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Tra i vari fatti accaduti in un 25 marzo della nostra storia, va per primo ricordato subito che oggi si celebra il “Dantedì”, una intera giornata dedicata al sommo poeta.

Che Dante sia importante per la nostra cultura è indubbio. Che lo si debba celebrare in un apposito giorno, il 25 marzo, data di inizio del suo cammino onirico, francamente potevamo anche risparmiarcelo. Ogni giorno del calendario si sta riempiendo di “date-day” o “date-dì” per celebrare, ricordare, memorizzare un evento, un nome, insomma “qualcosa o qualcuno”.

Dante a me piace finché sta all’inferno. Dopo è noia e pesantezza che ogni studente deve seguire, pena la bocciatura. Istituita nel 2020, questa speciale giornata ha piazzato un enorme macigno a schiacciare ogni altro evento. Preferisco soffermarmi su un altro avvenimento, meno ricordato ma molto più attuale e per questo forse meno interessante per il nostro Ministero della Cultura.

Oggi 25 marzo è la Giornata internazionale in memoria delle vittime della schiavitù e del commercio degli schiavi transatlantici, istituita nel 2007 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Oltre a non essere tristemente ricordato da nessuno, questo giorno della memoria è da attualizzare più che mai. Per oltre 400 anni, più di 15 milioni di uomini, donne e bambini sono stati vittime del tragico commercio transatlantico di schiavi. Ed essendo “transatlantico”, per qualcuno forse a noi non dovrebbe interessare: “che c’entriamo noi con gli schiavi africani e gli americani?”.

C’entriamo eccome. Quattrocento anni fa gli schiavi li andavano a prendere proprio in Africa, continente che ancora oggi “esporta” schiavitù verso altri continenti. Gli schiavi “per fame” che attraversano deserti, soffrono rinchiusi in prigioni a due passi dal mare, da quel mare che potrebbe portarli in salvo, chi sono?
Se per ogni evento storico decidiamo di tirare una riga, uno spazio dove da lì in poi è tutto nuovo, fresco, bianco, pulito, non serve a nulla. La storia non ha limiti così netti e la schiavitù, la tratta di esseri umani, ne è un chiaro esempio. Oggi come allora, il continente africano continua ad essere una sorta di “supermercato” a basso costo, per materie prime, controllo di risorse, mercato delle armi e schiavi.

Ecco che allora, se volete, possiamo chiudere il cerchio tra Dante e la tratta di schiavi: un “lasciate ogni speranza o voi che entrate” sembra tragicamente attuale.

 

Photo cover: Encyclopedia Virginia: The landing of the first Negroes

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Nicola Gemignani

Marina di Carrara, il mare e una buona lettura, non chiedo altro. Amo l’estate e odio l’ipocrisia. Amo Sergio Zavoli, il suo libro “La notte della Repubblica” e la libertà. Ariete da generazioni (padre, nonna, nonno, zie), sono un nerd mancato.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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Tanto che qualcuno si è chiesto se ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport…. Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e dà riconosce uguale dignità a tutti i generi e tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia, stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. .

Con il quotidiano di ieri, così si diceva, oggi ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

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