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Scrivere, perché?
«Silenzioso passa il vento/ tra una smunta tenda/ Tace la notte/ tra la bianca nebbia/ Piange l’albero/ il suo perduto splendore/ Nuda la terra/ nella notte fredda urla le sue ferite». Parole ritrovate, con l’emozione della prima volta, riaprendo un libro dopo tanto; un foglio riappare, lo scritto d’una persona cara. E, lei, la tenda, è sempre così smunta perché sa di essere di troppo nel voler trattenere le parole esiliate dal dolore, smarrite nella bianca nebbia.
Del nulla che resta, solo il movimento ne ricorda il passaggio. E tuttavia, a margine una nota, come un destarsi del sapere che interpreta le parole, custodendone la scintilla: «questa è l’unica poesia che non sia nata da un rigurgito di angoscia, ma in un momento di silenzio nella notte. Nel cuore della notte. Era già autunno inoltrato, vuotavo la lavatrice e fuori la nebbia copriva tutti i suoni, tutto era assopito; sentivo le gocce di umidità che cadevano dai rami del ciliegio, la tenda ‒ l’unica della casa ‒ lentamente si muoveva e così nel cuore della notte ho sentito la terra nella sua intimità».

Si scrive per scoprire quello che non si sa ancora, per esprimere quello che non c’è.

Se leggere è come aprire la porta di casa a parole migranti, gocciolanti nella nebbia ‒ apri un libro e «la stanza è invasa da tutto ciò che c’è scritto dentro» (Nadia Terranova) ‒ come ospitare un forestiero, fare conoscenza e trovare compagnia tra le parole straniere, scrivere implica invece un andare a cercale: partire alla ricerca di parole che non si conoscono, non si sa dove; parole nascoste, vaganti, perdute, inanimate; o appena concepite ma non esattamente sapute, che attendono di nascere, di diventare in quel silenzio parole tue da portare in grembo.

Ma scrivere è anche prendere la via dell’esilio, costretti dal disgusto delle parole vane di un linguaggio divenuto banale, formale, zeppo di espressioni vuote. O peggio, un linguaggio servo dell’inganno di nuove dittature, anche spirituali, che mettono il bavaglio alle parole vere, quelle che nascono dalle cose incontrate e rese intime. Una pervasività del reale delle cose che preme dal di fuori e si fa sentire dentro, compagnia di parole ancora libere, levatrici del tuo germinare in terra arida, straniera, ma generativa di spazi aperti.

La prima ragione che ci porta a scrivere è allora «proprio il ‘disgusto’ di ciò che siamo costretti a pensare e a dire», ricorda Michel Ponge. Le cose, l’oggettività del reale è per lui «ciò che ‘tira fuori’ la mente, ciò che la strappa al chiuso, alla ristrettezza di sé: la ‘bellezza’ della natura consiste nella sua immaginazione, in quel modo di poter tirare l’uomo fuori da se stesso, dal maneggio ristretto». È dalle cose, dunque, che nasce la poetica. Esse sono l’oggetto interlocutore dello scrivere (Ponge scrive in prosa); «a fronte di un ripiegamento frettoloso, spiritualista o contro la superbia dell’uomo che si crede esterno e superiore alle altre creature e ‘cose’ dell’universo», la parola poetica, incontrata nel vissuto delle cose, rimette tutto in questione, perché questa attinge il suo essere sovversiva e suscitatrice all’esistenza stessa, che incontra nelle realtà più umili di ogni giorno.

Il perché dello scrivere lo si scopre però solo scrivendo. Lo trovi nascosto nelle parole in cui ci si esprime, svolgendole nel testo come sulla strada di Emmaus: come un pellegrino, straniero che si accosta e ti svela il perché delle scritture, e la sua voce a poco a poco ti scalda il cuore e tu ne scopri il senso solo dopo. Lo stesso accade anche con la parola poetica: cammina avanti, precede la conoscenza; e dopo averla incontrata, come ai discepoli, ci si aprono gli occhi; la riconosci e ti riconosci in essa, lasciando in te quella stessa gioia della parola data come un pane spezzato, a Emmaus, che nutre e ti fa partire di nuovo. Per questo, in un articolo sulla poetica di Ponge, scritto sul Corriere del 1979, Italo Calvino titolò Felice tra le cose (Saggi 1945-1985, 1, Milano 1995, 1401-1407).

Scrivere ancora, perché?

Partiamo dal basso, dal fondo valle salendo al rifugio Auronzo e alla chiesetta sotto le tre cime di Lavaredo, sul versante veneto ‒ la chiesetta dedicata a Santa Maria Ausiliatrice ‒ e poi proverò a salire, seguendo le orme sul Sentiero degli scrittori, attraversando le gallerie del Paterno, fino alle cenge più alte.

Mi capita spesso ‒ quando cerco di narrare con parole mie, scritte con la voce, il vangelo alla gente in quella che fu una chiesetta nata dalle acque edificata sulle ghiare soleggiate del Po di Primaro ritiratosi per la rotta di Ficarolo e dedicata a Santa Francesca ‒ mi accade spesso la domenica a messa di dire parole che non avevo pensato, sgorgate all’improvviso, sconosciute affiorate all’ultimo momento, che comprendo anch’io solo dopo averle ascoltate. E ogni volta mi trovo in un altrove inaspettato. Le mie parole pronunciate in piedi dall’ambone, ad un tratto, mi sembra come di ascoltarle, seduto tra la gente in silenzio, come se fosse un altro a predicare e mi stupisco di imparare anch’io. Questo sottosopra e via vai di parole, scritte a voce, che nascono da me, ma che poi sembrano invece giungermi di rimbalzo tra la gente che ascolta, non come risonanza, ma come parole nuove, diventano un annuncio anche per me che vado esercitandomi ad annunciare, come ‘un povero cristiano’, la poesia del vangelo. E mi rallegro assai poiché come l’atto poetico dà forma, a poco a poco, al poeta sino a farlo veramente tale, così l’annuncio evangelico dà forma di vangelo a chi ogni volta riprova quell’annuncio vivendolo.

Questo fenomeno lo spiega bene Carlo Bordini: «Amo la poesia perché quando scrivo so sempre da dove parto e non so mai dove arrivo. Arrivo sempre in territori sconosciuti e dopo ne so più di prima non scrivo quello che so ma lo so mentre lo scrivo è per me la poesia. È sempre fonte di continue rivelazioni è come se durante la scrittura ci fossero improvvise rotture dell’inconscio in questo senso sono abbastanza convinto che la parola venga prima del pensiero… non si scrive quello che si sa ma lo si sa dopo averlo scritto… io non creo ma sono creato, non scrivo ma sono scritto… non tradire quello che gli viene dettato; difficilissimo essere spontanei la spontaneità è nascosta sotto una serie di strati di rigidità intellettuali di pseudo conoscenze ideologiche di velleità banali, la poesia rompe tutto questo va la centro dei problemi per raggiungere la spontaneità; credo che la poesia come ogni forma d’arte sia il tentativo con mezzi non perfetti di giungere alla perfezione (un cammino di perfezione); c’è quindi sempre dentro qualcosa di artigianale di imperfetto così come artigianale è una preghiera, nulla di precostituito o di seriale», (Il costruttore di vulcani, Sossella editore 2010).

Scrivere come pregare? Come la preghiera è un andare incontro a colui che ti viene incontro, a colui che non è te, ma è dentro di te, prima di te e dopo di te, in te.

Scrivere come amare? Come cercare l’amato fuori di te che è oltre se stessi? Colui, il cui amore è già presente in te, ma anche proteso in avanti, chiede di essere di nuovo ricercato e raggiunto.

L’altra scrivente guida è stato per me in questa ascensione Italo Calvino che domandandosi: “perché scrivo” risponde: «Posso dire che scrivo per comunicare, perché la scrittura è il modo in cui riesco a far passare delle cose attraverso di me, delle cose che magari vengono a me dalla cultura che mi circonda, dalla vita, dall’esperienza, dalla letteratura che mi ha preceduto, a cui dò quel tanto di personale che hanno tutte le esperienze che passano attraverso una persona umana e poi tornano in circolazione. È per questo che scrivo. Per farmi strumento di qualcosa che è certamente più grande di me e che è il modo in cui gli uomini guardano, commentano, giudicano, esprimono il mondo: farlo passare attraverso di me e rimetterlo in circolazione. Questo è uno dei tanti modi con cui una civiltà, una cultura, una società vive assimilando esperienze e rimettendole in circolazione (1983) […]. Scrivo per imparare qualcosa che non so. Non mi riferisco adesso all’arte della scrittura, ma al resto: a un qualche sapere o competenza specifica, oppure a quel sapere più generale che chiamano ‘esperienza della vita’… E questo posso farlo solo nella pagina scritta, dove spero di catturare almeno qualche traccia d’un sapere o d’una saggezza che nella vita ho sfiorato appena e subito perso (1985)».

Si scrive per farsi strumento per far passare attraverso di sé il senso e le esperienze della più grande vita. Questo, che è anche impegno civile di condivisione del sapere anche verso i più piccoli, ritorna in Calvino nella forma dell’elogio della leggerezza nella prima delle Lezioni americane. Scrivere per togliere peso, per dare leggerezza al vivere.

Ripensando ai suoi racconti e alle sue storie, egli così definisce il suo lavoro: «la mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio… sono stato portato a considerare la leggerezza un valore anziché un difetto. Quando ho iniziato la mia attività, il dovere di rappresentare il nostro tempo era l’imperativo categorico d’ogni giovane scrittore. Pieno di buona volontà, cercavo d’immedesimarmi nell’energia spietata che muove la storia del nostro secolo, nelle sue vicende collettive e individuali. Cercavo di cogliere una sintonia tra il movimentato spettacolo del mondo, ora drammatico ora grottesco, e il ritmo interiore picaresco e avventuroso che mi spingeva a scrivere. Presto mi sono accorto che tra i fatti della vita che avrebbero dovuto essere la mia materia prima e l’agilità scattante e tagliente che volevo animasse la mia scrittura c’era un divario che mi costava sempre più sforzo superare. Forse stavo scoprendo solo allora la pesantezza, l’inerzia, l’opacità del mondo: qualità che s’attaccano subito alla scrittura, se non si trova il modo di sfuggirle. In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra: una lenta pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone e dei luoghi, ma che non risparmiava nessun aspetto della vita», (ivi, 5-6).

Così mi sono sentito interpretato, il mio sentire con le parole di Calvino. Scrivere per alleggerire dalla fatica del cammino le persone; grazie al testo, lo strumento del passatore, dalla riva della pesantezza a quella della leggerezza. Senza chiedergli permesso, ho approfittato della sua carità samaritana legando la pesantezza delle mie carte alla leggerezza delle sue.

Gratuitamente ho ricevuto; per quel poco che posso cerco di rigiocare quella gratuità ministeriale di Calvino, che mi ha risollevato e suscitato il senso. Scrivo per condividere i pesi di chi mi cammina accanto, in questa pesante pandemia, provando a offrirgli leggerezza tramite quel vangelo che mi porta mentre lo porto a lui. Scrivo dunque per unire due sponde, quelle della vita e quella della poetica del vangelo. E durante l’attraversata sulla barca, trovo un po’ di tempo per scrivere parole mie, salvate dalle acque dell’oblio, sillabate nell’umiltà delle parole del maestro che dice: «Il mio giogo è lieve, il mio peso leggero» (Mt 11,29). E vedremo strada scrivendo.

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Andrea Zerbini

Andrea Zerbini cura dal 2020 la rubrica ‘Presto di mattina’ su queste pagine. Parroco dal 1983 di Santa Francesca Romana, nel centro storico di Ferrara, è moderatore dell’Unità Pastorale Borgovado che riunisce le realtà parrocchiali ferraresi della Madonnina, Santa Francesca Romana, San Gregorio e Santa Maria in Vado. Responsabile del Centro di Documentazione Santa Francesca Romana, cura i quaderni Cedoc SFR, consultabili anche online, dedicati alla storia della Diocesi e di personaggi che hanno fatto la storia della chiesa ferrarese. È autore della raccolta di racconti “Come alberi piantati lungo corsi d’acqua”. Ha concluso il suo dottorato all’Università Gregoriana di Roma con una tesi sul gesuita, filosofo e paleontologo francese Pierre Teilhard de Chardin.

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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