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Ma poi, siamo davvero così sicuri che questo nostro testardo bisogno di sogno (che rima di merda!), non sia proprio la realtà? Che questa necessità di immaginarci l’utopia, vestita coi panni degli eroi perdenti che ci hanno accompagnato per mano durante tutta la vita, non sia realmente la vita? Ecco, non sono sicuro nemmeno io di avere capito cosa voglio dire, ma nella mia testa queste parole hanno un nesso, hanno un senso. Parlo di noi perché ci sarà pure, da qualche parte, qualcuno che ha le mie stesse turbe, magari in qualche centro di igiene mentale non ancora basaglizzato, accucciato in una cella dove la Legge 180 non è ancora arrivata.

Sì, perché credo che questo bisogno di immaginario, non tanto di eroi comunemente detti, quanto di sconfitti che ci rappresentino, abbia un suo filo rosso che ci unisce.

Penso che alcuni personaggi della fantasia di illuminati scrittori di ogni tempo e persone vissute realmente possano tranquillamente scambiarsi i ruoli. Don Quijotte De La Mancha, Ernesto Guevara de La Serna, Don Diego De La Vega, Salvador Guillermo Allende Gossens forse sono la stessa persona, oppure sono parenti tra loro. Magari la fantasia e la realtà si sono scambiate i ruoli.

Io non ho bisogno di eroi senza macchia e senza paura, ho bisogno di sconfitti che mi prendano per mano in questi giorni tristi (cit.). I giorni tristi non sono riferiti ad un evento in particolare, ma sono collegati alla strada che ha imboccato il mondo. La vittoria a mani basse del capitale mi riporta alla mente i mille perdenti che hanno significato tanto per me bambino, adolescente, adulto e (quasi) vecchio. Capitan Harlock, Michele Strogoff, Sandokan, Lucio Magri, Pino Pinelli, Tiziano Manfrin, si assomigliano tra loro. Molti di questi non-eroi hanno i capelli lunghi, ciuffi scompigliati da attori anni ’50, sigari o sigarette in bocca sfrontate, desiderio di ottenere l’impossibile.

Come è possibile sentirsi fuori tempo in ogni epoca e ad ogni età? Come si può essere fuori tema dalle elementari? E’ una domanda che mi pongo spesso. La mia autostima ha il bisogno, la necessità, l’obbligo di vivere tra le nuvole, adolescente datato che immagina l’anarchia come un mondo di regole autoimposte, al contrario di chi pensa che essere anarchico sia rincorrersi a braghe calate facendo il bombarolo.

Vi rappresento questo mio disagio, liberando qualche internato dal tugurio ammuffito della propria prigione, vera o presunta. Un mondo di salnitro, dove i muri impregnati di un liquido percolante  prendano nuovamente una luce.

Vorrei strappare le pagine dei libri per fare rivivere i personaggi intrappolati nella carta.

Vorrei fermare il tempo, correre all’indietro e liberare i sogni incastrati sui fondi delle clessidre.

Credo che il bisogno di vivere tramite le parole scritte o lette sia una vera e propria patologia, che ti comprime lo stomaco, ti costringe a picchiettare su una tastiera come un pianista pazzo che suona senza spartito.

Oltre il mezzo secolo, abbandonata la speranza che un allenatore rimanga colpito dalle mie doti pedatorie, accantonato il sogno della cattura di un luccio di dieci chili, alla continua ricerca di un imprenditore illuminato che veda in me competenze che nemmeno io vedo, ricercando un editore folle che capisca quanto siano necessarie le mie parole alla causa degli ultimi, mi restano i pensieri infantili a cui aggrapparmi.

Nella consapevolezza che i sogni rimangono la componente più vera di ogni realtà.

Nella photo cover, una formazione della Spal 1976/77

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Cristiano Mazzoni

Cristiano Mazzoni è nato in una borgata di Ferrara, nell’autunno caldo del 1969. Ha scritto qualche libro ma non è scrittore, compone parole in colonna ma non è poeta, collabora con alcune testate ma non è giornalista. E’ impiegato metalmeccanico e tifoso della Spal.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

Cari lettori,

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Tanto che qualcuno si è chiesto se  i giornali ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport… Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e riconosce uguale dignità a tutti i generi e a tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia; stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. Insomma: un giornale non rivolto a questo o a quel salotto, ma realmente al servizio della comunità.

Con il quotidiano di ieri – così si diceva – oggi “ci si incarta il pesce”. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di  50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle élite, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

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