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Iran, new Vietnam? Perchè le democrazie liberali stanno perdendo

Iran, new Vietnam:
Perchè le democrazie liberali stanno perdendo

Se in Iran, Venezuela e Cuba lo sviluppo umano cresce più che negli Stati Uniti da 40 anni

Più procede l’aggressione di Israele&USA all’Iran, più le potenze emergenti dei BRICS (Cina, Russia, India, Brasile, SudAfrica) osservano silenziose ma non indifferenti il tramonto occidentale.

Si sono unite dal 2009 (nonostante dissensi tra loro) per ridimensionare il dominio militare ed economico degli Stati Uniti nel mondo, che origina dalla prima guerra mondiale e a cui l’Europa (ahimé) ha legato i suoi destini la quale, nonostante gli “aiuti” di Trump a svegliarsi, vaga sonnambula e, come dice anche il nostro ministro degli esteri Tajani, “L’Europa non ha una posizione e l’Italia ha la posizione della UE”.

I nostri commentatori mainstream hanno subito gioito di come le scorribande USA in Siria, Venezuela e Iran togliessero a Russia e Cina preziosi alleati, senza rendersi conto che nel Nuovo Mondo è impossibile imporre dall’alto dei cieli (bombardando) la democrazia liberale.

Michele Serra ha fatto notare che “gli americani sembrano fortunati: dovunque vanno per esportare la democrazia, trovano il petrolio”. E’ probabile che l’aggressione all’Iran fallisca e si faccia un ulteriore passo verso quel Nuovo Ordine Mondiale che non è la logica della forza bruta (come tutti ora dicono) in cui saremmo caduti dopo 80 anni di pace, ma lo svelamento di una logica predatoria che c’era anche prima, solo che era camuffata dalla “pax americana”.

Un misto di guerre, finanza e disuguaglianza sociale che più procede, più diventa disgustosa per l’umanità, dal momento che di colonie ce ne sono sempre meno e crescono i paesi non allineati all’ideologia liberale occidentale (all’ONU erano 50 nel 1945 e sono oggi 193) che stanno migliorando anno dopo anno le condizioni di vita dei loro cittadini.

Non è vero, infatti, che oggi il mondo è peggiore di 40 anni fa. Tutti gli indicatori sullo sviluppo umano di UNDP (speranza di vita, reddito per abitante, anni di scuola,…), agenzia indipendente dell’ONU, partecipata da centinaia di studiosi di oltre 100 paesi, mostra un costante e netto miglioramento delle condizioni di vita proprio nei paesi poveri e a medio reddito, quasi tutte autocrazie e non democrazie liberali.

Paradossalmente sono le democrazie liberali che faticano ad avanzare, mentre la cosiddetta più “grande democrazia al mondo” (Stati Uniti) cresce poco e in alcuni aspetti fondamentali cala (speranza di vita), in quanto sono 70 i milioni dei suoi cittadini che non hanno accesso alle cure sanitarie in quanto poveri.
Il fatto è che ‘”c’è del marcio in Danimarca” e la ricchezza prodotta avvantaggia solo il 20% della popolazione in Occidente. Il che non significa che non ci siano grandi predatori (come Trump), ma è in continuità coi decenni precedenti, solo che lo fa alla luce del sole.

La speranza dei nostri “democratici” è che, con la sconfitta di Trump al mid term o nel 2028 (che ci auguriamo anche noi), si torni a quel mondo “sereno” dove il mondo occidentale può continuare a fare affari. Ma non sarà così (Trump o non Trump), perché le popolazioni (sia in Occidente che nel Resto del mondo) non stanno bene con un capitalismo predatorio che produce disuguaglianza e povertà nella maggioranza dei suoi stessi cittadini, ancorché “democrazie liberali”.

Walter Veltroni sostiene che nel mondo solo l’8% della popolazione abita in democrazie liberali e che questa quota si sta riducendo, quindi le cose vanno male. Ma non considera che tutti gli studi (UNDP in testa) dicono invece che negli ultimi 80 anni le condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione mondiale sono nettamente migliorate, anche se vivono sotto autocrazie o democrature.

Come mai? Perché si riduce la democrazia liberale ai diritti formali (libere elezioni, indipendenza della magistratura, libertà di parola e opposizione), tralasciando quelli sostanziali (lavoro, eguaglianza, casa, salute, scuola, pensione) che crescono molto di più di quelli formali e che sono quelli che interessano (nelle prime fasi dello sviluppo) alla gente comune.

Il caso più evidente è la Cina (autocrazia) che ha eliminato in 17 anni 850 milioni di poveri, arricchito 500 milioni di cinesi e si avvia a diventare leader nelle tecnologie più avanzate, mentre nella democrazia liberale USA si è ridotta la speranza di vita, cresciuta la miseria, peggiorate per la maggioranza le condizioni di vita, nonostante crescano i miliardari e il PIL.

A forza di pensare che il nemico erano “gli altri” (Cina, Russia,…) abbiamo scoperto che il vero nemico è in casa nostra (Usa).

L’Europa, finora, è stata succube degli Stati Uniti e, continua ad esserlo, infliggendosi non solo danni economici (inflazione, indebolimento della manifattura e dei servizi avanzati, allargamento di mercato senza Statualità), ma morali (l’odio crescente del Resto del mondo) partecipando a guerre israelo-americane che la danneggiano, buttando alle ortiche il rango morale che si era costruita dopo le aggressioni coloniali da cui originò la stessa prima guerra mondiale, dovuta al timore “dell’imperialismo anglo-francese di un imperialismo tedesco che rivendicava uno spazio nella spartizione del mondo coloniale” (Luciano Canfora, Storia del suffragio universale,  gennaio 2026,pag.98) e non per i patriottismi (serbo o tedesco) che la vulgata ci ha proposto per decenni.

Due dettagli indicano il mondo che verrà (sempre meno America First). Volkswagen ha annunciato che taglierà non i 35 mila posti concordati coi sindacati in Germania a fine 2024, ma 50mila entro il 2030 per aumentare investimenti e far tornare i profitti dal 4 all’8-10% dei ricavi. Un livello che la preserva da fughe verso la finanza (che ha quei rendimenti). E dove farà questi investimenti? Soprattutto in Cina (che è il suo primo mercato con 2,7 milioni di auto vendute) con auto elettriche 100% made in Cina (dimezzando i costi rispetto a quelli dell’Europa) e poi investirà negli Stati Uniti per produrre là auto oggi importate (ed evitare i dazi), dimostrando che la logica UE (democrazia liberale) del “capitalismo senza Stato” porta là dove si fanno i maggiori profitti.

L’altro dettaglio riguarda i dazi di Trump, pur messi in discussione dalla Corte suprema USA (ma che difficilmente saranno rimborsati agli importatori americani che hanno protestato). Quanto ha guadagnato lo Stato Usa dai dazi di Trump in un anno? Le entrate doganali sono passate da 334 miliardi del 2024 a 1.285 miliardi negli ultimi 12 mesi: una cifra stratosferica, con cui Trump finanzia la riduzione delle tasse ai ricchi americani, mentre l’inflazione si è ridotta dal 3% al 2,7%: il contrario di quanto dicevano gli “esperti” economisti mainstream.

Come mai? Da un lato si doveva dare addosso a Trump, dall’altro difendere l’ideologia del libero scambio (viva la “scienza” economica). Lungi da me voler difendere Trump, ma la verità va sempre detta anche se non va nella direzione sperata.

Se la UE decide che l’olio della Tunisia (3,5 euro al litro) non può più essere importato nella UE perché non ha gli stessi standard di qualità dell’olio italiano o spagnolo e distrugge le coltivazioni dei nostri agricoltori, forse si capisce meglio l’ostilità al Mercosur e perché i dazi non sono per definizione una castroneria.
Bisogna infatti discernere, anche se si è a favore del “libero scambio”, e tutelare le produzioni che sono strategiche per un paese (come agricoltura ed altre), come fanno da decenni anche USA e Cina.

Siamo invasi da molta propaganda e altrettanta ideologia per farci ubbidienti. Così ci vorrebbe la narrazione dominante che nel futuro vede solo le democrazie liberali, mentre probabilmente la storia andrà ancora avanti e potremmo scoprire che dopo comunismo, nazismo e liberalismo, c’è qualcosa di meglio.

In copertina: soldato con drone – Pagina Facebook di Radio 3 Scienza

 

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Andrea Gandini

Economista, nato Ferrara (1950), ha lavorato con Paolo Leon e all’Agenzia delle Entrate di Bologna. all’istituto di studi Isfel di Bologna e alla Fim Cisl. Dopo l’esperienza in FLM, è stato direttore del Cds di Ferrara, docente a contratto a Unife, consulente del Cnel e di organizzazione del lavoro in varie imprese. Ha lavorato in Vietnam, Cile e Brasile. Si è occupato di transizione al lavoro dei giovani laureati insieme a Pino Foschi ed è impegnato in Macondo Onlus e altre associazioni di volontariato sociale. Nelle scuole pubbliche e steineriane svolge laboratori di falegnameria per bambini e coltiva l’hobby della scultura e della lana cardata. Vive attualmente vicino a Trento. E’ redattore della rivista trimestrale Madrugada e collabora stabilmente a Periscopio.

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