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LA PACE NON É UN’INGENUA UTOPIA
Appuntamento a Roma per far tacere le armi

 

Alcuni, tra i partiti e i sindacati, si sono tirati indietro. Dicono che “pace” è una parola ambigua, il sogno utopico degli soliti ingenui. Che bisogna lasciar fare ai capi di stato, che non è questo il momento di far pace, che bisogna continuare a inviare missili all’Ucraina, che il disarmo è una follia. Peccato per loro. Alla manifestazione di oggi a Roma hanno aderito centinaia d organizzazioni, gruppi, chiese, associazioni, sindacato. Da ogni angolo d’Italia. Perché la pace non può attendere. E non ammette deleghe.
(Francesco Monini)

Contro la guerra cambia la vita,
dai una possibilità alla Pace

 

Bisogna fermare la guerra in Ucraina.

Bisogna fermare tutte le guerre del mondo.

Condanniamo l’aggressione e la guerra scatenata dalla Russia in Ucraina. Vogliamo il “cessate il fuoco”, chiediamo il ritiro delle truppe.

Ci vuole l’azione dell’ONU che con autorevolezza e legittimità conduca il negoziato tra le parti.

Chiediamo una politica di disarmo e di neutralità attiva.

Dall’Italia e dall’Europa devono arrivare soluzioni politiche e negoziali.

Protezione, aiuti umanitari, diritti alla popolazione di tutta l’Ucraina, senza distinzione di lingua e cultura.

Diamo segnali concreti di solidarietà. Ognuno contribuisca all’accoglienza e al soccorso degli Ucraini in fuga.

Costruiamo ponti e solidarietà tra i popoli con la democrazia, i diritti, la pace.

Basta armi, basta violenza, basta guerra! Vogliamo un’Europa di pace.

APPELLO
Campagna Ucraina

Campagna Ucraina

Promossa da: PeaceLink
Campagna di mobilitazione contro le minacce di guerra in Ucraina e per la costituzione di comitati per la pace a livello locale.

La crisi in Ucraina e le tensioni fra Russia e Nato rischiano di sfociare in una guerra dagli esiti imprevedibili, che potrebbe degenerare in un confronto nucleare.
Contro l’escalation militare è importante mobilitarsi perché l’Italia e l’ONU svolgano un ruolo di distensione in questo difficile momento.
Voglio sostenere le iniziative di pace che facciano sentire la voce di chi ripudia la guerra, così come recita l’articolo 11 della Costituzione Italiana.
Con questa adesione esprimo la volontà di collaborare alle attività contro la guerra e di partecipare alla costituzione di un comitato per la pace a livello locale.

Hanno già aderito: ANPI sezione Nicola Grosa , Partito Democratico Villa Castelli , Arci Lecce , Associazione “Humanfirst Italia” , Associazione Progetto Bici , Slow Food Lazio , Rete Antirazzista , Punto Pace PaxChristi Pistoia0 , Comitato provinciale Anpi Catania , Presidio Libera Don Peppe Diana , Movimento per la Decrescita Felice – Circolo di Ca , WarFree – Liberu dae sa gherra , Coordinamento LIBERA a Siena , Circolo Legambiente Pistoia , Presidio di Libera Lucca , Coordinamento LIBERA Pistoia , Comitato per la Pace di Bari , Anpi Zavattarello , A.S.C.E. Associazione Sarda Contro l’Emarginazione , PPPT PARTIRE CON I PIEDI PER TERRA , Circolo ACLI S. Polo , Chiesa di S. Andrea Gruppo Brasile ONLUS , Donne in Nero Reggio Emilia , CasaDelleDonne Viareggio , Associazione Reggiana per la Costituzione , CREIS Centro Ricerca Europea per l’Innovazione Sos , Ecologia e diritti , Rete Radiè Resch Associazione di solidarietà inter , Legambiente Versilia , Rete Donne in Nero – Italia , COMITATO RICONVERSIONE RWM , Punto Pace Napoli Pax Christi , Pax Christi Salerno , Il femminile è politico: potere alle donne , Rifondazione Comunista – Sinistra Europea , Anpi 7 martiri di Venezia , Sezione Anpi Erminio Ferretto di Mestre , Esodo associazione , Il richiamo del Jobél odv , Comitato Pace e Cooprezione Internazionale Comune , Arcisolidarieta’ Siracusa , Stonewall , Pax Christi Venezia Mestre , Gruppo Educhiamoci alla Pace – ODV , Centro di Pastorale Sociale e del Lavoro diocesi M , Casa degli Italiani , Sindacato Europeo dei Lavoratori , Mir Palermo , Donne per la Solidarietà , Gruppo di Democrazia Partecipata , Stella Maris Apostolato del mare , Associazione Genitori tarantini , Costruttori di Pace odv , Mani Rosse antirazziste. , Amici Silvestro Montanaro , Comitato Fermiamo la Guerra firenze , Rete Radie’Resch gruppo di Salerno , MO.Bici , Associazione kyrios , Ennio Cabiddu, Circolo Legambiente Amerino , Comitato Ass. per la Pace Diritti Umani Rovereto , Associazione per la Pace , ASSOCIAZIONE CULTURA DELLA PACE , Francesco Lo Cascio, Centro Gandhi , Libera Taranto , Agenzia per la pace , Casa per la pace Grottaglie , Associazione Umanista Culture in Movimento onlus , PeaceLink , Comitato Intercomunale per la Pace del magentino , Adriana De Mitri, Alberto Cacopardo, Alessandra Mecozzi, alessandro capuzzo, Alessandro Marescotti, Angelo Baracca, Angelo Cifatte, Anna Ferruzzo , Annamaria Bonifazi, Annamaria Moschetti, Antonello Rustico, antonio bruno, Antonio Ghibellini, Antonio Mazzeo, Cinzia Zaninelli, Dale Zaccaria, Domenico Gallo, Domenico Palermo, don Antonio Panico, don Marco Tenderini, Elio Pagani, Emanuele De Gasperis, Enrico Peyretti, Francesco Iannuzzelli, Fulvia Gravame, Gaia Pedrolli, Gianni Alioti, Giovanni Matichecchia, Giovanni Pugliese, giovanni scotto, Giuliana Dettori, Giustino Melchionne, gregorio piccin, Jason Nardi, Laura Tussi, loredana Flore, Luisa Morgantini, Marco Dalbosco, Marco D’Auria, Marco Trotta, Mariaclaudia Salvaggio , Massimo Wertmuller , Massimo Castellana, Mauro Biani, Michele Boato, nanè giuseppina, paolo candelari, Paolo Crosignani , Paolo Moro, paxchristi_paronetto@yahoo.com , Pierangelo Monti, Raffaello Zordan, Riccardo Iacona, rossana de simone, Suor patrizia Pasini, tiziano cardosi, turi palidda, Vittorio Agnoletto

Aderisci:

Adesioni dal 4 febbraio 2022: 1485 persone , 146 associazioni

Lettera Aperta ai Soldati Italiani

 

Cari soldati, care soldatesse

Come voi ho prestato servizio nelle forze armate di questo Paese. Sono uno tra gli ultimi a cui arrivò la cartolina. Per me il servizio militare è stato una parentesi. Ho avuto modo di capire che la caserma era una copia semplificata della società civile: noi soldati di truppa mandavamo avanti le officine, le mense, i trasporti, i servizi e la mastodontica burocrazia. Ma allora eravamo coscritti: i governi non potevano disporre liberamente della nostra vita per missioni di guerra oltre confine. Per farlo avrebbero dovuto assumersi la responsabilità di dichiararla, la guerra…Ed in quel caso io avrei fatto l’unica scelta per me possibile: disertare.
Perché la guerra l’avevo già vista in faccia da volontario civile, in Bosnia, e la sua puzza immonda ce l’ho ancora nelle narici.
I governi di questo Paese, per fare la guerra senza dichiararla, ignorare il diritto internazionale e la nostra stessa Costituzione, su precisa richiesta degli Stati uniti e della Nato si sono inventati i nemici di turno, “la guerra umanitaria”, “l’esportazione di democrazia” e hanno trasformato i soldati di truppa in volontari.
Che grande furbizia: quando i vostri colleghi tornano in patria in un sacco nero dalle spedizioni oltreconfine sono accolti da un grande ipocrita non detto: erano volontari, era il loro mestiere. Le responsabilità dei mandanti politici ed industriali di avventure militari fallimentari possono così sfumare.
Se invece i vostri colleghi tornano in patria e poi si ammalano gravemente o muoiono per l’esposizione all’uranio impoverito che la Nato ha riversato sui Paesi che doveva “salvare” il trattamento è ancora peggiore: “chi se ne frega” vi risponde il Ministero della difesa.
Ma che Paese è quello in cui un soldato deve sperare di andare in guerra per avere le indennità con con cui pagarsi il mutuo della casa o gli studi dei propri figli e figlie?
Alessandro Profumo, amministratore delegato di Leonardo, ha detto che le missioni a cui partecipa l’Italia sono la migliore vetrina per l’industria bellica nazionale mentre il ministro della difesa Guerini sostiene che questa industria è il pilastro della nostra politica estera.
Ecco, vi lusingano dandovi degli eroi, ma è chiarissimo che per loro siete soltanto carne da cannone, da mettere in vetrina, per fare grandi affari.
Anche per questo fanno di tutto per impedire che vi possiate sindacalizzare e organizzare.
In questo momento di grande tensione internazionale in cui sono in gioco la pace e relazioni economiche, commerciali, energetiche vitali per il nostro Paese i vostri colleghi dei reparti alpini sono presenti nei Paesi Baltici, i piloti dell’aeronautica stanno in Romania con gli Eurofighter, i marinai nel Mar Nero con fregate e cacciamine ed il previsto arrivo della portaerei Cavour.
Una follia: La Russia non ci sta minacciando così come non ci minacciavano i Paesi alle cui aggressioni abbiamo partecipato. Proprio oggi, 16 febbraio, all’incontro interministeriale della Nato, il ministro della difesa metterà a disposizione altri 2000 soldati, pronto a mandarvi per l’ennesima volta allo sbaraglio.
Ma voi, soldati e soldatesse, avete giurato fedeltà alla nostra Costituzione non agli interessi dei governi statunitensi o dell’industria bellica nazionale. E proprio perché in due guerre mondiali foste mandati a crepare per soddisfare il delirio di onnipotenza di governi infami e i fatturati di un ristretto gruppo di industriali, i nostri Padri costituenti scrissero nero su bianco, nella Costituzione su cui avete giurato, che “l’Italia ripudia la guerra”.
Il 19, il 20 ed il 26 febbraio saremo nelle piazze italiane per manifestare contro i venti di guerra che vengono fatti soffiare anche dal nostro/vostro governo. Manifesteremo per ribadire che vogliamo un’Italia neutrale e di pace, per chiedere il ritiro dei nostri contingenti già presenti ai confini con la Russia e per impedire che altri di voi vengano ammassati in un’azione provocatoria ed assurda.
Manifesteremo per rappresentare l’interesse concreto della maggioranza degli italiani e quindi manifesteremo anche per voi.
di Gregorio Piccin

Responsabile pace Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

Crisi Ucraina: una forte iniziativa dei pacifisti può scongiurare la guerra.

 

La cosa peggiore che potrebbe fare oggi un pacifista è quella di non occuparsi dell’Ucraina sperando che la crisi si sgonfi da sola.

L’altra cosa sbagliata è quella di non prendere posizione perché è un tema troppo spinoso e per timore di essere etichettati: troppo vicini a Putin o troppo vicini alla Nato.

Manifestazione per la pace

Il nostro ruolo di pacifisti non è quello di fare da spettatori ma di essere proattivi e di anticipare gli altri con proposte veramente indipendenti dalle superpotenze.
Non attendiamoci che questo ruolo lo svolgano i partiti politici, noi siamo più liberi dai condizionamenti.
Siamo noi che dobbiamo decifrare la realtà, sfrondandola dalla sua scorza propagandistica, e capire cosa è meglio fare nell’interesse della pace, avendo come primo obiettivo quello di evitare una guerra dalle conseguenze imprevedibili e comunque devastanti.

I pacifisti dovrebbero essere i primi a dire no a un coinvolgimento militare europeo anche nel malaugurato caso di invasione dei carri armati russi in Ucraina. Non vi fu coinvolgimento militare della Nato per le invasioni di Ungheria o Cecoslovacchia e non è comprensibile perché oggi si possa pensare di poter condividere posizioni bellicose del tipo: se la Russia invade l’Ucraina noi dobbiamo entrare in guerra contro la Russia sostenendo un’azione militare della Nato.
Chiariamo subito che l’Ucraina non fa parte della Nato e pertanto non vale il principio – previsto dall’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico – secondo cui “un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell’America settentrionale sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le parti” da cui può conseguire “l’uso della forza armata”.

Le regole della Nato

L’Ucraina ha fatto richiesta di entrare della Nato e di avvalersi quindi di questo formidabile strumento di “legittima difesa”. E una delle ragioni per cui Putin potrebbe accarezzare l’idea (folle e sciagurata) di un’invasione dell’Ucraina potrebbe risiedere proprio nel tentativo di bloccare l’adesione dell’Ucraina alla Nato.

Ma attenzione: l’adesione dell’Ucraina alla Nato è subordinata all’accettazione delle nazioni che aderiscono alla Nato stessa.
Basta il “no” di una sola delle nazioni per fermare l’adesione dell’Ucraina alla Nato. Infatti l’articolo 10 del Trattato Nord Atlantico subordina a un “accordo unanime” l’adesione di una nuova nazione alla Nato. Anzi, leggendo con attenzione quell’articolo 10, si può evincere chiaramente che si entra nella Nato solo se invitati: non basta farne richiesta. E si entra solo se invitati con “accordo unanime”. L’articolo 10 è particolarmente stringente.

Da questo punto di vista ha ragione Putin quando dice che l’adesione dell’Ucraina alla Nato può essere fermata e ha torto Biden quando dice che non si può limitare la libertà dell’Ucraina se decide di voler aderire alla Nato. Infatti il gioco è nelle mani della Nato (e di Biden) e non nelle mani dell’Ucraina. Basterebbe, ad esempio, che la Germania dicesse di no e l’Ucraina rimarrebbe fuori della Nato.
E’ imbarazzante fare un ripasso delle regole della Nato a chi ha è nella Nato, dimenticando o facendo finta di dimenticare cosa che è scritto nel Trattato del 1949.

Dopo questa premessa, è bene arrivare alla logica conclusione: se l’Ucraina alla Nato è fonte di grande tensione internazionale, allora la nostra posizione di pacifisti dovrebbe essere quella di premere sui governi della Nato perché non invitino l’Ucraina nella Nato.

L’obiezione a questa nostra posizione è prevedibile: senza inclusione nella Nato l’Ucraina rimarrebbe scoperta militarmente e senza capacità di difesa da un’invasione russa. E’ ragionevole questa posizione? No. E vediamo perché.

La crisi ucraina è molto simile alla crisi di Cuba del 1961

Cuba era minacciata (gli Usa avevano tentato un’invasione) e chiese all’Urss i missili per proteggersi. Cuba si sentì minacciata e reagì. Anche gli Stati Uniti si sentirono a loro volta minacciati e reagirono, mettendo in atto un embargo navale che violava il diritto internazionale. La similitudine con l’Ucraina, anche se a parti politicamente inverse, è impressionante (anche se va detto che nessuno a oggi ha documentato un piano di invasione russa, mentre quello americano ai tempi di Fidel Castro e di Che Guevara, era confermato).

Una Cuba integrata militarmente nell’alleanza sovietica era percepita come destabilizzante e Kennedy fu fermo nel bloccare questo, molto di più di quanto non abbia fatto Putin fin qui. Oggi Putin fa come Kennedy al tempo della crisi di Cuba.
A rileggere oggi la crisi di Cuba del 1961, mondata da ogni sovraccarico ideologico e da ogni passione dei tempi che furono, ci si rende conto che non c’erano buoni o cattivi, ma c’erano due opposte esigenze di sicurezza che andavano entrambe tutelate.

Non c’erano buoni e cattivi allora così come non ci sono buoni e cattivi oggi.
Ci sono ragioni geopolitiche che vanno comprese. Vorremmo avere ai nostri confini una nazione ostile e per di più alleata con altre nazioni a noi ostili? È così difficile capire? Così come Kennedy non voleva a Cuba una minaccia militare, così Putin oggi non vuole avere una minaccia Nato ai confini, con l’Ucraina che scalpita per riconquistarsi i territori che hanno dichiarato l’indipendenza sotto la spinta dei filorussi.

Evitare la guerra

C’è una sola cosa da fare oggi: evitare la guerra, così come venne fatto nel 1961. E per evitare la guerra occorre che l’Ucraina non entri nella Nato.
Ovviamente questa non inclusione dell’Ucraina nella Nato deve essere contrattata con una parallela inclusione dell’Ucraina in un sistema di sicurezza che preveda il distanziamento di tutte le minacce militari. Creando una zona di pace in cui gli osservatori internazionali garantiscano il costante monitoraggio della situazione, sviluppando al massimo il dialogo e la risoluzione nonviolenta dei conflitti insieme alla società civile. Quest’approccio è l’esatto opposto alle ambizioni pro-Nato dell’Ucraina , ma è anche particolarmente forte nel mettere alla prova la buona fede di Putin quando dice che non è sua intenzione avviare un’invasione dell’Ucraina.

L’approccio dei pacifisti alla crisi deve partire sempre dal fatto che è nostro compito saper comprendere le esigenze sicurezza del nostro avversario, perché – a ben vedere – sono anche le nostre, e non possiamo rivendicare la nostra sicurezza senza farci carico della sicurezza dell’avversario.

Occorre dire no alla guerra, anche se fosse una guerra per i “buoni”. E occorre dire no anche a forniture di armi all’Ucraina, così come ventilata da autorevoli esponenti ei verdi tedeschi. Perché in una guerra di questo tipo i “buoni” non esistono

In guerra i buoni non esistono

Uso questo termine – “buoni” – sempre per semplificare e in modo provocatorio.
Nella storia si è sempre fatto la guerra per aiutare i ‘buoni’. Non nascondiamocelo: questa è la trappola in cui rischiamo di cadere tutti. E il silenzio dei pacifisti, di noi pacifisti, sarebbe grave in questo momento. Se ci perdiamo alla ricerca dei buoni e dei cattivi (fermo restando il fatto che i neonazisti in Ucraina non sono affatto ‘buoni’ e sono una minaccia anche per l’Italia) perdiamo tempo alla scelta della parte giusta per cui tifare.

Come nella crisi di Cuba, con l’intervento anche di papa Giovanni XXIII, oggi occorre affermare l’imperativo prioritario della pace, scollegando questo imperativo da altri imperativi molto importanti (come la difesa dei diritti umani e della democrazia) che vanno giocati sui terreni della nonviolenza e non della deterrenza militare.
Le condizioni odierne e il panorama internazionale oggi consentono di tenere assieme pace, sicurezza e diritti umani senza ricorrere alla guerra e senza inasprire il confronto con un pericoloso poker in cui ognuno tiene coperte le sue carte. Occorre invece giocare a carte scoperte.

I pacifisti devono fare la prima mossa: la pace 

Sono preoccupato di una posizione attendista del movimento pacifista. Dobbiamo essere proattivi. La pace deve fare la sua prima mossa, prima che la faccia la guerra. Dobbiamo dire forte ciò che NON si deve fare in questa situazione critica. E ciò che non si deve fare oggi è includere l’Ucraina nella Nato o in una vendita di armi “difensive”.

I ‘buoni’ sono quelli dell’Ucraina? Secondo la Nato sì. Ma vendere le armi ai ‘buoni’ manda in soffitta definitivamente il criterio base della legge 185/1990 sul commercio delle armi che vieta la vendita di armi a tutti i paesi in conflitto. Quella legge non dice di “vendere le armi ai buoni e non venderle ai cattivi”. Occorre tirare le orecchie a quei verdi tedeschi che sembrano andare nella direzione opposta.
Se siamo liberi mentalmente dalla Nato e da Putin, siamo in grado di essere più credibili di chi invece deve mediare per ragioni politiche, per ragioni di consenso, per ragioni di sottomissione all’alleato più potente o per semplice conformismo.
Lo spirito di Gorbaciov – fare lui il primo passo del disarmo –  dovrebbe ritornare in campo, mettendo da parte la prova muscolare attuale. Chi abbandona il braccio di ferro – come fece Gorbaciov – è oggi il vero vincitore. E lo sarebbe anche il movimento pacifista se sapesse porre sul piatto la richiesta di smantellamento delle armi nucleari in Europa come contropartita per ottenere da Putin un impegno a lungo termine di pace per l’Ucraina.
Piuttosto che usare il bastone, occorre usare la carota, e la ragguardevole carota dello smantellamento delle armi nucleari dall’Italia, dalla Germania e da altre basi militari europee sarebbe sicuramente un contratto di mutua collaborazione fra USA e Russia che includerebbe come contropartita la garanzia della sicurezza dell’Ucraina. Se solo Biden sapesse seguire lo spirito di Gorbaciov che – facendo il primo passo – portò a un nuovo sistema di sicurezza basato sul disarmo nucleare.
Da questa crisi si può uscire con un atto di fiducia reciproca: smantellando le armi nucleari Usa in Europa in cambio di un impegno a garantire la sicurezza dell’Ucraina. Come avvenne nel 1961. Gli Stati Uniti rinunciarono a un’invasione di Cuba in cambio della rinuncia all’installazione dei missili a Cuba, e per di più Kennedy ritirò i missili Jupiter dalla Puglia e dalla Turchia.
Così si risolvono le crisi, ma a distanza di sessanta anni ci si dimentica di tutti e si continua a pensare che le prove muscolari servano.
Noi pacifisti  abbiamo memoria storica, e siamo la voce della pace. Facciamola sentire prima che i leader declamino le loro smanie di potenza o che – peggio ancora – i cannoni e i cingolati facciano sentire il loro frastuono.
Abbiamo oggi un alleato di grande prestigio: Papa FrancescoOggi abbiamo il privilegio di averlo accanto, a calcare le orme profetiche di Papa Giovanni. Se un seguito dovrò scegliere, non sceglierò la Nato, non sceglierò Putin, ma da laico sceglierò di andare al seguito di papa Francesco. In nome della pace.
Questo articolo di Alessandro Marescotti è uscito con un diverso titolo su Peacelink di ieri, 11 gennaio 2022.

(RI)IMMAGINARE UN FUTURO MIGLIORE:
intervista a Reiner Braun alla vigilia del Congresso Mondiale della Pace di Barcellona.

di Reto Thumiger

Pochi giorni prima del Congresso Mondiale della Pace 2021 a Barcellona parliamo con Reiner Braun, direttore esecutivo dell’International Peace Bureau (IPB) di come il movimento per la pace, i sindacati e il movimento ambientalista possono unirsi, del perché abbiamo bisogno di un congresso per la pace e dei giovani e perché ora è il momento giusto per farlo. Il congresso si svolgerà in una forma ibrida (in presenza e online) a Barcellona dal 15 al 17 ottobre.

Grazie per aver trovato il tempo per un’intervista, caro Reiner. Il tuo instancabile impegno per decenni a favore della pace ti ha fatto diventare una figura ben nota nel movimento pacifista. Spero che molte persone che non sono ancora attiviste leggeranno questa intervista e quindi vorrei chiederti di presentarti brevemente.

Reiner Braun: Sono stato coinvolto nella formazione del movimento per la pace a livello nazionale e internazionale per ben 40 anni, con responsabilità molto diverse: come membro dello staff dell’Appello di Krefeld negli anni ’80, come direttore esecutivo degli Scienziati Naturali per la Pace, poi della IALANA (Associazione di Avvocati contro le armi nucleari) e del VDW (Associazione degli Scienziati Tedeschi). Negli ultimi anni sono stato prima presidente e poi direttore esecutivo dell’IPB (International Peace Bureau) fino ad oggi. Ciò che è sempre stato particolarmente importante per me è di essere attivo nelle campagne contro le armi nucleari, per la “Stop Ramstein Air Base” e nella campagna “Disarmare invece di riarmare”. Ho avuto il grande piacere di partecipare a centinaia, forse migliaia, di piccole azioni e attività, ma anche a grandi eventi: le manifestazioni a Bonn contro la guerra in Iraq, Artists for Peace, ma anche gli incontri del Forum Sociale Mondiale. In sintesi, la pace ha avuto un’influenza decisiva sulla mia vita. Nonostante tutte le difficoltà, i problemi e le controversie, sono stati anni fantastici con persone incredibilmente interessanti e molta solidarietà e passione. Questo non cambia la mia convinzione che la situazione attuale sia non solo pericolosa, ma anche profondamente deprimente. Non stiamo forse vivendo nell’era prebellica di una nuova grande guerra con armi nucleari provenienti dalla regione indopacifica?

Abbiamo proposte a sufficienza per salvare il mondo

Il mondo è a un bivio fondamentale: scivolare nella catastrofe sociale ed ecologica con la politica dello scontro e della guerra, o trovare la via d’uscita, che descriverei come una fondamentale trasformazione di pace socio-ecologica. Aiutare a trovare vie d’uscita da questa situazione è il grande obiettivo del Congresso Mondiale dell’IPB. Si tratta delle grandi sfide del nostro tempo. Non si tratta del centesimo documento strategico – abbiamo proposte a sufficienza per salvare il mondo. Si tratta piuttosto dei soggetti del cambiamento e della costruzione di coalizioni e di azioni sempre più internazionali in rete. Le persone plasmano la storia: è questo che il congresso vuole incoraggiare. Come possono unirsi il movimento per la pace e i sindacati, il movimento ambientalista e quello pacifista? Quali sono i contributi dei nuovi attivisti di Fridays for Future al movimento per la pace, senza strumentalizzarli e distrarli dalle loro preoccupazioni? Sono domande a cui il congresso vuole rispondere insieme a tutti coloro che sono coinvolti nei vari movimenti.

Questo congresso dovrebbe essere internazionale e con una grande diversità. Sarà modellato tematicamente dall’Asia, il continente del futuro e forse dovrei dire anche il continente di future guerre ancora più grandi. Il confronto della NATO con la Russia, le armi leggere e l’America Latina, le conseguenze della pandemia sulla pace, ma anche l’Australia e i nuovi sottomarini nucleari sono alcuni dei punti centrali.

Come può il sogno di un mondo pacifico e giusto diventare realtà?

Reiner Braun: Accordi e risoluzioni per fermare la base aerea di Ramstein
2020 (Foto: ra13mstein-kampagne.eu)

Le sfide di genere e l’oppressione dei popoli indigeni sono questioni che hanno sempre a che fare con la guerra e la pace.
Naturalmente le richieste di disarmo, un mondo senza armi nucleari, la risoluzione pacifica dei conflitti e l’educazione alla pace sono componenti importanti del Congresso Mondiale. Ma tutto è subordinato a quanto espresso dalla canzone “Imagine” di John Lennon: come può il sogno di un mondo pacifico e giusto diventare realtà? Cosa possiamo fare tutti insieme per questo, da qualunque parte veniamo, qualunque cosa pensiamo, qualunque cosa abbia plasmato la nostra vita finora? Abbiamo bisogno di unirci in azioni più frequenti, più grandi e internazionali per il futuro. Dobbiamo abbandonare il letargo, lo status di osservatore.

È probabilmente qui che entra in gioco il titolo del congresso: “(Ri)immaginare il nostro mondo: azione per la pace e la giustizia”?

Sì, questo titolo ha lo scopo di ricordare ed evocare visioni e di chiamare all’azione: tu da solo puoi essere troppo debole, ma insieme possiamo farcela. Non è scontato che le grandi corporazioni e la politica dei governi ci portino nell’abisso. Si tratta quindi anche di un congresso di giovani e di incoraggiamento, senza farsi illusioni su quanto saranno dure le lotte. Non solo abbiamo progettato autonomamente diverse attività della gioventù IPB al congresso, ma il 40% di tutti i relatori ha meno di 40 anni.

La partecipazione ibrida è possibile fino all’ultimo minuto e Barcellona vale sempre il viaggio

Le 2.400 iscrizioni online e offline da finora 114 paesi ci danno coraggio e fiducia che ci stiamo avvicinando ai nostri obiettivi.
Tutti i dettagli del programma, la sua diversità e pluralità, la sua internazionalità e la sua competenza si possono trovare sul sito web. Lì troverete anche le descrizioni dettagliate dei quasi 50 workshop, degli eventi collaterali e culturali e un invito alla cerimonia di consegna del Premio MacBride il sabato sera.
Vale davvero la pena di dare un’occhiata a tutto questo. Posso immaginare che alcuni di voi diranno: vorrei esserci anch’io. La forma ibrida è possibile fino all’ultimo minuto. Barcellona vale sempre un viaggio e partecipare online porterà sicuramente nuove intuizioni e forse anche un po’ di nuova forza per la pace.

Senza superare il capitalismo, non raggiungeremo né la pace né la giustizia globale e climatica

Se gli ultimi anni ci hanno insegnato qualcosa, è che i grandi problemi, le grandi minacce per l’umanità sono molto complessi e interconnessi. I singoli paesi o regioni sono impotenti contro di essi. Questo significa che abbiamo bisogno di soluzioni coerenti e di cooperazione internazionale. Quello che stiamo vivendo è purtroppo il contrario

Il pensiero della complessità, delle interconnessioni e, aggiungerei, della dialettica è spesso andato perso a favore di una semplificazione in bianco e nero e resistente ai fatti. Politicamente, questo approccio viene anche usato di proposito per negare la dimensione delle sfide e per chiedere una continuazione delle cosiddette riforme. Ciò di cui abbiamo effettivamente bisogno – so che è fuori moda usare questa parola – è una rivoluzione: una trasformazione fondamentale e, aggiungerei, democraticamente partecipata di tutti i rapporti di dominazione, potere e proprietà, incluso un rapporto completamente nuovo con la natura. Sembra una parola d’ordine, ma le interviste sono così: senza il superamento del capitalismo, non raggiungeremo né la pace né la giustizia globale e climatica.

Jean Jaures aveva già formulato questo concetto in modo originale nel 1914, quando sottolineava che il capitalismo porta in sé la guerra, come le nuvole portano la pioggia. Non risolveremo la sfida del clima senza mettere alla prova l’ideologia della crescita e questo contraddice fondamentalmente le necessità di accumulazione capitalista e gli interessi di profitto. Nessuno dovrebbe credere che una giustizia globale sia realizzabile senza andare alle fondamenta del potere e dello sfruttamento corporativo.

Sono convinto che i cambiamenti dovranno essere e saranno molto più profondi e fondamentali

Ciò di cui abbiamo bisogno ora e subito è la cooperazione, una politica di sicurezza comune – questa è una dichiarazione di guerra a Biden e alla NATO – perché solo allora possiamo aprire strade per costruire un futuro pacifico ed ecologico.

Sono profondamente convinto che i cambiamenti dovranno essere e saranno molto più profondi e fondamentali. La discussione su questo è certamente necessaria, ma non deve impedirci di fare insieme i primi passi, prendere delle misure, compiere delle azioni urgenti, soprattutto con i molti che non condividono la mia posizione. Una discussione senza esclusioni e tabù, ma con molta comprensione per l’altro è necessaria se vogliamo raggiungere una trasformazione fondamentale in modo partecipativo e quindi rendere la pace più sicura.

Dobbiamo superare rapidamente l’isolamento che si è creato in seguito alla crisi del covid a favore di un’azione solidale. In Europa siamo di fronte a una possibile fine della pandemia, ma in altre parti del mondo non è così. È il momento giusto per un congresso internazionale della pace?

Sappiamo bene quanto siano state grandi le sfide per questo congresso nelle condizioni dettate dalla pandemia durante tutto il periodo di preparazione. Voglio essere chiaro: non c’è momento migliore, non solo perché un tale congresso mondiale è assolutamente necessario a livello politico. La ragione più importante è che abbiamo un urgente bisogno di superare, rapidamente e in modo solidale, l’isolamento che è sorto a seguito della crisi causata dal covid, a favore di azioni di solidarietà. Dobbiamo tornare nelle strade e nelle piazze. In forma digitale ci siamo mossi insieme; ora questo deve diventare anche più visibile politicamente. Dopo 18 mesi di limitazioni imposte dalla pandemia, c’è davvero un enorme interesse a incontrarsi, scambiarsi idee, abbracciarsi e salutarsi di nuovo. Abbiamo bisogno di questa empatia. Spero che raggiungerà anche coloro che parteciperanno online. Abbiamo bisogno dell’atmosfera di un nuovo inizio e spero che il congresso contribuisca a crearla.

Parteciperanno Lula, Vandana Shiva, Jeremy Corbyn, Beatrice Finn e molti altri…

Il congresso è certamente un esperimento nelle sue molte forme ibride, ma significativo e pieno di speranza. Sono abbastanza convinto che i formati ibridi – in presenza e on line – saranno il sistema del futuro. Permettono una vasta rete internazionale.

Nel programma sono annunciati alcuni grandi nomi. Chi ti aspetti di incontrare di persona e chi in collegamento video?

Tutte le “celebrità” annunciate nel programma saranno presenti, alcune on line come l’ex presidente brasiliano Lula e Vandana Shiva, altre in loco come Jeremy Corbyn e Beatrice Finn. I relatori centrali delle plenarie di sabato e domenica interverranno di persona. Alcuni workshop molto interessanti come quello su AUKUS saranno online, i workshop sulle armi nucleari o sulla sicurezza comune avverranno in una forma mista.

Ci saranno certamente ampie occasioni di scambio e di discussione. Per non dimenticare il raduno pubblico con tutti i partecipanti all’evento di apertura, dove formeremo il simbolo della pace con i nostri telefoni cellulari.

I cambiamenti fondamentali non hanno bisogno solo di personalità eccezionali, ma costituiscono una sfida per tutti noi. Perché un attivista che non si occupa di pace o una persona che non è socialmente o politicamente attiva dovrebbe partecipare al congresso?

Già al momento dell’iscrizione al congresso, abbiamo notato la diversità dei partecipanti. Non solo perché provengono davvero da diverse parti del mondo, ma anche perché sono diversi nel loro impegno. Tutti condividono le idee di base della grande trasformazione socio-ecologica della pace. La pace è impensabile senza giustizia globale e giustizia climatica e non ci sarà giustizia climatica senza la fine delle guerre e dei conflitti armati. Sono due facce della stessa medaglia. Vogliamo approfondire questi pensieri e renderli più fattibili. Vogliamo chiarire che le condizioni di natura sono anche sempre relazioni di dominio e di potere, che devono essere superate o democratizzate e modellate in modo partecipativo nella e per la pace.

Quali sono le possibilità di partecipazione (in loco e online) e quali le lingue utilizzate? E soprattutto, quali sono le opportunità di partecipazione attiva?

L’organizzazione indipendente è la sfida del design online. Per questo abbiamo acquisito un sistema tecnico che permette la discussione individuale, lo sviluppo di piccoli gruppi, la presentazione di poster e documenti e anche lo scambio individuale. Non è certamente quello che i partecipanti sperimenteranno sul posto – anche al di là del programma ufficiale – ma crea molto spazio per la comunicazione. Le lingue principali saranno l’inglese, il catalano e lo spagnolo. Ma in caso di dubbio, donne e uomini possono comunicare anche con mani e piedi.

Il congresso stesso è un incontro di rete comunicativa e tutti andranno a casa con molte nuove impressioni ed esperienze – ne sono abbastanza sicuro.

Reiner Braun – Foto di C. Stiller

Infine, una domanda personale. Come riesci a mantenere il tuo impegno e la tua fiducia in questi tempi? Che cosa ti dà speranza?

La fiducia e l’ottimismo vengono dalla mia profonda convinzione che le persone scrivono la storia e che la storia può essere influenzata e persino determinata dalle loro azioni. Voglio partecipare a questo e non essere un “agnello sacrificale passivo” di altri. Mi sento parte di una comunità mondiale basata sulla solidarietà – alla quale è anche permesso qualche volta di litigare – che vuole ottenere un mondo migliore, pacifico e giusto. Nella mia vita, ho sperimentato tanta solidarietà e unione nelle diverse azioni, ho incontrato molte persone che hanno affrontato con coraggio le condizioni più difficili e questo mi ha influenzato e anche formato.

Questo sentimento di solidarietà, questa comprensione di una comunità di persone che pensano e agiscono in modo simile non rende facili, ma almeno più sopportabili le battute d’arresto e anche le dolorose sconfitte politiche, dà speranza e fornisce una bussola per il futuro anche in momenti di grande difficoltà e incertezza.

Non ci riesco a lasciar perdere. Rinunciare non è un’opzione, perché non posso e non voglio rinunciare a me stesso. La dignità – soprattutto nelle difficoltà, nei conflitti e nelle sconfitte – è qualcosa che ho sempre ammirato e che rende i successi ancora più preziosi.

Per me il capitalismo non è la fine della storia. Rispetto ai miliardi di altre persone su questo pianeta, io sono ancora in una situazione privilegiata e vorrei fare in modo che anche gli altri vivano meglio e che l’ambiente sia preservato. La pace con la natura è anche una sfida personale.

Cosa c’è di meglio che lavorare insieme a molti altri per una vita migliore, per la giustizia e la pace? Questo rende felice anche me.

Clicca qui per registrarti: https://www.ipb2021.barcelona/register/

Sabato 16 ottobre dalle 11:30 alle 12:00 Pressenza organizza un workshop sul giornalismo nonviolento.

Traduzione dal tedesco di Thomas Schmid. Revisione di Anna Polo

Thanks: questa intervista è apparsa su Pressenza il 12.10.2021
In Copertina: Reiner Braum, direttore esecutivo dell’International Peace Bureau – Foto: ramstein-kampagne.eu, 2020.

UN PUNTO DI VISTA PACIFISTA SULL’AFGHANISTAN.
Smontare la post-verità fatta di bugie utili alla “guerra umanitaria”

La nostra voce contro la guerra non è stata forte, doveva esserlo di più. Ai talebani va chiesto il rispetto dei diritti umani, a Biden la chiusura della prigione di Guantanamo.
Destabilizzare l’Afghanistan significherebbe la crescita del terrorismo dell’ISIS, i recenti attentati siano di monito: Il movimento per la pace ha il compito di elaborare un suo punto di vista sui grandi eventi dell’umanità. Lo fece durante la guerra del Vietnam, ha il compito di farlo oggi con la guerra dell’Afghanistan.

Nel 1975, quando finì la guerra del Vietnam, la disfatta militare americana venne salutata come un evento positivo. Non solo per la disfatta in sé, ma per la lezione che essa comportava verso la leadership americana che per quindici anni non tentò, fino alla guerra dell’Iraq, altre avventure militari.
Oggi occorre constatare che il delirio di onnipotenza americano di plasmare il mondo è fallito, almeno per ora. Ed è una cosa positiva che sia finito questo delirio di onnipotenza che alimentava la guerra infinita. E’ stato evidente il collasso di un governo fantoccio che, dopo aver prosciugato una parte degli oltre duemila miliardi bruciati in questa guerra ‘democratica”, si è sbriciolato in pochi giorni. In pochi giorni venti anni di menzogne si sono polverizzate. Oggi i militari americani si tolgono la vita e i suicidi dei marines costituiscono uno dei più gravi problemi della società americana.

I presunti passi in avanti della società afghana non venivano difesi da nessuno, se non da quell’elite predatoria che aveva sottratto al popolo gli aiuti civili e che ha chiesto un corridoio umanitario per scappare perché non ha la coscienza a posto.
millantati progressi della società afghana sono emersi in tutta la loro vergognosa falsità negli Afghanistan Papers. E questi ultimi da molti non sono conosciuti proprio perché questa è stata una guerra “democratica”, appoggiata da Fassino e D’Alema, su cui è stata costruita una narrazione a cui non corrispondeva la realtà.

Oggi la realtà emerge e ci dice che siamo stati tutti avvolti da una nube invisibile di informazioni narcotizzanti, le quali hanno addormentato anche parti importanti del movimento pacifista che non ha chiesto con la sufficiente determinazione il ritiro dei contingenti militari. Avevamo di fronte una raffinata forma di imperialismo che utilizzava i diritti umani per giustificare l’estensione della Nato fuori dalla sua area geografica originaria, delimitata nell’articolo 6 del Trattato del 1949.
Questo significava una proiezione delle forze armate oltre una funzione difensiva, prefigurando lo strumento militare come forma di tutela dei propri interessi geostrategici, lontano dai propri confini e vicino alle fonti e ai corridoi energetici.

Gino Strada sull’Afghanistan era stato chiaro, anzi chiarissimo, nel porsi contro questa guerra.
Ma
molti di noi non hanno avuto quel coraggio di dire le cose in modo scomodo e sgradevole, come sapeva dirle lui. Avevamo troppa paura di essere definiti talebani e non abbiamo fatto abbastanza nel perseguire la fine della guerra.
E così la guerra è stata fermata non sull’onda di una battente campagna di opinione pacifista ma sulla base di una valutazione realistica fatta dagli Stati Uniti, condotta a termine da Joe Biden che ha deciso quel ritiro che Fassino e D’Alema hanno sempre ritenuto un tabù.

La nostra voce di pacifisti non è stata forte, doveva esserlo di più. Eanche oggi non è che sia bellissimo trovare la firma di Piero Fassino su appelli co-firmati da autorevoli associazioni pacifiste.
Ecco come Fassino si opponeva al ritiro e “valutava” l’uso delle bombe in Afghanistan: «quello delle bombe è un aspetto che deve essere esaminato e valutato da chi ha le competenze, cioè dai vertici delle Forze Armate e di chi ha il comando operativo in quell’area». (L’Unità, 12 ottobre 2010)

Non abbiamo chiesto con la sufficiente determinazione la fine della missione in Afghanistan e per non averla chiamata con il suo nome: occupazione militare. A cui si sono accompagnate condizioni di detenzione vergognose, fuori dai principi della Convenzione di Ginevra, Guantanamo in primis.
Sono stati violati i diritti umani più e più volte (lo ha documentato l’ONU) ma per molti era la nostra una missione di civiltà.
E’ stata messa in atto in questi anni una persecuzione terribile verso chi ha rivelato segreti militari per raccontare la verità della guerra: Assange, Manning, Snowden.
E non lo è stata, perché alzare la voce significava essere posti ai margini della vita pubblica, con la terribile accusa di essere un fiancheggiatore dei terroristi. E’ stata fatta un’enorme confusione fra talebani e terroristi. Questo è ciò che è avvenuto.
La fine di vent’anni di guerra e di menzogne è oggi una liberazione, è un evento, ed è un evento positivo.
I talebani hanno resistito ad un’occupazione militare.
Il collasso in pochi giorni del regime fantoccio – creato dagli Stati Uniti e dalla NATO – pone fine a venti anni di bugie e di illusioni.

La post-verità sull’Afghanistan

La post-verità (post-truth) è la costruzione di una visione della realtà in cui i fatti verificabili (in questo caso, quelli  sull’Afghanistan) diventano secondari. La verità oggi viene considerata una questione di secondaria importanza, e così anche i fatti.
Secondo l’ Accademia della Crusca: “Nella post-verità la notizia viene percepita e accettata come vera dal pubblico sulla base di emozioni e sensazioni, senza alcuna analisi concreta della effettiva veridicità dei fatti raccontati: in una discussione caratterizzata da “post-verità”, i fatti oggettivi – chiaramente accertati – sono meno influenti nel formare l’opinione pubblica rispetto ad appelli ad emozioni e convinzioni personali”. the afghanistan papers
Sull’Afghanistan è stata costruita un post-verità
. I più sprovveduti hanno vissuto di illusioni, in attesa di un miglioramento dell’Afghanistan grazie alla missione NATO, i più maliziosi hanno alimentato quelle illusioni con un mare di menzogne costruite a tavolino, come documentano i documenti desecretati di recente: gli Afghanistan Papers.

Oggi è venuto il momento di riscattarci per quello che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto.
E oggi che cosa possiamo fare?
Riportare al centro l’ONU, dopo il fallimento della NATO.
Occorre prima di tutto essere chiari: la strategia dell’Occidente non può essere quella di destabilizzare l’Afghanistan per una sorta di rivincita. Destabilizzare l’Afghanistan significa favorire la crescita del terrorismo dell’ISIS che cerca – lo si è visto con i recenti attentati – di puntare alla destabilizzazione dell’Afghanistan per insediarsi pericolosamente.

Quello che dobbiamo chiedere all’Afghanistan è la fine delle coltivazioni di oppio che hanno fatto dell’Afghanistan un narcostato, e su cui gli occupanti occidentali hanno chiuso un occhio. E’ un tumore economico che alimenta una metastasi mondiale a cui occorre porre rimedio.
L’altro nemico è la povertà, che favorisce la misera condizione della donna e la sua mancata emancipazione. E qui occorre una forte pressione perché il nuovo governo apra spiragli di novità rispettando le promesse fatte nella prima conferenza stampa sui diritti umani.

Un altro grande nemico è la guerra, che anche l’Italia ha alimentato. Abbiamo puntato su ciò che creava il problema e non sulla sua soluzione. Il rapporto con il nuovo governo afghano deve essere improntato sulla pace, oltre che sul rispetto dei diritti umani fondamentali.

Occorre cambiare strada e noi, come pacifisti, possiamo avere la voce libera per indicare una strada che vada nell’interesse del popolo afghano e non delle lobby militari che in questi venti anni hanno dominato la scena.
E, come gesto simbolico ma concreto, possiamo e dobbiamo esigere la chiusura della prigione di Guantanamo. Perché il medioevo è lì.
Se ai talebani va chiesto il rispetto dei diritti umani, come è giusto che sia, occorre che l’esempio parta da noi, chiedendo agli Stati Uniti la chiusura della prigione di Guantanamo, simbolo della violazione occidentale dei diritti umani [vedi Campagna Guantanamo di peacelink]

Nota: questo articolo è già uscito sul sito di Peacelink il 27.08.2021

In copertina: Soldato americano in Afghanistan (licenza Creative Commons)

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