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Donne: ne uccide e ne salva più la lingua

 

Ho qui davanti a me i pieghevoli colorati di rosa e di rosso relativi a conferenze e incontri del 25 novembre e dintorni, i fogli con gli appunti che ho preso, le foto di alcuni libri usciti di recente: tutti dedicati al tema della lotta alla violenza sulle donne. Uso la parola tema nella accezione di significato per cui credo stia andando tanto di moda sui media: “dal greco théma, argomento che si vuol proporre, soggetto di uno scritto, un ragionamento, una discussione” come recita lo Zingarelli.

Il tema della violenza sulle donne nei giorni scorsi ha riempito anche i palinsesti delle reti tv insieme agli spot sul Black Friday, è la ruota che gira nel percorso ciclico dei riti social(i). Voglio glissare  però sull’appiattimento delle notizie a cui siamo condannati a rischio di assuefazione e valorizzare invece un paio di eventi a cui ho assistito. La loro qualità mi spinge a darne conto perché più li penso più mi restituiscono il valore di una battaglia di civiltà.

L’evento più recente è avvenuto mercoledì, ultimo giorno di novembre, alle Opere Parrocchiali di Poggio Renatico: su invito del Club Rotary locale sono intervenute in qualità di relatrici Giulia Trombelli e Nina Komadina, laureate in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l’Università di Trieste, nonché impegnate nel direttivo di Koliba, un collettivo online composto da ragazzi sotto i trent’anni che si occupano di informazione e divulgazione culturale sui social.

Insieme hanno presentato il libro di Valeria Fonte Ne uccide più la lingua. Il sottotitolo Smontare e contestare la discriminazione di genere che passa per le parole spiega eloquentemente lo scopo del testo.

Preparatissime, hanno inondato la platea con slide piene di statistiche e con informazioni e considerazioni critiche sulla violenza ai danni delle donne, sulla retorica con cui sono costruiti gli stereotipi linguistici, allargando la visuale dal libro a una vasta letteratura dedicata alle discriminazioni di genere.

Si sono rivolte a una sala piena di persone di ogni età, sapendo coniugare al quadro esposto poco prima riferimenti concreti alla esperienza di tutti, suggerendo il confronto tra le mentalità delle diverse generazioni presenti.

In particolare hanno suscitato gli interventi su frasi tratte dal libro come queste: “E tu perché hai fatto questo video?”, “Potevi dire di no, “Le vere molestie sono altre”, “Sei troppo aggressiva, calmati”, evidenziando la violenza che vi è sottesa: la violenza che relega le donne dentro le sbarre degli stereotipi, che le vogliono sensuali, prive di rabbia, pronte a colpevolizzarsi e soprattutto subalterne.

In ottemperanza alla tesi del libro di Valeria Fonte hanno fatto i conti con la “misoginia dei discorsi”, mettendo sotto la lente di ingrandimento il potere di certe parole ed espressioni come violenza maschile e patriarcato, paura e cultura dello stupro, che, liberate dalle incrostazioni semantiche degli stereotipi, vanno ricondotte al loro significato autentico e rivelatore.

Ora passo dal plurale donn-e al singolare, modificando la parte finale della parola mediante la desinenza –a. Resta intatto il tema della parola, che in linguistica si definisce come “ la forma ampliata o meno con cui si presenta la sua radice” (da Oxford Languages), ovvero la sua parte persistente nel sistema della lingua.

Armata di questa seconda accezione del termine entro nel bel romanzo di Viola Ardone, che ha per titolo un nome di donna, Oliva Denaro. Scelgo una pagina dove Oliva, dopo avere subito la violenza del suo” innamorato” al paese, deve decidere se accettare il matrimonio riparatore oppure se denunciare l’oltraggio che l’ha disonorata.

Si sente sola ed emarginata dal “coro paesano”, mai come ora che ha sedici anni ha ben compreso quale ingiusta discriminazione la penalizza rispetto all’altro sesso. Pensa al fratello gemello con cui è cresciuta: ”Se fossi nata maschio come Cosimino, avrei potuto restare con me stessa e non appartenere a un uomo. Invece sono nata al femminile e il femminile singolare non esiste”.

Proprio il 25 novembre son andata a incontrare la scrittrice Viola Ardone a Ferrara presso l’Aula Magna della facoltà di Giurisprudenza. Ho condiviso l’evento con circa duecento studenti del Liceo Ariosto venuti a incontrare l’autrice napoletana intervistata dai loro compagni del gruppo Galeotto fu il libro su Oliva Denaro, il suo ultimo romanzo.  Le classi che si sono avvicendate in due turni hanno portato dei contributi originali: brevi filmati sui contenuti del libro, locandine e disegni coloratissimi che vengono proiettati nel corso delle interviste.

Ascolto gli interventi dei ragazzi “Galeotti” che stanno attorno alla scrittrice le rivolgono a turno le domande e le considerazioni che hanno condiviso tra loro e con le insegnanti: domande che sono andate in profondità sugli aspetti forti del romanzo, sul percorso di formazione della protagonista che vuole essere libera in un momento storico, la Sicilia degli anni ’60,  in cui nascere donna è una condanna.

Sugli altri temi che vi si intrecciano, i rapporti dentro la famiglia, il valore della scuola; sulla struttura narrativa, sui personaggi e sul contesto culturale non solo siciliano del secolo scorso contrassegnato  dalle battaglie per i diritti civili. Anche loro fanno molte osservazioni sul linguaggio, citano la maestra di Oliva che nel libro ripete “le parole sono armi non solo quelle difficili, anche quelle ordinarie, che ballano in bocca agli ignoranti”. Leggono passi in cui la protagonista prova su di sé il potere che hanno gli stereotipi, i retaggi culturali che le parole trasmettono come frecce acuminate.

Mi piacciono una volta di più questi giovani liceali che ho frequentato a centinaia facendo l’insegnante per quasi quarant’anni, una volta usciti dal Liceo fanno studi come quelli di Giulia e di Nina, leggono testi che non conosco e me ne trasmettono il valore. Mi domando quanto sia cresciuto il loro numero un anno dopo l’altro, quale incidenza possano avere sulla circolazione di idee più giuste. Quali visioni del mondo vadano ad aprire le loro parole tanto consapevoli.

Per finire l’incontro e salutare la loro ospite, si alzano in piedi ragazze e ragazzi della prima fila e pronunciano passandosi il microfono una frase ciascuno. Le frasi riprendono un modo di esprimersi di Oliva nei momenti decisivi della sua storia:

“Io sono favorevole al riscatto”
“Io sono favorevole al consenso”
“Io sono favorevole al rispetto reciproco”
“Io sono favorevole alla sorellanza tra le donne per affrontare ogni tipo di sopruso”

“Io non sono favorevole alla sottomissione”
“Io non sono favorevole alla vergogna”
“Io non sono favorevole alle ingiustizie”
“Io non sono favorevole alle libertà che si prende un uomo sul corpo di una donna”.

Infine tutti insieme “Il femminile singolare dipende da noi”.

Anche Viola Ardone è insegnante. Insegna Italiano e Latino in un Liceo della provincia di Napoli e qui oggi ha verificato quanto sia passata la sua lezione di grammatica. Mentre si alza per ringraziare e salutare a sua volta mi accorgo che si sta asciugando gli occhi.

Nota bibliografica:

– Valeria Fonte, Ne uccide più la lingua. Smontare e contestare la discriminazione di genere che passa per le parole, De Agostini, 2022
– Viola Ardone, Oliva Denaro, Einaudi, 2021

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari di Roberta Barbieri nella sua rubrica Vite di cartaclicca [Qui]

DI MERCOLEDI’
Ancora maschere (e mascherine)

Ci ho proprio azzeccato. Come lettrice, intendo. Sono arrivata a pagina 290 del romanzo di Sandro Veronesi Il colibrì ed è rispuntato fuori il personaggio carsico di Duccio Chilleri: vestito di un abito nero piuttosto malandato, col volto pieno di grinze e i denti gialli, con la schiena curva e l’aspetto complessivo di un vecchio. Nel numero scorso dicevo di questo personaggio che mi ricorda Rosario Chiarchiaro, il protagonista de La patente, novella e atto unico di Pirandello. Entrambi portatori di iella. Questo Duccio rispunta fuori, dicevo, e ammette di essere  diventato uno iettatore di mestiere, proprio come Rosario. Di averlo fatto per poter sopravvivere al disdoro generale e poter guadagnare, portando iella a pagamento. Come Rosario.

Poi nelle pagine  finali del romanzo ho trovato l’elenco delle citazioni e dei rimandi ad altri testi; di solito si chiamano Ringraziamenti ma Veronesi, che li svela con piacere (il piacere di mostrarsi in qualità di lettore), li definisce Debiti. E’ stato come consultare le soluzioni che sulla Settimana enigmistica sono stampate in fondo al giornaletto e bisogna rovesciare le ultime pagine per leggerle. Mi sono sentita confortata per averci visto giusto a mettere in coppia Duccio e Rosario. Sì, ma quanti altri rimandi non ho colto. Capisco ogni volta di più che il ruolo del lettore dà molto da fare, soprattutto quando l’autore, come in questo caso, spazia tra i libri di un universo letterario di grande spessore. Viene fuori alla fine che ha consapevolmente intrecciato alle sue alcune figure e situazioni di altre galassie narrative. Come piacerebbe a Calvino, ha incrociato i destini di personaggi provenienti da libri diversi. Non a caso il suo protagonista, ‘il colibrì’ Marco Carrera, è un abile giocatore di carte!
Quello che mi preme qui richiamare è il peso della ‘maschera’ che portano addosso i due iettatori, una ‘maschera-destino’, che essi incamerano per sopravvivere.

Mercoledì scorso al mercato del mio paese ho visto moltissimi di noi indossarne una, una ‘mascherina’ devo dire; io stessa esibivo quella chirurgica che dal lato esterno è azzurra. Inoltre sui banchi di molti venditori erano in bella mostra altri modelli di mascherine anti Covid leggere e colorate. Ho cominciato a percepire quanto rendessero diverso il paesaggio della piazza. Mascherine ovunque, in movimento sui volti delle persone, oppure ferme in esposizione, in attesa di essere acquistate. In un banco accanto al settore per adulti ho notato tutto un repertorio di mascherine per bambini, una buona prova di astuzia commerciale e fantasia. C’erano infiniti colori e disegni sui piccoli rettangoli di stoffa, ‘lavabile’ diceva una cartello; c’erano i personaggi dei cartoni animati che i bambini seguono sui cellulari, sui tablet o alla tv.

La mascherina come parte del nostro look. Mi viene in mente la foto che agli inizi dell’estate circolava sui social e mostrava ‘il trikini’: un coordinato per la spiaggia formato dal classico due  pezzi più un terzo pezzo, la mascherina. Dobbiamo riconoscere che, associata così all’idea di bellezza e di glamour, essa porta con sé un significato più leggero, allude a qualcosa che ci viene dato in termini di immagine e non a ciò che il Covid ci ha fin qui tolto: sicurezza, libertà e altri paroloni.
L’immagine che diamo di noi stessi, però, va incontro ai suoi rischi.
Diciamo che incontrando la gente del paese mercoledì ho visto tre diverse reazioni.

C’è chi ti riconosce al primo sguardo e ti apostrofa con sicurezza, come se la mascherina non costituisse un paravento, ma un biglietto da visita. Come fosse un fattore che aumenta la leggibilità della tua persona. Come farà? Saprà riconoscere i gesti o i vestiti, la corporatura, i capelli. Io credo che il portamento sia ciò che ci svela.

Il secondo modo di incontrarsi è invece indeciso. Ci si guarda e si accenna a proseguire, poi quando la distanza interpersonale (che veniva chiamata “sociale” durante il lokdown) diventa quella giusta, le battute da una parte e dall’altra sono più o meno queste: “Ah, scusa, sei tu. Mi pareva, ma poi non ero sicura”. “Anch’io ti guardavo, ma con queste mascherine non si conosce più nessuno”.

Il terzo è presto detto: vedi la persona che ti conosce evitare il tuo sguardo e, complice una leggera distanza da te, accelerare il passo. Non ti ha proprio vista. Oppure sa che per colpa della mascherina sei meno in evidenza nel suo raggio visivo e questo costituisce una scusante, è un piccolo alibi che le permette di tirare diritto.

Letteratura vieni avanti. Porta i tuoi personaggi di carta, i Chiàrchiaro e i Chilleri, con le maschere che sono state stampate sul loro volto. Ci è utile osservarli e chiederci se un analogo destino riguarda anche noi. Ma certo, mi sento di rispondere. Chiàrchiaro è uscito dalla penna del suo autore nel 1911, Chilleri dopo oltre un secolo nel 2019 e ci ha trovati ancora affezionati ai pregiudizi, alle opinioni comode, che è faticoso mettere in discussione.

Nel numero 12 del 26 settembre il quotidiano Domani  apre la prima pagina con l’articolo La legge del più forte: omofobia in presa diretta, firmato da Jonathan Bazzi, uno degli autori finalisti all’ultimo Premio Strega col romanzo Febbre. Dopo aver riportato l’ennesimo episodio di omofobia ai danni del suo compagno, Bazzi afferma di avere provato anche sulla propria pelle che “la cultura omotransfobica è rigogliosa e trasversale, gode di ottima salute”,  per cui “i corpi dei non allineati sono esposti ai sinistri di un sistema che si ritrova ovunque”, anche nelle strade di Milano nel 2020, dove il suo compagno è stato pesantemente insultato da un gruppo di adulti. L’auspicio, con cui chiude l’articolo, è che in Italia si arrivi presto a una legge contro misoginia e omotransfobia che ponga le basi per “una ristrutturazione culturale ed emotiva del paese”.

Se ora torniamo alle mascherine al mercato del mio paese, senza dimenticare gli effetti drammatici di cui parla Bazzi, è per cercare di stare al gioco e chiederci dove ci conduce l’indossarle quando siamo nel mondo. Caso numero uno: dicevo che siamo subito riconosciuti e apostrofati. La mascherina sembra non influire nel “gioco delle parti”; rimaniamo quelli di prima (con la maschera legata all’idea che gli altri si sono fatti di noi, alla ‘forma’ che ci assegnano, naturalmente!) e l’esserci coperti il volto col nero oppure con altri colori resta un fatto di look.

Caso numero due: c’è indecisione nel reciproco riconoscimento. In questo caso la combinazione di maschere e mascherine si complica, perché sotto la mascherina che ognuno di noi vede nell’altro ci possono essere due individui diversi, con la forma che è stata loro assegnata da prima. Viene almeno raddoppiato l’ ‘effetto spiedo’ (io lo chiamo così) con cui infilzo l’individuo che a prima vista non riconosco, dotato di una forma che ancora non gli ho assegnato se non in un primo veloce abbozzo, e l’individuo che dopo un attimo metto a fuoco, la cui forma viene subito fuori e si aggiunge alla sua immagine di ora.

Ultimo caso: siamo riconosciuti ma bypassati. Il gioco delle parti trionfa: se ti va puoi contare tutte le possibili combinazioni. L’altro non ti ha riconosciuto e ha tirato diritto, segno che la tua forma ti ha nascosto (merito della mascherina?), azzerandoti per lui. E tu che idea ti fai di lui sulla base di questo comportamento? L’altro ti ha riconosciuto e tuttavia ha tirato diritto, segno che in questo momento non vuole saperne di te, oppure per problemi suoi non riesce a fermarsi per un saluto. Se non vuole saperne di te, domandati in che cosa la tua forma lo ha respinto. Se invece ha problemi suoi, devi riconsiderare la forma che tu gli hai assegnato, e arricchirla o confermarla alla luce del comportamento di oggi.

Possiamo fermarci qui. Il gioco si è fatto cerebrale, come Pirandello insegna. Tuttavia è un gioco e non può che stuzzicare i nostri pensieri, affascinarli con la possibilità così ampia delle combinazioni.
Un ultimo pensiero mi attraversa: se mercoledì prossimo indossassi ‘una mascherina non allineata’, per esempio con colori sgargianti e piume svolazzanti ai lati, quale terremoto si produrrebbe nello scacchiere delle mie relazioni con le altre persone presenti al mercato?
Rispondere cercando la/e soluzione/i nelle righe precedenti o aggiungerne di proprie.

INTERNAZIONALE A FERRARA 2019
Speriamo che sia femmina?

Greta Thunberg, Malala Yousafzai, Alexandria Ocasio-Cortez, Samantha Cristoforetti, Fabiola Gianotti, Angela Merkel, Christine Lagarde, Ursula von der Leyen, Federica Mogherini, Bebe Vio, Francesca Schiavone e Flavia Pennetta. Tutte donne di successo. E sono solo alcuni esempi; senza contare tutte coloro che ogni giorno sono madri, figlie, lavoratrici.
La parità di genere è il quinto dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, il programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità sottoscritto nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’Onu.
Combattere gli stereotipi e la discriminazione di genere significa anche cambiare un immaginario culturale in cui le donne restano spesso in secondo piano: il tema è stato al centro di diversi incontri all’interno del programma del Festival di Internazionale a Ferrara.

Parità di genere sotto attacco
Per tutti e tre i giorni della rassegna lo spazio dell’Ex Teatro Verdi è stato animato dagli incontri di inGenere.it, rivista online fondata a fine 2009 di informazione, approfondimento, dibattito e proposte su questioni economiche e sociali, analizzate in una prospettiva di genere.
La parità di genere è il quinto dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, eppure in Europa c’è una guerra alla parità, partita dai Paesi orientali e centrali che lentamente si sta diffondendo sostenuta da conservatori e populisti. Marcella Corsi, economista di inGenere.it, ne ha discusso con Agnieszka Graff, studiosa polacca, “femminista affascinata dall’antifemminismo” come si è definita lei stessa. L’antigenderismo è una rete europea e mondiale di organizzazioni: la piattaforma CitizenGO, il Congresso Mondiale delle Famiglie, One of us – European Federation for Life and Human Dignity e Agenda Europe, sono solo alcuni esempi. “Sono movimenti dal basso nati perché le teorie del genere sarebbero una minaccia che mette a rischio l’ordine naturale delle cose. Per loro il genere è un’emergenza al pari di quanto lo è per altri il riscaldamento globale”, ha sottolineato Agnieszka. “Siamo di fronte a un momento di aggressione delle democrazie e il problema è che i politici non vogliono capire che le questioni decisive per le destre fondamentaliste non sono la razza e l’etnia, ma l’aggressione ai diritti delle donne. La questione di genere è una questione politica cruciale”. Per Graff la sfida riguarda le giovani generazioni di maschi affascinati dal conservatorismo misogino “che non odiano le donne, ma vogliono un ordine nel mondo e l’ordine tradizionale degli antigenderisti è molto attraente”.

Famiglia tradizionale o servizi per la famiglia
La domanda allora potrebbe essere quanto è sostenibile il modello della famiglia tradizionale in termini economici: quanto costa e quanto è vantaggioso al giorno d’oggi? inGenere.it ha provato a mettere a confronto Italia e Svezia. “In Italia una persona su due pensa che le donne dovrebbero a casa e non lavorare, in Svezia anche chi lo pensa non lo direbbe mai ad alta voce”, ha esordito Barbara Leda Kenny, caporedattrice della rivista, e persino tra gli occupati a tempo pieno le donne dedicano più di tre ore al giorno al lavoro domestico, due in più degli uomini: la terza peggiore disparità in Europa. A Francesca Bettio, economista di inGenere, è bastato un semplice confronto per capire che c’è un cortocircuito a proposito delle aspettative culturali sul ruolo della donna e dell’immagine della famiglia: “nei Paesi dove ci sono meno donne al lavoro si fanno meno figli”, senza andare in Grecia, Spagna o Croazia, l’Italia ha un tasso di occupazione femminile tra il 30 e il 50% mentre il tasso di fecondità è 1,4 figli per donna; “nei Paesi dove ci sono più donne al lavoro, ci sono più figli”, Svezia, Danimarca e Francia hanno un tasso di occupazione femminile tra il 70 e l’80% e un tasso di fecondità di 1,7 figli per donna.
La differenza è senza dubbio culturale, ma il sistema di welfare gioca un grosso ruolo: basta pensare che in Svezia non si parla di maternità, ma di “congedo parentale” e che questa misura permette a madri e padri di stare lontano dal lavoro per un totale di 18 mesi, tre dei quali obbligatori per entrambi, all’80% del salario. “Culturalmente – ha detto Mirjam Katzin, giurista dottoranda presso l’università di Lund in Svezia – ci si aspetta che i padri condividano le responsabilità genitoriali e ci si aspetta che io come madre spenda tempo anche al di là della cura del mio bambino, così come ci si aspetta che la cura di anziani e disabili sia a carico della municipalità. Sarebbe impensabile avere queste relazioni famigliari senza un sistema di welfare forte, efficace e universale, che funziona grazie alla redistribuzione delle risorse economiche”.
Eppure anche in Svezia questo sistema è sotto attacco e a farne le spese sono le donne. Ecco perché secondo Mirjam “il welfare, i diritti dei lavoratori, la previdenza sociale, la redistribuzione delle risorse attraverso il sistema contributivo” sono anche queste battaglie femministe.

Un momento di Guerra alla parità
un momento di Quanto ci costa la famiglia

Le donne sottorappresentate o non rappresentate

Certo è difficile portare avanti rivendicazioni sulla parità di salario o sull’aumento e il miglioramento dei servizi per le madri lavoratrici (o i padri lavoratori, perche no?) se si pensa che una donna di successo sia un’eccezione, se si è abituati a pensare al capo e all’esperto di turno come a un maschio bianco di mezza età, se la prima domanda che viene fatta a una donna che raggiunge un posto di responsabilità grazie a esperienza e competenza è: “hai pensato a come farai con i tuoi figli?”
Combattere la discriminazione di genere significa anche cambiare un immaginario culturale in cui le donne restano spesso in secondo piano, sono sottorappresentate o ne viene data un’immagine non corrispondente alla realtà. Avete mai pensato al ruolo e all’immagine della donna che danno i film e i media ancora oggi, sia sul piano dell’informazione sia su quello della comunicazione? Se ne è parlato sabato alla Sala Estense con ‘Questione di sguardi. L’immagine delle donne e il divario di genere nell’industria culturale. Per una comunicazione in cui tutti sono rappresentati’ e domenica nell’aula magna del dipartimento di Economia e management con ‘La parola all’esperta. In Europa le voci femminili autorevoli sono spesso assenti nei mezzi d’informazione e nei dibattiti. Ma le cose possono cambiare’.
Christina Knight, direttrice creativa di un’agenzia pubblicitaria svedese, con più di trent’anni di esperienza nell’industria pubblicitaria, autrice di ‘Mad women. A herstory of advertsing’ (Olika 2013), sabato pomeriggio dal palco della Sala Estense ha mostrato alcuni esempi di quello che la teoria della comunicazione chiama ‘the male gaze’: “l’uomo è il soggetto e la donna è l’oggetto”.
Se si aggiunge che “siamo bombardati da circa 5 mila messaggi pubblicitari al giorno, dei quali solo l’8% a livello conscio, mentre il resto lo percepiamo a livello subconscio”, come ha affermato Livia Podestà – responsabile della comunicazione e delle pubbliche relazioni allo Swedish institute di Stoccolma e fondatrice della sezione italiana di Equalisters, organizzazione che mira a ristabilire una corretta rappresentazione di genere nei mezzi di comunicazione – il problema salta subito all’occhio.
L’oggettivizzazione delle donne e il sessismo nei media naturalmente giocano un ruolo nel minor numero di donne in posizioni di leadership nella politica e nel mondo del lavoro perché mancano i ‘modelli di ruolo’. Se lo dovessimo dire con uno slogan pubblicitario: “If you can’t see it, you can’t be it”. E naturalmente “le immagini delle donne non hanno influenza solo sulle donne, ma anche su come gli uomini guardano le donne”, ha aggiunto Podestà: “se sono un oggetto, ci si sente maggiormente in diritto di trattarle come si vuole”. Tutte osservazioni che valgono anche per gli stereotipi sul genere maschile, hanno sottolineato le due esperte di comunicazione: il modello del maschio rude, forte, impassibile, sempre serio, che passa il proprio tempo fuori di casa influenza l’autopercezione di sé come uomo.

Ecco perché nascono guide come ‘Images that change the world’: un manuale per un linguaggio comunicativo egualitario e inclusivo. (CLICCA QUI per scaricare la guida)
Ed ecco perché nascono iniziative come 100esperte.it (inserisci link), la banca dati presentata domenica mattina.
Secondo i dati raccolti dal Global media monitoring project, l’82% degli esperti interpellati dai mezzi di informazione sono uomini bianchi di mezza età e solo il 4% delle notizie che vediamo o leggiamo rispettano la parità di genere. In Italia le donne esperte intervistate sono il 19%, mentre la percentuale delle donne cui viene chiesta l’opinione popolare sale al 43%: quante volte, per esempio, durante un telegiornale avete visto una donna intervistata per chiederle cosa ne pensava del prezzo di un prodotto o di una notizia e quante volte avete letto il suo nome? Fatevi la stessa domanda per l’uomo che molto probabilmente subito dopo seguiva nel servizio per fare la sua analisi come esperto. Perché a spiegare e interpretare il mondo sono quasi sempre gli uomini? 100esperte.it è una banca dati online, inaugurata nel 2016 con 100 nomi e cv di esperte di Stem (science, technology, engineering and mathematics), settore storicamente sotto-rappresentato dalle donne. Il sito è stato ideato e costruito per crescere nel tempo, incrementando il numero di esperte e ampliando anche i settori disciplinari: le esperte di Stem hanno oramai superato quota 130, quelle di Economia e finanza –avviato nel 2017 – sono oltre 60 e nel 2019 la banca dati è stata estesa al settore della Politica internazionale, raggiungendo così 286.

Proprio da questo settore vengono Annalisa Ciampi, professore ordinario di diritto internazionale all’Università di Verona e visiting professor of European Human Rights Law alla Monash University di Melbourne, e Silvia Francescon, laureata proprio a Unife, ha prestato servizio presso l’Ufficio del Presidente del Consiglio nel 2016-2017 in preparazione e durante la presidenza Italiana del G7, seguendo il dossier parità di genere e contribuendo alla stesura della ‘Dichiarazione dei Leader’, ha prestato servizio anche presso le Nazioni Unite, come coordinatrice per l’Italia della Campagna sugli Obiettivi del Millennio. Entrambe credono fermamente nel concetto di ‘modello di ruolo’ e sono seriamente preoccupate del fatto che in Italia “la maternità in molti casi significa la fine della carriera”. Recentemente Silvia Francescon ha accettato l’opportunità di avere un ruolo di primo piano nell’organizzazione e nel coordinamento del prossimo G20 in Arabia Saudita, una grossa sfida per una donna, madre e single, e le sue stesse amiche “prima ancora di complimentarsi e congratularsi” per il suo successo le hanno chiesto: “come farai con i tuoi figli?”.
E se la stessa posizione fosse stata offerta a un uomo?

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