Europea, che costituisce il nuovo ‘concetto’ simbolico di cui abbiamo bisogno per legarci anche politicamente in modo serio.
Come le Carte Costituzionali liberali hanno sancito, con il riconoscimento dei diritti  alla libertà e alluguaglianza, la protezione del diritto fondamentale alla proprietà privata dell’individuo rispetto allo Stato, analogalmente una condivisa Carta Costituzionale Europea dovrebbe sancire il diritto delle comunità ad interessi superiori a quelli dei singoli Stati di appartenenza. In realtà, un tentativo di redigere tale Costituzione Europea è già stato fatto, ma definitivamente abbandonato nel 2007 [per approfondire] a seguito dello stop alle ratifiche imposto dalla vittoria del ‘no’ ai referendum in Francia e nei Paesi Bassi.

Tutto questo però prima. Adesso si aprono nuove possibilità, poiché stiamo facendo esperienza diretta di quello che vorrebbe significare per ognuno di noi andare in senso contrario. Utopia? Possiamo ancora rispondere con le parole di Slavoj Zizek, pensatore sloveno oggi tra i più impegnati e propositivi in questa ricerca di possibili vie di uscita e che sta lavorando a un libro aperto dal titolo emblematico, per l’appunto Virus. Scrive Zizek in un recente intervento apparso su Internazionale:Non sono un utopista, non invoco una solidarietà idealizzata tra esseri umani. Ma la crisi attuale dimostra chiaramente che la solidarietà e la collaborazione globale sono nell’interesse di tutti e di ciascuno di noi”[Qui]  
Si tratta quindi di cominciare a cercare sulla Terra, ma anche metaforicamente anche sopra, di andare per l’universo e di guardare non solo a ‘terre nuove’ ma anche a ‘cieli nuovi’, perché lassù è impossibile costruire muri.

Muri e sbarramenti: monumenti alla paura

Trent’anni fa, il 9 novembre 1989, cadeva il muro di Berlino, costruito il 3 agosto 1961. Con quel muro si sgretolava, idealmente e materialmente, il confine che segnava la cortina di ferro tra est Europa e ovest, tra le zone di influenza americana e quella sovietica, finiva anche la grande illusione del comunismo. Quella di un nuovo ordine liberale sta finendo adesso. Quando quel muro veniva abbattuto, nel mondo ce n’erano altri sedici. Oggi i muri e le barriere sono settanta.
Da sempre nella storia le opere murarie delle civiltà umane costituiscono un potente codice dai contenuti politici e programmatici e diventano chiaro simbolo di progresso, accoglienza e positività oppure chiusura e respingimento. Fino al 1989 l’Occidente voleva abbattere le barriere e oggi, 2019, vuole innalzarle per allontanare chi vuole entrare. Muri che fanno capire come sia cambiata la storia dei popoli in soli tre decenni. Tra Stati Uniti e Messico, una recinzione di più di mille chilometri, munita di sensori elettronici e visori notturni, è diventata la struttura di contenimento per quei messicani che aspirano al varco del confine e non è ancora finita. A loro volta i messicani ne hanno creata una per non permettere ai guatemaltechi di entrare nel loro Paese. E quell’Ungheria che durante la Guerra Fredda aveva aperto un varco nella frontiera con l’Austria, neutralizzando il filo spinato elettrificato e permettendo a molti transfughi dell’Est di raggiungere l’Ovest, ora costruisce una barriera di 175 km, tre metri e mezzo di altezza , sul confine con la Serbia per arrestare gli immigrati. Muri, barriere, sbarramenti, blocchi, ghetti sono testimonianze fisiche di una volontà precisa: fermare, escludere, negare. E dove c’è il mare e non si possono costruire i muri, si chiudono le frontiere o i porti.

Si dice che “Chi ha paura costruisce muri, chi ha fiducia costruisce ponti, chi ha speranza costruisce strade” e niente di più vero e corrispondente è accaduto nella storia. Sulle strade dell’Impero romano hanno viaggiato culture e civiltà, popoli e idee, merci e soldati, pellegrini e viandanti di ogni dove. Una rete di vie lastricate che si dipanava per 100.000 km e univa tra loro territori che corrispondono a trentadue nazioni dei nostri giorni, sistema viario che ha posto le basi per l’Europa di oggi. Tra i grandi esempi di muri eretti a difesa, spiccano sempre la Grande muraglia cinese e il Vallo di Adriano. La prima, oggi patrimonio Unesco, venne costruita nel lunghissimo periodo tra il 215 a.C. e il secolo XIV; conta su una lunghezza stimata 21.196 km e la sua edificazione iniziò sotto la dinastia Quin, dopo la conquista di tutti gli Stati avversari da parte di Quin Shi Huang. Un’opera mastodontica che alla fine si rivelò inutile perché Pechino, capitale da difendere, cadde non già per mano dei tartari, ma per insurrezioni interne. Il Vallo di Adriano è il secondo significativo esempio di muro fortificato nella storia: un’imponente fortificazione in pietra che correva per 117 km sul confine tra la provincia romana della Britannia e la Caledonia, nell’Inghilterra del nord, corrispondente grossomodo all’attuale Scozia. Venne eretto dall’imperatore Adriano nella metà del II secolo e percorreva il nord dell’isola da costa a costa, baluardo contro i Pitti. Diventò nel tempo un confine doganale e linea di controllo, perdendo il suo valore militare e strategico. Vecchi muri della storia che hanno assistito agli avvicendamenti e resistono nel tempo, simbolo di imponenti icone di controllo dei territori, strategia deterrente e minaccia. Caratteristiche che riguardano sempre e ancora gli attuali sbarramenti di ora, ipertecnologici o spartani che possano essere a seconda delle zone.

Nell’Europa dell’area Schengen si contano tredici sbarramenti o muri, tra cui quello tra Grecia e Turchia, tra Belfast cattolica e Belfast protestante in Irlanda, tra l’enclave spagnola di Ceuta e il resto del Marocco, tra la popolazione greca e quella turca a Nicosia, capitale di Cipro, tra Ungheria e Croazia, Bulgaria e Turchia e addirittura attorno al porto di Calais in Francia. Perfino i Norvegesi non hanno resistito alla loro modestissima barriera di 200 m al confine con la Russia presso Storskog, costruita nel 2016. Anche tra Austria e Slovenia corrono dal 2015, 3 km di filo spinato, in Stiria, nella zona di Spielfeld – piccola frazione di 968 abitanti – nome che, ironia della sorte, significa ‘campo da gioco’. Tra i muri nel resto del mondo si contano quello tra le due Coree, tra Cisgiordania e Israele, tra India e Pakistan, Arabia e Yemen, Kuwait e Iraq, Botswana e Zimbabwe, e molti altri. Un mondo recintato da costruzioni di paura, creature di regimi dittatoriali ma anche democratici che si blindano per arginare i flussi migratori e proteggere i territori, generando spesso ulteriore xenofobia. Globalizzazione e guerre hanno messo in movimento milioni di esseri umani, cambiando i termini e le convenzioni della convivenza dei popoli. La risposta sempre più frequente è ‘il muro’, la chiusura in se stessi e l’autodifesa estrema senza appelli: la negazione del cosmopolitismo e il rischio di mettere in crisi permanente i valori dello scambio umano di culture ed esperienze, della solidarietà e della comprensione.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Di fiume e di mare

L’orizzonte di questa città è il fiume che corre in periferia, viene da lontano e va al mare che ci è vicino. Una città di fiume e di acque. Una strada porta al Po, l’altra porta al mare. E dentro le nostre vite. Vite che non sono né di fiume né di mare. Siamo padani di terra, di quella terra nera che faceva i nostri frutteti, prima che ci togliessero anche quelli. Non siamo neppure più contadini, da tempo. Neppure cittadini.
La città è la cattedrale, il castello, il castrum con il suo poco di medioevo e poi il rinascimento. Ma non siamo noi. Noi siamo in un lembo di terra come tanti collocato nel mondo. La città la indossiamo come un abito interiore, noi siamo la nostra idea, la nostra memoria, la nostra interpretazione della città. Lei è fuori e noi ci stiamo dentro.
È questa città che non possiamo dimenticare e non possiamo tradire in un mondo globale che non è più locale. Sta ai nostri occhi vedere gli orizzonti, oltrepassare gli argini del fiume.
Ferrara è bella perché è un respiro, non è un’isola. Le sue porte sono aperte alla cultura e da sempre portano cultura. L’unico esercito che le serve per difendersi è quello dei saperi: l’intelligenza, il dialogo, la comunicazione, la ricerca, la creatività, l’arte e le idee. Di mura la città ne ha già abbastanza, non serve alzarne delle altre da sbrecciare ancora una volta.
È la conoscenza ad essere ora al centro dello sviluppo economico e sociale, la conoscenza dei nuovi saperi, delle più recenti conquiste della scienza, la conoscenza delle persone che vengono dagli altrove, lontani, distanti culturalmente per esperienze di vita, per modi di pensare, costumi e modi di vedere. Un fermento. Il fermento, non la stasi delle chiusure, delle difese, delle trincee.
È solo con questa sfida a conoscere, a conoscersi, a riconoscersi reciprocamente, nel nuovo e nell’inaspettato che il presente può impastare il futuro. Per tutto il mondo l’avvenire è nella società della conoscenza e nel progresso delle economie della conoscenza.
Invece sembra che sia proprio la conoscenza ad essere il nostro nemico. Pare che abbiamo paura del sapere, di conoscere, di scoprire che c’è un futuro che ci costringe ad abbandonare il passato, abbiamo timore ad inoltrarci nel futuro. Preferiamo ignorare nel sospetto che il sapere ci porti via parte delle nostre certezze, delle nostre sicurezze, ci costringa a rimetterci in discussione, ad aprirci, a confrontarci, ad utilizzare gli strumenti dell’intelligenza, che non sempre abbiamo o sappiamo gestire, addirittura paventando di impadronircene.
Alla fine la risoluzione che sembra più percorribile e sicura induce a stare dove siamo, anzi a tornare indietro, a come eravamo, quando pensavamo di godere di un lavoro sicuro, di un ambiente più pulito, quando stavamo a casa nostra senza che nessuno bussasse per chiedere ospitalità. L’ossimoro della crescita nella decrescita felice.
Ma la storia non si tira mai indietro, alla fine non è la storia che è fuori, siamo noi ad essere fuori della storia. Chi pensa di cambiare il corso degli eventi finisce solo con il ritardare gli appuntamenti dell’uomo con la storia, finisce per abdicare a quell’intelligenza che ci siamo conquistati con la ricerca, il sapere, il confronto e l’inventiva per fare la storia e non per subirla.
Si tratta di aprire noi stessi alle sfide, al nuovo, non credere a chi promette le ricette che già conosciamo, perché è di conoscenze e di strumenti nuovi che abbiamo bisogno, da ricercare e da conquistare tutti insieme, illudersi di avere davanti a noi certezze anziché sfide da affrontare e vincere è quanto di peggio ci possa accadere.
Il futuro della nostra città, la sua crescita e il suo sviluppo stanno tra chi crede di difenderla chiudendosi in casa sprangando porte e finestre, assoldando piantoni e chi invece ritiene che è necessario scendere tutti in strada a camminare insieme, a ricercare come percorrere uniti e solidali i nuovi itinerari disegnati dalla geografia del tempo e della storia, che luogo assegnare alla nostra città sulla nuova mappa del mondo.
Aprire non chiudere, aprire noi stessi, aprire la città. Scorrere come il fiume, offrirsi al mare aperto. Questo è quello che ci attende, o cogliamo questa sfida o la luce sul nostro futuro si spegnerà e ripiegheremo nello scuro delle caverne del nostro passato, illudendoci di essere sicuri e al riparo dal nuovo, dalla storia che procede, dai saperi che si moltiplicheranno celebrando la nostra ignoranza.
Una città è un’architettura di persone, di istituzioni, di imprese, nessuno oggi da solo ce la può fare. La conoscenza non è data ai singoli per i singoli, altrettanto vale per le istituzioni e per le imprese, la conoscenza è data per essere messa insieme, per essere condivisa, solo attraverso la collaborazione e lo scambio si può creare valore e nuove opportunità. Questo significa essere società della conoscenza, fare economia della conoscenza.
Ferrara necessita di compiere il salto da città della cultura a città della conoscenza. Città che facilita e promuove la collaborazione delle conoscenze e dei saperi tra amministrazioni pubbliche, industria, imprese, istituzioni, università, centri di ricerca, associazioni, artisti, creativi e altro ancora. Nella storia le città sono sempre state un centro naturale per lo scambio e il progresso della conoscenza. Pertanto, Ferrara città della conoscenza significa proporsi come il punto focale delle conoscenze per lo sviluppo, di una rete con le realtà intorno, con le altre città, aziende e fornitori di servizi di conoscenza, una rete di conoscenze globali in crescita. Nessuna città sa tutto, attraverso la rete ogni partner può accedere meglio alla conoscenza degli atri: città, soggetti e istituzioni.
Si può scegliere di entrare nella conoscenza o di uscirne, restando ai margini. Questa è una scelta che Ferrara deve compiere: se aderire alla rete mondiale delle città della conoscenza, contribuendo in modo significativo alla creazione dell’Agenda globale della conoscenza per lo sviluppo, per i diritti umani, della conoscenza come risorsa per la ricchezza, la pace e la sostenibilità nel mondo.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Illusioni e conquiste sopra il muro dei desideri

Sfide, cadute e panorami mozzafiato. I nostri lettori raccontano come hanno affrontato cime, scalate e ostacoli lungo il cammino.

Muri da evitare

Cara Riccarda,
io quasi in cima sono caduta.
S.

Cara S.,
e se un punto di arrivo, in realtà, non ci fosse mai stato? Hai mai pensato che potesse essere un muro più alto e insormontabile del previsto? E quanto più tu ti arrampicavi, tanto più si alzava? A me è successo di pensare che ci fossero cime a portata di mano, pareti con pioli e appoggi quasi fin troppo facili da salire e poi scoprire che le avevo guardate con una lente deformante.
Quando questi muri sono persone, dovremmo rinegoziare l’altezza e il suo valore a ogni passo e chiederci cosa stiamo facendo e se sia giusto il ruolo dello scalatore perenne, della fatica e della pelle scorticata. Conosco coppie in cui ad arrampicarsi è sempre uno solo, mentre l’altro sta a guardare, distante, dettando il ritmo della marcia e la distanza dalla meta. Per questo ti dico che possiamo anche imbatterci in muri che non finiscono mai e ora che sei caduta, approfittane per riposarti un po’.
Riccarda

Vedere oltre il muro per capirsi meglio

Cara Riccarda,
pochi mesi fa, reduce da un periodo lavorativo critico, mi sono chiesta quali fossero i miei interessi.
Non sono riuscita a darmi una risposta e mi sono resa conto che per molto tempo sono stata trascinata dal turbine degli impegni a tal punto da dimenticare cosa mi piace fare.
Ho iniziato così a scalare la parete delle passioni per cercare qualcosa che avevo dimenticato. All’inizio la scalata è stata scivolosa, non trovavo appoggi né idee e davanti a me vedevo solo nebbia. Ma sono andata avanti. Pian piano ho trovato qualche spiraglio, qualche punto di appoggio che mi ha ricordato i tempi della scuola, quando in estate amavo riassumere i pensieri dei miei filosofi preferiti. Poi si sono affacciati altri ricordi: il fare pace con le amiche d’infanzia scrivendo lettere, il prendere sempre mille appunti riguardo a cose da fare, sentimenti e riflessioni, l’inviare messaggi che gli amici etichettano come “poemi”.
È stato emozionante capire che la mia passione è scrivere. È sempre stata lì, nascosta dietro il muro che mi faceva vedere solo ciò che è utile o doveroso.
Ora che sono in vetta mi godo il panorama.
Non mi chiedo se è utile, perché la vista è mozzafiato e questo mi basta.
Annalisa

Cara Annalisa,
diamo spesso per scontato che le pareti siano fuori di noi e quindi ingovernabili, ma tu dimostri che noi possiamo edificare il nostro muro e tracciare anche il sentiero per scavalcarlo. La tua sfida è partita da te ed è rivolta a te, chi ti può fermare? Infatti ti stai godendo il panorma e allora…scrivi!
Riccarda

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

I DIALOGHI DELLA VAGINA
L’altra parte del muro

Il mio amico G. mi parla di muri, capperi e picconi. “… Ma dimmi tu quale muro non presenta un buco, un punto d’appoggio, qualche semplice increspatura che non consenta di provare quanto meno ad arrampicarsi. E questo perché? Per la curiosità e anzi il bisogno struggente di vedere cosa c’è dall’altra parte, di scoprire il lato nascosto delle cose e tutto ciò che di buono o di bello e perfino di ributtante esso può presentare alla vista”.
Caro G., gli rispondo, su certi muri, a salirici in cima, mi sono venute le vertigini di fronte allo spettacolo del panorama, su altri non ho trovato nessuna crepa in cui potermi infilare e sono rimasta a terra. Però hai ragione, lo struggimento ci spinge ad attrezzarci il più possibile e a sfidare l’altezza e la ruvidità, ma rimango dell’idea che i tentativi di scalata non debbano essere infiniti. Tu mi ricordi che se è vero che perdere le sfide fa male e insinua in noi qualcosa di rinunciatario, una inclinazione a lasciar perdere, ad abbassare le braccia, è vero anche che i capperi, a Roma, fioriscono nel tufo.
Lo so che mi vuoi dire che la sfida, il coraggio, la curiosità sono il motore della vita e dell’approccio agli altri, affermi che il muro va affrontato come uno dei tanti ostacoli che troviamo sulla nostra strada o come un nemico, quindi per distruggerlo.
Tu le mie sfide le conosci bene, ce ne sono state di impossibili, muri respingenti che abbiamo guardato insieme provando a vedere se c’era lo spazio anche solo per una pianta di capperi. Quella volta, mentre stavamo mangiando cicoria in una trattoria di Roma, hai provato a fornirmi tutti gli attrezzi, ma poco più di un gradino non sono riuscita a fare di fronte a quel muro. È per questo che ti rispondo che certo ci provo, ma ora riservo un po’ meno tempo e solo quando sento che possa valere davvero la pena. Non è detto che tutti i muri nascondano orizzonti spledidi, a volte si affacciano sul nulla e lo vediamo nel momento in cui li scavalchiamo o li sgretoliamo.
E poi, caro G., per fortuna ci sono anche i muri solidi a cui possiamo appoggiarci per trovare un po’ di riparo.

Voi come ve la siete cavata con barriere, ostacoli insormontabili, pareti ruvide o scivolose?

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

Tracce d’arte sui muri della città

di Francesca Ambrosecchia

Arte o scarabocchi che rovinano l’assetto urbano?
Due visioni in netta contrapposizione, entrambe riguardanti i graffiti. Dal disegno o scritta più o meno grande e complessa, alla semplice firma dell’artista, diffusa e riconoscibile come un vero e proprio marchio distintivo.
Sono i murales ovvero i “disegni su muro” che invadono le città: palazzi abbandonati e non, muretti, vagoni dei treni, interni delle metropolitane e così via. Ma gli spazi urbani occupati da queste espressioni hanno un particolare significato o è tutto lasciato al caso?
Sicuramente il graffitismo non nasce per caso. Questo movimento si sviluppa rapidamente negli anni ’70 a New York: i giovani vogliono dare una scossa a un sistema economico e sociale sempre più veloce e complesso che sembra lasciarli indietro. Vogliono farsi riconoscere, diventare parte integrante anche della conformazione fisica della città.
Ancora oggi si sente questa esigenza di emergere e di lasciare una traccia indelebile?

Siamo tutti diversi!

di Francesca Ambrosecchia

Perché siamo portati a respingere ciò che è diverso da noi? Ad innalzare muri e barriere per difenderci da ciò che è ignoto?
Il diverso, l’altro spaventa. Spesso conduce al confronto, alla messa in discussione e quindi al cambiamento.
Ci sentiamo al sicuro nella nostra quotidianità perché circondati da ciò che conosciamo: dalle nostre abitudini e dal mantra “lo faccio perché così fan tutti”.
Forse bisognerebbe sviluppare la voglia e l’attitudine a “mettersi in gioco”, a buttarsi nel confronto con un approccio aperto e disponibile. Si può crescere e imparare da ciò.
Il diverso può essere inaspettatamente positivo se ci poniamo nei suoi confronti senza paura. È diverso ma non per questo sbagliato.
Concetto chiave è forse condivisione.

“La saggezza è saper stare con la differenza senza voler eliminare la differenza”
Gregory Bateson

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Dall’epoca dei ‘lumi’ all’epoca dei ‘muri’: costruzioni ideologiche e nuove barriere

La parete è una delle creazioni (sia naturali che umane) con più funzioni in natura: una parete può essere scalata, le pareti delle caverne hanno protetto i nostri avi dalle intemperie nel paleolitico, le pareti sorreggono i tetti sotto i quali da millenni viviamo. Un sinonimo di parete, in ambito prettamente riferito alla nostra specie, è ‘muro’. Anche di quest’ultimo ce ne possono essere di diverse specie: muri in pietra, muri di terra, muri in cemento, in vetro e chi più ne ha più ne metta. Da questa premessa sembra che questo lemma abbia una valenza del tutto positiva, in realtà non è così. Senza dover scomodare per forza progenitori preistorici, i muri da secoli separano l’essere umano da ciò che lo spaventa, da tutto quello che può essere considerato un pericolo, vuoi che sia una tempesta di pioggia, un animale o, e questo è il caso più frequente, altri esseri umani. Sembra quasi ironico ma siamo una delle poche specie al mondo a temere così tanto i nostri simili da essere costretti a creare muri, barriere. Ma siamo andati oltre. Non potevamo fermarci al solo costrutto materiale, no, anche altri animali sono in grado di ergere questi oggetti, noi ci siamo spinti sino all’ideologico, ed ecco le barriere culturali, religiose, politiche. Aggiungiamoci anche quelle per disabili e direi che abbiamo un quadro completo. Di certo i muri più famosi sono quelli che ci separano in maniera fisica dal diverso, da ciò che reputiamo altro da noi. Potremmo partire, non retrodatando troppo, dal Vallo di Adriano, tutti ne avremmo sentito parlare: un’imponente fortificazione che divideva il ‘nomos’ dei romani dall’alterità dei barbari popoli del Nord. Altro famosissimo muro è sicuramente la Grande Muraglia in Cina: lunga, secondo recenti ricerche, complessivamente più di 8000 chilometri, e che aveva il compito proteggere il regno cinese dai nomadi della steppa. E’ quasi ironico quanto già all’epoca i nomadi facessero paura, peccato che poi arrivò Gengis Khan per la Cina, e i vari popoli dell’est e del nord per i romani, i confini servirono a ben poco. Ma la mia discussione non vorrebbe incentrarsi su questioni storiche. Anche il secolo scorso ha visto importanti costruzioni murarie: si potrebbe parlare del muro di Berlino, dell’album The Wall dei Pink Floyd, e della cortina tra le due coree. Il primo citato però, nel suo complesso, con la sua caduta sembrava aver segnato la fine dell’epoca delle barriere che separano, e per qualche tempo effettivamente lo è Stato.

Oggi però, prepotente più che mai, si è tornati a parlare di separare i popoli, in un Europa che sembra meno unita che mai, e in una situazione mondiale dominata dalla diffidenza e da un sentimento xenofobo latente. Senza dover parlare necessariamente del confine tra Israele e Palestina, bisogna necessariamente citare in questa mia disamina sui muri degli esempi magari poco conosciuti. Tra tutti il primo che vorrei citare tra le barriere ideologico-materiali c’è sicuramente quello tra Ungheria e Serbia. Sicuramente lo ricorderete per il famoso “sgambetto della reporter” ad un immigrato in fuga dalla polizia. Si tratta di 175 chilometri di filo spinato controllato militarmente per impedire, soprattutto ai profughi provenienti dal Medio Oriente, di poter tentare la traversata verso l’Europa occidentale. Di interessante questo progetto ha il suo ‘ideatore’, il sindaco di una piccola cittadina sul confine. Questo personaggio, contattato addirittura per la sua ‘lungimirante e funzionale idea’ dallo staff di Trump, il quale stava programmando il muro con il Messico, si ritiene del tutto soddisfatto del servizio offerto dalla barriera anzi, in spot promozionali, è lui stesso a partecipare alle ronde di un corpo speciale di polizia addetto al controllo sul confine. Fanno molto riflettere le sue parole, ricavate da un’intervista trovata sul web: “io voglio mantenere solo l’ordine naturale delle cose”. E’ vero, anche la natura crea barriere, ma dubito che il sindaco intendesse esattamente questo.

Tornando per un attimo a Trump qui c’è da parlare di un aneddoto divertente: hanno criticato in tutto il mondo il suo progetto di costruzione di un nuovo muro tra Messico e Usa, quasi nessuno però ha parlato della barriera tra Messico e Guatemala: più di 800 chilometri di barriera discontinua, che serve, indovinate un po’, a scongiurare l’immigrazione clandestina guatemalteca in Messico. Si perché ognuno ha il suo immigrato, ma ognuno è immigrato di qualcun’altro. Su questo spunto si staglia la barriera tra Italia e Austria, oppure lo stop dei frontalieri italiani in Svizzera, anche qui quasi ci scappa una risatina, si perché mentre si parla delle Ong che porterebbero da noi migliaia di immigrati potenziali spacciatori e usurpatori di lavoro, ci dimentichiamo che anche noi siamo ‘più a sud’ di qualcun’altro e quindi ben pensando di costruire una barriera, Svizzera ed Austria ci ricordano che “la fortuna è una questione geografica”. E proprio la fortuna deve essere quella che entra in gioco in Marocco, o meglio nell’enclave spagnola di Ceuta e Melilla, due città situate fisicamente nella penisola magrebina ma sotto lo status politico europeo. E parlo di fortuna perché centinaia di clandestini cercano illegalmente, tramite il porto, di entrare in Spagna (quella continentale) partendo proprio da qui. Ed anche da queste parti le barriere non sono proprio piccole: un totale di 18 chilometri, con un’altezza tra i 4 e i 6 metri. Un appunto: a pagare è stata la Comunità Europea, una trentina di milioni di euro. Ma quando si tratta di oltrepassare uno stretto, non si può non citare quello che separa Francia e Inghilterra: la Giungla di Calais è salita alla ribalta per le sue dimensioni e la popolazione di 8000 disperati che viveva al suo interno. Tutti, o quasi, con un unico obiettivo: raggiungere il Regno Unito. Il campo fu smantellato, il problema però non è stato risolto, anzi, sono nate tante piccole ‘giungle’ in giro per la Francia.

Insomma, siamo partiti dal Vallo di Adriano, passando per la Corea, fino a giungere anche ai nostri territori, un giro intorno al mondo e tra varie epoche unite da un sottile (ma non tanto) filo conduttore: il diverso fa paura, deve essere ostacolato e ci si deve difendere. Ma a parer mio non è solo questione di difesa. I muri oltre a difendere creano una ben netta linea di demarcazione tra ciò che noi consideriamo civile, e quello che reputiamo assolutamente inaccettabile, che ci spaventa, e così i muri ci creano tranquillità, ci fanno sentire sicuri, i muri “non mescolano e mantengono la purezza della razza” (volendo citare di nuovo il sindaco ungherese).
Insomma i muri, oggi più che mai, ci proteggono dai pericoli che ci circondano: un tempo poteva essere un animale selvatico, oggi invece è un altro essere umano che ha avuto la sfortuna di essere dall’altra parte del muro. Ma mai dimenticare che ognuno di noi è dalla parte opposta di qualcosa, che ci vuole un attimo a diventare l’immigrato di qualcuno, che spesso lo si è già. In questo la Svizzera docet…

ATTUALITA’
Dal Messico a Israele: c’è muro e muro…
Fenomenologia delle fortificazioni odierne
 

Oggi vorrei affrontare un argomento, quello dei muri e delle barriere, non di facile comprensione ed espressione, soprattutto quando il mondo sembra concentrato esclusivamente sul conflitto israeliano-palestinese e dalle mura vaticane papa Francesco invita a “non costruire muri, ma ponti”.
Lo sguardo critico del mondo si sposta anche sugli Stati Uniti, dove l’attuale presidente Trump intende portare a termine ciò che i suoi predecessori Bush e Clinton avevano iniziato nel 2006, con tanto di approvazione da parte dei 25 senatori democratici, tra cui gli stessi Hillary Clinton e Barack Obama: la costruzione di un muro atto a separare Stati Uniti e Messico. In questo momento, il confine tra i due Paesi è intervallato da una serie discontinua di muri supportati da spiegamenti di forze militari. L’idea della costruzione del muro sembra attirare critiche rivolte unicamente al nuovo presidente. Vogliamo ricordare che durante l’amministrazione Obama vennero espulsi due milioni e mezzo di latinos?
Quando fu abbattuto il muro di Berlino (1989), esistevano nel mondo 15 muri, oggi sono circa 70, comprese le barriere difensive. Fra questi muri va ricordato anche la barriera difensiva lunga 600 miglia che Riyad sta costruendo al confine tra l’Arabia Saudita e l’Iraq. A questo si aggiungono il muro marocchino, eretto oltre trent’anni fa e lungo quasi tremila chilometri, il muro Spagna-Marocco, Bulgaria-Turchia, Ungheria-Serbia, Melilla-Marocco, Irlanda Belfast cattolica- Belfast protestante, India-Pakistan ecc…

Nonostante la lunga lista di mura e barriere esistenti, i soliti detrattori, pieni di livore antisraeliano e supportati da una cattiva e ipocrita ‘disinformazione’, che non verifica, appositamente, fonti e notizie con senso di responsabilità, sono la causa dell’aumento dell’antisemitismo, che in chiave moderna prende il nome di “politica israeliana”, come è stata definita ultimamente da uno scrittore rumeno.
Questi personaggi sono sempre pronti a colpire, ogni giorno, le barriere di difesa israeliane, senza nessun distinguo con altri Paesi in cui i muri impediscono l’ingresso ai migranti clandestini, mentre in Israele servono a garantire alla popolazione il diritto alla vita. E’ d’obbligo sottolinearne l’utilità, in quanto è un dato di fatto il netto decremento di attentati da parte degli arabi-palestinesi.
Bisogna considerare che troppi sono coloro che non conoscono la storia, o quantomeno non conoscono la vera storia di Israele e della Palestina.
‘Palestina’ indica la terra che, per migliaia di anni, è stata incubatrice dell’identità ebraica; sulla bandiera della Palestina, vi era disegnata la stella di David. Il popolo della Palestina è il popolo ebraico e gli ebrei sono i veri palestinesi. Infatti, fino alla creazione dello Stato d’Israele, gli ebrei erano noti come “palestinesi”. La Palestina è sempre stata ebraica, non araba.

Nel novembre del 1947, l’assemblea dell’Onu approvò a grande maggioranza il piano di spartizione della Palestina, dove gli ebrei e gli arabi si trovavano esattamente nella stessa posizione: non esisteva uno Stato, ma solamente due movimenti di liberazione contrapposti. Di fronte alla soluzione di compromesso proposta dall’Onu, il popolo ebraico ha accettato, sia pure a malincuore, mentre gli arabi hanno rifiutato. Il popolo ebraico, dunque, si erige a Stato, ma il popolo arabo cerca con tutti i mezzi possibili di impedirne l’esistenza, non mettendo mai fine agli attentati fino ai giorni nostri.
Israele deve sempre convivere anche con le minacce di essere raso al suolo, in passato dall’Iraq e oggi dall’Iran, e per questi motivi non può permettersi di dormire su comodi guanciali, visto che ha anche la consapevolezza che nessuno Stato europeo interverrebbe in suo aiuto. L’antisemitismo ha spalancato le porte alla Shoah e ha continuato a esistere anche dopo la sconfitta del nazismo, grazie anche a certi personaggi e a certa disinformazione che ogni giorno giocano sporco con il solo fine di fomentare odio.

L’INTERVENTO
Abbiamo perso

da: Elias Becciu

Niente, lo devo davvero dire, a costo di risultare prolisso. ABBIAMO PERSO
Abbiamo perso come cattolici, abbiamo perso come politici, abbiamo perso come società, abbiamo perso come individui.
Abbiamo perso come cattolici, non vinto, perso su tutta la linea. Perché ci siamo trincerati dietro qualche trucco di retorica, un paio di fallace argomentative, mescolando tutto con un paio di carriolate di sano allarmismo psico-sociale, per portare a casa cosa poi? la “perdente” convinzione che imporre differenze tra realtà sociali sia equivalente a formare ad un determinato valore una società, e che quello che gli altri non possono avere rafforzi il senso di ciò che noi abbiamo… da cattolico non trovo dove sia in tutto questo il valore del mio sacramento e non sento che sia più forte il senso del “mio” matrimonio oggi, né avverto particolare sollievo per il pericolo scampato dalla mia famiglia, e non credo che intorno a me oggi questo mio valore sia diventato più forte, anzi.
Abbiamo perso come politici perché qualunque sia stato il risultato siamo entrati in un dibattito che si muove attraverso gli ambiti più preziosi delle nostre vite con la delicatezza con cui mio figlio devasta tranquillamente le sue costruzioni di gomma: con la serena ingenuità di chi crede non ci saranno particolari conseguenze sulle cose che lo riguardano e a cui tiene. Peccato che qui non maneggiassimo morbidi cubi di silicone… Abbiamo perso perchè abbiamo tirato muri così alti e solchi così profondi tra le chiacchiere e la realtà che ci sarà da lavorare il triplo e spalmare quintali di pomata sulle piaghe che abbiamo aperto. Abbiamo perso come società e come adulti perchè fatta la tara di tutte le storie che abbiamo vomitato in giro, una volta guardato dentro noi stessi, io lo so che alla fine dietro tutto il punto è che permane la pericolosa, tacita equazione omosessuale=pervertito con l’annesso corollario =pedofilo. Perchè questo è il punto: “difendiamo i nostri bambini” da questi pervertiti, che vedrai che alla fine vogliono i bambini per abusare di loro. Ed è questo schifo che è il vero fallimento, che rivela tutta l’ottusità e miopia di noi, adulti, cattolici e cittadini. Che abbiamo lottato con le unghie e con i denti, barcamenandoci tra studi di psicologia su “effetti nei bambini cresciuti con coppie omogenitoriali” e generatori automatici di emendamenti soltanto perché abbiamo paura. Abbiamo perso amici, tutti, nella giornata della fiera della vittoria dell’amore abbiamo veramente fatto pena. Domani ricominceremo, sperando solo di non combinare di peggio.

Tono su tono

Sembra si sovrappongano tanto sono fitti, si susseguono paralleli e perpendicolari, si snodano intricati come in un labirinto… i muri in cotto delle strade di Ferrara.

In foto: i muri in cotto perpencicolari, in un incrocio tra via Coperta e via Voltacasotto a Ferrara.

Immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

IMMAGINARIO
Eppure si parlava di pace in Europa.
La foto di oggi…

Sembrava che di muri tra popolazioni non ne avremmo più dovuti vedere e invece sta succedendo di nuovo. L’Europa si ritrova ancora oggi percorsa da enormi tensioni accentuate dalla drammatica questione dei migranti, e i muri eretti dall’Ungheria ne sono la cartina al tornasole. E’ proprio in momenti come questi che occorre tornare a parlare di pace…

Di pace si parlerà oggi alle 17 alla Biblioteca Ariostea con l’autore ferrarese Alberto Castelli, in occasione della presentazione del suo nuovo libro “Il discorso sulla pace in Europa 1900-1945” (Franco Angeli, 2015). Interverranno Andrea Baravelli, Marco Geuna e Daniele Lugli.

Alberto Castelli insegna Storia delle dottrine politiche all’Università degli Studi di Ferrara. Studioso del pensiero libertario e pacifista, ha scritto e curato diversi volumi, tra cui: “Una pace da costruire. I socialisti britannici e il federalismo” (2002), “Critica della guerra umanitaria. Il dibattito italiano sull’intervento militare della Nato nei Balcani” (2009), “Politics e il nuovo socialismo. Per una critica radicale del marxismo” (2012).

Presentazione del volume (a cura della casa editrice)
Nel periodo più violento della storia europea, tra il 1900 e il 1945, si sviluppa un ampio dibattito che pone la pace come obiettivo politico fondamentale. Si tratta di un dibattito che coinvolge molte voci, spesso diverse tra loro e a volte perfino opposte, ma accomunate dal desiderio di rimettere in sesto un “mondo fuor dei cardini”, in preda alla brutalità e all’oppressione. I protagonisti di questo dibattito sono, per ricordare solo i nomi più illustri, Norman Angell, Lev Tolstoj, Rosa Luxemburg, Bertrand Russell, Romain Rolland, Max Scheler, Altiero Spinelli, Simone Weil e Aldo Capitini: personalità spesso isolate nel loro tempo e che, qualche volta, hanno pagato a caro prezzo la propria coerenza, ma il cui pensiero offre suggerimenti su cui ancora oggi dovremmo riflettere attentamente.

L’EVENTO
Sui muri di Bologna torna il Cheap street poster art festival

Da oggi fino al 10 maggio, Bologna ospita la terza edizione di Cheap, unico festival in Italia focalizzato sulla street art che elegge a supporto privilegiato la carta. I luoghi d’intervento sono i muri cittadini di grandi dimensioni, tendenzialmente in periferia, e le tabelle affissive in disuso del centro storico, che vengono abilmente e intelligentemente recuperate. I muri sono affidati a street artist di fama internazionale che realizzano interventi sito specifici, mentre le ex tabelle affissive di proprietà del Comune diventano una galleria a cielo aperto che ospitano opere di poster art selezionate tra tutte quelle pervenute attraverso una Open call. Tra le novità di questa edizione saranno proposti un intervento indoor totalmente in carta e un ampio e vario calendario di mostre. Tutto molto interessante e innovativo.
Per quanto riguarda gli interventi sito specifici, nei quartieri San Vitale, San Donato, Porto e Navile, operarenno i main artist invitati per l’edizione 2015: Levalet (Francia), NemO’s (Italia), Vinz Feel Free (Spagna), Madame Moustache (Francia), Bifido (Italia) e Ufocinque (Italia), tutti caratterizzati da una predilezione spesso esclusiva per l’utilizzo della carta, ciascuno con decise e precise peculiarità tecniche. Vediamoli.

Levalet [vedi]
Piazza Azzarita, Parcheggio | 1-3 maggio

cheap-festival-street-artcheap-festival-street-artInaugurera’ la serie d’interventi murari in programma, cominciando a lavorare, dall’1 maggio, all’interno del quartiere Porto. All’anagrafe Charles Leval, Levalet è un poster artist francese nato nel 1988. Cresciuto in Guadalupa, prosegue i suoi studi di arti plastiche a Strasburgo, cominciando a sperimentare interazioni con lo spazio pubblico attraverso la video installazione. Insegnante d’arte durante il giorno, Levalet inizia a intervenire nelle strade di Parigi dal 2012, proponendo paste up dal forte impatto performativo e spingendo al limite il concetto di “site specific”. Cerca accuratamente luoghi architettonicamente ben caratterizzati e spesso defilati, e, dopo questa fase esplorativa tra le strade della città, realizza in studio sagome di figure umane a grandezza naturale dipinte a mano con la china nera, ottenendo una resa di alta qualità fotografica. Le silhouettes di carta sono poi incollate sui muri, creando vere e proprie “mise en scène” che inglobano gli elementi architettonici preesistenti, talvolta integrati con i più svariati oggetti: dai libri agli ombrelli, fino alle stecche da biliardo. Percorse da un’ironia pungente che sfocia nella denuncia sociale, l’artista tratteggia un’umanità vittima della frenesia metropolitana. Per Cheap Festival, Levalet realizzerà un intervento composto da 30 sagome che verranno posizionate sull’edificio giallo di maggiori dimensioni tra i tre antistanti al Paladozza, in piazza Azzarita; i tempi di lavorazione previsti sono dall’1 al 10 maggio.

NemO’s [vedi]
Ippodromo, via dell’Arcoveggio | 2-10 maggio

cheap-festival-street-artcheap-festival-street-artIl secondo intervento sarà quello di NemO’s, che lavorerà in via dell’Arcoveggio, dal 2 al 10 maggio. Street artist italiano nemmeno trentenne, NemO’s inizia a lavorare in strada utilizzando vernici spray, poi sostituite dai pennelli; progressivamente, introduce la carta. Dopo una prima stesura di pittura acrilica su muro, NemO’s v’incolla sopra carta riciclata sminuzzata, applicata come tessere di un mosaico; spesso si tratta di vecchi quotidiani, con una predilezione per le pagine de Il Sole 24 ore, la cui tonalità rosata è funzionale alla riproduzione di una texture che mima l’epidermide umana. La terza fase di lavorazione prevede un ulteriore intervento ad acrilico sulle campiture create con la carta: NemO’s definisce a pennello i dettagli del corpo umano, al centro di tutte le sue opere. Ne risulta un intervento semipermanente, che si modifica a seconda del caso e delle condizioni atmosferiche. Progressivamente, infatti, le tessere di carta si staccano, in una sorta di decomposizione che rende mutevole l’opera, svelando lentamente lo scheletro dipinto su muro. L’immaginario creato dall’artista è popolato da personaggi impegnati in azioni poetiche e surreali, con un forte ricorso al paradosso, funzionale a una critica sociale che va dalla denuncia alla rappresentazione del disagio esistenziale dell’uomo contemporaneo.

Vinz Feel Free [vedi]
Autostazione, viale Masini | 3-10 maggio

cheap-festival-street-artcheap-festival-street-artQui, dal 3 al 10 maggio, lavorerà il terzo Main Artist invitato dall’organizzazione del Festival: lo spagnolo Vinz Feel Free. Nato nel 1979, Vinz inizia la sua attività in strada nel 2011, con il progetto “Feel Free”, che riflette sul concetto di libertà individuale inserita nel più ampio contesto della società contemporanea, considerata da diversi fondamentali punti di vista: politico, economico, massmediatico e ambientale. La base di partenza delle sue opere è un suo scatto fotografico; le immagini vengono poi stampate in bianco e nero, a grandezza naturale, su carta, ricombinate in composizioni e affisse al muro con la colla. Le testa di animali, riccamente dettagliate, vengono invece dipinte a mano con gli acrilici, creando forti contrasti cromatici che amplificano ulteriormente l’impatto delle immagini nel loro complesso per un’allegoria della società contemporanea di sapore quasi kafkiano.

Madame Moustache [vedi]
Palestra Boxe “Le torri”, via Ada Negri | 4-9 maggio

cheap-festival-street-artcheap-festival-street-artSu questi muri interverrà Madame Moustache, street artist francese nata nel 1982 e attiva in strada dal 2010. La tecnica del collage è al centro della sua produzione: partendo da vecchie riviste, principalmente degli anni Sessanta e Sessanta, e da fotografie di fine Ottocento, Madame crea composizioni di immagini e parole che fungono quasi da “prototipi”; gli originali vengono infatti successivamente ingranditi e stampati in bianco e nero in grande formato, per poi essere affissi al muro con la colla. Talvolta l’artista interviene ulteriormente sulla stampa aggiungendo un solo colore, spesso il rosso, attraverso la tecnica del pouchoir, in voga negli anni Venti per la coloritura manuale di cartoline postali illustrate o fotografiche. L’intento è di divertire. Madame crea un universo fantastico, giocoso, popolato da soggetti ricorrenti: donne con i baffi, gatti con il corpo di pesce, armi da fuoco, accompagnati da frasi che funzionano come fulminanti aforismi, in contrasto con uno stile in cui traspare una raffinatezza che si prende cura di ogni singolo dettaglio. Il muro verrà ufficialmente presentato alla città sabato 9 maggio alle 16.00.

Bifido [vedi]
Scuola dell’infanzia Mago Merlino, Via Azzo Gardino 63 | 4-9 maggio

cheap-festival-street-artcheap-festival-street-artOltre a Levalet, il quartiere Porto ospiterà l’opera di un secondo Main Artist, che interverrà nell’area attigua al polo composto dal Parco del Cavaticcio, dove si affacciano la Cineteca, il Mambo e il Cassero. Casertano d’origine, Bifido lavora esclusivamente con la carta. Il linguaggio che predilige è la fotografia, in bianco e nero o a colori, per stampare sagome di grandi dimensioni che affigge direttamente al muro con la tecnica del paste up. Corrosivo, irriverente, di grande impatto nella sua immediatezza, Bifido solleva temi sociali di attualità, prediligendo come soggetti i bambini. Significativa è una delle frasi che sceglie per definire la sua poetica: “I bambini trovano il tutto nel nulla, gli adulti il nulla nel tutto”.

Ufocinque + Werther [vedi]
TPO, via Casarini 17/5 | 2-10 maggio

cheap-festival-street-artcheap-festival-street-artPer la prima volta in assoluto nella storia del Festival un main artist invitato dall’organizzazione non realizzerà un progetto nello spazio urbano. È il caso di Ufocinque, che con il suo assistente Werther proporrà il progetto Chrono-philia: un’installazione realizzata interamente in carta che sarà inaugurata sabato 9 maggio, alle ore 22.00, in occasione del party di chiusura. In origine membro attivo della scena del writing italiano, Matteo Capobianco aka Ufocinque (Novara, 1981) inaugura a soli 13 anni la sua produzione in strada. È la scoperta della tecnica dello stencil, insieme ai suoi studi in design al Politecnico di Milano, a fare da cartina di tornasole per un cambio di rotta del suo percorso artistico. Ufocinque mette al centro della sua produzione l’utilizzo della carta, facendone rivivere la sua origine etimologica (dal greco “charássō”: incidere, scolpire).

Open call 2015
Oltre al focus sul supporto carta, il lancio di una “Open call for artist”, non esclusivamente rivolta agli street artist ma aperta anche a illustratori, fotografi e grafici, è uno degli elementi che maggiormente differenzia Cheap da altri eventi dedicati all’arte urbana. L’edizione 2015 ha visto un aumento del numero dei partecipanti, arrivato a quasi quattrocento. Si è allargato anche il bacino di provenienza delle opere, che conta 31 paesi: Italia, Brasile, Venezuela, Australia, Serbia, Belgio, Slovenia, Germania, Ecuador, Giappone, Cina, Francia, Germania, Svizzera, Messico, Repubblica Domenicana, India, Ungheria, Polonia, Grecia, Romania, Spagna, Ucraina, Croazia, Pakistan, Cile, Scozia, Hong kong, Canada, Giordania, Olanda. In totale, gli artisti selezionati sono 206. Le opere saranno installate dal 7 al 10 maggio nelle vie San Felice, Ugo Bassi, Sant’Isaia, Santa Caterina, Irnerio, dell’Abbadia, Zamboni, Mascarella, San Vitale, Ca’ Selvatica, D’Azeglio, Strada Maggiore.

Per maggiori informazioni visita il sito del festival [vedi].
Si ringrazia Elisa Visentini per il materiale gentilmente fornito dall’ufficio strampa del Festival.

Se il muro è pubblicità progresso

Chi ha viaggiato in Africa o conosce abbastanza bene i paesi africani, soprattutto quelli della zona sub-sahariana, avrà notato sicuramente che i manifesti pubblicitari (di prodotti o iniziative) non sono quelli tradizionali, fatti di carta stampata, ma sono dipinti sui muri stessi. I disegni danno vita a muri e pareti a volte dimenticati o abbandonati, facendoli uscire da anonimato, insignificanza e invisibilità. Quasi miracolosamente. Pubblicità viene da pubblico, da collettivo e familiare. Nulla di più naturale, quindi, del fatto che, se si vuole far conoscere qualcosa o qualcuno, o mandare un messaggio chiaro, immediato e diretto a tutti, il muro sia la vera pelle. Il contatto con l’epidermide è, infatti, il primo, la porta di accesso all’anima.

pubblicità-progresso
Esempi di ‘ghost signs’ del mondo anglosassone
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Pubblicità scolorite degli anno Cinquanta

D’altra parte, se andiamo indietro negli anni, e precisamente a fine ‘800 inizi ‘900, le pubblicità si dipingevano direttamente sui muri delle città, sulle facciate delle case, nei centri industriali. E spesso sono ancora alcuni questi messaggi, i ‘ghost signs’ (letteralmente segni dei fantasmi), che oggi ancora campeggiano, scoloriti e dimenticati, sui muri del mondo. Molti di essi erano realizzati direttamente sui mattoni, nella parte alta degli edifici, chi li dipingeva si aiutava con le mascherine per tracciare linee diritte. Se ne rintracciano begli esempi soprattutto in Gran Bretagna e in Irlanda, in quantità minore anche in Francia, Belgio e Stati uniti. In questi casi si tratta di pitture del passato, ma in Messico, in India o in alcune zone dell’Africa, dove la comunicazione pubblicitaria o il messaggio sociale si basano ancora sulla pittura murale (perché l’occhio vuole la sua parte), è possibile trovare segni nuovi e aggiornati di questi curiosi manifesti. Il metodo di dipingere sui muri era sicuramente scomparso perché, dal 1950 in poi, l’economia aveva subito un grande incremento: la produzione cresceva sempre di più, le tipologie dei prodotti si moltiplicavano a dismisura e le pubblicità avevano bisogno di rinnovarsi velocemente e di continuo. Per questo, la pittura sul muro diveniva sempre più obsoleta e fu sostituita, in breve tempo, dai manifesti pubblicitari di dimensioni variabili e intercambiabili, che assicuravano un potere divulgativo più alto e la possibilità di modificare continuamente l’aspetto estetico del messaggio. Ecco perché è abbastanza raro trovare disegni dipinti a mano dopo gli anni Cinquanta. Ma se anche in Europa alcuni artisti stanno sperimentando nuovamente questa tecnica, in Africa la pubblicità non è in televisione o sui giornali (spesso scarsamente rappresentati o, comunque, di dimensioni modeste), ma ha occupato grandi spazi e grandi città. Qui, dove il tempo scorre lento, i ritmi sono diversi e il commercio tradizionale spesso sostituito a quello moderno e vorticoso, si trovano ancora disegni di bevande zuccherine e colorate o di utili e agili pneumatici, sui muri scalcinati. La pubblicità non ha bisogno di cambiare spesso, le esigenze sono sempre le stesse. I messaggi sociali, poi, da quelli relativi alla prevenzione sull’Aids fino a quelli sulla necessità di mantenere la città pulita, sono eterni. Dal Mali al Congo al Gabon, fino al Nord Africa (anche se meno), i muri parlano. Una sola voce, una sola lingua, un solo messaggio. Estesi panorami colorati vengono interrotti da colori altrettanto sgargianti. Adulti e bambini si fermano ad ammirarli, rapiti.

Libreville, Gabon, pulire e mantenere pulita la città. Clicca le immagini per ingrandirle.

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A Libreville, ad esempio, sono rimasta incantata dalla sfilata di disegni, sui muri del centro cittadino, a un incrocio trafficato non lontano dal Ministero dell’ambiente, messi lì con l’obiettivo di sensibilizzare giovani e meno giovani alla gestione della spazzatura e all’importanza di avere una città pulita. Colorati, ammiccanti e simpatici personaggi invitano a non gettare i rifiuti per strada. I bambini (ma non solo) ne restano sicuramente affascinati e colpiti. Un modo intelligente di attirare l‘attenzione. Noi siamo più veloci, forse, e spesso molto disattenti anche per questo, ma qui bei disegni educativi potrebbero stare davvero molto bene anche in alcune delle nostre strade…

Fotografie di Libreville di Simonetta Sandri.

Quali siepi, quali piante? Prima regola, mano leggera e testa pensante

SIEPI E RECINZIONI VERDI (seconda parte)
Alzare un muro o una siepe per dividere una proprietà e separare uno spazio privato da quello pubblico, è un gesto talmente abituale che nel farlo non ci poniamo troppe domande. Per prima cosa ci preoccupiamo dei costi, di certo non pensiamo che l’atto stesso di recintare sia all’origine della storia del giardino, un fatto che trova riscontro nell’etimologia comune del termine che in tutte le lingue, antiche e moderne, parlate in Occidente e nel Medio oriente, significa sempre: luogo protetto, recinto, chiuso, quindi il giardino non è altro che il luogo delimitato per eccellenza. Nel passato, l’uomo è riuscito a sopravvivere nel deserto e nelle foreste isolando uno spazio in cui era presente l’acqua e dove era possibile coltivare piante commestibili, poi, nei secoli, il recinto ci ha protetto dai pericoli, ci ha separati dal caos, dall’inciviltà e dalle cose brutte. Da cosa dobbiamo difenderci oggi? Quando penso alla fatica e alle cure necessarie per tenere in ordine una siepe di arbusti sempreverdi, mi chiedo sempre perché ci impuntiamo su una pratica che alla fine dei conti non ci difende nemmeno dai ladri e che, nel migliore dei casi, impedisce al nostro vicino di vederci in mutande. Il desiderio di un avere uno spazio a tutti costi privato, mi sembra ancora più assurdo quando penso che, nel tanto sudato isolamento del nostro giardinetto, ci mettiamo davanti a un computer e non ci facciamo nessun tipo di scrupoli nel metterci a nudo di fronte al mondo, spellandoci vivi nell’arena dei social network.
La bellezza di una siepe ben curata è sicuramente un ottimo motivo per desiderarla. Muri verdi di tasso e di carpino, barriere profumate di alloro, lecci potati ad arte, hanno lasciato un bel corredino di immagini dure a morire nel nostro immaginario collettivo, peccato che la bacchetta magica che le ha rese possibili, siano tempo, mezzi e braccia. Guardiamoci attorno, le siepi che circondano i nostri giardini non sono nemmeno lontane parenti di quelle meraviglie che gli eserciti di giardinieri del passato, riuscivano a coltivare e mantenere. Ci siamo illusi di poter sostituire la nobiltà del tasso, con cipressi leylandi e simili, magari con un bel fogliame argentato e a rapida crescita, ma con quali risultati? Siamo sicuri che quelle cose che abbiamo in giardino, rosicchiate da potature incostanti, piene di ciuffi che scappano da tutte le parti, secche alla base, siano proprio quelle che avevamo sognato? Potrei fare un elenco di tutte le nefandezze che si possono osservare camminando in città, le prime che mi vengono in mente sono le siepi con le foglie larghe tranciate dai tagliasiepi a motore, ma quelle che mi mettono tristezza sono quelle potate fino al legno perché, dopo anni di crescita libera, sono diventate troppo invadenti, in particolare quelle segate in sezione con tanta malagrazia da mostrare il loro interno nudo circondato da una corona di vegetazione. Se abbiamo lo spazio per una recinzione larga mezzo metro, perché ci ostiniamo a piantare siepi che in pochi anni si allargheranno per metri? Continuo a farmi delle domande, ma quali potrebbero essere le risposte alternative al tormentone “perché si fa così”? Innanzitutto, provare a ragionare con senso critico: una siepe può stare in campagna o in città, quindi guardare per un attimo che cosa ci circonda e magari pensare che il nostro microcosmo diventerà parte del paesaggio, sarebbe già una buona partenza. La prima analisi la facciamo con gli occhi, è un esercizio facile: cosa vediamo? Vediamo case, palazzi nuovi o vecchi, condomini, cortili, altri giardini, altre recinzioni, oppure ci sono campi, frutteti, ecc. E poi cominciamo a chiederci che effetto farà la nostra siepe in quel contesto. Non è difficile, ma per la nostra mentalità, quando si parla di giardino, è quasi impossibile uscire dalla logica dei desideri personali e ragionare in termini di immagine collettiva del paesaggio. Ogni caso ha la sua storia e il suo sviluppo, ma osservare il contesto e avere la consapevolezza del fatto che una siepe è una cosa viva, di sicuro, ci guiderà verso scelte meno banali della solita barriera di sempreverdi, per lo meno ci indicherà che se stiamo in città non potrà avere una forma libera come una siepe di campagna ma dovrà essere potata e in ordine, per non occupare la strada o i marciapiedi; quindi, se non abbiamo il tempo per farlo o i mezzi economici per garantirne una potatura ottimale, frequente e regolare, cerchiamo alternative. Un muro o una recinzione artificiale possono diventare un sostegno per rampicanti, ci sono tipologie per tutti i gusti, la cosa importante è non fare di un muro una siepe, coprendolo completamente di vegetazione. Avere mano leggera quando si pianta è sempre una buona partenza, usare la testa e non smettere di ragionare, è la cosa migliore.

LA STORIA
Street art: il mondo delle donne musulmane raccontato
da un uomo, BR1

Lo street artist italiano BR1, classe 1984, nato a Locri, osserva da sempre gli atteggiamenti, le posture, i gesti, le vite delle donne musulmane che indossano il velo e le ha ritratte sui muri di Torino. Sono bellissime. L’obiettivo era quello di sollecitare una riflessione sui valori del velo/copricapo senza togliere alcuna naturalezza ai suoi soggetti. Anche la scelta dei colori accesi e luminosi dà e mantiene una connotazione positiva e di energia. Solitamente il velo è simbolo di negatività e chiusura (oltre che di separazione reale fra il mondo occidentale e musulmano), ma qui, proprio grazie ai toni accesi, non lo è. Qui colora i cieli e le strade, fa fermare a riflettere e osservare.
BR1 vive e lavora a Torino, dove ha studiato legge specializzandosi in diritto islamico. Ha colorato le strade della città con le sue donne ma ha anche partecipato a numerosi festival artistici internazionali ed eventi quali lo “Street art doping”, a Varsavia (2012), o il “Brandalism”, di Londra (2013).

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Copyright BR1, Coca cola, Madrid, 2013

Da ricordare anche la sua presenza a “Integrazione/disintegrazione” di Berlino (2013), a “Donne fra”, organizzato dalla Fondazione Farm, a Favara (2013), o a “Public Arena”, curato dall’Associazione Barriera, a Torino (2013). BR1 ha iniziato a disegnare a 14 anni, lavorando sugli stickers prima, per poi arrivare alle immagini di grandi dimensioni.

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Copyright BR1, Donne musulmane, Bologna, 2010

In alcune interviste, ha confessato di essere sempre stato molto attratto dalla strada e dai suoi muri, che parlano al passante, che ispirano domande per avere risposte. A essi si possono fare domande, anche, e cercare alternative ai dubbi che anche essi pongono.
Il velo l’ha sempre molto ispirato, un oggetto-paradosso, un clash fra culture, non tanto diverso, però, dalla sciarpa nera che indossa la nonna. Esempi presenti anche da noi.
Ama Parigi per la sua grande apertura mentale e multiculturalità e ha una città preferita, la magica, romantica e misteriosa Istanbul.

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Copyright BR1, Proiettili, Torino 2012

Ammette di trovare grande ispirazione da alcune artiste iraniane, come Shirin Neshat, per la sua forza, intensità e passione. Per lui le donne sono tutte uguali, velo o non velo, sono madri, nonne, figlie, sorelle, fumano, mangiano, cucinano, corrono, ridono, sorridono. Hanno tutte le stesse necessità e bisogni, soprattutto d’amore e di rispetto.
Unica differenza, il velo, che varia a seconda dei paesi e che BR1 dipinge con grande precisione e attenzione: quello maghrebino, il burqa afgano, il chador iraniano. La donna, quindi, grande ispirazione degli artisti (come lo è sempre stata…), non ne importa la religione. Le immagini sono scene di vita reale, prese dai giornali, dalle fotografie, dai siti web. Spesso l’artista ritrae importanti personalità del mondo musulmano, scrittrici poetesse, imprenditrici, femministe. Tutte hanno il loro spazio, perché anch’esse vanno conosciute da una società occidentale che spesso le ignora.

Alla bellezza delle donne del mondo dedichiamo, dunque, queste belle immagini colorate, piene di vita, di gioia e di speranza. Aspettandoci, magari, un bel disegno della giovane e incredibile Malala. Perché no.

 

 

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Copyright BR1, Torino, 2012
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Vedi altre opere di BR1

SGUARDO INTERNAZIONALE
Oltre i confini, l’ascolto come strumento per accorciare le distanze

Se alzi un muro, pensa a cosa lasci fuori, diceva Italo Calvino.
Alzare muri non è mai una buona idea. Fisicamente, linguisticamente, culturalmente. Perché è la circolazione di persone e idee che permette di conoscere realmente gli altri. In antropologia, l’Altro è colui che geograficamente e culturalmente è lontano da un Noi. Ma basta ascoltare chi è fisicamente lontano da noi per poi accorgersi che la vicinanza è sorprendentemente intensa, forte ed empatica.
A Cara Italia ti scrivo c’è Gianpaolo Musumeci che racconta esperienze di viaggio, e ci sono studenti del Roiti che offrono spunti di riflessione scrivendo lettere a un ipotetico interlocutore nel mondo, in zone devastate da guerra, conflitti religiosi e politici. Storie lontane che appartengono a tutti. C’è Félicien, che scava il koltan in una miniera a cielo aperto. C’è il professore indiano che viene aggredito in metro a Roma. Ci sono le migliaia di arrivi dalla Libia, tema cui è ricorso l’anniversario della morte di 366 persone il 3 ottobre a cui venne in seguito data risposta con l’operazione Mare Nostrum, che si occupa di offrire sorveglianza e aiuto a tute le persone che arrivano in Italia via mare, e che sarà a breve sostituita da Frontex Plus. C’è l’arrivo di migranti balcanici che percorrono chilometri e chilometri a piedi. C’è la questione irrisolta del conflitto palestinese e di due popoli che non trovano pace. Non possono e non devono esserci storie, facce, sguardi dimenticati, perché dimenticare una sola persona significa voltare le spalle a tutte.

Per la rassegna Mondoascolti, Nija Dalal e Nina Garthwaite, fondatrice del progetto radiofonico In the Dark che propone progetti incentrati sull’ascolto nei luoghi pubblici, e introducono due radiodocumentari. Senza parole di Katharina Smets è una delicata storia di un incontro, in un giardino di Parigi, tra due donne apparentemente diverse che cercano e trovano il modo di comunicare. Non ci sono troppe parole, ma prevalgono i pensieri, gli stati d’animo che la voce narrante, una delle due protagoniste, racconta, osserva per poi restituire all’ascoltatore. E dove ciò che colpisce realmente è la semplicità con cui si arriva al dialogo, tra una osservazione sul giardino che la donna cura, la promessa di ritornare e il dono di un annaffiatoio per curarlo. E dove in fondo non c’è bisogno di troppe parole per capirsi, ma basta la omonima canzone di Vasco Rossi Senza parole. On the Path of Promaja è una originale riflessione sulla parola promaja, che l’autrice Léa sente durante un viaggio nei Balcani e che in macedone indica una ventata forte e improvvisa che arriva nelle case e se ne va, altrettanto velocemente quanto è arrivata. Parola misteriosa e ricca e sfaccettata, perché indica anche la speranza. E che, al pari di parole splendide e misteriose quali saudade, Weltanschauung, adagio sono intraducibili, perché nate nella culla di un luogo e destinate a definire qualcosa che è costitutiva di quel luogo, ma appartengono a tutto il mondo, destinando a chiunque un prezioso scorcio di cultura.

Storia di muri e di donne che amano gli alberi

Sono sopravvissuti all’atomica di Hiroshima, ma non è chiaro se scamperanno agli effetti collaterali di una lite tra condomini finita in tribunale. Il futuro resta un’incognita per i tre ginkgo biloba e l’ailanthus piantati quarant’anni fa nel cortile del condominio ‘Il vialetto’ al 144 di viale Cavour. Vivere o morire ora va oltre la volontà degli inquilini che si sono battuti a loro difesa. Oggi dipende dall’esito di un tavolo tecnico e, soprattutto, dalla capacità degli alberi di reagire all’amputazione di alcune radici utili ad ancorarsi al suolo. La soluzione di taglio parziale era stata concordata in virtù di un’intesa con cui si pensava di salvaguardare la vita delle piante e, contemporaneamente, permettere il rifacimento del vecchissimo muro di cinta pericolante. “Quando si è fatto l’accordo probabilmente nessuno aveva ben chiara la grandezza delle radici emerse dopo lo scavo utile al rifacimento del muro – dice l’agronoma Stefania Gasperini –. In realtà per come sono andate le cose e per l’importanza dell’intervento subìto, la stabilità degli alberi dovrà comunque essere testata e nel caso aiutata con qualche puntello. Nessuno vuole rischiare un crollo interno a un condominio dove passano le persone”.

Mutilati, obbligati a una condizione contraria alla natura e del tutto inconciliabile con la primavera, gli alberi aspettano. Non sanno di essere stati giudicati responsabili della malformazione del muro e condannati in prima istanza a essere abbattuti. Aspettano ignari del fiume di parole e delle tante carte bollate a cui è legato il loro destino di alberi di città a rischio estinzione. Aspettano, vivi e poco vegeti, inconsapevoli degli oltre 40mila euro pagati dagli inquilini de “Il Vialetto” per il rifare il muro come richiesto dai confinanti de “Il Giardino” e della sentenza di appello con cui il giudice ha sospeso la loro esecuzione.

Fin dalle prime ore del mattino di ieri alcuni inquilini, in rappresentanza di una parte di assemblea condominiale, hanno presidiato le piante per scoraggiare gli operai della ditta incaricata dei lavori. “Non si sa più che fare – dice il responsabile Rossano Felloni – Uno dice di andare avanti l’altro di fermarsi”. Allarga le braccia, ma di rimettere la terra per riparare le radici non se ne parla.

“Invece di una colata di cemento armato bastava una siepe”, suggerisce l’ambientalista Sergio Golinelli, accorso sul luogo della singolar tenzone. “Sarebbe sufficiente una copertura o un archetto per permettere alle radici di trovare il loro spazio”, incalza Angela Buono, munita di delega condominiale di quelli del Vialetto per controllare lo stato dei lavori.
Nessuna soluzione – se non quella di riavere il muro integro – è invece la posizione di Giovanni Vitali de “Il Giardino”, presente insieme all’avvocato Giuliano Onorati. “Secondo l’accordo raggiunto avrebbero dovuto mettere le radici in sicurezza, ma non l’hanno fatto”, taglia corto. E’ una questione di muri, di recinti e foglie da ripulire. Storie di condomini di provincia, dove il tempo è ancora un benefit a misura d’uomo.

Qualcuno invoca la necessità di un altro muro, ben diverso da quello abbattuto nell’attesa di alzarne uno nuovo fiammante, che l’avvocato David Zanforlini, rappresentante insieme al collega Federico Carlini de “Il Vialetto”, vorrebbe invece identico al vecchio. Uguale anche nell’anomalia della pancia e nelle fondamenta ‘leggere’ anziché corazzate come lasciano intendere le gabbie calate nello scavo. Un ritorno al passato giusto per preservare le piante dall’ormai prossima colata di cemento armato. In fondo, è sempre questione di muri. “Proprio di fronte a questo – indica un signore che da anni vive al Vialetto – c’era un muretto, era vecchio ed è crollato da solo, non c’è stato bisogno di alberi”.


fotoservizio di Monica Forti

Angela Buono, delegata dei condomini del Vialetto
L’ambientalista Sergio Golinelli

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