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Sei milioni 788 mila: sono le donne italiane che hanno subito almeno una volta nella propria vita una violenza. Rappresentano il 31,5% delle donne italiane fra i 16 e i 70 anni. Il 20,2% ha subito violenza fisica, il 21% violenza sessuale, 652.000 hanno subito uno stupro, 746.000 un tentato stupro. Sono le cifre della nuova ricerca Istat sulle violenze di genere in Italia nel quinquennio 2009-2015, presentate sabato mattina al seminario organizzato dall’Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Ferrara presso la libreria Ibs-Libraccio, con le scarpe rosse, ormai installazione emblema della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, disseminate ovunque fra gli scaffali.
Nel 2014 sono state 152 le donne uccise, 89 quelle che hanno perso la vita da gennaio a ottobre 2015, 4 di loro in Emilia Romagna, una proprio qui nella nostra provincia: la ventunenne Ishrak Amine uccisa a inizio ottobre a Mesola dal padre che poi si è suicidato. Il dato più allarmante è però l’aumento del numero di donne che hanno temuto per la propria vita: la cifra è quasi raddoppiata, passando dal 18,8% del 2006 al 34,5% del 2014. Tristi corollari sono il fatto che a commettere le violenze più gravi sono sempre più spesso i partner attuali o gli ex compagni e, anche in conseguenza di ciò, l’aumento dei minori che hanno assistito a episodi di violenza sulla propria madre.
Anche per questo sabato mattina non c’erano solo donne, l’assessora Annalisa Felletti, la presidente del Centro Donna Giustizia Paola Castagnotto e Liviana Zagagnoni di Udi Ferrara, ma anche Michele Poli, del Centro Uomini Maltrattanti di Ferrara e fra i fondatori del primo centro di questo tipo a Firenze nel 2009, e Alice Berger che si è laureata in Giurisprudenza a Unife proprio con una tesi sui centri italiani che prendono in carico gli ‘abusers’, gli uomini che agiscono violenza. Il messaggio è chiaro: le violenze di genere non sono solo un problema di sicurezza, ma un fenomeno strutturato collegato alla costruzione culturale e sociale degli stereotipi di genere, ancora molto forti e resistenti in Italia. Serve quindi un’azione di rete che coinvolga più soggetti, dell’associazionismo e delle istituzioni, e che si muova sempre più sul piano della prevenzione e della formazione: ecco perché è importante sottolineare il coinvolgimento nel 2014 di oltre settecento studenti della scuola secondaria nella provincia in progetti e incontri didattici proposti dal Centro Donna Giustizia e Centro Uomini Maltrattanti.
Michele Poli ha presentato le attività di quest’ultimo, una realtà forse ancora troppo poco conosciuta. Tra il novembre 2014 e l’ottobre 2015, 35 uomini hanno contattato il centro, sono stati organizzati 100 colloqui individuali e 41 incontri di gruppo, dei 24 uomini presi in carico 19 hanno affrontato l’intero percorso. “Arrivano per lo più in maniera spontanea”, ha spiegato Poli e il fatto che ciò accada in “fasce d’età abbastanza alte” secondo lui è il segnale che “non c’è ancora una cultura maschile per affrontare il problema”, perciò i soggetti ne prendono coscienza tardi. Poli ha poi sottolineato che coloro che si rivolgono al centro “sono quasi tutti italiani” e non appartengono per forza a categorie disagiate come si è spesso portati a pensare. Infine “la maggioranza ha dichiarato di aver subito o assistito a violenze quando erano piccoli”. Proprio qui sta l’importanza dell’azione dei Centri: “non si è mai intervenuti a livello politico sulle relazioni di potere fra i generi e sull’immaginario maschile che in gran parte favorisce o addirittura giustifica la violenza”, ha affermato Poli, “agendo sugli autori delle violenze non solo si aiutano le attuali partner e quelle future, si aiutano anche i figli, evitando così che da adulti diventino a loro volta responsabili di violenze”.
Tornando ai dati delle violenze di genere, quelli forniti da Paola Castagnotto sulla realtà regionale e sulle attività del Centro Donna Giustizia di Ferrara sono lo specchio delle tendenze nazionali. Nel 2014 più di 3.000 donne si sono rivolte ai 13 centri che formano il Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia Romagna, il 90% erano vittima di violenze, 3,1% in più rispetto al 2013: per il 68% erano violenze fisiche, per il 91% psicologiche, per il 14% sessuali.
Per quanto riguarda il nostro territorio, la forte crescita del senso di insicurezza da parte delle donne non sembra essere affatto ingiustificata, come emerge confrontando i numeri dei primi 10 mesi del 2014 con quelli del 2015. Le donne che hanno subito violenza da gennaio a ottobre 2015 nella nostra provincia sono state 2015, mentre nello stesso periodo del 2014 erano state 181. Il progetto “Uscire dalla violenza”, che accoglie donne sole e/o con figli che subiscono violenza dando loro ospitalità e protezione e aiutandole in un percorso di recupero della proprio autonomia, ha coinvolto quest’anno 201 donne, nel 2014 erano state 186 (154 nuovi arrivi nel 2015, 133 nuovi arrivi nel 2014). Negli stessi mesi il Centro ha fornito 220 consulenze psicologiche, 87 consulenze legali e ha formato 85 gruppi di sostegno.
“Ancora oggi in Italia siamo di fronte a una forte sottovalutazione del fenomeno e alla difficoltà a considerare dal punto di vista giuridico e normativo le violenze di genere come una violazione dei diritti umani”, denuncia Paola Castagnotto: lo dimostra il fatto che non ci sono ancora un osservatorio nazionale permanente e un piano nazionale con una visione globale del fenomeno che riunisca prevenzione, contrasto e sostegno. Tante le perplessità anche sulla norma del 2013 contro il femminicidio e la violenza di genere, soprattutto perché, come ha affermato Alice Berger, la legge del 2013 “non è frutto di un confronto e un dialogo con il mondo dei soggetti che si occupano del tema, ma della conversione di un decreto legge [dl n.93, agosto 2013, ndr] in cui per di più si trattavano anche altri temi”. In altre parole “il legislatore ha perso l’occasione di riformare in senso organico e culturale la normativa su questa materia”, ha concluso Alice.
“Il 25 novembre sentiremo molti interventi gonfi di sdegno. La retorica blocca il dibattito pubblico per trasformarlo in commemorazione”, ha affermato con amarezza Paola Castagnotto: speriamo che allo sdegno e alla commemorazione seguano l’impegno e i fatti concreti perché non ci sia più bisogno di una Giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

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Federica Pezzoli


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