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In un istante, fuori da ogni volontà, vedere spezzate le vite delle persone che si amano di più. Un dolore così immenso respinge ogni morale, simile solo al niente che resta dopo un uragano che distrugge la casa con i suoi abitanti e non c’è a chi dare la colpa. Allargare lo sguardo per una riflessione che vada oltre l’evento, invece, si può.

Il fatto è accaduto il 16 ottobre a San Felice del Benaco, in provincia di Brescia. A quanto è dato conoscere fin qui, Viola Balzaretti, 15 anni, muore per mano del fratello tredicenne che per gioco le spara con il fucile del padre, ancora carico dopo la caccia.
Il ragazzo, non imputabile per età, verrà forse seguito dalla giustizia minorile ma non dovrà rispondere penalmente per ciò che ha fatto. Gli sarà comunque di troppo rispondere a se stesso.

Il resoconto della vicina che lo descrive uscire di corsa dalla casa familiare, la maglietta macchiata del sangue di Viola, gridando “Non sono stato io”, è eloquente di quanto sarà terribile convivere con questo mistero: essere fattore causale di una morte che mai si sarebbe voluta e di cui non si è realmente responsabili. Una sorte terribile è toccata pure ai genitori, medici entrambi, lui medico legale e, per due mandati, assessore comunale alle politiche sociali. Attualmente è indagato per la cattiva custodia delle armi in suo possesso. “Una famiglia perbene”, dicono in paese, e certamente lo è.

Ugualmente e diversamente vittime sono coloro che a Viola e ai suoi vogliono bene. Pochi giorni dopo, nella scuola frequentata dalla ragazza, uno psicologo ha incontrato i compagni. Dare espressione al dolore è tra le poche vie possibili per non esserne schiacciati.

Le ragioni vere di quanto è accaduto, probabilmente, non vanno cercate in casa Balzaretti bensì in un panorama più ampio. L’articolo di Repubblica del 18 ottobre attacca così: “A casa mia sono cresciuto che c’erano più fucili che posate”, dice un ragazzo al bancone del bar del centro (…). Di fucili ce n’erano otto, più due pistole, nella villetta di Roberto Balzaretti.”.
Una contiguità con le armi da fuoco che non impressiona, qui e forse altrove. Ricordo bene una conversazione in Sardegna di molti anni fa. L’ospite a tavola mi spiega l’ovvietà di avere almeno un’arma in casa e ridacchia della mia incredulità, gli pare impossibile che altrove funzioni diversamente. Tendenze radicate nel tessuto sociale, come è vero che in certe regioni si consuma più alcol della media italiana o che nella mia città ci spostiamo in bicicletta.

I tratti culturali sono facilmente strumentalizzati da chi ne trae profitto. La legittima difesa a qualunque costo, ad esempio, con qualche mezzo bisognerà pure farla. Magari un’arma, per proteggersi dai malfattori. Anche se poi, ormai da anni, in Italia è più facile essere colpiti con una pistola detenuta legalmente – in genere da un familiare – piuttosto che il contrario. Nel 2020, su 93 omicidi di donne (inclusi i femminicidi), 23 (1 su 4) sono stati commessi con armi da fuoco detenute legali.

L’organizzazione indipendente svizzera Small Arms Survey nel 2018 ha stimato in Italia circa 8,6 milioni di armi da fuoco diffuse tra la popolazione civile (di cui solo 2 milioni regolarmente registrate), escluse quelle possedute da esercito e forze dell’ordine. Come dire 14/15 armi da fuoco ogni 100 civili. Negli ultimi anni si è andati di male in peggio; stando a un sondaggio Censis del 2020 1 italiano su 10 è armato, e nell’ultimo anno ci sarebbe stato un ulteriore incremento.
“Il numero preciso di armi registrate, tuttavia, non si conosce: né il Ministero dell’Interno né la Polizia di Stato lo hanno mai pubblicato e, in merito, non hanno voluto rilasciare dichiarazioni”, chiosa il Giorno in un articolo datato 14 ottobre 2021, vale a dire prima e a prescindere dalla morte di Viola.

Come si fa a possedere un’arma nel nostro paese? Facile: ci vuole un nulla osta oppure un porto d’armi. Il nulla osta serve per un solo acquisto, che però può riguardare anche più armi, da tenere in casa. Con il porto d’armi invece si va a caccia, al poligono, si lavora come guardia giurata, se ne fa uso all’esterno insomma.

Giorgio Beretta, analista di Opal, Osservatorio permanente sulle armi leggere, ne parla in un articolo ben documentato per la rivista Il Mulino nell’estate di due anni fa. In un’intervista a Vanity Fair lo studioso fa un sunto efficace: «La normativa italiana per il numero di armi detenibili è tra le più permissive in Europa, con una licenza per tiro sportivo o da caccia si possono tenere tre pistole, dodici fucili semiautomatici (tipo gli Ar-15, i più usati nelle stragi in America) e un numero illimitato di fucili da caccia. Le norme sono troppo blande e le licenze si possono ottenere con troppa facilità. Non è richiesto né un esame tossicologico né una perizia psichiatrica nemmeno per gli anziani. Tutto si basa su un’autocertificazione controfirmata dal medico curante e un breve esame all’Asl, simile a quello per ottenere e rinnovare la patente di guida».

Non si conosce il numero di armi detenute attualmente in Italia, né quanti nulla osta siano approvati.
Per ovviare il problema Beretta propone una tassa annuale sulle armi, 12-15 Euro per digitalizzarle tutte – molte ancora sono registrate soltanto su registri cartacei – e istituire un fondo dedicato alle vittime delle armi da fuoco legalmente detenute.
Una banalità è certa: il modo migliore per non uccidere è disarmarsi. Finché non lo si fa, occorre una cura corretta delle armi e della persona che l’ha in uso. L’Espresso del 28 settembre 2021 annuncia una proposta di legge portata avanti dal Pd con altre forze politiche in base alla quale il certificato sanitario dovrebbe essere più severo e curato da una commissione medica. Entrerebbe in vigore, inoltre, l’obbligo di avvisare i conviventi maggiorenni della presenza di un’arma in casa.

In chiave di prevenzione nei contesti a rischio, la onlus Ognivolta, nata dopo un ‘incidente’, ha proposto un collegamento tra le banche dati delle forze dell’ordine e della sanità pubblica di modo che, quando qualcuno viene fermato perché autore di violenze o viene sottoposto a TSO, sia immediato verificare se è in possesso di un’arma e, in quel caso, sottrarla. Nel settembre 2020 il Senato ha approvato un ordine del giorno in tal senso, ci si augura che l’iniziativa trovi concretezza.

 Questo articolo è uscito il 27 ottobre, con altro titolo, sull’edizione online di Azione nonviolenta

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Elena Buccoliero

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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