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A pensarci bene / “Vlad, il serbatoio è vuoto!”

A pensarci bene /
“Vlad, il serbatoio è vuoto!”

di Antonio Micciulli*
(tratto dalla pagina Facebook con il consenso dell’autore)

Donald Trump ha fatto un accordo con Vladimir Putin per comprare diesel russo.
Ormai è impossibile superare la realtà con la satira.
Gli Stati Uniti comprano il carburante del Paese che hanno passato anni a sanzionare (per la guerra in Ucraina).
Quello per cui Washington ha chiesto agli alleati di sacrificare denaro e energia in nome della “libertà”.
Trump ha telefonato al Cremlino dicendo “Vlad, il serbatoio è vuoto!”
L’Impero del Bene si è accorto che il capitalismo funziona solo finché non bisogna pagare il pieno.
Il 9 ottobre Trump ha annunciato che Putin immetterà sul mercato oltre 300.000 tonnellate di diesel, seguite da altre 500.000 a novembre, un milione poco dopo e ulteriori tre milioni di tonnellate in tempi brevi.
Il Paese che si autoproclama faro dell’umanità chiede aiuto energetico all’uomo contro cui sta cercando di esercitare pressione economica.
La lanterna della democrazia ha la spia della riserva accesa.
Il Dipartimento del Tesoro USA ha contestualmente autorizzato le forniture di diesel russo, allentando le restrizioni che avrebbero dovuto limitarle.
Le sanzioni sono sacre finché non diventano costose. Poi si trasformano in un’eccezione temporanea. E alla fine si scopre che la fermezza morale aveva un prezzo al gallone.
Ricordate il discorso? “La Russia deve pagare per l’invasione dell’Ucraina. Bisogna colpire le sue entrate energetiche, ridurre le risorse con cui finanzia la guerra, impedire a Mosca di trasformare il petrolio in denaro e il denaro in bombe”.
Trump ha scoperto che un elettore con il portafoglio vuoto è meno interessato alla grandezza degli Stati Uniti di un elettore che riesce a pagare il gasolio del trattore.
Una rivelazione sconvolgente per un’amministrazione che ha fatto della forza nazionale uno spettacolo permanente.
Gli Stati Uniti hanno costruito l’intera mitologia nazionale sulla propria indipendenza, sulla capacità di non piegarsi a nessuno, sulla libertà individuale e sulla superiorità del loro modello economico.
Ma gli ammeregani sono campioni nel trasformare una sconfitta in una vittoria.
Per cui non stanno cambiando idea. Stanno facendo un accordo storico.
Non stanno mollando la presa sul Cremlino. Stanno dimostrando che soltanto loro sanno parlare con Mosca.
Non stanno aiutando un avversario a vendere il suo prodotto. Stanno salvando il Paese.
È turbocapitalismo nella sua forma più pura.
Fino a ieri il petrolio russo finanziava la guerra. Oggi a quanto pare finanzia la pace. Dei distributori a stelle e strisce.
Il 3 novembre gli statunitensi votano per le elezioni di metà mandato. Rinnovano la Camera dei rappresentanti e una parte del Senato.
Possono cambiare gli equilibri del Congresso e complicare enormemente la vita alla Casa Bianca.
E il costo dell’energia è un problema concreto per gli elettori.
Il diesel serve agli autotrasportatori, agli agricoltori, alle imprese. Non è un lusso da ricchi annoiati.
È uno dei costi che attraversano tutta l’economia: se costa di più trasportare il grano, i prodotti industriali e le merci, il conto si propaga lungo la catena e finisce anche sul tavolo di chi non possiede neppure l’automobile.
Mancano poche settimane alle elezioni e il presidente deve dimostrare che la sua politica produce risultati tangibili.
E allora ecco il miracolo della diplomazia transazionale.
L’accordo potrebbe aumentare l’offerta e contribuire a calmierare i prezzi. Ma non è detto che lo faccia in misura significativa, né che il carburante arrivi tutto nei tempi annunciati.
Il mercato energetico non è un distributore automatico in cui inserire una dichiarazione presidenziale e ritirare gasolio scontato.
Per giunta, il diesel russo annunciato rappresenta soltanto una parte del fabbisogno USA.
Quindi Donald Trump sta cercando di risolvere una crisi strutturale con una mossa che potrebbe avere un effetto limitato.
Vladimir Putin non è un benefattore che si è svegliato con il desiderio di aiutare i camionisti del Midwest. È il presidente di un Paese che ha interessi strategici, militari ed economici propri.
La Russia ricava entrate dall’energia. Limitare la possibilità di vendere prodotti petroliferi significa limitare una fonte di reddito. Permettere nuovamente determinate vendite significa riaprire una porta commerciale.
Il vantaggio politico immediato è evidente: il presidente russo può presentare la situazione come una dimostrazione del fatto che Washington, quando ne ha bisogno, si rivolge a Mosca.
Per Putin la cosa importante qui è il precedente.
Se un Paese può essere colpito economicamente per ragioni strategiche e poi riammesso nel mercato quando il prezzo interno diventa politicamente insostenibile, la credibilità della pressione economica sparisce.
È la forma di potere più redditizia: aspettare che il nemico cambi posizione da solo, davanti alle telecamere, mentre ti ringrazia.
Volodymyr Zelensky ha criticato l’intesa, definendola ingiusta e disonesta (in un’intervista ad Axios).
La crisi energetica non nasce dal nulla. La guerra con l’Iran ha aggravato le tensioni sui flussi internazionali di energia.
E gli Stati Uniti, che sono direttamente responsabili delle dinamiche militari e strategiche di questo periodo, adesso devono affrontare le conseguenze economiche della crisi energetica internazionale che hanno creato.
La loro risposta è aumentare l’offerta attraverso una fonte che la loro stessa politica aveva cercato di limitare.
Questa non è una strategia: è una lista di emergenze che si contendono il portafoglio.
“Il mercato ha sempre ragione”.
Finché non vince il nemico.
Il capitalismo statunitense viene spesso raccontato come un sistema in cui il mercato distribuisce risorse in modo efficiente, premia l’iniziativa privata e consente alle imprese di prosperare.
Ma il mercato guarda il prezzo.
E se il prezzo non scende, il mercato non si commuove perché il presidente scrive “RECORD NUMBERS” in maiuscolo.
Gli Stati Uniti fanno da sempre affari con governi autoritari, concorrenti strategici e Paesi con cui hanno controversie profonde.
Il punto è smettere di raccontare ogni affare come se fosse un episodio della lotta tra il Bene e il Male.
Se le sanzioni erano necessarie per ridurre le risorse economiche della Russia, perché è opportuno allentarle adesso?
E se invece l’obiettivo è favorire la pace, quali impegni verificabili vengono chiesti a Mosca in cambio?
Gli USA pretendono di essere il giudice morale del mondo e il poliziotto del mercato, mentre sono solo il cliente che chiede lo sconto.
A un certo punto è necessario riconoscere che sono ruoli che stanno recitando. Mentre altri pagano il biglietto.
È il sogno americano, che chiama Mosca per sapere se accettano la carta.
Cover: Attacco aereo, foto CUBE con licenza Wikimedia Commons
Antonio Micciulli*
Regista, sceneggiatore e produttore cinematografico. Nato nel 1976. Inizia a lavorare giovanissimo: è ancora minorenne quando bussa alle porte delle grandi aziende del settore videoludico per mettere insieme i capitali necessari a realizzare la sua idea, un mensile specializzato sulla falsariga delle grandi riviste nazionali che segue da tempo. Poco dopo si trasferisce da Cosenza a Roma per collaborare proprio con una di queste riviste. Nel ’96 comincia a collaborare per la neonata rivista di cinema Set, realizzando servizi di copertina e interviste per il periodico, lavorando contemporaneamente per Radio Italia network come autore e conduttore del programma Babylon, striscia quotidiana di venti minuti dedicata al mondo del cinema. Lascia infine il lavoro come giornalista per poter scrivere la sua prima sceneggiatura: Piccolo manuale di tattica e strategia militare. Negli anni successivi amplia la sua attività avvicinandosi al web, realizzando opere come la pluripremiata miniserie Innumerevoli Ombre e la celebre Figures in Action, serie cult con milioni di visualizzazioni. Tra i suoi contributi più recenti figura il film Santa Guerra (2022), per il quale Micciulli ha firmato soggetto e sceneggiatura ed ha ricoperto anche il ruolo di produttore.
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