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Oltre l’immagine mentale: la sfida psicologica del disegno realistico

Il disegno infantile: la sfida psicologica del disegno realistico

Il testo seguente offre una riflessione sulla psicologia del disegno infantile, evidenziando come i bambini non cerchino di imitare fedelmente la realtà visiva, ma utilizzino il foglio per esprimere la propria mappa concettuale e gerarchica del mondo.

Consideriamo, innanzitutto, il disegno come uno strumento per riprodurre efficacemente la realtà esterna. Un bambino, quando disegna, non osserva il mondo che lo circonda per riprodurlo (a meno che non venga invitato a farlo), ma, chino sul foglio, costruisce un mondo simbolico fortemente intellettivo: disegna cose che sa del mondo, non cose che vede.

disegno infantile – Foto di joduma da Pixabay

Quindi il papà è più grande della casa; non penseremmo mai che abbia visto una cosa del genere, ma lui sta strutturando una gerarchia d’importanza che chiarisce in che posizione gerarchica stanno le cose per lui. Disegna il gatto con tutte e quattro le zampe ben visibili, perché sa che il gatto ne ha quattro. La sua rappresentazione del mondo non è mimetica, è concettuale.

L’uomo è portato ad organizzare e dare senso a ciò che lo circonda e i disegni dei bambini sono un ottimo esempio di questo immane sforzo di categorizzazione e gerarchizzazione del reale.

“Cosa succede quando cresciamo e ci viene chiesto — o per nostro stesso desiderio ci mettiamo a — disegnare la realtà che ci circonda con intento realistico?

Quando proviamo a ritrarre la realtà in modo realistico, incontriamo una profonda resistenza interna. Questo accade perché si crea un vero e proprio conflitto tra la sfera cognitiva e quella percettiva: ciò che la nostra mente sa di un oggetto entra in contraddizione con ciò che i nostri occhi vedono in quel preciso momento.

Disegnare dal vero è difficile proprio per questo motivo. Non si tratta solo di saper muovere la matita, ma di compiere uno sforzo mentale: dobbiamo disimparare i nostri concetti pregressi e ripulire lo sguardo da ogni preconcetto. Dobbiamo imparare a osservare il mondo non come un insieme di simboli noti, ma come un puro incastro di linee, luci, ombre e colori.

È proprio questa capacità di isolare la pura percezione visiva dalla conoscenza teorica che distingue lo sguardo di un pittore da quello di un osservatore comune.

Questa difficoltà generale si amplifica a seconda del soggetto o dell’inquadratura, specialmente quando l’immagine si allontana da come siamo abituati a pensare quel determinato oggetto. Prendiamo l’esempio di un vaso: se lo guardiamo di fronte, definirne il profilo geometrico ci risulta relativamente semplice.

Se però proviamo a disegnarlo con una prospettiva dall’alto, andiamo in crisi. Quella visione dall’alto non è meno reale o meno accurata, ma scardina la nostra immagine mentale predefinita e, non sapendo come concettualizzarla, facciamo molta più fatica a tradurla graficamente.

In sostanza, ogni oggetto depositato nella nostra memoria possiede un “punto di vista privilegiato”, ovvero una forma-simbolo che lo rappresenta nella nostra mente nella sua configurazione più riconoscibile. Svincolarsi da questo archetipo visivo per abbracciare prospettive insolite e complesse rappresenta la vera sfida del disegno: un’autentica esplorazione che è allo stesso tempo concettuale, visiva e grafica.

Cover: Foto di andreas N da Pixabay

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Carla Balotta


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