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OGGI I CPR, 15 ANNI FA I CIE: LO STESSO INFERNO

Ricordo l’impressione surreale di camminare in quel pomeriggio di sole in pieno centro. Ricordo quanto mi sembri astruso che tutto sia aperto e pronto al contatto, basta allungare il passo, stringere una mano, chiedere un’informazione, scegliere se cioccolato o crema. Tutto così assurdo e surreale mi sembra quel giorno, avendo trascorso appena qualche ora al CIE, il Centro di Identificazione ed Espulsione, che a Bologna c’era e adesso non c’è più.

Un italiano di nascita non ci entra facilmente, io vado al seguito di Daniele Lugli, Difensore civico della Regione Emilia-Romagna (ricopre questo incarico dal 2008 al 2013) e di Massimo Cipolla, avvocato dell’ufficio con una spiccata specializzazione sul contrasto alle discriminazioni e sul diritto delle persone migranti. Massimo collega, nel tempo amico e avvocato.

Torno a pensarci in questi giorni mentre a Ferrara, la mia città, si discute l’apertura di un CPR, Centro per la Permanenza e il Rimpatrio. Il passaggio generazionale, diciamo così, dai CIE di allora ai CPR odierni non sembra aver migliorato le cose. Le informazioni che se ne hanno sono pessime in ogni senso, per qualità della vita di chi è rinchiuso o ci lavora, per efficacia nei rimpatri, per i costi da sostenere.

Nel CIE, con Daniele e Massimo, arrivo con una certa soggezione. I nostri nomi sono stati comunicati preventivamente dall’ufficio come si fa prima di entrare in carcere: nome documento e motivo della visita. Daniele ha deciso di entrare per due ordini di ragioni.
Il primo è generalissimo: non essendo ancora stati istituiti in Emilia-Romagna i Garanti specializzati dell’infanzia e dei detenuti, come Difensore civico vuole occuparsi con particolare riguardo dei cittadini più fragili e si è dotato di un gruppo di lavoro competente.

Le persone “ristrette nella libertà personale” sono quelle che si trovano in carcere come nelle celle di sicurezza delle forze dell’ordine o della polizia municipale, in ospedale per un TSO o nei campi nomadi. A loro dedica progetti specifici cercando collaborazioni e alleanze.

Il secondo motivo è che in quei giorni un uomo rinchiuso nel CIE di Bologna si è cucito la bocca, letteralmente.
Il gesto ha una forza simbolica evidente: mi avete zittito, chiedo imploro urlo e nessuno mi ascolta, vi faccio vedere in concreto quello che mi avete fatto. Non va trascurato il dolore fisico oltre alla sofferenza interiore, né i rischi d’infezione, o l’impossibilità di nutrirsi. Se un giovane arriva a tanto, in quali condizioni sta vivendo e qual è la sua storia?

Anche oggi nei CPR gli atti di autolesionismo non sono rari, né i tentativi di suicidio o i gesti aggressivi. In cattività senza un motivo chiaro né una prospettiva, le persone private di ogni autonomia e relazione con l’esterno perdono le staffe facilmente. Se poi la condizione di ristretto si accompagna a precedenti traumi – e non è raro tra i migranti – sarebbe strano se non succedesse. Ma quella rivendicazione facilmente sgarbata, fuori controllo, esasperata, diventa la riprova della pericolosità sociale e repressa con la forza e con il ruolo.
Alda Merini racconta qualcosa di simile del suo primo ingresso in manicomio: le sue proteste vibranti erano interpretate come conferma della follia, sarebbe stato più devastante il prossimo elettroshock.

Il pomeriggio al CIE lo trascorriamo un po’ in ufficio e un po’ in visita alla struttura. Scambiamo due parole con alcuni reclusi, quelli che parlano sufficientemente la lingua italiana, essendo noi in quel momento sprovvisti di interprete. Mi colpisce un’anziana signora dell’Est europeo che racconta di avere fatto la badante fino a pochi mesi prima, poi il vecchio di cui si occupa è morto e lei chissà come si ritrova in gabbia.

Ricordo i letti di cemento, ultimo ritrovato dopo che in una rivolta sono stati bruciati i materassi, e la desolazione, il grigiore compatto, il controllo armato. Nulla fa pensare al prendersi cura delle persone, non c’è che contenere i corpi togliendo ossigeno all’immaginazione e alla compassione. Gli stessi medici della struttura sono giovani, soggetti a rapido turn-over, imbrigliati nella possibilità di svolgere il proprio lavoro e di documentare ciò che vedono. I farmaci più richiesti e più offerti sono quelli per sedare.

Dopo quell’incontro Daniele stipula una convenzione con la struttura che gestisce i CIE di Bologna e Modena e incarica Massimo di entrare nei Centri per ricevere le richieste che i migranti intendono rivolgere al Difensore civico, in quanto garante del buon andamento della Pubblica Amministrazione, uomo-ponte (Ombudsman) tra la gente e le istituzioni. La convenzione viene sottoscritta pure da Desi Bruno, Garante regionale delle persone limitate nella libertà personale, che nel novembre 2011 è stata nominata e con cui Daniele sviluppa un’ottima collaborazione.

La relazione del Difensore civico regionale per l’anno 2012 dà conto di diversi successi nel provare l’illegittimità di alcuni trattenimenti e arrivare alla liberazione degli interessati. Si cita ad esempio una cittadina nigeriana portatrice di una ferita non perfettamente sanata, dovuta a un colpo pesante di arma da taglio ricevuto a 13 anni a causa di un tentativo di sacrificio umano nella sua setta di appartenenza. O una giovane donna apolide nata in Italia, liberata con titolo di soggiorno e affidata a una comunità. E una donna con un tumore, un uomo con una patologia psichiatrica, che nel CIE (oggi sarebbe il CPR) non ricevono cure adeguate, e vengono liberati e presi in carico dal servizio sanitario. Decisivo è l’intervento del Difensore civico regionale il cui compito è proprio percorrere le strade più opportune per risolvere inghippi burocratici o lentezze nell’applicazione della legge.

L’impegno di Daniele Lugli in quelle sedi è dunque migliorare per quanto possibile le condizioni di vita dei reclusi, sottoscrivendo un accordo con l’ente privato che gestisce i Centri di Bologna e Modena, e parallelamente denunciare i guasti di quel sistema, così da concorrere – insieme ad altri – alla chiusura delle due strutture. Un paradosso, forse sì, praticato lealmente e un passo per volta, mantenendo aperta la comunicazione con tutti i soggetti coinvolti, come avviene nelle campagne nonviolente.

Questo articolo è già apparso nei giorni scorsi su Azione Nonviolenta online

Cover: Novembre 2022,  un ragazzo rinchiuso nel Cpr di Milano si è cucito le labbra col filo di ferro per protesta (La redazione di Periscopio si scusa per la crudezza dell’immagine).

Per leggere tutti gli articoli di Elena Buccoliero su Periscopio clicca sul nome dell’autrice. 

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Elena Buccoliero

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE
di Piermaria Romani


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