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Presto di mattina. Sentire con i sensi di un fanciullo

Quaresima: un esodo per i sensi

Et nos in lumine tuo…”
Notte fonda, notte oscura
ci fascia – nera sindone -,
se tu non accendi il tuo lume,
Signore.
(David Maria Turoldo, O sensi miei…, Rizzoli, Milano 1997,468).

«O sensi miei… tornate obbedienti». Tornate all’ascolto profondo (ob-audire), quello nascosto nelle parole, nelle cose, negli avvenimenti, nelle persone, fate uscire dall’oscurità la loro luce.

Quaresima è il tempo per far uscir fuori la luce. È detto infatti «se aprirai la tua mano al povero (Dt 15,8), se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio» (Is 58,10).

Anche la quaresima è cammino di popolo che procede a tentoni dentro l’oscurità del sentire, e tuttavia sono passi all’ombra della luce di colui che disse a Mosè «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso… Ora va’! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo» (Es 3,7-9).

Nel dialogo al Roveto ardente cinque volte viene ripetuto il verbo ‘uscire’ detto da Dio a Mosè. È un verbo che non senza fatica e inquietudine farà partire Mosè verso la sua gente dando così inizio all’Esodo, all’uscita di Israele dall’Egitto. Cinque sono anche le domeniche dell’esodo quaresimale verso la Pasqua di Gesù e nostra. Quello stesso esodo verso Gerusalemme di cui parlò Gesù con Mosè ed Elia sul monte della Trasfigurazione (Lc 9,31).

Cinque pure i nostri sensi umani con i quali usciamo e andiamo incontro alla vita che sta oltre e al mondo di fuori, comunicandoci gli uni gli altri. Per loro tramite acconsentiamo o dissentiamo con la vita, cresciamo o diminuiamo in essa, la mortifichiamo o la vivifichiamo.

Cinque sono infine anche le ferite aperte del Crocifisso: passanti di valico attraverso cui si rivelano i suoi divini sensi, i suoi sensi umanissimi e concretissimi trasfigurati dall’amore. L’invisibile amore del sentire di Dio reso visibile per noi, trasparente nell’intreccio, nel tocco dei suoi sensi terrosi, udito, vista olfatto, tatto e gusto: «tu vedi l’affanno e il dolore, tutto tu guardi e prendi nelle tue mani. A te si abbandona il misero, dell’orfano tu sei il sostegno» (Sal 10, 14).

Se l’esistenza di Gesù è stata detta dai teologi ‘pro-esistenza’, una esistenza per gli altri, allo stesso modo potremmo dire che i suoi sensi umani sono stati sempre anche ‘divini sensi’, un sentire oltre, e un sentire con. Un ‘con-sentire’ e ‘acconsentire’ al Padre e noi:

«Neppure sapevi la nostra notte/ dei sensi. Tu non puoi/ ribellarti ad alcuno./ Hai avuto desiderio di noi… I monti non sono di pietra/ il giorno non è un ricordo di sole:/ io voglio ridonare voce e sensi/ a cose morte. Stabilire il mio regno./ Io fiorirò sulla roccia/ manto di muschio immortale.» (Turoldo, Gli occhi miei lo vedono, Mondadori, Milano 1955, 45; 55).

«Nella tua luce vediamo la luce» (Sal 35) nei tuoi sensi anche i nostri sentono, vedono, odorano, gustano e toccano il mistero stesso di Dio. Scrive Giovanni: «Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita… quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi» (1Gv 1;3).

Sensi miei

Organi divini e divini sensi” così chiama p. Turoldo i nostri sensi interiori perché, in ultimo, l’occhio e i suoi fratelli vedono dal cuore.

O sensi miei, organi divini,
tornate obbedienti!
Dentro ancora mi suona un crollo
di colonne e legni e montagne:
il cielo e la terra in frantumi.
“Dio, o dolcissimo peso …, (ivi, 64).

Noi ti invochiamo
ma non sappiamo pregare
Io ti chiamo
ma non so pregarti
Tu stai lontano
al di là della luce
mentre ho bisogno
di toccarti e baciarti
sulle labbra in eguale
amore e sconforto
Io ti chiamo
ma tu non rispondi
Soli ci lasci
sulle sponde incantate
Vieni tu, presto, a suonare
i divini sensi.
(ivi, 70)

La via dei sensi

La “via dei sensi” ci fa migrare al di là del visibile, oltre il tangibile. Se per un verso essa ci lega strettamente alle cose che ci fanno vivere, per l’altro verso non si ferma al sentire esteriore, ma resta una strada aperta sull’infinito sentire. Nelle cose percepite dai sensi un’eco irraggiungibile risuona lontana che tuttavia risveglia un altro sentire. Il loro stesso limite li costringere a passare il testimone, o meglio a protendersi fin dentro lo spirito dove è il loro sentire sorgivo e aurorale.

I sensi terrosi non si perdono, si tendono semmai oltre il loro orizzonte dentro e fuori di loro stessi; si trascendono pure in quelli dello spirito e del cuore. Il verbo ‘tendere’ esprime bene questa ulteriorità del sentire spirituale e cordiale dell’esperienza umana e cristiana. Nello spirito e nel cuore essi ‘si distendono’, ‘si allargano’, si ‘prolungano’ oltre il loro limite, ‘aspirano’ ad altro. Un compimento infinito è la loro meta.

Allo stesso modo la quaresima distende i suoi giorni verso la Pasqua, come alla dimora del suo ultimo e pieno sentire, e pure noi «con i sensi lavati, con l’udito del cuore giorno e notte aperto alle segrete confidenze».

Non contro te, o Ragione, ma oltre / ho teso il cuore: / così
– lavati i sensi – / con volontà più calma / varcherò la Notte!

Potere un giorno
dire coi sensi che le cose
gridano a un essere più alto,
a una più alta gioia;
che esse sole
non sono sufficienti.
Dovere di sacrificare
quelle stesse cose
che sono divine,
di consumarle in noi stessi
al fine di una creazione
che è nostra
Difficile era credere
senza provare,
sono i sensi il tempio
di una incrollabile fede.
E dentro la Sua casa
non sempre l’uomo intende.
E anch’Egli ha lasciato
il seno del Padre,
e si è commosso di noi
e ci ha amati
perdutamente.
(O sensi miei, 461; 37).

C’è così una dimensione coniugale del conoscere a partire dai sensi che giunge al suo vertice in quella conoscenza che tiene perfettamente uniti: l’amore. I sensi sono per la Carità, dono agli amanti e ai mistici che sono pure amanti.

Sensi spirituali, il sentire dell’amore

Il dire di padre Turoldo sui “sensi suoi” sembra entrare in sintonia, fare eco al pensiero di san Bonaventura sui sensi spirituali. Quest’ultimo afferma che la conoscenza dei nostri sensi contiene segretamente il sentire/sapere stesso di Dio − la sua sapienza − cosicché sussisterebbe conformità, consonanza e accordo tra i sensi corporali e i cinque sensi spirituali.

Nel suo Commento alle Sentenze egli scrive: «essi sono l’esercizio interiore della grazia che s’indirizza a Dio secondo una certa proporzione ai sensi del corpo; e tali cinque sensi interiori hanno la loro radice nella struttura stessa della persona umana: nell’intelletto, i sensi della vista e dell’udito; nell’affetto, gli altri tre sensi; una siffatta radice, poi, rimanda a un particolare tipo di sapere, alla conoscenza sperimentale» (In III Sent., d.I3, dub.I; III 291-292a). Come a dire che anche per i sensi spirituali si dà esperienza concretissima.

I sensi spirituali, così come li chiameranno la spiritualità e la mistica cristiane a partire da Origene e da Agostino passando per Evagrio fino a Bonaventura, non sono né sensi in più o super sensi, ma sono i nostri sensi terrosi trasfigurati dall’umanità di Cristo: un sentire con lui, un vedere insieme a lui, percepire la storia e le persone, gli avvenimenti e le cose come lui.

Un’esperienza dello spirito segretamente presente anche in ogni relazione di amore; un’esperienza che dà la possibilità a tutti – dice il Concilio – di venire a contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale del Cristo (Gs 22).

La quaresima, come esodo dei sensi, risveglia la coscienza al medesimo destino, quello di una fraternità, che scaturisce non solo dalle buone opere, ma dalla grazia dello Spirito, che fa risuonare attraverso tutti i sensi l’inno paolino alla carità:

«magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine». (13,4-6)

La carità fa solidali, profondissimi e sensibilissimi i sensi: «Finalmente solidali i sensi / pregano nella calma sera/ dopo un faticato giorno». Di più, essa ci fa “consorti”, consapevoli, consenzienti tra noi, ma pure con il destino del Cristo; consorti in umanità con lui nella sua morte per divenire congiunti nella sua risurrezione.

Scrive Paolo: «Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte… Se infatti siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione. (Rm 6,5-7)

Così, al modo delle parole e delle cose, fessura sull’infinito sono i nostri sensi, scrigni del sentire divino, sua dimora che fanno più grande, senza confini l’umano sentire:

Anche le cose sono parole,
scrigni di sillabe divine: parole
«dimora dell’Essere», e voi
gli scribi del mistero, o poeti.
Un solo verso – perla
rara che le cose in recessi
impervi racchiude
geloso -, un solo verso,
fessura sull’infinito come
il costato aperto di Cristo -, anche
un solo verso può fare
«più grande l’universo»
(ivi, 644).

Così il nostro corpo è «spirito che si condensa all’infinito:/ nostro corpo cattedrale dell’Amore/, e i sensi/ divine tastiere», un esodo dei sensi «di forma in forma nel grande corpo dell’universo» (Canti ultimi, Garzanti, Milano 1991, 16).

Sensi di fanciullo ti chiedo

Dammi i sensi che avevo allora
e perdona l’abitudine del cuore
ai troppi avvenimenti,
perdona questi occhi ciechi …
Signore, aiutaci a guarire dai nostri possessi
(O sensi miei, 312)

Ancor più, ancor più e sempre,
o Dio, o Amato,
in ogni cosa piacerti!
Sensi di fanciullo ti chiedo,
di farmi interiore e mite,
e taciturno nella tua pace
(ivi, 287).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui] 

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Andrea Zerbini

Andrea Zerbini cura dal 2020 la rubrica ‘Presto di mattina’ su queste pagine. Parroco dal 1983 di Santa Francesca Romana, nel centro storico di Ferrara, è moderatore dell’Unità Pastorale Borgovado che riunisce le realtà parrocchiali ferraresi della Madonnina, Santa Francesca Romana, San Gregorio e Santa Maria in Vado. Responsabile del Centro di Documentazione Santa Francesca Romana, cura i quaderni Cedoc SFR, consultabili anche online, dedicati alla storia della Diocesi e di personaggi che hanno fatto la storia della chiesa ferrarese. È autore della raccolta di racconti “Come alberi piantati lungo corsi d’acqua”. Ha concluso il suo dottorato all’Università Gregoriana di Roma con una tesi sul gesuita, filosofo e paleontologo francese Pierre Teilhard de Chardin.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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