14 Aprile 2017

LA RECENSIONE
‘Dall’Alto della Pianura’, l’ultimo libro di Stefano Muroni,
per riscattare le storie della nostra terra dalla violenza del tempo

Eleonora Rossi

Tempo di lettura: 5 minuti

Il nuovo libro Stefano Muroni, ‘Dall’Alto della Pianura’, Storie perdute di amore e di
follia’, è stato presentato lo scorso 12 aprile alla Casa della Cultura di Tresigallo 

“Ho sempre avuto un problema con le cose che finiscono. (…)
Ho sempre avuto difficoltà a staccarmi dalle cose, dalle persone, dalle storie. Vorrei, in cuor mio, che niente terminasse, che le esperienze belle durassero per sempre. Invece, tutto cambia, tutto viene abbandonato, tutto rischia di essere a poco a poco dimenticato.
Per questo ho iniziato a trascrivere queste testimonianze: per non farle morire col tempo”.

Così scrive Stefano Muroni nelle ‘Note dell’Autore’ del suo nuovo libro, ‘Dall’Alto della Pianura’, Storie perdute di amore e di follia, prefazione di Diego Marani, fresco di stampa per Pendragon (marzo 2017). Non solo una raccolta, ma un “romanzo di racconti”. Otto narrazioni, a ricordarci che siamo nel territorio del ‘per sempre’: otto è il simbolo dell’infinito.

Spegnete il rumore del mondo. Provate a leggere l’ ‘Oriele’ con voce sussurrata, in una sera che non va di fretta. Magari in una notte di luna piena. “In cielo, la luna era così tonda che illuminava come se fosse giorno, e tutte le risaie erano d’argento e il grano d’oro splendeva di blu”. Riattraversate le lande del tempo per tornare a un “punto preciso della campagna di Gherardi dove non cresce più il grano”. Perché lì – lo sentirete ripetere, ripetere ancora e infine echeggiare dentro – “il grano non ci cresce più”.

Meritano un silenzio raccolto quelle frasi che ritornano: parole come un rosario da sgranare. Immaginatevi allora in un luogo remoto, senza orologio – il calore animale di una stalla, sospiri e sguardi, il tremolìo di un lume – dove fole, leggende e storie “vere” camminano, di bocca in bocca, di padre in figlio.
“Il ricordo fonda la catena della tradizione che tramanda l’accaduto di generazione in generazione”, afferma Walter Benjamin nel famoso saggio Il narratore.
In racconti come l’Oriele – uno dei punti più alti di questa raccolta, insieme a Spighe di grano o Favola di Natale – respira l’anima di una Terra. Di un paese e della sua gente.. Il secondo libro di Muroni è ancora un atto d’amore per la sua Terra: la presentazione in anteprima, non a caso, sarà alla Casa della Cultura di Tresigallo il prossimo 12 aprile alle ore 21.

“C’è di tutto in questo almanacco campestre, il quale vuole favoleggiare, attraverso gli occhi di poveri cristiani intrappolati in un paese di una sperduta provincia italiana del nord Italia – probabilmente scordata perfino dal Padre Eterno – le vicende più disparate e drammatiche, gli avvenimenti più felici e antichi. Io non ho fantasticato niente, questo è sicuro – osserva Stefano Muroni -. Tutto mi è stato spifferato di sana pianta e da voce viva dai protagonisti diretti o dagli interlocutori interessati”.
Storie non più perdute, ma ritrovate da chi ha saputo ascoltarle e trascriverle sulla carta.

Incanto e disincanto di bambino e uomo, dolore e risarcimento dell’esistenza. Sentimento accorato – cresciuto insieme a lui, sulla pelle – che altro non è che amore per la Vita stessa.

Tutto, nella mente del giovane scrittore – ispirato da una profonda capacità di ascolto – serve a ricostruire la ‘realtà’: le favole a cui nessuno dice di credere, l’incertezza di sentirsi sospesi, in un limbo tra “il materiale e l’immaginario”. Un dubbio che ad un certo punto non sussiste, perché ‘realtà’ e immaginazione si palesano come le facce della stessa medaglia: è la fantasia che fa vedere le cose nella loro interezza, che aiuta a dare loro un senso.

Ambientati tra Tresigallo, Gherardi e Jolanda di Savoia, i racconti descrivono anni di “miseria e felicità”, narrano vicende di “terribili santi” e “onesti diavoli”:

…quelle persone scordate da tutti. Dei fantasmi sembravano, dei morti, degli spaventapasseri che il tempo aveva addomesticato con cura, andando a smussare tutto ciò che di cattivo potesse scorrere nel sangue di quelle vene. Alla fine dei giochi, il don era attorniato da fedeli per lo più per bene, gente onesta e miserabile fino al midollo. Cristiani che obbedivano all’ululo dei cani e alle visioni notturne (…)

“Insomma, erano tutti dei terribili santi e tutti degli onesti diavoli”.

L’autore riesce in questo libro a restituire dignità alle persone. Dietro il carnefice, ci fa vedere la vittima, l’anima che combatte con se stessa: “Tutti questi disgraziati di pianura che tentano, fino all’ultimo, di lasciare una traccia indelebile del proprio passaggio sulla terra”. Uomini e donne devianti, esclusi, etichettati come ‘diversi’, additati in rituali feroci come ‘la tamplàra’. Gente attanagliata dalla sofferenza ma comunque ostinata, più forte dell’avvilimento, in una terra in cui sovente le persone vengono marchiate d’infamia: “Sento troppa vergogna addosso”. Eppure in questi racconti si afferma una giustizia più forte di quella umana, più forte delle voci, del giudizio, della colpa. E affiora una parola meravigliosa, “perdono”.

Riscatto è la tenerezza con cui l’autore descrive Oriele, creatura fragile, che si muove gattoni e lavora accucciata; raggomitolata col “musetto” che spunta dalle “coperte pesanti”. La sua minuscola, misera vita lascia un segno incancellabile: “È rimasto solo il grano, da queste parti. E questo punto preciso della campagna. Niente più. Solo un punto vuoto dell’universo nel grano della campagna”.
La spiga di grano, posata sulla lapide di un cimitero, è il tocco di poesia che sublima la ferocia di un pestaggio a sangue, respiro lieve al termine di una storia di violenza subita e di omertà.
Nota di delicata preghiera.
Il grano, nella mitologia antica, è simbolo – così esplicito nell’Oriele – di fecondità, di rinascita. Le messi sono emblema del ciclo vita-morte.
Ed è proprio la “circolarità” il tratto che accomuna i racconti: la fine che combacia con l’inizio. Tutto si compie.

…la cascina dove avevano vissuto non c’era più. Distrutti i muri delle stanze dove per anni avevano mangiato, distrutto il muro della cucina dove facevano il pane, distrutta la stanza dove la Tina aveva partorito i suoi tre figli, demolita la stanza dove Vanna guardava la sua campagna e cancellata la stanza dove avevano passato quell’ultimo Natale.

“Tutto abbattuto. Desolazione”.
La storia – universale e personale – è fatta di dolore. Di crolli. Bisogna avere il coraggio di guardare le macerie, i segni del tempo, le cicatrici. Immaginare di nuovo la cascina che è stata demolita, ricollocare le pietre al proprio posto e ridisegnare la memoria, ritrovare le radici. Le parole servono a questo: a rielaborare un lutto, a ricreare – nel ricordo – una cornice d’eternità.
Anche gli oggetti descritti nei racconti sembrano dotati di un’anima, lasciano avvertire una sofferenza; si pensi alla “culla di legno grezzo” di Oriele, o alla personificazione di una vecchia cascina: “l’Isnarda si è piegata al tempo e alla stanchezza. ‘Ahimè’, ha sussurrato, piangendo, intanto che cedeva la parte sinistra del tetto, mentre pensava che non avrebbe più rivisto il Teo e il Beppe. Patapunfete, ha fatto, il tetto, quando è crollato. E basta. Finito. Tutto qui”.

E invece non finisce.
“Le cicale e la loro gneca”. Spruzzi di fiocchi di neve. Spighe di grano. L’ultima frase di ogni racconto è uno spiraglio, una musica.
Un frammento, dolce o struggente, d’infinito.



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Eleonora Rossi

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