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2 Dicembre 2016

Charlotte

Tempo di lettura: 3 minuti


Charlotte profuma di mare, di treni e di vento.
Da venticinque anni è la mia compagna di viaggio: io e lei abbiamo attraversato a piedi il mondo.
È morbida e ruvida, Charlotte, un po’ come la mia vita.
Ha tatuato sulla pelle scura, come trofei, le bandiere dei paesi che abbiamo conosciuto. Non posso separarmi da lei, nemmeno per un’ora.
E infatti è qui con me.

L’ho assicurata sopra la mia testa, nel vano per il bagaglio a mano. Ho accarezzato la sua tracolla di cuoio e ho chiuso la zip con un lucchetto.
Il “click” rassicurante dell’hostess che chiudeva lo sportello – e il suo sorriso compreso nel biglietto – ora mi lasciano godere questi attimi rari. Mi sono sganciato dal cellulare e tra non molto mi sgancerò anche da terra e dal mondo.
Adoro il profumo di questa rivista patinata che mi scivola fra le dita.
Esploro il piccolo spazio che mi appartiene sul volo AZ 125: la poltrona mi avvolge come una culla.
Allaccio la cintura, finalmente libero.
Mi ritrovo tra le mani la busta sigillata con la coperta, le calze, il dentifricio, la mascherina: in questo minuscolo quadrato trasparente c’è tutto l’occorrente per il giorno che viene.
Non mi serve altro.
La ginnastica delle hostess per illustrare il piano d’emergenza fa scattare il conto alla rovescia.
L’aereo, come al rallentatore, comincia a muoversi. Sento i motori ruggire. E chiudo gli occhi, così da far vibrare il decollo dentro di me.
Puntiamo al cielo, all’immenso.

Ogni partenza è una rinascita.
Sono già morto troppe volte, quando ero a “casa” – mi ha ucciso prima la mia ex moglie, poi la depressione – e troppe volte ho rischiato di bere la mia vita in un bicchiere di rhum.
Tutto quello che avevo stava scivolando via, come una barca di carta sul fiume. Mi arrabattavo nel mio piccolo mondo, convinto che la vita fosse tutta lì, tra quelle fragili pieghe di carta. Ma la barca si è imbevuta, ho cominciato ad andare a fondo… Mi sono ritrovato nella corrente del fiume. E solo in quel momento mi sono accorto che la vita era l’acqua di quel fiume.
Perché la vita è nell’andare.

I miei occhi, oltre l’oblò, nuotano tra spesse nuvole. Avanziamo silenziosi in un mare solido: l’aereo è una nave che taglia l’oceano.
“Caffè o tè?”
“Un caffè, grazie, con molto zucchero”.
Aggiungo ancora una bustina, per prolungare, con lo zucchero, una sensazione cara.
Il naufragar m’è dolce in questo mare.

Ogni volta che parto, la mente ritorna al mio primo viaggio. Non so da quanti giorni non mi facevo la barba, né da quanto portavo la mia camicia viola. La camicia viola, sempre la stessa, sudicia e viola come un sorcio.
Ero dimagrito dieci chili, nelle mie vene scorreva più alcol che sangue. Correvo verso la morte, non avevo paura di lei.
Mi fermò, preoccupato, un medico. Un medico e un amico. Mi disse che dovevo andare via, cambiare aria.
Un viaggio, perché no? Tanto non avevo più nulla da perdere.
La vita mi ha messo tra le mani un biglietto aereo e ancora un giro di giostra.
È da quel che ho ricominciato a vivere. Nell’alba di un paese sconosciuto, nei passi lungo la strada, negli occhi delle persone che incontravo, dimenticavo me stesso.
Una nuova lingua, un’altra religione. Ogni notte una camera diversa. Davanti a me c’era il mondo, con i suoi infiniti sentieri.
Accendevo le giornate come fiammiferi. Ne raccoglievo le capocchie nel mio taccuino.

Solo nelle stazioni, dove la gente si abbraccia, avvertivo la solitudine, come una fitta.
Fu in uno di quei momenti che la vidi, dietro una vetrina: la pelle scura, Charlotte era là ad aspettarmi
Abbracciato a Charlotte, la mia fedele borsa di viaggio.

Mi raggiunge un profumo caldo di cibo fumante.
Abbasso il tavolinetto pregustando la sorpresa della cena: torno di nuovo bambino mentre cerco di indovinare quale pietanza nascondono le scatole minute ordinate sul vassoio.
“Succo d’arancia, per favore”.
Il vino no, grazie, ho smesso di bere.
Voglio godermi ogni istante. Voglio godermi le nuvole. Le vedo trascolorare, accese dal sole che arde lontano. È un’eruzione di cielo.

Abbasso sugli occhi la mascherina.
“Buona notte”.
“Buona notte, signore, sogni d’oro”.
Un sogno, un sogno ce l’avrei: viaggiare per sempre.
Quando morirò, vorrei essere cremato.
Le mie ceneri, siate gentili, riponetele in Charlotte.

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Eleonora Rossi


Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “il giornale” un’idea (geniale) nata 270 anni fa, ma che ha introdotto  dei codici precisi rimasti quasi inalterati. Nemmeno la rivoluzione digitale, la democrazia informava, la nascita della Rete, l’esplosione dei social media, hanno cambiato di molto le testate giornalistiche, il loro ordine, la loro noia.

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Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e dà riconosce uguale dignità a tutti i generi e tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia, stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. .

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