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Gli ultimi cinque minuti
…un racconto

Gli ultimi cinque minuti
Un racconto di Carlo Tassi

Scendo in cantina in cerca di conforto,
rovisto tra le cose messe da parte.
Forse troverò un po’ di miele,
un dolce rimpianto, per rivivere l’incanto.
Ma non basta… dura poco, fine del gioco!

Torno su.
Un cielo nero sopra la testa,
una strada infinita quanto il cammino.
Solo ricordi spenti.
Nessuna voglia, nessun domani,
niente.

Pensieri sfatti, corpi sfatti,
facce gonfie, occhi chiusi.
Ogni giorno un presente da dimenticare.
Monotonia, claustrofobia,
aria malata, il respiro fugge via.

Benvenute malattie!
Gli anticorpi son scaduti,
diritti e doveri decaduti.

Il vuoto s’allarga, mi sfiora tagliente, silente.
La carne è putrefatta, maleodorante.
La piaga affiora, il bruciore è ardente.
Vermi nella mente.

Giro le dita attorno la ruota,
sono dato per spacciato.
Lo so, lo sono stato e lo sarò.

Solo promesse, sempre le stesse.
Quotidiane come il pane.
Bugie, ipocrisie, false terapie.
Se rinasco, mi dispiace, non ci casco.

Questa vita m’appartiene?
E se magari vita non fosse?
S’accettano scommesse!

Esco fuori, cerco colore.
Raccolgo sassi e conto i passi.
Sfuggo al dolore ma ritrovo rancore.

La gente guarda tutto
e non vede niente.
Denti finti, cariati, turati,
sorrisi dipinti, mascherati.
L’aria è saccente, l’alito pesante.

Pioggia acida nel cervello.
Apro l’ombrello, stringo il cappio al collo.
Questo mondo non m’appartiene.
Solo avvoltoi, sciacalli e iene.

Come un salto senza rete,
niente più fame né sete.
Finisce l’inganno totale,
dalla nascita al funerale.
Poco male.

Sarà la storia che mi compete,
e mia soltanto l’eterna quiete.

Riot (Ruby Amanfu, 2019)

Per leggere tutti gli articoli, i racconti e le vignette di Carlo Tassi su questo quotidiano clicca sul suo nome.
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Non tornerò

di Marcella Mascellani

Apprendo, su di un social, della denuncia di un marito relativa alla scomparsa della moglie che poi, in realtà, aveva deciso di lasciare lui e i figli fuggendo con l’amante. Non entro nel merito perché non ne ho alcun diritto. La notizia, tuttavia, mi porta a riflettere sul fatto che, forse, era troppo difficile dire che se ne sarebbe andata e che così soddisfatta della propria vita non fosse.
Avrebbe fatto così scalpore la fuga di un uomo? Non credo. Almeno una volta all’anno sento di uomini che se ne vanno di casa per un’altra donna noncuranti di lasciare figli e magari anche la propria madre in casa con la moglie. Si sentono più sicuri e tranquilli.
Sicuramente le critiche più feroci verranno dalle donne stesse, dalle protettrici del focolare domestico. Alcuni uomini, seduti sul divano e con lo sguardo sornione, penseranno che in fondo veder ogni giorno la propria moglie dar posto alla sciatteria (vi ricordate la canzone del di Charles Aznavour “Ti lascia andare”) fin dei conti non è poi un prezzo così alto rispetto a correre il rischio che se ne vada con un altro e lo faccia in maniera teatrale finendo su tutti i giornali. Non so se avete mai notato come sono orgogliosi gli uomini quando descrivono la propria moglie, o compagna, che si scapicolla dalla mattina alla sera? Innalzano il pensiero su di lei come una coppa lucida di metallo e cantano vittoria. L’importante è che non ceda e che abbia tutto sotto controllo.
Tutto questo mi fa pensare alla nostra condizione.
Anni fa, scusate l’imprecisione, sicuramente almeno dieci e forse più, mi capitò fra le mani un opuscolo curato dal Comune di Ferrara e dall’Azienda Usl sulla depressione femminile in prevalenza causata dal sovraccarico famigliare. Ricordo un ordinato libretto di una decina di pagine, con tanto di numeri di telefono ed indirizzi ai quali rivolgersi in caso di bisogno. Tale stampato ci descriveva benissimo nel nostro disperato tentativo, non sempre fruttifero, di far coincidere tempi di vita personale e lavorativa che insieme formano il grande puzzle della nostra giornata.
Tocca a noi donne provvedere, in prevalenza, alla cura dei figli, dei genitori e di tutti coloro che possono aver bisogno di aiuto durante l’arco della nostra vita. In fondo siamo noi che siamo state educate (e continuiamo ad educare le nostre figlie) a prenderci cura degli altri e a tenere le redini del mondo che ci circonda.
Allora cominciamo col dirci la verità; il sovraccarico famigliare per una donna che lavora, o non lavora, e magari ha anche figli o persone da accudire è una condizione inevitabile. Nel caso lavori fuori casa si aggiunge, spesso, una situazione economica che non sempre consente di ricorrere ad un aiuto domestico. Talvolta, per quanto riguarda i figli, deve fare i conti con un parco nonni ancora impegnato nell’attività lavorativa o di età troppo avanzata per accudire i nipoti, vista la scelta di diventare genitori sempre più ritardata.
La giornata di noi donne inizia la mattina molto presto (prima che sia spuntato il sole per i Teletubbies) e termina a sera inoltrata, con buona pace divina. Ci incontrate per strada in macchina, trafelate e spettinate (abbiamo ancora l’impronta del cuscino stampata sulla testa) alla conquista della scuola materna che dista a circa 15 km dalla nostra vita. Ci rivedrete subito dopo sfrecciare nel disperato tentativo di conquistarci un parcheggio che, velocemente, all’uscita dal lavoro ci consenta di cimentarci in quel paradossale e frenetico mondo che è la nostra quotidianità.
Poi si va avanti con la vita e ci sono i genitori o i suoceri da accudire. E allora via con i sensi di colpa, con gli incontri con l’assistente sociale, la risposta al quesito “badante o casa di riposo?” – Tra quanto entrerà in convenzione? Mamma, papà, come non vuoi stare qui? Come non vuoi quella persona in casa? Per ora ci sto io, dormo da loro, non importa se sul divano, non importa se mi sveglierò sette o otto volte in una notte. Non posso, non devo, con tutto quello che hanno fatto loro per me! –
Augurandomi con tutto il cuore che la fuga di ogni donna che violi la legge morale, che si elevi a paladina della libertà di scegliere e di sottrarsi al destino, sia dettata da un allontanamento dalla routine e non da altri motivi, la invito, però, prima di prendere qualsiasi decisione, a leggere Innamoramento e amore di Francesco Alberoni o ascoltare la canzone di Mina Non tornerò. Leggendo o ascoltando una delle due, troverà traccia del fatto che nel giro di pochi anni la vita con l’innamorato si trasformerà in una vita routinaria simile a quella che aveva con il marito.
E così che va il mondo delle donne. Le donne hanno un cuore grande, sanno trovare il lato bello della cura, sognano mentre si occupano di un bambino o di un anziano. Sanno prendere il sole su di una panchina regalando un sorriso a chi è vicino, che sia una carrozzina con un bambino o un anziano seduto. Sanno trovare, con la dovizia di un ricercatore, un fazzoletto che sia scomparso dalle mani del loro figlio o del loro padre, sanno quando è arrivato il momento di allungare la bottiglia di acqua invitando a non disidratarsi, che sia la loro figlia o la loro madre. E, dando libero pensiero all’antico quesito che chiude la loro giornata, s’interrogano “ma stasera cosa preparo per cena?”

Un addio

Ti prego vivamente di andartene. Di chiudere quella porta per sempre. Ti sei messo con un’altra a mia insaputa, ne bella  ne giovane. Era un tuo diritto? Forse sì, ma non lo dovevi fare così.  Hai tradito la mia fiducia. Hai voluto un’altra donna, altri pensieri. Ti prego di uscire da questa casa e non tornare più. Apri la porta, e guarda il mondo con occhi diversi, il sentiero è di sassi appuntiti e in fondo, vicino al cancello, ci sono le spine delle more. Il cancello è arrugginito, quando si apre cigola, fa un rumore sinistro, sembra si apra l’antro delle streghe. Il cielo è grigio, fa freddo. Sei invecchiato, hai poche idee e tanta presunzione. Fammi il favore di andartene. Addio”.

Tra le mie mani rigiro un pezzo di carta ingiallita che contiene questo messaggio d’addio. Forse una semplice nota personale, mai recapitata nella forma scritta che sta tra le mie mani, ma più semplicemente consegnata alla voce del mittente e volata dritta in faccia al traditore.  Chissà chi ha scritto quel biglietto. Chissà come è finito in una scatola di vecchie carte dimenticata dentro un baule che è nella vecchia casa di campagna della nonna Adelina. Mia nonna non è mai stata lasciata. Si è sposata tardi, è rimasta vedova presto, in tempo di guerra e con due figli piccoli. L’esperienza deve esserle bastata, non si è mai più risposata. Non le importava proprio più. Mia madre ha sposato mio padre ed è rimasta con lui fino alla sua morte. Ora anche le sta da sola, è diventata vecchia, gioca con i suoi nipoti ed è contenta così.

Di chi è quindi quel biglietto? Chi se n’è andato tanto tempo fa in una mattina grigia, uscendo da un cancello arrugginito e dalla vita di una donna della mia famiglia? Non so come indagare, dove trovare informazioni che mi aiutino a districare il  mistero, a collocare il biglietto in un tempo e in un luogo. Rigiro il foglio tra le mani, è giallo. Sembra vecchio, la carta è leggera, quasi trasparente. Non c’è intestazione, non ci sono segni o simboli rivelatori. La calligrafia è acuminata. Inclinata un po’ a destra, regolare. Il biglietto è stato scritto con una biro nera.

Chi l’ha scritto, chi ha vissuto quel dramma in quel giorno tetro in cui ha scoperto che il suo uomo aveva un’altra donna? Forse non ha importanza sapere da dove viene quel biglietto, di chi è. Forse ha senso il solo fatto di averlo trovato, mi sta portando un messaggio e un monito che viene da lontano. Ha un suo valore così com’è. L’ha portato a me il vento.

In quel biglietto c’è un tradimento, molta sofferenza, un buio all’orizzonte che impressione per la sua drammaticità. Mi chiedo cosa provi una donna tradita. Provo a immaginare. A proiettare su quel foglio un po’ di me, un po’ delle storie che ho sentito, un po’ di quel che ho visto, un po’ di quel che mi è stato raccontato e spiegato.

Credo che in ogni tradimento ci sia un grande dolore. Come scrive Anaïs Nin: “L’amore non muore mai di morte naturale. Muore perché noi non sappiamo come rifornire la sua sorgente. Muore di cecità, di errori e di tradimenti. Muore di malattia e di ferite, muore di stanchezza, per logorio o per opacità.”

Forse è vero, l’amore non muore mai di morte naturale, viene annientato da un tradimento fisico o mentale. In quel foglio giallo si è raddensato un dolore, una sofferenza inaudita, c’è del rancore.

Chi l’ha scritto e quando. Provo a immaginare.

Una donna giovane, con figli piccoli. Una vita di impegni, molta dedizione ai bambini. Poca attenzione alla forma fisica e alle richieste del marito. Esigenze non verbalizzate ma molto potenti che richiedono la vita nella sua essenza migliore. Richieste impegnative che vogliono leggerezza e riflessione, parole e consigli, viaggi raccontati e scoperte da fare insieme. Non c’è spazio per questo. Il marito cerca altrove e trova subito una riposta. C’è sempre qualcuno pronto a tradire, come c’è sempre qualcuno pronto a non farlo, a lasciar perdere per il bene di tutti. Data la situazione, il marito esce da quel maledetto cancello che stride e se ne va nel grigio per non tornare mai più. E’ l’inizio di un dramma, oppure la sua fine. E’ la parola che muore in bocca, il palato che si secca, il grido smorzato in gola, una lacrima che scende. Scende un po’ di pianto sul viso di quella donna. Una goccia che luccica, una goccia trasparente su un viso che sembra marmo. In quella lacrima ci sono molte lacrime, in quel tempo sospeso si raddensa il pianto. Pianto che sa di sale, di frustrazione di risentimento, di preoccupazione per il futuro. Lacrime che sono anche liberatorie. “Smettiamo di fingere, ora sappiamo come stanno le cose”. Il marito se ne va, esce dalla porta e non ritorna più. The end.

Oppure quel biglietto è stato scritto da una persona giovane, una convivenza iniziata da poco e subito difficile, delle abitudini diverse. Si cena alle diciannove, no si cena alle venti. Si esce con gli amici, no si gioca a carte. La domenica si va a sciare, no si fa un dolce per la zia. Si fa l’amore sul tappeto, no solo in camera da letto. Una quotidianità conflittuale, un senso di insofferenza e di oppressione che travolge subito tutto. E allora lui se ne va, trova un altra: non c’è matrimonio da sciogliere, non ci sono figli, ci sono solo i cocci di quel fugace amore, di quel futuro sognato e mai realizzato, di quella convivenza andata a pezzi prima ancora di acquisire una forma, una sua identità. Un vaso che va in mille pezzi, senza che nessuno provi ad aggiustarlo, una rottura di tutte quelle che erano le premesse di quell’unione. Una frattura secca, una comunione d’intenti che non si è mai realizzata, una favola incompiuta e mal scritta che non finisce bene. Una passione mancata, un sospiro frainteso, una silenzio doloroso, una partenza. Forse in quella partenza c’è stata l’inevitabilità di quella scelta. Il più forte ha rotto l’argine. Ha trovato un’altra storia. E’ uscito di scena portandosi via i cocci. Forse li avrà gettati appena varcato il cancello. In una grigia mattina avrà aperto quella porta cigolante.  Forse oltre il cancello c’era già qualcuno che lo aspettava. La fonte del tradimento era già là, l’origine e la conseguenza di quella partenza. Il dolore raddensa le lacrime di chi resta. Le rende sostanza che solidifica nel cuore. Ma non c’erano figli, né matrimoni, né promesse eterne. E’ rimasto solo quell’addio forse scritto e recapitato o forse solo pronunciato.

Rigiro il foglio giallo, scritto in nero. Lo guardo un ultima volta e lo rimetto nella scatola dove l’ho trovato. Ho rubato un briciolo di vita di qualcun’altro. Ho visto un dolore passato, un travaglio lontano e archiviato. A chi sarà appartenuto quel dramma non lo so. Richiudo la scatola e i miei occhi sono pieni di lacrime. Ho scoperto un addio e me ne ricorderò. Chissà quante scatole ci sono con contenuti così, con ricordi così. Con tanto dolore e un amore spezzato che non esiste più, che appartiene al passato e alla vita di chissà chi. Spero che l’autrice di quel biglietto ora stia bene, chiunque essa sia e qualunque sia il motivo che ha davvero mandato a pezzi quella storia. Almeno all’inizio un po’ di amore doveva esserci. E’ sui resti dell’amore che nasce l’odio, la rabbia e il risentimento. Non certo sull’indifferenza. Sull’indifferenza non nasce niente, non inizia e non finisce niente. L’indifferenza non da vita e porta via la vita. Con l’indifferenza si muore.

Tu dimmi quando

Ieri sera io e Rebecca ci siamo messe sul divano del soggiorno, con tanto di caramelle di gelatina a portata di mano e abbiamo rivisto per la terza volta il film Pensavo fosse amore invece era un calesse. Film del 1991  interpretato da Massimo Troisi e Francesca Neri con la colonna sonora di Pino Daniele. Un film che vinse diversi premi e sbancò il botteghino. La storia è quella di un amore che non finisce bene. Alla fine del film i due protagonisti invece di sposarsi si lasciano.
Triste e bellissimo il film, semplicemente triste pensare che sia Massimo Troisi che Pino Daniele sono morti da anni. Quel film sa d’addio, forse più del Postino di Neruda, l’ultimo poetico film dell’attore e regista Napoletano che si conclude con la morte del protagonista. Il giorno dopo la fine delle riprese del Postino, muore a quarantun anni Massimo Troisi. La morte del Postino e la morte del suo interprete quasi coincidono e questo impressiona.
La colonna sonora di Pensavo fosse amore e invece era un calesse è di Pino Daniele e la canzone che fa da leitmotiv si intitola  Quando.  Inizia così: “Tu dimmi quando, quando/ dove sono le tue mani ed il tuo naso/ verso un giorno disperato/ ma io ho sete/ ho sete ancora.”
Basta i primi versi per capire che parla di un addio anche la canzone. Il video ufficiale fu girato nel 1991 da un gruppo di gradi musicisti: Pino Daniele (Voce, chitarra e tastiera), Alfredo Paixão (basso), Rosario Jermano (batteria), Matteo Saggese (tastiera), Karl Potter (congas).

Finito il film ho salutato Rebecca che, già mezza addormentata se ne stava tornando a casa sua (viviamo in due appartamenti adiacenti che appartengono alla stessa vecchia casa di campagna) e sono rimasta lì con la tristezza nel cuore, pensando a questi due grandi artisti che sono morti giovani. Ma la poesia delle loro opere resta e, seppur a volte intristisce il cuore, è comunque poesia.

Vola alta sopra la terra e si dirige libera verso l’infinito. Attraverso la poesia si recupera una dimensione del vivere che dà luce. La poesia ci permette di non pensare al lavoro, alla salute, alle bollette, all’assicurazione della macchina e ci trascina verso l’attesa, lo stupore, il ricordo, l’amore. Tutti sentimenti nobili che sono il sale della nostra esistenza. Attraverso la poesia si riscopre un mondo che brilla, stupisce, soffre, si dispera.
La poesia porta lontano e apre delle porte. Chi canta, suona, scrive, recita, dipinge, danza sa perfettamente quanto si può arrivare in alto con essa. Attraverso la poesia si può diventare api che si posano leggere sui fiori, si può librarsi in aria come gabbiani piumati che volano nel cielo della sera, si può diventare belli, giovani e colti, ma anche soli e disperati. Lo struggente incedere rimato della poesia ci assoggetta ad un passo diverso del nostro vivere la vita e ci chiama per nome come le sirene. Cambiando passo cominciamo a vedere chi cammina come noi e scopriamo chi ci assomiglia, appartiene allo stesso volo, allo stesso stormo d’uccelli. Per questo Troisi era un mago, per questo piaceva tanto e faceva anche ridere.

Se provo a pensare a cosa sia per me poesia mi vengono in mente le sere di primavera quando sto appoggiata al muro bianco del cortile e guardo le nuvole che cambiano colore. Oppure quello strano e improvviso sentimento che ti assale quando i ricordi buoni si mescolano al presente e con lui danzano. Pensieri che ci riparano come una coperta d’oro, attimi che sfiorano l’esistere per portarci una carezza e dirci che siamo umani proprio perché camminiamo nel mondo. La poesia come manto scintillante che innalza lo spirito, come respiro che riempie la vita e la fa diventare un diamante.

Nella poesia prende corpo l’eccezione. Massimo Troisi e Pino Daniele erano due poeti, ed erano amici, lavoravano insieme. Perfino il ritornello di “Quando” fu prima scritto da Pino Daniele e poi cambiato da Troisi. Inizialmente il brano suonava così “e vivrò, sì vivrò,/ tutto il giorno per vederti ballare”. Questa prima versione fu sostituita, su suggerimento di Troisi stesso e fu cambiata in: “e vivrò, sì vivrò/ tutto il giorno per vederti andar via”. Ritorna in maniera ricorsiva la tristezza di questo film e di questa musica.

Nell’addio c’è l’apice di molte vicende sofferte, ma anche una speranza di ritrovata libertà. Dentro l’andar via  c’è una persona, tutto quello che di lei non ci è piaciuto e anche tutto ciò che è stato buono. La persona che se ne va porta via tanti ricordi e li fa sembrare meno veri perché meno condivisi, non comunicabili. “Tra i ricordi e questa strana follia/il paradiso non esiste/chi vuole un figlio non insiste.”
Guardo Rebecca che, già sulla porta, si è girata e mi guarda: “Ma zia cos’hai? Hai una strana faccia”.
Lei quando è uscito il film non c’era, quando è morto Massimo Troisi nemmeno.
Le dico che sono dispiaciuta per quello che è successo ai due  artisti che, con la loro poesia, hanno dato splendore al film che abbiamo appena visto. Lei mi guarda perplessa. Dice: “Prima o poi moriamo tutti”.

Già prima o poi moriamo tutti, ma la morte di queste due persone ha segnato un cambio di passo nella mia vita. Ha aperto la strada a una visione brillante e poetica dell’esistere. Ha anche aperto il cuore e gli occhi alla creatività delle parole, al dispiacere di perderle. A volte la poesia è come un alito che tocca l’immortalità e muore subito dopo.  La capacità di Massimo Troisi e Pino Daniele  di cogliere l’immortalità attraverso la poesia, ha dato loro in cambio la tristezza della morte.

Il film  è finito da un po’, Rebecca esce dalla porta, dice che ha sonno, che va a lavarsi i denti. Sto tornando nel mondo materialista e consumista dove la poesia ha poco spazio, è poco amata e poco riconosciuta. Con il ritorno se ne va un po’ di tristezza e anche molta fantasia. “Tra i ricordi e questa strana follia/…”. Appunto.
Riaccendo la luce principale, faccio uscire il gatto. Chiudo con la chiave la porta, bevo l’ultimo bicchiere d’acqua.
Credo che per questa notte porterò nel sonno una meravigliosa canzone che si intitola “Quando”.

Alla prima occasione comprerò a Rebecca lo spartito della canzone, così la potrà imparare al pianoforte. Le opere d’arte una volta finite non appartengono più all’autore, appartengono a chi le trova e le ama per quel che sono. Poi ognuno di noi vede in Quando un suo addio, una sua partenza, una  possibile libertà e la struggente malinconia dei giorni grigi. E poi Troisi era un bell’uomo, moro, alto, con la pelle liscia. Un principe, un poeta, un mago.
Come non andare a dormire così.

Cover: Masimo Toisi, ritratto (wikimedia commons)

L’ultima brezza dell’anima

Stairway To Heaven (Led Zeppelin, 1971)

Un vento gelido e tagliente mi frustava la faccia, mentre il frastuono delle onde che sbattevano contro i pilastri del ponte e contro gli enormi massi frangiflutti sottostanti copriva gli ululati strazianti del mio cane: lui aveva già capito tutto.
Respirando a pieni polmoni l’aria della baia, migliaia di minuscole goccioline che il vento faceva risalire dalle creste spumose delle onde lasciavano un sapore salato in bocca e un odore salmastro tutt’intorno.
Mi voltai indietro e lo guardai un’ultima volta, appoggiai una mano sul finestrino e salutai il mio giovane e forte compagno di solitudine. Vidi nei suoi occhi la disperazione dell’abbandono, abbaiava e grattava forsennatamente il vetro del finestrino.
Quella scena aggiunse ulteriore pena al dolore che mi tormentava l’anima. La convinzione che avrebbe comunque trovato una buona sistemazione, grazie alle indicazioni che avevo lasciato scritte in un foglio piegato e riposto nel bauletto del cruscotto, m’aiutò ad alleviare quell’ennesimo, ultimo dispiacere.
Poi un vortice di sensazioni fisiche, violente e sovrapposte, m’allontanò finalmente da quella realtà.
Nessuna bottiglia di vino e nessuna droga avrebbero potuto regalarmi ciò che la natura impazzita fuori e dentro di me stava per offrirmi.
Il tormento si era tramutato in ebbrezza, il gelo e l’umidità sulla pelle erano penetrati nella carne fino a lambire le ossa, e attenuavano quell’insopportabile bruciore dell’anima. Ogni elemento contribuiva al mio sollievo e mi cullava verso il più completo abbandono.
Poi tutto cominciò a oscillare e il buio, l’aria fredda e gli odori del mare si mescolarono avvolgendomi completamente.
Per un momento ebbi l’esatta sensazione di non avere più alcun peso. Il piano dell’orizzonte era scomparso e ora galleggiavo nello spazio, diretto non so dove.
Era forse l’inizio del viaggio che mi avrebbe riportato verso un’insperata felicità?
Fuggire per sempre dalle pene che avevano reso la mia vita un deserto arido e sterile. Questo stavo facendo.
O forse mi stavo sbagliando di nuovo? Forse, per un secondo, avrei vissuto un’altra illusione?
Stavolta era diverso. Stavo correndo da lei e avrei raggiunto il luogo del nostro primo incontro, poi il primo bacio: River Bay. Era laggiù, e mi stava aspettando per ricominciare.
Poi, all’improvviso, tutto si spense.

L’euforia, la speranza che per un attimo era tornata a illuminare la notte e la mia stessa anima, il suo viso che mi sorrideva, tutto. Tutto quanto terminò in un tonfo sordo e tremendo.
Fu come l’esplosione di una bomba: confusione e delirio assoluti.

La morte non era così semplice dopo tutto, non lo era affatto!

Stairway To Heaven (tributo live ai Led Zeppelin del 2012)

Gli ultimi cinque minuti

Riot (Ruby Amanfu, 2019)

Scendo in cantina in cerca di conforto,
rovisto tra le cose messe da parte.
Forse troverò un po’ di miele,
un dolce rimpianto, per rivivere l’incanto.
Ma non basta… dura poco, fine del gioco!

Torno su.
Un cielo nero sopra la testa,
una strada infinita quanto il cammino.
Solo ricordi spenti.
Nessuna voglia, nessun domani,
niente.

Pensieri sfatti, corpi sfatti,
facce gonfie, occhi chiusi.
Ogni giorno un presente da dimenticare.
Monotonia, claustrofobia,
aria malata, il respiro fugge via.

Benvenute malattie!
Gli anticorpi son scaduti,
diritti e doveri decaduti.

Il vuoto s’allarga, mi sfiora tagliente, silente.
La carne è putrefatta, maleodorante.
La piaga affiora, il bruciore è ardente.
Vermi nella mente.

Giro le dita attorno la ruota,
sono dato per spacciato.
Lo so, lo sono stato e lo sarò.

Solo promesse, sempre le stesse.
Quotidiane come il pane.
Bugie, ipocrisie, false terapie.
Se rinasco, mi dispiace, non ci casco.

Questa vita m’appartiene?
E se magari vita non fosse?
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Esco fuori, cerco colore.
Raccolgo sassi e conto i passi.
Sfuggo al dolore ma ritrovo rancore.

La gente guarda tutto
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Redazione

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Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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