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Ministero della Transizione o della Finzione Ecologica?
Una rete sociale diffusa scrive un piano alternativo

 

Finalmente  anche l’Italia si è dotata di un Ministero della Transizione Ecologica. Tutta una serie di fatti, però, mi fanno venire il dubbio se non siamo, invece, di fronte ad un Ministero della Finzione ecologica.
Intanto, qualche giorno fa, è arrivata l’approvazione della Valutazione di Impatto Ambientale per 11 nuovi pozzi per l’estrazione di idrocarburi, di cui ben 7 in Emilia-Romagna. Tempo addietro è stato deciso di prevedere una procedura semplificata per l’autorizzazione all’ipotizzato CCS di Ravenna, che dovrebbe diventare il più grande impianto di cattura e stoccaggio della CO2 in Europa, con cui ENI intende utilizzare i propri giacimenti di gas a largo della costa ravennate per immettervi la CO2 proveniente da processi industriali o dai suoi stessi impianti, prolungando così il ricorso alle fonti fossili, mentre, sempre a Ravenna, il Progetto Agnes, basato sulle rinnovabili, potrebbe entrare in funzione nel 2023, ma tale data rischia di andare più in là proprio per i lunghi tempi autorizzativi.
Forse qualcuno potrebbe pensare che sono elementi di dettaglio, tutt’ al più segnali inquietanti, ma circoscritti. Se, però, alziamo lo sguardo a ciò che si sta predisponendo sul Recovery Plan, e, segnatamente, sulla missione Rivoluzione verde e transizione ecologica”, le preoccupazioni aumentano ulteriormente. Su questo punto, il lavoro è ancora in corso, il governo Draghi sta rimettendo le mani all’elaborazione del precedente piano, ma, da quanto è dato conoscere, si sta andando in una direzione negativa, che sa molto di ‘greenwashing’ ed è poco attenta e utile per affrontare seriamente il problema del contrasto al cambiamento climatico e di un passaggio forte verso le energie rinnovabili e a un nuovo modello di produzione e consumo energetico.

Il materiale a disposizione è abbastanza complesso e lì non si esplicita una strategia chiara, al di là delle risorse significative a disposizione (circa 70 miliardi di €, che potrebbero persino lievitare attorno agli 80, su un totale di circa 220  miliardi dell’insieme del Recovery Plan). Ci ha pensato, però, qualche giorno fa, in un’intervista su Repubblica,  il neoministro alla Finzione ecologica Cingolani a chiarire il tutto [Vedi qui], sostenendo che la transizione energetica si appoggerà sull’utilizzo del gas, in ossequio ai piani dell’ENI, e che poi, con il 2050 si potrà pensare alla fusione nucleare.
Ora, una simile ipotesi significa allungare la vita all’utilizzo delle fonti fossili, com’è anche il gas, ritardare il passaggio alle energie rinnovabili e, soprattutto, non porsi il tema decisivo, che è quello di puntare all’ autoproduzione e al consumo distribuito consentito da queste ultime, superando un’opzione di sistema centralizzato e tendenzialmente autoritario, quello che deriva appunto dall’utilizzo delle energie fossili e del nucleare.
Né si può stare più tranquilli, esaminando, sempre all’interno della missione “Rivoluzione verde e transizione ecologica”, quanto previsto a proposito di tutela del territorio e della risorsa idrica. Qui, oltre alle poche risorse indicate (complessivamente  circa 15 miliardi, ma di cui 10 già previsti, per un saldo quindi di circa 5 miliardi, mentre si stima che solo per una serio Piano di contrasto al dissesto idrogeologico ce ne vorrebbero 26 nell’arco di diversi anni), viene riproposta, anzi rafforzata, un’idea di ‘riforma’ degli affidamenti del servizio idrico per favorire la completa privatizzazione dello stesso, in particolare nel Mezzogiorno, dopo che nel Centro Nord già la fanno da padrone le grandi multiutilities quotate in Borsa, IREN, A2A, HERA e ACEA. Sarebbe, proprio a dieci anni dai referendum sull’acqua, la definitiva certificazione dell’annullamento della volontà popolare, dopo che essa è stata già fortemente disattesa in questi anni.

Il quadro non è molto migliore nella nostra Regione
In Emilia Romagna, nel dicembre scorso, si è giunti alla definizione del Patto per il Lavoro e il Clima, sottoscritto, oltre che dalla Regione, da diversi altri soggetti, dalle Associazioni di impresa ai sindacati confederali, da Legambiente ai Comuni capoluogo e altri ancora.
Chi non l’ha sottoscritto è stata la Rete regionale per l’Emergenza Climatica e Ambientale (RECA), nata da circa un anno e che per la prima volta è riuscita a raggruppare in una visione comune 76 tra Associazioni e Comitati regionali e territoriali che intervengono, da vari punti di vista, sui temi del contrasto al cambiamento climatico, della conversione ecologica e della difesa dei Beni Comuni.
RECA ha deciso di non firmare perché quel Patto non rappresenta la svolta necessaria per mettere in campo politiche adeguate per affrontare proprio questi ultimi temi. Infatti, al di là degli obiettivi generali individuati – il passaggio alle energie rinnovabili al 100% in Regione entro il 2035 e l’azzeramento delle emissioni climalteranti entro il 2050 –  che possono essere condivisibili, in realtà nel Patto per il Lavoro e il Clima non sono definiti i tempi e gli interventi che dovrebbero portare alla loro realizzazione, né gli impegni da mettere in atto in questa direzione già in questa legislatura.
Di fatto, si continua a tacere, il che vuol dire continuare ad andare avanti lungo scelte che contraddicono quegli obiettivi, come il forte ricorso a grandi opere stradali e autostradali, il ricorso massiccio ad aree dedicate alla logistica senza affrontare la questione del consumo di suolo che ciò determina, il via libera al Centro di Cattura e Stoccaggio (CCS) di Ravenna.
Quest’ultimo progetto è una scelta sbagliata; il CCS è infatti basato su tecnologie costose e non ben verificate, di fatto alternativo al ricorso rapido alle fonti rinnovabili, un vero e proprio tentativo di mettere sotto la sabbia la CO2 emessa anziché evitare di produrla.
Ancora, non ci sono scelte convincenti e coraggiose su diversi punti: solo per esemplificare, non c’è cenno alla ripubblicizzazione del servizio idrico, proprio quando potenzialmente si apre questa possibilità a Bologna con la scadenza della concessione a Hera alla fine di quest’anno. Manca una politica che punti fortemente alla riduzione dei rifiuti prodotti e al loro riciclaggio, così come al superamento degli inceneritori, mentre non sono indicati forti investimenti sul trasporto pubblico e per la riduzione significativa del parco automobilistico privato.
Insomma, per tutto un’insieme di valutazioni, la Rete regionale per l’Emergenza Climatica e Ambientale ha deciso di scrivere il proprio “Patto per il clima e il lavoro” [per leggere il Patto di RECA clicca Qui], un piano alternativo a quello elaborato dalla Regione e sul quale si intende aprire un confronto vasto con le persone e nella società regionale.
Sono davvero tante le realtà e le intelligenze collettive che lavorano per disegnare una reale transizione e conversione ecologica, per la difesa e la valorizzazione dei Beni Comuni. sia a livello territoriale che nazionale: una prospettiva sempre più necessaria per il mondo che viene e che dobbiamo costruire.

NO Al FORUM MONDIALE DELL’ACQUA A FERRARA
Sbagliata e grave la candidatura del Comune di Ferrara

Da: COMITATO ACQUA PUBBLICA FERRARA e GRUPPO BLU FERRARA

Abbiamo appreso con stupore e rammarico che il sindaco Alan Fabbri ha annunciato che il Comune di Ferrara ha aderito al Comitato promotore nazionale per candidare il nostro Paese a ospitare il Forum Mondiale dell’Acqua nel 2024 e a indicare la nostra città per svolgere un ruolo importante per quell’evento.
Ci teniamo a evidenziare che, a dispetto del nome, il Forum Mondiale dell’Acqua (WWF – World Water Forum) creato dal Consiglio Mondiale dell’Acqua è una sede cui i Governi sono chiamati a partecipare e a discutere sotto l’egida delle più grandi multinazionali del settore, che tentano di ottenere il via libera alla definitiva mercificazione del diritto all’accesso all’acqua e la definitiva privatizzazione dei servizi idrici integrati.
Da sempre i movimenti mondiali per l’acqua – e quello italiano tra loro- contestano la legittimità del Forum Mondiale dell’Acqua, peraltro definito nel 2009 dal Presidente dell’Assemblea dell’ONU, Miguel D’Escoto Brockmann come profondamente influenzato dalle società idriche private e strutturato in modo da precludere ogni possibilità che i principi relativi al riconoscimento del diritto all’accesso all’acqua e la tutela di questo bene siano le priorità della propria iniziativa.

Anzichè accodarsi alle schiere dei privatizzatori del servizio idrico e delle grandi aziende multinazionali che ne sono le principali protagoniste, avremmo voluto che il sindaco della nostra città si fosse pronunciato contro la quotazione in Borsa dell’acqua nelle Borse di Chicago e Wall Street, avvenuto alla fine dell’anno scorso, che segna non solo la totale mercificazioe dell’acqua, ma anche il fatto che su di essa si possa tranquillamente speculare.
Oppure ricordare che, sempre nel 2024, scade nel territorio ferrarese la concessione del servizio idrico a Hera, azienda quotata in Borsa e ispirata da una logica privatistica, e che dunque è possibile passare ad una gestione pubblica e partecipata del servizio idrico, dando attuazione ai referendum sull’acqua del 2011.
Confidiamo comunque che il sindaco si esprima su questi punti e, per parte nostra, continueremo a batterci perché il nostro Paese non ospiti nel 2024 il Forum Mondiale dell’Acqua e per salvaguardare la risorsa acqua come bene comune e per ripubblicizzare il servizio idrico.

COMITATO ACQUA PUBBLICA FERRARA
GRUPPO BLU FERRARA

Nasce a Ferrara il “Gruppo Blu”
per la tutela del patrimonio idrico locale

 

Da: RETE DI GIUSTIZIA CLIMATICA – FERRARA

Nel pomeriggio di domenica 7 febbraio, un gruppo di cittadini ambientalisti si è dato appuntamento sul fiume Po di Volano, a bordo del Battello Lupo, per costituire il Gruppo Blu: una nuova realtà espressa dalla Rete Giustizia Climatica di Ferrara, che pone come sua finalità la tutela dell’acqua, intesa come habitat prezioso di specie animali e vegetali, nonché risorsa per le attività umane.

Chi frequenta i corsi d’acqua della nostra provincia, che vanta un patrimonio fluviale di oltre 3000 km di estensione, di cui 220 km di fiumi navigabili, sa quanto essi siano sconosciuti e ignorati dai suoi abitanti. Mentre nelle città europee i fiumi e i loro argini sono vissuti come vie d’acqua, percorsi naturalistici, ciclovie o ippovie dedicate al turismo lento, i ferraresi restano distanti da essi, non apprezzandone il valore.
Durante l’incontro è stato introdotto il tema della ripubblicizzazione dell’acqua potabile, con l’intenzione di mantenere i necessari collegamenti con le iniziative locali e nazionali: infatti nel 2024 scadrà la concessione per il servizio idrico dell’ambito territoriale di Ferrara,  ora affidato ad Hera .

Per riportare l’attenzione sul tema delle acque, il Gruppo Blu ha colto l’occasione per navigare a bordo del Battello Lupo, risalendo il Po di Volano sino a percorrere interamente il canale Boicelli.
Durante il tragitto, sono apparse numerose le zone di degrado, segnate da abbandono di rifiuti, scarichi  illeciti, discariche abusive, bivacchi, attività illegali a danno dell’ambiente ed altre attività di microcriminalità. Quasi nessuno è presente, o pratica attività lungo il Volano o il Boicelli. A pochi passi dal centro città è possibile assistere a tutto questo, a comprova del fatto che ciò che non viene reso accessibile, non può essere vissuto e, così, non potendo ricevere adeguata tutela, cade vittima di illegalità e degrado.
Tra le varie argomentazioni dei partecipanti, emerge come la gestione delle vie d’acqua sia caratterizzata da una problematica frammentazione di competenze e da una generale disattenzione nel conformarsi alle buone pratiche, accolte nelle linee guida regionali per la corretta gestione e riqualificazione fluviale. Ciò avviene troppo spesso a discapito dell’habitat, sotto forma di pesanti deforestazioni delle sponde di fiumi e canali e mancato rispetto del minimo deflusso vitale dell’acqua, necessario alla vita acquatica.
Il Gruppo Blu, all’interno della Rete Giustizia Climatica, coltiva concretamente il sogno di riportare il fiume nell’immaginario e nel cuore dei ferraresi: continueranno quindi le azioni di divulgazione ambientale tramite web conference. L’attività proseguirà poi con la creazione di un elenco di stakeholder, includendo enti gestori, Pubbliche Amministrazioni, associazioni e gruppi ambientali che operano sul fiume.

Il fine è quello di arrivare ad un Contratto di Fiume, che regoli i rapporti e definisca le modalità operative di chi interviene e pratica attività sul fiume, il tutto nell’interesse dell’ambiente e della qualità delle acque.

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