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Intelligenza Artificiale, Empatia, Etica e Responsabilità morale:
Il convegno organizzato dall’Arcidiocesi di Ferrara

Intelligenza Artificiale, Empatia, Etica e Responsabilità morale:
Il convegno organizzato dall’Arcidiocesi di Ferrara

Ciò che riguarda l’umano non è mai solo “tecnico”, “specialistico” ma va sempre a toccare – pur in gradi diversi – le domande profonde. Anche nel caso del web e dell’Intelligenza Artificiale, quindi, ciò che occorre con sempre maggiore urgenza è una riflessione etica, antropologica e spirituale sui rischi.

Di questo si è discusso la sera dello scorso 15 maggio in occasione del Convegno A.I. Custodire volti e voci umane. Empatia, etica e responsabilità morale, svoltosi nel salone del complesso di san Giacomo Apostolo a Ferrara (via Arginone). L’importante Convegno di studi è stato organizzato dall’Ufficio Comunicazioni Sociali della nostra Arcidiocesi insieme agli Uffici pastorali diocesani in occasione della LX giornata delle Comunicazioni sociali.

Per l’occasione sono intervenuti Giampiero Neri, IDS&Unitelm, Consigliere WECA, Servizio Informatico CEI, che ha relazionato su A.I. Confini della comunicazione per generare speranza; don Stefano Gigli, guida della comunità di Pomposa, intervenuto su Coltivare lo spirito nell’era digitale; don Alessio Grossi, referente Diocesano Tutela Minori e Persone Vulnerabili, che ha riflettuto su Intelligenza artificiale e minori: educare gli adulti.

NUMERI DI UNA RIVOLUZIONE DA GOVERNARE

«In due anni sono raddoppiate le presenze di dati sulla rete», ha iniziato la propria analisi Neri. «E la Chiesa non si è mai tirata indietro nell’ambito della comunicazione, è sempre stata propositiva. La prima radio italiana è stato Radio Vaticana.

Ogni 60 secondi sulla rete ci sono ca. 41 milioni di utenti che guardano video su You Tube, 6milioni di ricerche su Google, 100mila utenti su Teams, 242mila foto pubblicate», ha analizzato. «6 miliardi di persone su 8 nel mondo sono connesse, e la maggior parte lo fa con dispositivi mobile (il 97%)». Ma che uso facciamo della rete? «L’88% lo fa per stare sui social, l’86% per vedere video brevi, l’85% per lo streaming, il 77% per informarsi».

Inoltre, «in Italia ci sono più dispositivi attivi che persone, il 14% in più» e «ormai il pubblico è disabituato ad approfondire la notizia, legge perlopiù il titolo, dopo 30-40 secondi cambia la pagina web. I tempi medi sui siti diocesani è di 50 secondi». «Molto bassa», quindi, «la capacità di approfondire».

Tutto ciò non è qualcosa di meramente tecnico ma è «cultura digitale», è «la nostra vita»: la cultura digitale è anche ciò che «influenza il nostro lavoro, il nostro diritto ad essere informati, e il modo in cui ci connettiamo con gli altri». Intelligenza artificiale (AI) e cultura digitale fanno dunque «emergere immediatamente questioni etiche»: la sfida quindi «non è tecnologica ma antropologica». È «l’uomo che va messo al centro e la macchina al suo servizio». Un discorso etico, quindi, e politico e spirituale: altrimenti, il rischio è che vinca il «paradigma tecnocratico».

Ma la capacità di «profilare persone è fortissima»: «l’unico obiettivo dei social è di farci stare lì per raccogliere i nostri dati e usarli per pubblicità fatte a nostra misura». Oggi l’AI – ha proseguito – «incide proprio sui motori di ricerca, sulle pubblicità e sui contenuti che vediamo». I rischi sono tanti e riguardano anche l’uso dell’AI «in ambito militare, a partire dai droni»; riguardano la «manipolazione e disinformazione» e «l’aumento disuguaglianze».

Le nuove sfide che ci attendono hanno quindi al centro la possibilità di «regolamentare e responsabilizzare», sensibilizzando l’opinione pubblica, «coniugando tecnologia e umanità». Sì, perché l’AI non va demonizzata: può, ad esempio, essere molto utile «nell’ambito della ricerca scientifica, medica e farmaceutica», aiutarci nelle nostre conoscenze, anche «nella cooperazione globale», «ma sempre mantenendo noi il senso critico». Insomma: l’unico capace di discernimento vero è l’umano.

RECUPERARE L’INTIMITÀ CON LO SPIRITO

Don Gigli fa parte dei Ricostruttori nella preghiera ed è guida della comunità che vive nell’Abbazia di Pomposa. Ma forse ben pochi sanno che prima di diventare sacerdote era un informatico, «programmavo cellulari», ha spiegato, hobby che ogni tanto coltiva ancora. Ma da Karl Rahner è partito, da un suo brano contenuto in Uditori della parola: «i cristiani del futuro o saranno mistici o non saranno». Insomma, la vita spirituale è «vita dello Spirito», e lo Spirito «non è solo negli istituti religiosi o nei sacramenti».

Il profeta Elia ascoltò quel «sussurro di brezza leggera e capì che lì c’era Dio: lo spirito ci parla così, in un sussurro, in un sussurro di silenzio sottile, non violando mai la nostra libertà, attenendo sempre la nostra risposta». Oggi quindi con queste tecnologie «quel sussurro facciamo sempre più fatica ad ascoltarlo», siamo sempre più proiettati ad extra». Facciamo «una fatica tremenda a entrare dentro di noi»: ma entrare dentro di noi vuol dire «entrare in relazione con lo Spirito Santo».

Spirito che in noi «provoca moti interiori che ci orientano al bene, Spirito che ci riscalda il cuore»: la preghiera è dunque «poggiare il proprio capo sul petto di Gesù». Ma per sentire questo «flusso dello Spirito dobbiamo prenderci dei momenti per uscire dal mondo e entrare in relazione con lo Spirito, nutrire il nostro cuore e solo dopo tornare nel mondo», per «portarvi Dio». La parte spirituale di ognuno, quindi, «non dev’essere ridotta a quella mentale, lo Spirito non è una manifestazione mentale», com’è invece avvenuto con la psicanalisi. E oggi a causa dell’AI «anche il corpo viene assorbito dalla mente».

Tre sono, dunque, per don Gigli, le fasi del cammino spirituale: innanzitutto, «prenderci momenti nella nostra giornata in cui ricercare silenzio, uscire dal mondo, entrare dentro di noi, dove poter sentire quel sussurro di silenzio sottile, nutrirlo, dargli spazio, senza fare ma “stare con”». Solo poi, è altrettanto importante «fare dei gruppi», cioè condividere con altri questa vita nello Spirito, «il tu per tu, guardarsi negli occhi». L’AI «ci vuole menti come lei, ma lei non si commuove, mentre noi ci commuoviamo, siamo spirito, anima e corpo». Infine, allargare lo spettro di azione, arrivare alla politica intesa come «ricerca del bene comune». Tutto – quindi – ha alla base «la capacità dell’umano di entrare in contatto col mistero di Dio».

EDUCHIAMOCI PER EDUCARE

«Educare in ambito psicologico-esistenziale significa non solo tirar fuori dalla persona le sue risorse, ma anche indicare dove può andare»: in questo mondo dell’AI, educare gli adulti vuol dire «che come cristiani dobbiamo chiederci dove stiamo andando». Così don Grossi ha introdotto il proprio intervento. Ha poi citato passaggi del Report 2025 dell’Associazione Meter di don Fortunato di Noto, impegnato nella protezione dei bambini dagli abusi on line e non. L’AI, anche in questo ambito, è ambivalente, in quanto «utile per rilevare contenuti dannosi sul web», e può essere utile «anche a livello educativo».

Tanti, però, sono gli aspetti negativi: «molte AI sono usate per l’adescamento on line di minori»: l’AI «prende immagini reali di bambini e le modifica, a volte li “spoglia”» e queste immagini le vende o diffonde sul web; o immagini di persone adulte le «infantilizza». Alterazioni che «possono allentare la gravità di una violenza di questo tipo» e «provocare traumi» nelle vittime: «dietro un’immagine manipolata c’è sempre una persona reale». Poi ci sono i giochi on line, con chat dove si chiacchiera: «molto spesso in queste non sai chi c’è dall’altra parte»: l’AI «parla il linguaggio della persona, quindi se parla con un bambino, si finge un bambino, tentando così di sedurlo, allentando le sue difese, estorcendo foto, adescandolo e poi ricattandolo sessualmente».

Tutto ciò «ha sdoganato alcune forme di abuso», come ad esempio la «pedofilia femminile, in aumento forte dal 2025», cioè la «pedofilia da parte di donne, anche madri». Certe fantasie «sono sempre esistite ma oggi si possono attuare grazie al web e all’AI».

Per non parlare di altre forme di orrore che sempre più si stanno diffondendo, come «l’abuso sessuale di minori anche con animali», «l’abuso di minori su minori», col revenge porn conseguente. E «l’abuso di minori disabili», oltre ai i cartoni animati giapponesi hentai, cioè pornografici, «dove i personaggi hanno caratteri fisico-somatici infantili, e spesso vi sono contenuti violenti e pornografici». Una più o meno subdola forma di «normalizzazione della violenza e dell’abuso sessuale», che porta alla «pedofilia culturale», quindi non più vista come «perversione ma come orientamento sessuale possibile fra i tanti».

In questo contesto, per don Grossi «dobbiamo riscoprire la nostra dimensione razionale», l’essere «unità di corpo, di anima e di apertura al senso, al mondo», cioè la dimensione spirituale. «Il nostro cervello non nasce già fatto ma deve crescere, si modifica e si modifica nelle relazioni, non è precostituito». Relazioni che «hanno bisogno di un corpo» (aspetto dell’incarnazione), quindi di «un limite che ci struttura». E han bisogno di «un affetto» e di «essere situate in un luogo».

Tre aspetti, questi, che nel digitale mancano: «manca il corpo, manca l’affettività (e invece c’è il compiacimento dell’algoritmo), manca l’altro». E «quando iniziamo a parlare con l’AI come se fosse un’altra persona, non compiamo un’operazione neutra, ma iniziamo a modificarci anche a livello neurologico: l’AI ci modifica».

Possiamo dunque a maggior ragione immaginare «che impatto ciò può avere su un bambino e su un ragazzino, persone che hanno il cervello in crescita, in formazione». Dobbiamo abitare, quindi, il digitale ma «nella responsabilità, recuperando appunto «la dimensione incarnata, quella affettiva e quella “situata”».

Cover: I relatori del convegno ferrarese Giampiero Neri, Stefano Gigli e Alessio Grossi – foto di Andrea Musacci

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Andrea Musacci

Nato nel 1983, laureato in Filosofia, vivo a Ferrara e da 13 anni lavoro come giornalista. Sono “tuttofare” per “La Voce di Ferrara-Comacchio” e scrivo per “Filo Magazine”, “The Ferrareser”, “Avvenire”. In passato ho collaborato con “La Nuova Ferrara” e “Listone Magazine”. Credente in ricerca, sono un discepolo di Emmaus sempre bisognoso dell’incontro con Cristo. Per me la politica è prassi reale di liberazione personale e collettiva (e più o meno lo stesso posso dire dell’autentica esperienza artistica). «L’unica cosa che conta è l’inquietudine divina delle anime inappagate». (Emmanuel Mounier)

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