22 Ottobre 2015

UN’ALTRA ECONOMIA
Con questi livelli di natalità non resterà acqua per tutti

Fulvio Gandini

Tempo di lettura: 5 minuti

siccita

Sostenibilità, un’espressione di norma associata a sviluppo, inquinamento, traffico, agricoltura… Quasi mai, però, si discute di natalità sostenibile. Eppure la natalità è un fattore determinante nel rendere un’economia solida nel suo insieme: il numero di individui presenti in una società influisce direttamente e in modo determinante sulle necessità e sui bisogni che questa società dovrà essere in grado di soddisfare. La popolazione globale ha recentemente superato i 7 miliardi di individui e si calcola che nel 2040 arriveremo ad essere 9 miliardi. Le risorse per adesso ci sono per sfamare tutti. Distribuirle è senz’altro difficile e lo sforzo verso questo obiettivo attualmente è insufficiente per il suo raggiungimento, ma è chiaro che la situazione potrebbe degenerare improvvisamente se ne venisse meno anche la possibilità.
Prendiamo per esempio il consumo di acqua dolce, indispensabile per la sopravvivenza degli umani e di un elevatissimo numero di altre specie vegetali e animali: l’agricoltura e l’allevamento consumano attualmente oltre l’80% dell’acqua dolce disponibile a livello planetario e occupano circa il 25% del terreno globale. Si stima che una crescita della popolazione come quella appena prospettata, con conseguente aumento della domanda di beni agricoli, porterebbe la percentuale di suoli globali coltivati ad aumentare fra i dieci e i venti punti percentuali. A questo punto ci troveremo di fronte non solo a un’indubbia carenza di spazio, ma anche all’impossibilità di avere le risorse idriche necessarie per dissetare e sfamare la popolazione mondiale. Se a questo problema aggiungiamo anche quello della tutt’altro che perfetta redistribuzione dei beni di prima necessità nelle economie è evidente che l’umanità potrebbe trovarsi a dover pagare un dolorosissimo armistizio con la natura.
Già all’inizio del diciannovesimo secolo un economista, Thomas Robert Malthus, avvertiva tramite i suoi libri “An Essay on the Principle of Population” e “Principles of Political Economy” riguardo i pericoli derivanti da un’incontrollata crescita della popolazione: sebbene si sia portati a pensare che un miglioramento della tecnologia, con conseguente maggiore disponibilità di mezzi di sussistenza possa portare le persone a vivere una vita migliore, spesso capita che, soprattutto tra le classi più povere, all’aumentare del tenore di vita, vi sia un aumento della prolificità, non solo di quanto il reddito consenta di mantenere, ma addirittura oltre a quella soglia, finendo per generare una situazione peggiore rispetto a quella di partenza. Per farla breve, se si mettono al mondo più figli di quanti se ne possano mantenere, questi muoiono di fame.
Quella che ci sembra un’ipotesi inumana e assurda nelle nostre economie ‘sviluppate’ è una situazione tremenda e reale che si verifica tuttora nei Paesi più poveri del mondo, dove i casi di morte per fame non sono nemmeno considerati come un’emergenza, bensì come la drammatica normalità di tutti i giorni. Ho usato la parola ‘tuttora’ non a caso. Anche nei Paesi che definiamo arrogantemente ‘sviluppati’, in un passato relativamente recente, si sono verificate situazioni di questo tipo: Malthus non era un teorico, basava il suo modello su osservazioni empiriche, e, per le sue formulazioni, gli bastò osservare la realtà sociale dell’epoca che viveva, ossia l’Inghilterra della Rivoluzione Industriale, con da un lato i ricchi capitalisti con al massimo uno o due figli, dall’altro la classe operaia che, al di là dell’indubbia limitatezza del salario, era estremamente prolifica. Non a caso la parola proletario è stata associata alla figura dell’operaio quando etimologicamente proletario indicherebbe semplicemente una persona con figli, con prole appunto.
Se le nostre economie, complice la nascita dello stato assistenziale e un acculturamento delle masse con conseguente presa di coscienza, sono riuscite a scampare da questa ‘trappola malthusiana’, lo stesso purtroppo non si può dire di molti Paesi in ritardo di sviluppo. Nella storia recente abbiamo avuto l’esempio di un Paese in grado di regolare le proprie nascite: la Cina, la quale, per evitare una ‘bomba demografica’ dovuta alla sua rapidissima crescita economica, ha limitato per legge il numero di figli che ciascuna coppia può avere. Si tratta di un metodo molto efficace che sul lungo periodo sta dando grandi risultati, al punto da garantirle il titolo di Paese traino dell’economia globale. Ma è veramente necessario arrivare a proibire alle coppie di avere il numero di figli che essa desidera? A mio avviso no. E non si tratta nemmeno dell’unica via possibile: come ho appena detto, a parte il caso della Cina, gli altri Paesi sviluppati sono arrivati allo stesso risultato attraverso un altro percorso, magari più lungo, ma decisamente meno doloroso. D’altronde cercare di migliorare le condizioni delle popolazioni più povere negando loro i diritti umani sarebbe un controsenso; per non parlare del fatto che difficilmente questi Paesi hanno un governo abbastanza forte da potersi permettere attuare e far rispettare un simile piano.
La soluzione auspicabile non è di tipo legale, né prettamente economico, bensì culturale. Al di là delle importantissime missioni umanitarie che cercano di garantire cibo alle popolazioni più povere, bisogna far sì che queste popolazioni possano riuscire, economicamente parlando, a camminare sulle proprie gambe. Non si tratta di portar loro l’industrializzazione come se fosse un prefabbricato, ma di innaffiare di conoscenza un terreno potenzialmente fertile di idee e di capitale umano. Sicuramente un acculturamento anche dal punto di vista della prolificità delle coppie, a partire dal semplice fatto pratico di far uso di contraccettivi, potrebbe portare a risultati straordinari sia dal punto della natività che dal punto di vista igienico-sanitario, con una grande diminuzione, oltre che della natalità, delle malattie sessualmente trasmissibili e delle morti per parto, realtà ancor oggi tristemente diffusa in quei paesi.
I benefici si troverebbero anche a livello economico: se una popolazione inferiore alle necessità occupazionali di un Paese genera un ridimensionamento ed un impoverimento dell’economia, un’eccessiva pressione demografica genera forte disoccupazione e tensioni sociali. Se alcune economie avanzate oggi si trovano nella prima di queste due situazioni di squilibrio, la maggior parte di quelle sottosviluppate si trova nella seconda, e questi ahimè sono la maggioranza anche a livello aggregato, altrimenti la popolazione mondiale non sarebbe in costante aumento. Trovare una soluzione equilibrata a questo doppio problema delle nascite, ossia una via di mezzo, sarebbe auspicabile sia a livello economico, consentendo in un primo momento di ottenere un reddito almeno di sussistenza per tutti e in un secondo di accumulare risparmi ed effettuare investimenti, che a livello ambientale: solo con una situazione di natalità sostenibile l’umanità potrà mantenere un certo tenore di vita e il pianeta terra una certa dose di salubrità. Se, al contrario, si proseguirà su questa strada, anche se si arrivasse (inverosimilmente) a usare solo energia pulita e completamente rinnovabile, in un futuro non troppo remoto ci troveremmo comunque a fare i conti con la mancanza di un elemento ancor più importante per la nostra sopravvivenza: l’acqua.



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