1 Marzo 2017

Dentro l’ufficio collocamento dell’Isis

Jonatas Di Sabato

Tempo di lettura: 4 minuti

Marzo 2016, Gaziantep, nel sud della Turchia. Un ex militante dell’Isis contatta alcuni reporter. Quello che consegnerà è un oggetto destinato a far luce sull’organizzazione interna del sedicente Stato islamico. E farà nascere lo scandalo noto come ‘Isis-leaks’.
Il disertore, usa lo pseudonimo di Abu Hamed, consegna infatti un file, trafugato al capo della sicurezza interna del Califfato, contenente le schede di reclutamento dei soldati donati alla jihad.
Dopo un tamtam mediatico, le prime notizie che trapelano riferiscono di 22.000 nomi, ma un’accurata traduzione e lo studio approfondito dei dati, ridurrà il totale delle scehde utili a ‘sole’ 1736, tutt’ora al vaglio dei servizi segreti. Le liste, poi, vengono ben presto pubblicate e divulgate in tutto il mondo dal sito ‘Zaman al Wasl’, una sorta di wikipedia-araba (legata all’opposizione siriana) dalla quale sono state ricavate la maggior parte delle notizie sulle liste del ‘Isis-leaks’.
Molto interessante è notare come queste liste siano state compilate tra il novembre e il dicembre del 2013, quindi ben sei mesi prima della proclamazione dello Stato islamico, il che ci fa capire come l’organizzazione di tutto il sistema che porterà alla nascita della terribile realtà che ben conosciamo, sia stato pianificato con cura e per tempo e non sia frutto di improvvisazione.
Queste liste ci fanno entrare in una sorta di ‘ufficio di collocamento’ dell’Isis: le domande a cui gli aspiranti devono rispondere spaziano dal gruppo sanguigno, al motivazioni che indicono all’arruolamento, al ruolo che si vorrà svolgere. La percentuale di giovani è disarmante: il 78% dei reclutati ha tra i 18 e i 30 anni.
Altro dato che fa riflettere è la provenienza: i due terzi sono arabi, tra i quali spiccano i sauditi. Tra i paesi europei invece i maggiori esportatori di terroristi sono la Turchia con il 3,3% del totale e la Francia con un 2%. In complesso le nazionalità dei combattenti sono 51. Altre considerazioni possono essere fatte sulla cultura degli adepti: solo il 4,5% proviene da scuole religiose e il 10,5% è analfabeta. L’88% di loro non ha neppure esperienze di combattimento. Infine, il 29,5% dei laureati è esperto informatico o ingegnere.
La storia di questa particolarissima lista ci mostra un’entità per nulla avulsa dalla realtà, come spesso si crede, e al contrario strutturata al suo interno con una solida organizzazione, una macchina con ingranaggi ben oliati (letteralmente, se si pensa che gran parte dei fondi vengono dal commercio in nero del petrolio) e che chi ne vuole entrare a far parte lo fa consapevolmente, con radicate motivazioni, piena coscienza e competenza del ruolo da svolgere. Proprio il ruolo, nelle richieste, gioca un fattore fondamentale: c’è chi si candida come combattente, chi come ricercatore di fondi, chi come tecnico o esperto in un settore (soprattutto ingegneria e informatica come accennato) e chi, già dall’inizio (si può cambiare in questa direzione anche in corso d’opera) entra proprio come kamikaze.
In questa veste è entrato Abu Rawaha al-Italy (numero 47 delle liste), all’anagrafe Anas al Abboubi. Il nome non è nuovo alle nostre cronache: cresciuto a Vobarno, in provincia di Brescia, faceva il rapper con il nome di ‘McKhalif’. Dopo la conversione nel 2012 e un arresto nel giugno del 2013 per attività legate al terrorismo, a due settimane dalla scarcerazione vola in Turchia e da lì raggiunge la Siria. A settembre dello stesso anno si arruola ad Aleppo con l’Isis. Di lui non si hanno più notizie, anche se il padre sostiene sia morto.

I miliziani quindi possono scegliere, all’atto della domanda, quello che vorrebbero fare, cambiano nome, prendendo come pseudonimo il luogo di provenienza: appunto come esempio Abu Rawaha al-Italy sta, come facilmente intuibile, per ‘l’italiano’. Lo stesso Abu Bakr al-Baghdadi, il comandante del Califfato, rimanda evidentemente alla capitale irachena… Inoltre forniscono una serie di informazioni fondamentali, così come fa anche chi ‘raccomanda’ il candidato. Sì, perché la sicurezza è fondamentale e per entrare nelle milizie del Califfo c’è bisogno di una sorta di ‘attestato di idoneità’, nel quale un membro anziano garantisce che il suo candidato non sia una spia e che sia adatto alle finalità dell’organizzazione. Fra le 23 domande del questionario c’è anche la richiesta di esplicitare la propria conoscenza della ‘Sharia’: non ci devono essere dubbi, insomma, sia sulla volontà che sullo scopo che persegue Daesh.

Una delle ultime notizie proveniente dal sito Zaman al Wasl ci parla dell’aspetto economico, soprattutto connesso al traffico di petrolio (ricorderete il susseguirsi di accuse da parte della Russia alla Turchia su presunti traffici di petrolio tra quest’ultima e l’Isis, con scambio di armi e denaro).
Insomma è evidente come il Califfato abbia un’organizzazione interna per certi versi simile a quella di un ‘normale’ apparato statale, dove tutto è sotto controllo, dove ci sono ministeri e rigida organizzazione (c’è addirittura un ufficio reclami!). Uno Stato che si fonda su un obiettivo: la jihad, quella fondata sugli āyāt (versetti): “Combattete coloro che non credono in Allah e nell’Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo, e siano soggiogati.” (Corano 9:29). Uno Stato che ha molti alleati visti i suoi commerci illegali, con altri Stati dei quali si tacciono i nomi per ragioni diplomatiche.
Nel frattempo le ‘crisi’ intestine del mondo arabo continuano a lacerare l’intera area e in particolare la Siria, ancora distante da uno scenario pacifico e da una condizione di tutela dei diritti umani. Tutto induce a un’ulteriore riflessione: nei casi in cui gli Stati hanno fra loro trovato accordi, soprattutto di tipo economico, le limitazioni della libertà non vengono condannate (come in Arabia Saudita per esempio); dove invece le intese commerciali non si perfezionano, allora si parla di terrorismo.
Siamo certi, quindi, che la questione sia ‘solo’ religiosa?


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Jonatas Di Sabato

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Jonatas Di Sabato

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