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Intervista al professor Cesaratto: “La disoccupazione si combatte meglio con una moneta e uno stato sovrano”

Di seguito l’intervista al prof. Sergio Cesaratto dell’Università degli Studi di Siena e autore del libro “Sei lezioni di economia – Conoscenze necessarie per capire la crisi (e come uscirne)”, Imprimatur, 2016.
L’austerità è causata dal debito pubblico o dai deficit esteri? E questi interagiscono con l’occupazione? Le politiche monetarie e la moneta, le politiche keynesiane e il neoliberismo, il capitalismo, il socialismo e i politici che leggono poco, il ruolo della Germania nel mondo oltre che in Europa e gli Stati Uniti, il professor Cesaratto ha accettato una lunga chiacchierata su questi temi.
In fondo all’articolo l’intervista è scaricabile in pdf.

Professore, a chi si rivolge il suo libro?
A tutti. Naturalmente a chi voglia fare un minimo di fatica. Non solo agli economisti di professione ma anche ai cittadini che in questi anni si sono resi conto che bisognava capire meglio quello che stava accadendo. Il libro si rivolge naturalmente anche agli studenti che scoprono un mondo nuovo, si rendono conto che esiste anche una analisi economica alternativa, poi ci sono i giornalisti, quindi un po’ a tutti direi. Chi si riesce a penetrare di meno sono i politici, un po’ forse perché non leggono, anche se debbo dire che D’Attorre, Fassina, Ferrero o altri magari lo fanno ma lì, nel mondo della politica, è più difficile, non sono abituati a leggere probabilmente.

Lei mi ha nominato tutti politici dell’area di sinistra.
Guardi io non ho tanta fiducia nei politici della sinistra ma ancor meno nei politici della destra per tantissimi motivi, insomma. Non ho fiducia nella maggior parte della sinistra. Totalmente disastrosa, insegue dei principi astratti, si sta allontanando sempre di più dalla gente normale. È elitaria, cosmopolita, fondamentalmente neoliberista.
In Italia non abbiamo nemmeno però la Le Pen che viene da una tradizione francese che vede al centro lo stato, l’intervento pubblico. In Italia abbiamo Salvini che insieme ai suoi economisti di riferimento sono molto liberisti e penso che lui, come anche la Meloni, sia interessato a rimettersi con Berlusconi e ritornare al Governo. Non ho nessuna fiducia politica né nelle loro idee ne in quello che presumibilmente farebbero se fossero eletti al Governo.
Ho pochissima fiducia anche nella cosiddetta sinistra però, come dire, quello è il mio mondo. In ogni caso sono disposto a parlare con tutti.

Torniamo al libro per parlare del sovrappiù, quella parte di produzione che eccede il consumo o i bisogni immediati. Ricardo lo enuncia come contrasto tra capitalisti terrieri e industriali, poi viene ripreso da Marx per diventare motivo del contendere tra lavoratori e capitalisti, perché secondo Marx questi ultimi se ne appropriano togliendolo ai lavoratori che lo hanno creato. Si arriva a Keynes dopo la crisi del ’29 e si passa alla domanda aggregata come concetto macroeconomico di termometro del benessere collettivo, della distribuzione del reddito. Perché se c’è una buona domanda aggregata, cioè se la gente spende, acquista, vuol dire che ne ha la possibilità, che il sovrappiù è stato distribuito a tutti e viene utilizzato spendendo, comprando più beni. Se la spesa si contrae e con essa la domanda aggregata, allora è un sintomo che qualcosa non va nell’economia e nella distribuzione del reddito.
Assolutamente sì.

Monti però in un’intervista alla CNN dichiarò che il suo governo stava distruggendo la domanda aggregata, quindi di fatto cosa voleva fare, aumentare le disuguaglianze?
Beh sicuramente è strutturale all’economia di mercato che, da un lato, chi ha il controllo dell’economia, semplificando i capitalisti, è interessato a che il sistema sia diseguale, quindi salari bassi e profitti alti. Naturalmente, non è che siano sciocchi e in certe fasi sono anche disponibili a ricorrere a Keynes e anche Monti conosce Keynes, ovviamente, e sa anche come stanno le cose.
Sono ricorsi a Keynes per due o tre decenni dopo la 2^ Guerra Mondiale. In quel periodo c’era la sfida sovietica e quindi il capitalismo doveva funzionare, ed essere anche eticamente presentabile, si estese la giustizia sociale, si stimolò la domanda. Quando la sfida sovietica è venuta meno il capitalismo è tornato alla faccia cattiva.
Gli Stati Uniti, ma anche la Cina, hanno adottato politiche Keynesiane per uscire dalla crisi, certo non dal punto di vista della distribuzione del reddito ma comunque hanno fatto spesa pubblica, infrastrutture e quant’altro.
Purtroppo in Europa abbiamo la Germania che è legata tenacemente ad un modello che non sostiene la propria domanda interna ma si basa sull’espansione della domanda negli altri paesi, a maggior ragione se questi sostenendo la propria la domanda interna creano lavoro e occupazione lasciando crescere i salari. In tal modo la Germania guadagna competitività. La Germania è il vero scandalo europeo, il vero impedimento ad una vera unificazione. Senza, forse, l’Europa si sarebbe unificata magari a guida Francese. I francesi certo non sono dei santi, e lo testimonia il loro operato in Libia, però forse con francesi e inglesi ci si ragiona un po’ di più mentre con i tedeschi ragionare è impossibile.

Un’Europa a guida tedesca non sembra un buon affare. Nel capitolo IV del suo libro Lei dice che Mitterand dovette abbandonare l’idea di fare una politica estera accomodante e cooperativa perché i tedeschi non rinunciavano a un mercantilismo spinto. Come ci si difende dagli esportatori di professione, e senza unione monetaria pensa sarebbe più facile?
Certo. La flessibilità del cambio è una forma di difesa. Mettersi con i tedeschi è pericoloso, Federico Caffè (un grande abruzzese!) diceva “mai con i tedeschi”. Anche la Banca d’Italia prima del disastro della guida Ciampi, e con Visco ancora peggio, era contro l’euro. La Germania era un problema anche prima dell’euro, negli anni ’50 perseguiva lo stesso modello appoggiandosi ai cambi fissi concordati nel 1944 a Bretton Woods. Lasciava fare il keynesismo agli altri e lei si lasciava guidare dalle esportazioni.
Subito dopo la guerra di Corea si creò un boom di domanda. Sfruttando le sue capacità tecnologiche, perché anche se l’industria all’epoca era distrutta aveva i suoi ingegneri, il surplus commerciale tedesco raggiunse subito un volume che negli anni ’50 un autore definì grottesco. Quindi la storia è vecchia, la Germania è il problema dell’economia mondiale e non è un paese cooperativo. E non è nemmeno un paese imperiale nel senso buono, quelle di cui ha bisogno il mondo, come gli Stati uniti nel secondo dopoguerra e come lo era l’Impero Romano. Un impero deve dare garanzia di pace e sicurezza e fare da “demand of last resort”, avere quindi un mercato interno che sostenga l’economia mondiale.
Gli Stati Uniti lo hanno fatto e lo fanno, hanno la moneta di riserva per eccellenza e quindi tutti accettano di essere pagati in dollari. Tutti acquisiscono dollari ma vendono nel mercato americano, l’impero deve fare così, la Germania è una pessima potenza imperiale. E’ un impero nel senso più deteriore, non dà una leadership ma opprime.

Quindi il problema della Germania è che vuole solo vendere e non comprare. Lascia fare il keynesismo agli altri perché non è interessato alla propria domanda interna, vuole vendere i suoi prodotti all’estero e se gli altri paesi si sviluppano possono comprargliene di più e questo gli sta bene, ma non si preoccupa nemmeno di deprimerli come fa nel mercato dell’eurozona. Quindi approfitta del presente ma non crea le condizioni per il futuro dimostrando oltretutto di non avere visione e un Paese senza visione non può esercitare una leadership credibile.
Gli Stati uniti possono comprare i prodotti esteri potendo pagare con i dollari, e questo va benissimo. Certo bisogna dire che il capitalismo è una forma economica del tutto irrazionale. La forma economica razionale sarebbe il socialismo che a sua volta ha dimostrato una serie di problemi, è fallito per altre ragioni. È vero che il capitalismo, nella sua irrazionalità, qualcosa ti dà in cambio, è basato sull’egoismo e l’egoismo qualcosa ti porta, fa leva su una parte dell’indole umana non particolarmente encomiabile, cioè l’egoismo individuale. Il socialismo paradossalmente fallisce perché l’egoismo purtroppo viene fuori anche lì, magari c’è la piena occupazione, ma la gente, sicura del “posto”, non vuole lavorare. Un grande problema il socialismo, se dovessi scrivere un altro libro, un altro capitolo lo dedicherei ai problemi del socialismo.
Il problema è che oggi non c’è un’alternativa al capitalismo di conseguenza capire le difficoltà del socialismo è molto importante. Non si capisce perché le vicende umane, il nostro stesso benessere, devono essere guidate da un meccanismo esterno alla nostra volontà e alla nostra ragione, che fanno leva sull’egoismo. Qualcosa di meglio, in fondo, si potrebbe trovare.

Euro sì euro no, mi sembra ci sia indecisione nello stesso mondo accademico. Anche chi come lei non è un fautore della moneta unica non mi sembra proponga una risposta chiara.
Ammetto di sfuggire un po’ a questo problema. L’euro potrebbe cadere se Draghi interrompesse il sostegno ai titoli pubblici attraverso il Quantitative Easing, gli interessi sui titoli italiano risalirebbero a livelli insostenibili e allora dovremmo decidere se uscire o accettare la troika, una deriva Greca quindi, se non peggio. Li sarà la gente a decidere se accettare la troika e finire in una maniera terribile o a quel punto l’alternativa sarebbe affrontare le difficoltà di una rottura con l’euro.
Non lo so se l’euro è destinato a rompersi o meno, comunque vedevo stamattina un articolo su un giornale importante (17 febbraio n.d.r.) che raccontava che le famiglie greche sono oramai al collasso, affidano i figli a istituti di carità.

Qualche economista pensa che una svalutazione dovuta ad un’uscita dalla moneta unica e conseguente ritorno ad una moneta nazionale potrebbe far crollare i salari. Lei cosa ne pensa?
Direi che questi stanno crollando anche adesso e crollano fondamentalmente per due ragioni: la prima è che i salari reali sono diminuiti e in secondo luogo perché c’è disoccupazione. Io non guardo al salario ma guardo al reddito complessivo di una famiglia, se prima lavoravano padre, madre e il figlio maggiorenne, adesso lavora solo la madre (magari ad orario ridotto), quindi il reddito delle famiglie nel suo insieme è crollato. Allora come diceva giustamente Bagnai sul Financial Times, e credo che riprenda il mio pensiero, può darsi pure che la svalutazione, almeno all’inizio, incida negativamente sui salari reali, però se favorisce l’occupazione i redditi delle famiglie aumentano, cioè aumenta il complesso dei salari reali delle famiglie (cioè la capacità di acquisto n.d.r.). Quando riprende l’occupazione, l’ammontare dei redditi che va alle famiglie aumenta.
Se l’economia riprende ad espandersi finalmente riprende, la produttività che adesso langue per mancanza di domanda che a sua volta fa marciare le imprese a ritmi ridotti. Riprende la produttività e poi riprenderanno anche i salari reali.

Quindi non è una svalutazione che provoca una diminuzione dei salari ma la volontà (o la necessità) di volersi sviluppare attraverso le esportazioni, cioè compressione salariale per essere competitivi.
Se vuoi acquistare competitività verso l’esterno devi contemplare anche una diminuzione salariale, può darsi, almeno nel breve periodo, però se riprende l’occupazione riprendono i redditi delle famiglie. Magari il padre lavora, la madre guadagna un po’ di meno di prima, ma lavora a tempo pieno e il figlio magari part time ma lavora, insomma riprende tutto. E non è che questo è un modello “export led”, vuol dire solo che riprendere la competitività esterna ti consente di espandere poi la domanda interna utilizzando la politica fiscale senza incorrere appunto nel vincolo estero. Stai esportando di più quindi puoi anche permetterti di importare di più e abbassare le tasse.

Volendo sintetizzare il suo ragionamento direi così: all’inizio comprimo i salari per essere più competitivo e poter esportare di più. Accumulo soldi per poter spendere e comprare all’estero e quando la bilancia dei pagamenti sarà in equilibrio potrò utilizzare la leva fiscale, cioè potrò abbassare le tasse, per lasciare più soldi ai cittadini da spendere e aumentare così la domanda interna.
No, più che alla diminuzione dell’imposizione fiscale penso a una espansione della spesa pubblica (che ha anche la forma di salario indiretto ovvero di servizi sociali). Circa i salari reali, questi devono assolutamente crescere nel lungo periodo per sostenere la domanda.

Lei parla anche del Quantitative Easing, operazione della BCE attraverso la quale vengono comprati i titoli di stato dei paesi dell’eurozona e quindi anche i BTP italiani. Questa operazione dovrebbe servire a diminuire i debiti degli stati attraverso quello che in contabilità si chiama consolidamento. A marzo sono stati acquistati un totale ormai di 233 miliardi di titoli, verranno quindi consolidati e cioè stracciati e scalati dai 2.228 miliardi di debito pubblico contabilizzato?
Sì, in via di principio è così. Anche se non venissero comprati più titoli di debito pubblico non è che la Banca d’Italia si mette a rivendere quelli comprati. E questo è un consolidamento. C’è anche da dire poi che è vero che si pagano degli interessi su questi titoli ma una parte ritornano indietro al Tesoro.

Sì ma il debito pubblico reale dovrebbe essere più basso di quello indicato, al di là degli interessi pagati o incassati per opera del cosiddetto signoraggio. Una volta ricomprato il debito, i titoli che lo attestavano dovrebbero essere eliminati.
Certo, se la banca centrale appartiene allo Stato, emette liquidità, si ricompra i titoli e quindi li può stracciare. Se ha ricomprato 233 miliardi di titoli questi non fanno più parte del debito pubblico. In realtà la BCE potrebbe ricomprarsi tutto il debito, certo è chiaro che si crea liquidità e non è che questo è senza problemi.

Come dire, si può fare ma va fatto con criterio. Altrimenti la liquidità creata creerebbe inflazione?
Chi possedeva i titoli non è che spenderebbe la liquidità ricevuta, perché chi aveva i titoli li acquistati per investire dei risparmi, impiegando dunque dei quattrini che non aveva intenzione di spendere. Nel momento che li riavesse indietro, evidentemente continuerà a non volerli spendere. Quindi l’idea che si inonda il mercato di liquidità, che la gente spende e si crea inflazione non è fondata. Le persone che non avevano intenzione di spendere dei fondi prima, non li spenderanno dopo.
Certo questo potrebbe portare squilibri a vario titolo. Ci sono rischi sia con il QE americano che con quello europeo perché questa liquidità spesso finisce nei mercati dei paesi emergenti, fondi pensione, fondi comuni, mercati in cui i rendimenti sono più alti. Questo potrebbe portare ad una svalutazione di dollaro ed euro e ad una rivalutazione delle valute di quei paesi che si ritroverebbero monete forti che danneggiano la loro competitività. In più questa abbondanza di liquidità in questi mercati può creare bolle speculative, un esempio classico sono le bolle edilizie. Quindi paradossalmente il nostro Q.E. può essere un problema per i paesi emergenti mentre per noi rappresenta parte della soluzione.

Funzionerebbe meglio per il sistema e a livello macroeconomico se la liquidità immessa col QE fosse utilizzata per acquistare titoli deteriorati o di aziende a rischio fallimento?
Di quali aziende, con quali criteri selettivi… in effetti il QE è stato esteso alle grandi corporation, però qui entriamo un po’ nel libero arbitrio. Di fatto è già stato esteso. Comunque la Banca Centrale potrebbe benissimo intervenire per sistemare le banche a rischio fallimento, comprare i titoli tossici insomma.

Direi che non mi sembra poco. Adottare una soluzione del genere, che quindi mi sembra di capire sia possibile, risolverebbe i problemi di tanti risparmiatori e darebbe più fiducia al sistema bancario. Il QE dimostra, comunque, che è possibile stampare moneta senza necessariamente creare inflazione e rispettando determinati criteri. Che è possibile monetizzare il debito degli stati e che quindi in questo modo il debito pubblico potrebbe essere sotto controllo.
Da un punto di vista keynesiano lo Stato prima spende e poi raccoglie le tasse o i risparmi dei cittadini (se le imposte fossero sufficienti). Però prima lo Stato spende, crea moneta, e da un punto di vista keynesiano deve essere così. Poi quando riscuote le imposte, ritira questa moneta, quindi non è che questa moneta aumenta ogni anno di più proprio perché con l’imposizione fiscale la ritira. Questo è assolutamente vero in generale però qual è il punto, e questo anche per rispondere alle idee della MMT, qual è il limite della spesa pubblica finanziata dalla Banca Centrale attraverso la stampa della moneta? Il vincolo estero!
Vale a dire che, a meno di essere gli Stati Uniti, va benissimo spendere anche facendosi finanziare dalla banca centrale per sostenere la domanda e l’occupazione, ma se cresce troppo la domanda interna questo conduce ad importazioni troppo forti dall’estero e questo comporta indebitamento. La MMT ritiene che si possano pagare le importazioni in lire e questa è un’assoluta falsità, che illude qualche migliaio di persone che seguono la MMT.
Certo possiamo fatturare in lire ma dobbiamo garantire che la lira sia convertibile in moneta di riserva, dollari o monete forti, quindi questo è il limite a cui bisogna stare molto attenti, che non vuol dire che per crescere non ci si possa indebitare con l’estero, però deve farlo entro limiti molto forti.
Quindi è vera una parte dell’affermazione, lo Stato può benissimo spendere finanziandosi presso la banca centrale ma attenzione, un limite c’è insomma.

Si però immagino che questo limite sia più forte nel momento in cui si parli di uno stato debole, con poca capacità produttiva.
Beh storicamente l’Italia, ma anche la Francia hanno incontrato dei limiti.

Non mi sembra che abbiamo avuto storicamente grandi problemi con la bilancia dei pagamenti, direi che siamo sempre stati in grado di affrontare anche le situazioni più drammatiche come le due crisi petrolifere degli anni ‘70.
Possono permettersi di finanziarsi in questo modo Stati Uniti, i paesi di origine anglosassone, forse meno la Gran Bretagna, più il Canada, la Nuova Zelanda, l’Australia perché sono paesi affidabili, hanno un sacco di risorse naturali. La loro moneta è abbastanza accettata anche se sono in disavanzo estero e questo non è sostenibile per tutto il resto dei paesi del mondo. Punto. La MMT può raccontare quello che gli pare e piace, io ho messo sul blog una sorta di settima lezione del libro su questo argomento perché Wray, Mosler e altri scrivono spesso tutto e il contrario di tutto, e con chi usa questo metodo poi è difficile anche discutere.
Io mi sento a disagio con alcuni degli “economisti” che impazzano sul web, spesso improvvisatori e autodidatti. Ci vogliono studi solidi e maestri.

Lascio aperto il discorso esportazioni e capacità dell’Italia di tenere in equilibrio la bilancia dei pagamenti, magari merita un approfondimento. Chi è il più improvvisatore?
Non facciamo nomi

Va bene. Mi chiedo e le chiedo: se è possibile monetizzare il debito, se una banca centrale può comprare titoli degli stati e quindi il suo debito, allora perché non lo fa? Immagino perché tenendo alta la paura del debito pubblico nelle persone, si rendono lecite tutte le politiche di austerity, alta tassazione, calo dei servizi e via dicendo.
L’austerità ha come strumento l’abbattimento del debito pubblico, ma il vero obiettivo dell’austerità è il debito estero. In questo modo i paesi riducono le loro importazioni, quindi una parte del loro disavanzo commerciale, e segnatamente le partite correnti, e cominciano a restituire o comunque non aumentano ulteriormente il loro debito estero. È questo che si vuole tenere sotto controllo.
In un certo senso è anche ragionevole, ma dipende dal contesto. È da ricordare che il debito italiano è piccolo, il debito estero della spagna è molto più grande. Il nostro debito netto è il 25% del PIL, la Spagna il 90%. La Spagna ha un debito privato elevato e un debito estero elevato. In linea di principio è messa peggio dell’Italia. Però siccome la Spagna ha fatto riforme del lavoro più feroci di quelle italiane la Commissione Europea è più accomodante. E questo le permette di fare politiche in disavanzo senza incorrere in procedure per levato deficit, come invece succede a noi.

Professore, ha senso la frase “non ci sono soldi”?
Come dicevamo sopra, se avessimo una banca centrale i soldi ci sarebbero per definizione, con i limiti del vincolo dell’indebitamento estero. Non possiamo pensare di espandere la domanda interna e cominciare a importare dall’estero e indebitarci. I soldi li creiamo noi ma se cominciamo ad importare troppo poi non possiamo pagare utilizzando questi stessi soldi, abbiamo bisogno che ci prestino altre valute, che ci prestino dollari, valute di riserva. Possiamo anche fatturare in lire, certo, ma la gente si confonde, il seguace della MMT dice: noi possiamo fatturare in lire. Certo! Basta però che assicuri la convertibilità della lira. Che chi è pagato in lire possa rivolgersi a quello che una volta si chiamava ufficio italiano dei cambi, una branca della banca d’Italia, che possa cambiare i tuoi soldi in dollari. Ci può essere un po’ di flessibilità ma un po’ di dollari li devi avere.

La MMT considera troppo poco l’importanza delle banche commerciali nella creazione del denaro/credito?
Questo non saprei, ma protendo più per il no. Anzi siamo d’accordo con il fatto che la creazione di credito da parte delle banche vada tenuta sotto controllo se no si creano queste bolle che descrive Minsky che è il loro economista di riferimento e spiega le bolle edilizie o finanziarie che poi si trasformano in crisi conseguenti. Siamo d’accordo che queste attività, la creazione della moneta bancaria, il credito, vadano tenute sotto controllo.

La disoccupazione si combatte meglio con una moneta e uno stato sovrano?
Naturalmente.

Pdf dell’intervista:
intervista-cesaratto

BORDO PAGINA
La Ferrara neopopolare per la Sicurezza

Ieri 12 marzo, manifestazione per la Sicurezza a Ferrara, a firma Lega Nord e Nicola Naomo Lodi e alcune considerazioni politicamente scorrette. Mentre gli scenari nazionali sono scossi dall’incredibile ritorno dei centri sociali terroristici foraggiati dal peggior sindaco della storia della repubblica italiana, leggi De Magistris e il diritto alla parola di Salvini a Napoli (oltre a Bologna ecc.) in piccolo oggi a Ferrara la Lega dimostra la sua natura pacifica sempre sottovalutata dall’ideologismo “rosso” finanche cattocomunista.

Fin dai tempi di Bossi, il linguaggio per forza neopopolare e colorito, sempre ultrairritante moralisti e radical chic ipocriti e razzisti alla rovescia politici e culturali, della Lega si è accompagnato e accompagna con eventi e iniziative pacifiche, fin troppo secondo il costume nazionale politico persino. Una domenica primaverile nello specifico a Ferrara per una manifestazione autorizzata sulla Sicurezza. Circa un paio di centinaia di attivisti e militanti e semplici liberi cittadini supernormali, anche famiglie e giovani hanno festeggiato quasi la nuova primavera, pilotati dal media man della Lega nostrana, Nicola Naomo Lodi che con stile letteralmente mobile e dinamico, puntualmente, per tutto il tragitto, da Largo Castello alla famigerata Zona GAD delle ancora supposte percettive della Sapigni e compagni, ha illustrato il degrado e l’insicurezza Reale della città, non solo nelle note zone nevralgiche.

E’ intervenuto infine efficacemente anche il consigliere leghista storico Cavicchi, contestando la crociata moralistica sul nuovo regolamento pubblico che multa i clienti del mestiere più antico del mondo, per una regolamentazione della prostituzione su modelli esteri (che poi sarebbero anche – come chiedono anche le Belle di Notte – un non banale input per le casse di Stato).

Efficace anche il senso meno plateale di quel che il regime Tagliani/PD/Buonista/Diversamente Business….migrantico fa credere (con i mezzi di informazione locali generalmente sudditi) sull’ipotesi dell’Esercito a Ferrara, notoriamente cavallo di battaglia della Lega. Intanto non si invocano carrarmati o chissà quale parata quotidiana, ma semplicemente si intende attingere a progetti già in vigore anche in città del PD, utilizzando a costo zero per i cittadini le risorse umane di militari non impegnati in missioni internazionali o italiane speciali, ma spesso sottoutilizzati nelle normali caserme! E potenzialmente anche per un periodo fortemente provvisorio, potenzialmente già antivirus al degrado postmigrante ferrarese conclamato dalle cronache e almeno da metà dei ferraresi.

Riassumendo ribadiamo la natura pacifica delle manifestazioni leghiste da evidenziare in primo piano, pacifismo anche storico che esprime la prova o pistola fumante della confutazione delle solite accuse di razzismo xenofobia, iistigazione all’odio, come insegna al contrario la storia.

Il messaggio della Lega a Ferrara è chiarissimo: se certa tensione epocale migranti nelle Metropoli appare anche inevitabile relativamente, il pacifismo leghista in controluce (quando bastava una minima capacità di ascolto delle opposizioni circa 5-7-10 anni) rivela ancora di più la miseria politica del PD local che ha fatto e continua ancora a fare lo struzzo.

Il degrado di Ferrara e della Zona Gad, per questioni meramente ideologiche e di business è uno scandalo, in un villaggio in fondo come Ferrara, piccola città, quel che è capitato è quasi fantapolitica!

Mentre sempre la storia e da sempre testimonia al contrario lo stile mai pacifico e sempre rivendicativo e conflittuale – in certo senso per la sinistra storica – e violento della fu estrema sinistra, leggi oggi come negli anni ’70 sedicenti centri sociali.

Oggi e in salsa ferrarese naturalmente letteralmente assenti, ma ombra invisibile… Infatti stranamente, come ironicamente sottolineato da Lodi forse basterebbero due o tre manifestazioni alla settimana della Lega per vedere un quartiere miracolosamente risanato, di spaccini e diversamente risorse neoitaliane neppure l’ombra o quasi (qualcuno alla Zona GAD Grattacielo). Quartiere anche assai relativamente pulito, pure la Spal, per altri motivi ovvio, ha giocato appena 24 ore prima…
(photo S. Tracchi)

Salvare le banche è di sinistra

di Alice Ferraresi

Giorgio Gaber cantava “se la cioccolata svizzera è di destra, la nutella è ancora di sinistra” e snocciolava altri luoghi comuni su cosa è considerato di destra e cosa di sinistra.
“Salvare una banca” non è considerato né di destra né di sinistra: è impopolare e basta. Il concetto è la conseguenza di due postulati, entrambi errati: che salvare una banca significhi salvare i banchieri; che la banca sia un’azienda come tutte le altre.

Primo postulato: salvare una banca significa salvare i banchieri. Dovrebbe essere il contrario. Infatti, se si riuscisse a riportare nel capitale della banca almeno parte dei denari sottratti dalla mala gestio o dalla malversazione dei cattivi banchieri, tra punizione e sanzione dei primi e cura delle seconde ci sarebbe una relazione diretta: recupero capitali sottratti alla buona gestione e li reimmetto nella banca. Purtroppo in questo recupero l’attuale legislazione di diritto privato commerciale (anche internazionale) è gravemente carente di strumenti idonei a colpire gli interessi di chi ha soldi da nascondere. Semplicemente, gli strumenti della “libera finanza” sovrastano gli anticorpi normativi.
Peraltro questa è solo una parte del problema. La cattiva gestione dilapida denaro aziendale che non può essere tutto recuperato dalle tasche dei top manager: l’azienda che perde valore e capitalizzazione perde infatti tanto denaro, perchè scelte sbagliate la depauperano profondamente. Tuttavia sarebbe già un grande passo in avanti se alcune retribuzioni milionarie venissero rigorosamente agganciate al raggiungimento di risultati di buona gestione (che non significa la massimizzazione dei profitti di breve periodo). Invece, anche in questi giorni di grandi crisi bancarie, assistiamo a scandali come il trattamento economico – preceduto da un incredibile “bonus in entrata” – dell’AD di Pop Vicenza Iorio, che in 18 mesi di reggenza in una banca in grave dissesto (e nella quale i dipendenti rischiano posto di lavoro e parte della retribuzione) ha percepito circa diecimila euro al giorno. Una follia, un insulto. Un pactum sceleris tra privati che dovrebbe essere reso giuridicamente impossibile, dentro aziende in crisi. Non parliamo delle banche commissariate: qui la gravità delle sperequazioni è accentuata dalla segretezza da cui vengono circondati i compensi della compagine commissariale – che non aiuta una banca a guarire, casomai la aiuta a sprofondare; ma di questo parleremo magari un’altra volta…
Secondo postulato: la banca è un’azienda, quindi se è in dissesto deve poter fallire, come qualunque altra azienda. La banca è un intermediatore di denaro: raccoglie i soldi di proprietà dei suoi clienti, e li impiega prestandoli al territorio che ne ha bisogno per svolgere le sue attività economiche. Se una banca viene lasciata fallire, le due conseguenze immediate sono le seguenti: primo, una parte dei risparmi dei clienti viene espropriata, esattamente alla stregua di un credito che viene succhiato ed attratto nella massa di crediti di una procedura fallimentare, che verranno pagati se e quando sarà realizzato un attivo (questo drammatico effetto si è già visto a Ferrara, con la crisi Carife); secondo, la banca chiede ai suoi clienti di rientrare (ad un certo tempo) dai prestiti erogati, ma soprattutto ed immediatamente interrompe il sostegno economico ai suoi affidati. Questo secondo effetto è ancora più drammatico, perchè si porta dietro l’implosione del tessuto economico di un territorio. E’ infatti strettissimo il legame tra sistema produttivo e banche (specie banche del territorio): le imprese del territorio funzionano a debito. Pochissime sono quelle che lavorano esclusivamente con mezzi finanziari propri.
Questa descrizione dovrebbe far percepire una banca per quello che è realmente: una infrastruttura del territorio, esattamente come un tessuto stradale, una fognatura, una ferrovia. Questo rischio è tanto più alto quanto più la banca che entra in crisi finanzia ancora (anche se non esclusivamente) la maggior parte delle aziende di un territorio. E’ questo il caso di banche grandi(come MPS) ma anche di banche più piccole ma di estrazione territoriale (le due venete, Cassa Ferrara), che sostengono in maniera decisiva, piaccia o no, le aree di riferimento. Lasciare andare una banca del genere al suo destino equivale a far crollare un’autostrada ad alta percorrenza, un sistema viario. Sarebbe come far deragliare i treni perchè ci sta sulle scatole l’AD di Ferrovie dello Stato. Equivale a staccare il bocchettone dell’ ossigeno alle aziende del territorio. E’ quindi mistificatoria l’opinione di chi ritiene che il salvataggio di una banca non debba gravare sulla collettività, perchè è esattamente il contrario: è il dissesto irrimediabile di una banca che scarica tutto il suo fardello sulla collettività.

Per liberamente interpretare Giorgio Gaber: credo che salvare un cattivo banchiere sia di destra, mentre credo che salvare una banca sia di sinistra, perchè significa salvare i risparmi dei cittadini e il tessuto economico. Il nuovo governo, che nasce nel segno della continuità con il precedente, afferma di essere di centro-sinistra. E’ auspicabile che decida di affrontare la crisi del sistema bancario con un salto di qualità rispetto alla passata gestione. Le premesse purtroppo non sono buone.

Il caso delle elezioni romane: emblema della crisi della rappresentanza in Italia

A giugno si vota in 1.371 Comuni italiani. Fra le città in scadenza di mandato, capoluoghi del calibro di Bologna, Cagliari, Milano, Napoli, Torino, Trieste. E poi Roma.
Forse la capitale è l’emblema, per troppi versi preoccupante, dello stato di salute di politica e partiti in generale.
Che questo sia un problema lo diceva Giuseppe Dossetti nel memorabile discorso di Pordenone nel 1994. Con quella capacità di saper guardare lontano, a circa due anni dalla morte (1996) e nell’anno che segnava storicamente il crollo della prima repubblica, travolta dall’infezione della corruzione, il monaco di Monteveglio metteva in guardia dal pericolo per la stessa democrazia della crisi della politica e dei partiti.
Una crisi di cui un segnale, alcuni fanno notare, è il fatto che già nel nome molte formazioni non si chiamano più “partito”. Unica eccezione, o quasi, il Pd.
Proprio a Roma sembra più eclatante uno stato delle cose che sembra pericolosamente prossimo alla necrosi della politica.
Nella contesa per la capitale il centrodestra dà l’idea del caos. Già il termine ‘gazebarie’ per designare il candidato, che anche l’accademia della Crusca avrebbe un reflusso gastrico nell’ammettere nel vocabolario dovrebbe, da solo, mettere in allarme. Praticamente il giorno stesso in cui emerge il nome – Guido Bertolaso – viene clamorosamente e platealmente smentito dalla discesa in campo di Giorgia Meloni.
Tanti fanno presente che qui la vera posta in gioco è il centrodestra. A Matteo Salvini – è stato scritto e riscritto – non importa nulla della capitale. Vuole detronizzare definitivamente l’ex cavaliere e rimanere il padrone unico dello schieramento. Di più: nella sua deriva lepenista forse sa di non poter neppure conquistare Palazzo Chigi. Quello che vuole è comandare la destra.
Sullo sfondo sono destinati, quindi, a rimanere Roma, i romani, gli enormi problemi della città che più rappresenta l’Italia e le quindici pagine dell’Autorità Anticorruzione. Quindici pagine in cui l’Anac fa a pezzi le giunte Alemanno e Marino. Uno spietato atto d’accusa – scrive Oscar Giannino dalle colonne de Il Messaggero (16 marzo) – sulle condizioni di illegalità pervasiva in cui si trova l’amministrazione del Campidoglio. Sistematici aggiramenti delle regole, perpetrati in alcuni casi addirittura da vent’anni in tema di appalti, 14 miliardi di debiti accumulati e ora lo scandalo degli appartamenti pubblici con affitti che sono un insulto innanzitutto alla gente perbene. Canoni che, come se non bastasse, non vengono neppure pagati. Danno e beffa in una simultaneità sfacciata e impunita, con una morosità che pesa sulle casse comunali per centinaia di milioni di euro. Salvo poi assistere alla liturgica processione del primo cittadino di turno del Campidoglio a Palazzo Chigi col cappello in mano ad ogni legge finanziaria, perché Roma Capitale è un caso a sé.
Ebbene, di questo buco nero cosmico – spettacolo non proprio astrofisico cui assistono attonite le cancellerie di mezzo mondo – importerebbe poco o nulla alla destra italiana, a quanto pare.

Nel campo della sinistra le cose non vanno meglio.
Le primarie continuano a essere fonte di polemiche, opacità e contestazioni, che finiscono per lasciare il segno (sempre meno partecipate) su uno strumento pur nato sulla carta con le migliori intenzioni.
Anche qui la contesa elettorale è pretesto per un estenuante regolamento di conti.
La sinistra del partito contesta al segretario-presidente del Consiglio di governare coi voti di Verdini.
La compagnia in effetti fa venire in mente il detto: “meglio soli che male accompagnati” e non manca neppure chi legge il dato come il segnale della persistenza dell’inconfessato Patto del Nazareno. Su QN (16 marzo) si riporta, per esempio, il virgolettato del Pd Federico Fornaro, membro della commissione vigilanza della Rai: “Con il canone in bolletta la Rai otterrà risorse, in termini di minore evasione, pari a 500 milioni. Così il sistema, non solo Mediaset, chiederà che sia diminuito l’introito pubblicitario del soggetto pubblico”.
Questioni d’interessi, che in tempi di uomini del fare evidentemente contano più di idee e progetti.
Se Verdini è il bastone lanciato polemicamente tra le ruote di Renzi dalla sinistra del partito, il problema però permane quello di un respiro che manca.
Ne parla distesamente Massimo Cacciari (su L’Espresso il 24 marzo). Secondo il filosofo ed ex sindaco di Venezia Renzi è “la forma che ha assunto in Italia la crisi storica della socialdemocrazia europea”, nell’ambito della “subordinazione delle socialdemocrazie tradizionali ai poteri forti”.
Detto in altri termini, per contendere la sua leadership occorrerebbe mettere il dito sulle ragioni profonde di questa disfatta e cioè sulla storia di una sinistra per tanti versi conservatrice. “Conservatrice – prosegue Cacciari – in campo istituzionale, centralistica, ministeriale, burocratico-romana, in materia di mercato del lavoro e di politiche sociali, nella difesa di un modello di welfare ormai insostenibile anche economicamente (…). Un tramonto che inizia negli anni Settanta, ignorando le ragioni profonde della crisi fiscale dello Stato, smarrendo il rapporto con le trasformazioni epocali del mercato del lavoro e della composizione sociale”. Insomma “una grande crisi culturale che globalizzazione e finanziarizzazione del capitalismo finiscono spietatamente per mettere a nudo”.
Ma c’è la forza di pensiero, innanzitutto, per levare il coperchio su queste radici – che chiamerebbero in causa responsabilità di natura storica – o è più comodo individuare un capro espiatorio, per quanto vulnerabile?
Il forte timore è che, anche in questo caso, abbia ragione Corrado Guzzanti con il suo celebre motto: “la seconda che hai detto”.
Infine c’è il volto telegenico pentastellato di Virginia Raggi, la giovane avvocatessa che si è fatta le ossa nello studio legale di Cesare Previti, la cui regola di vita non pare sia mai stata “ama il prossimo tuo come te stesso”.
Una designazione fuoriuscita dalle primarie, in questo caso formato on line.
Risulta francamente faticoso plaudire a tale digitalizzazione del consenso contabilizzato in poche decine di persone.
Qui più che di primarie sarebbe più appropriato parlare di ‘parentarie’, a costo di far venire il mal di testa alla solita accademia della Crusca.
Hanno provocato un sussulto di battito cardiaco le parole della senatrice grillina Paola Taverna sulla contesa elettorale romana, secondo la quale le forze politiche tradizionali starebbero tramando per perdere apposta, lasciando al M5S il compito ingrato, e al limite della mission impossible, di governare Roma, scommettendo evidentemente sul fallimento.
Quando si dice che la classe non è acqua.
Non rimane che fare tanti auguri ai romani e all’Italia intera, perché se queste sono le premesse ne hanno – ne abbiamo – davvero tanto bisogno.

Una Sinistra piegata al sacro dogma del libero mercato

A causa dei terremoti culturali e sociali avvenuti fra la fine del ventesimo e l’inizio di questo ventunesimo secolo non è facile stabilire cosa significhi e cosa sia oggi la “Sinistra”. E’ necessario saper andare al di là dell’affermazione semplicistica per cui “destra e sinistra sono la stessa cosa” e al contempo prendere coscienza del fatto che destra e sinistra, storicamente categorie distinte, siano state assimilate in un unico “gioco delle parti”, cioè il sistema liberal-democratico che si è imposto nell’Occidente moderno da quasi 40 anni. Destra e Sinistra sono state ridotte a semplici etichette e contenitori elettorali che nulla hanno più a che vedere con la rivoluzione delle idee che dagli ultimi anni dell’Ottocento aveva costituito un sistema e un equilibrio nella dialettica politica.
La distinzione, fino a 40 anni fa, tra destra e sinistra tendeva sopratutto alla contrapposizione di visioni dell’economia della nazione, cioè la “struttura”. Se si vuole introdurre un’ulteriore e alternativa distinzione, è da ritenere scorretto e superficiale parlare di “destra” e “sinistra” ma è bene contrapporre due diverse visioni dell’economia: liberismo e libero mercato da una parte, dirigismo ed economia pianificata dall’altra. E’ chiaro che l’attuale sottilissima e ambigua distinzione fra le categorie “destra” e “sinistra” riguarda invece la “sovrastruttura”, la lotta dei diritti civili, principi di costume e di etica; temi importanti che oscurano però il vero cardine della contrapposizione: l’economia.
Dagli anni ’80 in poi, qualsivoglia anelito di dirigismo economico è stato giudicato obsoleto e conservatore, dando inizio alla corsa del treno liberista su cui tutti i maggiori interlocutori della politica italiana ed europea sono saliti e da cui non sono ancora scesi.
Considerare di “sinistra” un partito, un programma politico è quindi relativo a quale tradizione ed esempio storico si prenda in considerazione, poiché dietro l’etichetta politica della sinistra si sono alternate visioni estremamente differenti e addirittura contrapposte.

L’idea dirigista, sovranista e socialista di Amadeo Bordiga, Nicola Bombacci, Antonio Gramsci è diametralmente opposta alla corrente socialdemocratica inaugurata dalle segreterie dei partiti di sinistra degli anni ’80, Se consideriamo l’impostazione che i partiti della sinistra hanno adottato dalla caduta del Muro di Berlino, cioè un pubblico giuramento al dogma della sacralità del libero mercato, potrebbe essere addirittura letto come un netto rifiuto della tradizione storica propria dell’indirizzo socialista e comunista. Politici di “sinistra”, cercando di lavare una presunta colpa del proprio passato, non perdono occasione per specificare che “non sono mai stati comunisti”.
Perciò possiamo facilmente affermare che all’interno delle stesse categorie politiche della “destra” e “sinistra” si sono avvicendate esperienze e uomini radicalmente opposti. Riprendendo la distinzione alternativa al “colore politico” potremmo mettere ragionevolmente nello stesso schieramento il socialista Bombacci, i marxisti Bordiga, Gramsci e Togliatti, il fascista Mussolini e il poeta Pound, nel pensiero comune così lontani, ma oggettivamente molto vicini nell’interpretazione della gestione della “Nazione” e dell’economia, a cui potremmo contrapporre la scuola di pensiero liberista, incarnato nelle figure della politica moderna di D’Alema e Prodi alla fine del XX secolo e dai vari esponenti del “centro-sinistra” oggi.

Se vogliamo compiere la forzatura di assimilare per semplicità alla categoria della Sinistra il principio di credito sociale, economia pianificata e sovranità nazionale, e alla categoria della Destra il neoliberismo economico, allora sì: con convinzione è possibile affermare che la Sinistra sta perdendo, lo Stato Sociale sta perdendo. E il Capitale sta vincendo. Perché Bombacci è stato fucilato, appeso per i piedi a piazzale Loreto e dimenticato mentre i politici della “Sinistra” italiana ed europea ci stanno governando distruggendo il nostro Stato sociale, ampliando le già esistenti diseguaglianze economiche e sociali in nome e per conto del sacro dogma del Libero Mercato.

IL DIBATTITO
Sinistra e sinistre

La distinzione fra destra e sinistra, prima ancora di essere una questione che riguarda dottrine politiche partiti e movimenti, attraversa le coscienze degli individui. Verrebbe quasi da dire che di sinistra (o di destra) si nasce, o comunque si diventa molto presto, e tali si rimane, quasi sempre, per tutta la vita. D’altra parte si tratta di una discriminante antropologica fortissima, forse addirittura archetipa in quanto connaturata con il suo contrario alla nostra specie. E’ di sinistra infatti chi ritiene che il bene della comunità sia più importante di quello dei singoli, da cui discendono inevitabilmente i principi di uguaglianza e di solidarietà, mentre è di destra chi pensa il contrario. Volendo si potrebbe persino azzardare che destra e sinistra rappresentino nient’altro che il modo peculiare di manifestarsi per la specie umana, rispettivamente, dell’istinto di sopravvivenza individuale e di quello della specie.
Si potrebbe dire che una definizione così ampia e per molti versi così indeterminata sia poco utile: è tuttavia l’unica che consente, al di là delle ideologie, ossia dell’idea che nel tempo l’essere di sinistra ha di sé, di trovare nella storia umana anche remota elementi di ‘destra e di ‘sinistra’ del tutto riconoscibili. Soprattutto, solo partendo da così lontano si capisce molto bene che parlare di un’unica sinistra non ha alcun senso, a maggior ragione in una fase storica travagliata come quella che stiamo attraversando, mentre invece occorrerebbe fare riferimento ad una pluralità di ‘sinistre’, che declinano i comuni valori di riferimento in modo diverso, ognuna cercando di ottenerne l’applicazione nel modo più efficace. Purtroppo al giorno d’oggi questo non accade quasi mai ed ogni raggruppamento, chi più chi meno, tende ad intestarsi l’esclusiva del marchio, diffidando addirittura altri dall’usarlo. Un muro contro muri che se non fosse tragico sarebbe persino un po’ comico, pienamente inserito in un solco ben tracciato in tutto il ‘900 che ha quasi sempre visto nel partito o movimento politicamente più prossimo il peggiore dei nemici. In queste condizioni il dialogo è nei fatti impossibile, perché per discutere proficuamente con qualcuno è necessario riconoscerne la legittimità: a sinistra oggi in Italia non si discute, ma ci si accusa reciprocamente di misfatti di ogni tipo, perché manca quasi del tutto quel riconoscimento.
E sì che di argomenti ce ne sarebbero. Uno su tutti: come conciliare un progetto riformista nel contesto dei vincoli legislativi ed economici del quadro europeo. Perché le varie sinistre, non solo in Italia, finora si sono accapigliate ragionando su uno scenario sostanzialmente tutto nazionale, che ormai non esiste più, tanti e tali sono i vincoli che ci pongono l’UE e la moneta unica. Come reagire alla globalizzazione e quale modello di sviluppo praticabile proporre, alla luce dei vincoli posti dal punto precedente che non consentono illusorie fughe in avanti e ipotesi di “socialismo in un sono Paese”. C’è chi dice che il mondo sia all’inizio della quarta rivoluzione industriale, quella dell’automazione pervasiva, che porterà alla scomparsa nel giro dei prossimi anni di milioni di posti di lavoro sostituiti da macchine sempre più intelligenti, non solo nelle fabbriche, come è stato finora, ma anche negli uffici e nei servizi. Come si risponde da sinistra a questo fenomeno, che, si badi bene non può essere contrastato e che comunque è lo strumento che progressivamente consentirà all’umanità”, ovviamente a patto che siano in piedi meccanismi adeguati di redistribuzione, di affrancarsi dalla “schiavitù del lavoro? Legato a questo, in un’ottica di prospettiva, osserviamo però che negli ultimi 30 anni nell’intero mondo occidentale la disuguaglianza sta aumentando vertiginosamente: sempre meno persone possiedono percentuali sempre più elevate della ricchezza dei singoli Stati. Un trend che non pare destinato ad arrestarsi e che ci porterà nel giro di qualche anno ai livelli di inizio ‘900. Per contrastare questo fenomeno, più che sulla leva fiscale, sarebbe necessario intervenire sui meccanismi di trasmissione intergenerazionale della ricchezza; come si costruisce un consenso ampio attorno a questo obiettivo? E poi i fenomeni migratori: come vanno gestiti per uscire dalla vuota proclamazione dell’accoglienza a cui non corrispondono interventi utili per realizzarla? Come è fatta una società multiculturale e quali limiti devono eventualmente essere imposti alle singole culture che la compongono? Ma anche, come contrastare i movimenti terroristici globali, certamente quasi sempre nati come conseguenza di politiche miopi quando non scellerate dell’occidente, ma che mettono violentemente in discussione alcuni dei principi fondamentali di libertà e di uguaglianza a cui non vogliamo rinunciare? E, ancora, la salvaguardia dell’ambiente, le risorse del pianeta, l’aumento della popolazione.
Tutte questioni di grandissima complessità, sulle quali non esistono, prima ancora che le proposte, analisi di merito condivise. La migliore sinistra, nelle sue molteplici articolazioni, si è sempre distinta dalla destra per il tentativo di produrre analisi approfondite della realtà dalle quali far derivare proposte politiche perseguibili. A tal fine, oggi, sarebbe necessario uno sforzo comune, senza assurde tentazioni di primogenitura, ma anzi dimostrando da parte di tutti la grande umiltà necessaria a fronte dell’enorme difficoltà del compito.
Si notano invece troppo spesso, oltre a grandi dosi di iattanza del tutto immotivata, accanimenti furiosi su questioni relativamente di poco conto, singole persone, frasi e citazioni al di fuori dal loro conteso, così come, di fronte alla complessità, tentativi di rinchiudersi in un illusorio ‘specifico nazionale’, del tutto avulso dalla realtà. Qualcosa che può essere definito solo con l’ossimoro di ‘nazionalismo di sinistra’ (cosa peraltro non nuovissima).
Da ultimo, come in quelle animazioni sulla storia del pianeta in cui l’uomo compare negli ultimi microsecondi, le incombenze immediate. Vale a dire, in sostanza, come raccordare con le grandi questioni appena enunciate il necessario processo di riforma da avviare in un Paese che già manifestava alla fine del secolo un grandissimo bisogno di innovazione a tutti i livelli e che è invece rimasto bloccato per ulteriori vent’anni di governo sostanziale della destra. Poi, certo, appena prima dei titoli di coda e se proprio non se ne può fare a meno, Renzi, Bersani, Fassina, Vendola, e chi altri vi pare.

dibattito-sinistraInvitiamo i lettori a sviluppare il confronto, incardinato su alcuni nodi politici: cos’è diventata oggi la Sinistra, quali valori esprime, quale personale politico la rappresenta, a quali aree sociali fa riferimento, per quali obiettivi sviluppa il proprio impegno, quali sono la visione e il progetto di società che intende realizzare.
Il tentativo è di andare oltre l’analisi, spingendosi sul terreno della proposta.
Attendiamo i vostri contributi. Scrivete a: direttore@ferraraitalia.it

IL DIBATTITO
Se la Sinistra facesse la Sinistra

La Sinistra, per essere almeno un po’ di sinistra, dovrebbe prestare meno attenzione agli interessi del potere delle imprese e degli affari. Come si fa ad essere di sinistra e citare come esempio di successo chi delocalizza, chiede maggiore libertà di licenziamento, allarga la forbice della diseguaglianza, vive di finanza deregolarizzata e poi aumenta l’Iva e diminuisce le aliquote Irpef?

E la Sinistra dovrebbe prestare attenzione alla gestione democratica dello Stato, ad una distribuzione leale e condivisa del potere, piuttosto che aumentare le distanze tra chi gestisce la cosa pubblica e i cittadini. Quella che conosciamo promuove invece riforme elettorali e contemporaneamente riforme costituzionali che accentrano il potere.

La Sinistra dovrebbe lottare per una equa distribuzione del reddito, anche attraverso politiche sociali di sostegno alle classi meno agiate o in difficoltà. Promuovere assistenza e non tagliarla, garantire abbastanza posti letto negli ospedali, aiutare i disabili con interventi ad hoc e le vecchiette ad attraversare la strada.

Darsi da fare per diminuire la disoccupazione ma senza diminuire diritti pretendendo magari, come dice la prof. Pennacchi dalle righe del Manifesto, che lo Stato diventi “employer of last resort” e promuovendo opere e spesa pubblica per rimettere in moto l’economia quando si blocca.

E la competizione? In quali termini dovrebbe occuparsene la Sinistra, o dovrebbe invece inseguire la cooperazione e lo sviluppo sostenibile rifiutando gli schemi di una globalizzazione malata, che fa vincere chi produce peggio e a minor costi, chi delocalizza dove si pagano meno tasse e si sfrutta lavoro non sufficientemente garantito?

Gaber diceva “il pensiero liberale è di destra, ora è buono anche per la sinistra” quindi chi privatizza e dà in gestione pezzi di Stato ai privati non è di sinistra. Eliminati allora Prodi, Amato, Andreatta e Renzi che a volte hanno fatto finta di esserlo. E poi come si fa ad essere di sinistra ed essere in armonia con l’interesse economico predominante? È una contraddizione in termini, specialmente se poi limiti apertamente il sindacato che dovrebbe aiutarla, in un mondo perfetto, per diminuire la forbice della diseguaglianza tra operai e capitalisti.

Allora di sinistra ci resta “la mortadella”, Guccini e quella sensazione strana che ci fa indignare quando i bambini muoiono nel Mediterraneo perché scacciati dalle loro terre dalle guerre e dal debito creati dagli interessi finanzcapitalisti che a volte vincono premi Nobel.

Il dibattito sulla proprietà della moneta di Giacinto Auriti è di destra come la critica dell’usura di Ezra Pound, ma le implicazioni, le conseguenze e le soluzioni sono di sinistra. Perché l’una implica la proprietà condivisa, popolare e democratica dello strumento di scambio e l’altra l’abbattimento del debito che crea schiavitù. E chi decanta la fine delle ideologie in favore del pensiero unico, liberista e conformista, non è di sinistra.

La Sinistra oggi non è rappresentata perché il suo impegno non è la gente, e la società che intende realizzare è una società divisa tra ricchi e poveri. E i poveri di oggi sono quelli che vivono di stipendi troppo bassi e di “tutele crescenti”. Hanno poco tempo per riflettere di politica e ragionare sul loro futuro perché devono sbattersi per arrivare a fine mese mentre i loro figli frequentano una scuola che non dà strumenti ma voti e detta le differenze tra bravi e poco bravi, una scuola costretta ad inseguire la competizione e non ha tempo né strumenti per insegnare accoglienza, condivisione e cooperazione.

dibattito-sinistraInvitiamo i lettori a sviluppare il confronto, incardinato su alcuni nodi politici: cos’è diventata oggi la Sinistra, quali valori esprime, quale personale politico la rappresenta, a quali aree sociali fa riferimento, per quali obiettivi sviluppa il proprio impegno, quali sono la visione e il progetto di società che intende realizzare.
Il tentativo è di andare oltre l’analisi, spingendosi sul terreno della proposta.
Attendiamo i vostri contributi. Scrivete a: direttore@ferraraitalia.it

L’OPINIONE
Il grande equivoco

Ma Renzi ed il renzismo sono di destra o di sinistra? L’equivoco si va sciogliendo giorno dopo giorno.
La destra berluscon-alfaniana-verdiniana ha sciolto il nodo da tempo: Renzi è cosa nostra, sta facendo tutto ciò che gli abbiamo chiesto e che era nei nostri programmi e che purtroppo non riuscimmo ad attuare per colpa di tanti italiani che si opposero. Evviva e lunga vita al fiorentino e non saranno certo i diritti civili a interrompere il sodalizio Renzi-destra ora arricchito anche dalla presenza di Bondi e persino dal placet di Emilio Fede. La Confindustria, con un Squinzi sempre più prepotente – “niente aumenti di salario”- gongola. Per parte sua il premier non salta un appuntamento “con le imprese” a cui porta in dono sempre qualche gradito provvedimento. Chissà quando mai il segretario di un partito autosedicente di sinistra si farà vedere ad un’assemblea di pensionati o di operai? C’è il rischio che lo fischino (loro da tempo hanno sciolto l’equivoco) cosa intollerabile per il grande comunicatore.
Per intanto il Pd cala nei consensi, la disaffezione al voto ed alla politica rimane altissima e la forbice sociale e le diseguaglianze si ampliano. Diminuire le tasse è di destra o di sinistra? E’ giusto e basta ha declamato con enfasi il premier prodigio. In verità di farle pagare a chi evade ne parla assai poco, anzi offre loro ,agli evasori, uno strumento in più con lo sconfinamento di spesa in contante sino ai 3000 euro, la Tasi annullata sarà l’ennesimo regalo ai ricchi ed una mancia per i poveri, avveniristiche poi le promesse di sgravi per gli anni a seguire fondate sul niente (dove sono le coperture?) e sull’aumento del debito pubblico che pagheranno i cittadini (i soliti). Ma sulle tasse aspettiamoci dal fiorentino l’ennesimo gioco delle tre carte. Lui cala ma comuni e regioni crescono l’imposizione fiscale o diminuiscono i servizi. Il loro immediato futuro già ora gramo prevede prelievi o mancati rimborsi per 300milioni e due miliardi in meno alla sanità già tartassata. Dovremo pagare anche esami clinici e medici passati in cavalleria da Renzi come sprechi. In sostanza l’inganno sta in questo: a fine anno io cittadino se faccio i conti tra quello che pago ai Comuni, alla Regione, allo Stato, l’aumento o la soppressione di servizi pago di più, non di meno.

Sì, questa è l’Italia del segno più per gran parte dei cittadini e del meno solo per coloro che già sono privilegiati. Non c’è equivoco che tenga se non si hanno le fette di prosciutto sugli occhi: la politica economica di questo governo è di destra e la si vuole coprire, guarda caso sempre in prossimità di scadenze elettorali (80 euro docet) con mance che i tanti cantori del regime marchieranno di ‘sinistra’. Si lumeggiano 400 euro per chi sta sotto la soglia di povertà (sono 10 milioni di italiani e sono in aumento). Non si intaccano le ragioni di fondo per cui tanta, troppa gente vive tra la miseria e gli stenti quotidiani.
Dove sono gli investimenti pubblici e privati? Neanche in presenza dell’ennesimo episodio che segnala il dissesto idrogeologico del Paese si fa un piano serio di investimenti e si accantierano lavori urgenti. Per avere qualche soldo da elargire a Confindustria e qualche mancia inganna gonzi si svende il patrimonio pubblico (aziende di Stato) si privatizzano (vedi Poste) importanti settori pubblici.
Il Pil cresce? Non nelle buste paga. Qualche decimale in meno sulla disoccupazione? Bene, Ma intanto la qualità del lavoro compresi i ricatti quotidiani su gente sempre più orfana di diritti aumenta. Fa rabbia che di fronte ad un panorama tanto chiaro che tiene assieme politica economica e riforme istituzionali in un unico progetto di indubbia matrice destrorsa quel che resta di una sinistra storica e politica cincischi e farfugli baloccandosi nei distinguo. Bersani, Cuperlo, Fassino, D’Alema i veri padri di Renzi siete voi non Berlusconi e continuate ad alimentare (per qualcuno) l’equivoco che l’attuale Pd (‘la Ditta’) sia l’erede un po’ spregiudicato e discutibile della sinistra italiana. Non è così.

Ascolta il brano intonato
Roberto Vecchioni, La gallina Maddalena

L’OPINIONE
Il “buonismo”, una comoda etichetta che piace ai semplificatori

C’è un termine usato spesso in politica ma non solo, per me particolarmente fastidioso: “buonismo”. È vero che la lingua italiana, come ogni altra, è in continua evoluzione e continuamente nascono parole nuove. Ma cosa vuol dire buonismo? Un sinonimo di “buono”? Un derivato di “bontà”? La definizione di un atteggiamento umano caritatevole, tollerante, predisposto verso l’altro, verso chi ha bisogno e chiede aiuto? E al buonismo si oppone il “cattivismo”?
Macché. Questo è un termine usato in senso spregiativo, proprio di una certa cultura deteriorata del nostro tempo: spregiativo perché identifica, sotto sotto, l’ipocrita, colui che pur pensandola in altro modo, adotta criteri mentali condiscendenti, espressi con vocaboli melliflui, irenici, accomodanti, ma non lo fa certo per intimo convincimento.
Il termine “buonista” non a caso, è utilizzato molto da chi vede nella violenza uno dei mezzi per risolvere situazioni drammatiche e conflittuali. Ad esempio, nella vicenda tragica dei migranti, per certuni è buonista (quando non comunista) chi intende accoglierli. E così si semplifica quel che semplice non è affatto: tipico atteggiamento dei nostri tempi e di un modo di pensare che la destra, politica e culturale ha fatto suo e alimenta.
La lingua è sempre un rivelatore del Zeitgeist, dello Spirito del tempo. Ma tant’è: per me il “buonista” non esiste; esiste invece l’ipocrita, il “sepolcro imbiancato”, appellativo usato da Gesù nei confronti dei farisei. Le persone si giudicano per quel che fanno, non per quel che dicono.

GERMOGLI
Oratoria politica.
L’aforisma di oggi

Demagogo: oratore politico che promette a tutti ciò che rifiuta a ciascuno, se è di sinistra; e che promette a ciascuno ciò che rifiuta a tutti, se è di destra (Georges Elgozy)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

L’OPINIONE
Articolo 18,
il vero obiettivo
è l’elettorato di destra

Cerchiamo di capire. Perché Renzi vuole abolire l’art.18? Perché ha sfidato ogni logica di merito? Ripetiamo l’elenco. Se vuoi allargare i diritti a chi non ne ha, perché toglierli a chi li ha? Se l’art. 18 è solo un totem, perché lo si vuole abbattere? Se l’obbiettivo è riformare e semplificare il funzionamento del mercato del lavoro, perché non ci si concentra su questo? E, soprattutto, perché ricorrere a bugie e silenzi? Le bugie: non sono quarant’anni che non si tocca l’art.18, ma solo due. E cos’è quest’araba fenice delle tutele crescenti? I silenzi: da dove arrivano i quindici miliardi di euro che servono per estendere gli ammortizzatori sociali? Ritorniamo alla domanda: perché questo accanimento? A me pare una sfida con un obiettivo politico. Renzi punta decisamente a fare il pieno dell’elettorato di destra. Ecco perché gli serve una vittoria simbolica. Lo snaturamento del Pd avanza a marce forzate. Tutte le questioni che dovrebbero connotare l’identità di una forza di sinistra democratica e libertaria sono state archiviate: corruzione, evasione fiscale, giustizia, diritti civili. Che fare? Per il popolo di sinistra la via è stretta e piena di macigni. Pesa una memoria tragica di scissioni e rotture. C’è una ‘vecchia guardia’ che viene dal Pci che ha fallito. Non si intravede all’orizzonte un nucleo di nuova classe dirigente alternativa a quella renziana. I tentativi fatti a sinistra del Pd in questi anni sono tutti abortiti. Nel frattempo, però, il contenitore Pd è interamente occupato dai renziani della prima, seconda, terza ora. La minoranza è ridotta a comparsa lamentosa e patetica. Il fallimento delle primarie in Emilia-Romagna fotografa bene lo stallo drammatico in cui ci troviamo: il candidato dell’apparato vince senza convincere; il candidato trattato come ostile al partito sfiora il quaranta per cento dei pochi che hanno votato. Cosa dire? In democrazia niente è irreversibile, e tutto è possibile. Anche che accada un imprevisto positivo. Vedremo…

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